SARA’ MA NON CI CREDO. IL MONDO HA PERSO LA FEDE?

Alla fine del Novecento la religione sembrava uno dei fattori trainanti nel cambiamento globale. La fine dell’Unione Sovietica e la scomparsa del comunismo aprivano un vuoto che nell’Europa dell’Est il cristianesimo ortodosso si precipitava a riempire. In America l’elezione alla Casa Bianca di George W. Bush, un cristiano evangelico che non cercava di mimetizzare la propria fede, metteva il risalto l’importanza decisiva delle constituency a base religiosa. L’ebraismo si proponeva con un rinnovato orgoglio. E gli attentati delle Torri Gemelle nel 2001 proiettavano l’islam, sotto una luce sinistra ma per la prima volta nella storia contemporanea, sulla ribalta della considerazione e dell’interesse mondiale.

Poco più avanti, nei primi anni Duemila, due studiosi americani, Pippa Norris (docente all’Università di Harvard) e Roland F. Inglehart (fondatore e direttore del World Values Survey, un osservatorio sui valori e sulle credenze cui fa capo una rete globale di scienziati sociali), pubblicavano uno studio sullo stato di salute della fede in 49 Paesi in cui viveva il 60% della popolazione mondiale, a partire dal 1981. In 33 di quei Paesi la pratica religiosa era andata in costante aumento. E si trattava di Paesi di varia natura: ex-comunisti (Russia, Bulgaria…), in via di sviluppo (Brasile, Cina, Sud Africa, Messico), ricchi e industrializzati (Usa).

Non stiamo parlando della preistoria ma di quindici anni fa. Eppure in un lampo tutto è cambiato. Gli stessi Norris e Inglehart, tornati sul “luogo del delitto”, hanno trovato che tra il 2007 e il 2019 solo in 5 di quegli stessi 49 Paesi la pratica religiosa è andata in crescita. Il caso più clamoroso, in questo senso, è quello dell’India, dove il ritorno al potere del Bharatiya Janata Party, con il suo nazionalismo hindù, ha rilanciato il tema della fede religiosa in politica, anche con forti discriminazioni ai danni delle minoranze religiose, in particolare di quella musulmana.

In tutti gli altri Paesi, la presa della fede è andata diminuendo. L’esempio più clamoroso è proprio quello degli Stati Uniti. Nel primo sondaggio l’importanza assoluta di Dio nella vita dell’individuo raccoglieva un punteggio di 8,2 su 10; nel secondo, appena il 4,7. “Per anni”, ha scritto Inglehart, “il caso degli Usa è stato preso ad esempio per dimostrare che lo sviluppo e l’industrializzazione non producevano necessariamente secolarizzazione. Oggi, secondo i nostri dati, gli Usa sono l’undicesimo Paese meno religioso al mondo”.

Ci sono, ovviamente, ragioni specifiche che hanno favorito tale tendenza. Restando negli Usa: nei mesi scorsi il Pew Research Center di Washington ha condotto una ricerca tra i cattolici americani. Il 92% di loro è al corrente degli scandali legati ai casi di pedofilia nel clero; l’80% è convinto che gli abusi non siano scomparsi; e il 27% ammette di aver ridotto la presenza alla messa e la pratica generale della fede a causa proprio di quegli scandali.

Più in generale, però, gli studiosi tendono ad attribuire il fenomeno a un cambiamento decisivo avvenuto nel corso del Ventesimo secolo, quando le migliorate condizioni di vita hanno diminuito i tassi di mortalità infantile e aumentato la speranza di vita. Una maggiore tranquillità e sicurezza che hanno reso sempre meno sentiti i precetti morali che, in un modo o nell’altro, tutte le religioni presentano ai fedeli per incentivare la fertilità e proteggere la vita del nascituro. Nello stesso tempo, e per le stesse ragioni, si sono diffuse, al contrario, nuove idee, pratiche e leggi sull’uguaglianza di genere, l’omosessualità, il divorzio e l’aborto.

Secondo Norris e Inglehart la soglia del cambiamento sociale è sul punteggio di 5,5 su 10. Ancora nel 1981, e anche nei Paesi industrializzati e sviluppati, le idee “liberali” erano sotto quella soglia: 3,44 in Spagna, 3,49 negli Usa, 3,50 in Giappone, 4,14 nel Regno Unito, 4,63 in Finlandia e 5,35 nella moderna Svezia. Ma nel 2019 il quadro si era rovesciato: in tutti i Paesi citati il punteggio delle nuove convinzioni era salito oltre il 5,5 su 10, in qualche caso molto oltre. Una tendenza globale, che riguarda in pratica ogni regione del pianeta con un’unica ma importanza eccezione: il mondo islamico. I Paesi dove la fede musulmana è maggioritaria continuano a vantare alti livelli di religiosità e una minore permeabilità ai nuovi valori della secolarizzazione.

Fulvio Scaglione