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SOGNI DI UN MONDO MIGLIORE

DI MICHAEL GREER
The Archdruid Report

Gli adolescenti americani continuano a credere che malgrado i momenti difficili che ci troviamo ad affrontare oggi e che probabilmente affronteremo ancora per molto tempo, alla fine arriveremo ad un “mondo migliore”. In questo articolo , John Michael Greer ci spiega perché dobbiamo respingere questa utopia e lavorare duramente per far sì che dalle ceneri di un simile collasso ne esca qualcosa di positivo.

Mentre il mondo moderno veniva letteralmente lanciato nella sua traiettoria, la rivoluzione intellettuale del XVIII secolo, l’Illuminismo, così come sono soliti chiamarlo – ha tramandato una eredità con delle conseguenze seriamente diverse per il futuro. In linea con il suo ethos, il mito era essenzialmente una affermazione non esatta dei fatti e andava sostituito con una affermazione più adeguata fondata sulla ragione e sull’esperienza. Il che sembra rispecchiare quello che, oggigiorno, è diventato ormai il luogo comune della maggior parte delle persone. E come ogni luogo comune, porge la mano a molte più domande di quante se ne facciano e cela ironie molto più taglienti di quanto una semplice occhiata possa rivelare.

Una di queste ironie è alla base di una disputa avvenuta la scorsa settimana per un articolo postato su Archdruid Report, quando un lettore si è contrariato per il mio definire il progresso odierno come un mito. Come la maggior parte delle persone oggi, il lettore in questione ha affermato che con il termine “mito” si identifica una storia non vera ed ha avanzato la solita distinzione tra mito e scienza – in altre parole tra i racconti cosmologici di culture altre che non fanno abitualmente affermazioni scientificamente attestate, e racconti cosmologici delle culture “nostre” che invece lo fanno. Quello che risulta essere ironico nella definizione di mito avanzata dal lettore è che la definizione stessa è parte di un mito. Tale e quale a quanto da me sostenuto nel mio primo post. La concezione che altre mitologie possano avere altri fini e realizzarli meglio di quanto non si faccia nelle nostre culture, è praticamente impensabile al giorno d’oggi. Tuttavia, molti credi tradizionali hanno svolto un ottimo lavoro facendo sì che le persone vivessero in armonia con l’ambiente, laddove le culture industriali moderne si sono dimostrate totalmente incapaci di assolvere al minimo dovere pronunciato.

Vi sono oggigiorno numerose persone che utilizzano argomenti come quest’ultimo per mettere il mito del progresso a capo di tutto ed insistono sul fatto che le culture tradizionali sono più avanzate delle nostre. Quando mi capita, comprendo che una simile convinzione richiede una riflessione di gran lunga più sottile. Piuttosto che barattare una narrativa per la sua immagine riflessa, sarebbe forse l’ora di fare un passo indietro e guardare le nostre narrative mitiche e considerarle come tali, invece di imporle con la forza al mondo che ci circonda.

Un simile passo indietro avrebbe un utile, seppure scomodo effetto: quello di rivelare l’imbarazzante verità secondo cui le narrative che oggi utilizziamo per dare un senso al mondo, per quanto possano sembrare nuove, non sono altro che un rimpasto di miti che vanno in giro da molto tempo. L’antropologa Misia Landau sottolineava qualche anno fa, per esempio, che i racconti scientifici dell’epoca contemporanea sulla derivazione dell’Homo sapiens dai suoi antenati preistorici è semplicemente e meramente una rielaborazione dei miti eroici successivi alla famosa tipologia del viaggio dell’eroe di Joseph Campbell, punto per punto. Parimenti, come Ray Kurzweil il quale sostiene che la società umana perfetta deve essere trovata in un futuro ipertecnologico, oppure come chi sostiene che la società umana perfetta stia in un ritorno al passato. Tutto è una proiezione del mito di paradiso in questo o quello tra i vari luoghi proposti nel tempo.

Tutto ciò deve essere tenuto bene a mente se si considera un fenomeno strambo diventato sempre più prominente negli ultimi mesi e che, con ogni probabilità, lo diventerà ancora di più nel prossimo futuro.

Più di una decina di volte negli ultimi mesi mi è capitato di ritrovarmi in conversazioni insieme a persone convinte che l’imminente tracollo della società industriale porterà inevitabilmente alla nascita di una sorta di società nella quale la maggior parte di loro stessi vogliono vivere. Alcuni di loro arrivano alla discussione con piani dettagliati sul loro futuro perfetto sostenuto in senso figurato – e adesso ed ancora letteralmente – con uno zaino stracolmo di documentazione e prove laboriosamente raccolte dai loro autori preferiti e dai media. D’altro canto, dall’altra parte della barricata, c’è chi non ha la benché minima idea di cosa possa essere il mondo nel futuro e si affida all’auspicio che deve essere migliore di come è oggi.

Un simile astigmatismo dell’immaginazione è incredibilmente comune. Un mio caro amico mi ha raccontato di una conversazione che ebbe verso la fine del 1999 con una persona che gli ha confessato i suoi timori sull’imminente problema Y2K [il cosiddetto millennium bug n.d.r.]. La persona in questione sembrava seriamente preoccupata a causa della lotta per la sopravvivenza predetta da molti successivamente ad un presunto collasso del sistema. Ma immediatamente questa persona – una donna – lo ha illuminato: il suo lavoro non le piaceva, il matrimonio navigava in cattive acque e la sua vita era ad uno stato di empasse. La sua preoccupazione era dunque la possibilità di svegliarsi il 1 gennaio del 2000 e capire che nulla era cambiato.

Da parte mia, ho conosciuto delle persone che sono diventate profondamente depresse quando hanno scoperto che il mondo continuava ad andare avanti dopo l’Y2K, e ci sono persino più persone che ripongono simili speranze sulle potenziali catastrofi del presente e dell’imminente futuro. Il fatto che molte persone in America oggi vedano le cose in modo diverso è uno degli indicatori di tendenza tra i meno considerati ed i meno preoccupanti del nostro tempo.

La storia ha avuto un bel da fare con il credo utopico di una apocalisse dei nostri giorni. Nel corso del XX secolo, l’incredibile gamma di ideologie politico-economiche che una volta lottavano per la posizione nel mondo occidentale si sono gradualmente ridotte a due – capitalismo del libero mercato e marxismo – poi fino a una, la quale combina la maggior parte delle caratteristiche questionabili di entrambe. Il collasso della Nuova Sinistra subito dopo gli anni ’60, l’abbandono di un conservatorismo tradizionale della Destra pragmatista e dell’era reaganiana, ha lasciato un vuoto politico che deve ancora essere colmato. Da un po’ di anni a questa parte, quale risultato, la maggior parte dei radicali sia di destra che di sinistra dipingono il loro compito come un ruolo puramente reattivo di resistenza ed opposizione, mentre la corrente principale dei partiti ha abbandonato un impegno storicamente attivo a favore del perseguimento di interessi meramente commerciali.

Da qui, la difficile sfida di avanzare proposte costruttive per il futuro. Anche se chi avverte la necessità di cambiare trova come risposta soltanto un mucchio di fantasie di un mondo perfetto dopo un collasso di dimensioni apocalittiche.

E’ stato sin troppo facile, in un simile processo, dimenticare che, in ogni esempio degno di essere annoverato nella storia dell’umanità, il declino e la caduta della civilizzazione porta non all’utopia ma ad una lunga e difficile epoca di guerre, migrazioni di massa, declino dei popoli, povertà e la perdita di tesori culturali inestimabili. Da una parte i rivoluzionari che sostengono che niente può essere peggiore di uno status quo e restano spesso negativamente sorpresi di scoprire quante cose negative ci sono da guadagnare. Dall’altra, allo stesso modo, i sostenitori di società industriali contemporanee che comprendono il peggio dei mondi possibili e che si riscoprono nostalgici dei bei tempi andati ma che devono tuttavia accettare il collasso che auspicano ci sia, in quanto necessario per tornare a tali tempi.

Per di più, soprattutto in America ma non solo, gli ultimi decenni hanno visto l’emergere di una cultura di demonologia politica nella quale le sottili differenze tra partiti politici opposti si sono ridefiniti in termini esclusivamente di Buoni e Cattivi. Dibattiti vivaci sui meriti dei rispettivi candidati sono la linfa vitale della nuova Repubblica. Ma nel momento in cui gli oppositori sembrano non saper sostenere la loro immagine senza urlare oscenità – e l’ho visto fare ad entrambi gli schieramenti nei baratri politici in cui è finita l’America di oggi – allora vuol dire che c’è qualche meccanismo che si è seriamente rotto. L’utile nozione di Carl Jung di “proiezione dell’ombra” è qualcosa di più di un particolare rilevante. Molti, troppi americani sono caduti oggi nella deduttiva ma disastrosa abitudine di attribuire ai propri avversari politici il loro senso di vergogna e risentimento. Anche la più rapida occhiata alla storia dimostra dove porta una simile logica da capo espiatorio. E non si tratta di nessun posto dove una mente sana desideri andare.

Ancora, la sanità mentale può venire a mancare laddove la crisi della società industriale si fa sempre più aspra. La mancanza di un chiaro senso della logica del mito – e l’eredità di un Illuminismo che ha reso tale sentimento sin troppo difficile da acquisire – facilitano una propensione delle persone impigliate nei racconti mitologici a perdere la traccia della direzione di tali racconti. Molto simile a quello che accadde durante gli “anni dell’assoluto altrove” della Germania, tra il 1933 e il 1945, come Jung sottolineava in un saggio presciente, che può essere compreso al meglio se questo tipo di trappola nel mito si combina con un grande Götterdammerung wagneriano come finale. E’ completamente possibile che follie del genere accadano in America negli anni a venire.

Che simili orrori si verifichino o meno, la crisi della società industriale comporterà un eccesso di miti ed ideologie autodistruttivi a meno che non si riesca a gestire il tutto nell’ambito di un riconoscimento più ampio del ruolo del mito nella vita sociale, anche e soprattutto, in quelle società moderne che si vantano della loro razionalità pragmatica. Le affermazioni secondo cui una imminente catastrofe significherà l’avvento di un auspicato nuovo mondo vanno viste per quello che sono – miti religiosi di un’apocalisse decorati con ornamenti secolari.

Se si vuole riguadagnare un certo grado di alfabetizzazione del mito ed applicarla ai miti che costituiscono la nostra vita sociale, potremmo essere persino in grado di smettere di pensare alle moderne società industriali come il meglio o il peggio delle culture umane e riconoscerle come il prodotto sgangherato di un lungo processo di evoluzione. Potremmo anche renderci conto in tempo che la catastrofe non è una garanzia di Utopia, e una società migliore può emergere dai rottami di essa se un numero piuttosto elevato di noi avrà voglia di fare appello al proprio coraggio, pazienza e capacità di lavorare duro per far sì che ciò accada.

Titolo originale: “Dreams of a better world”

Fonte: http://thearchdruidreport.blogspot.com
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17.07.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CRISTINA POMPEI

Pubblicato da Das schloss

  • AmonAmarth

    Bell’articolo, mi sono riconosciuto esattamente fra questi speranzosi nell’utopia post-catastrofica. Per l’esattezza personalmente ciò ritengo più preoccupante attualmente è il picco della produzione petrolifera, ma credo che parlare di utopia non sia esatto in questo caso, in quanto ciò che spero e credo che accadrà sarà proprio lo svegliarci in un mondo più difficile, ma meno inquinato dai falsi sogni indotti alle masse.

  • abraxas

    chissenefrega tanto domani saremo tutti inghiottiti da un mini buco nero…

    XD