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RIFLESSIONI SULL'OCCUPAZIONE ISRAELIANA, L'AUTORIT PALESTINESE

E IL FUTURO DEL MOVIMENTO NAZIONALE

DI JULIEN SALINGUE
juliensalingue.over-blog.com

Lo scorso 3 ottobre il presidente palestinese di fatto (1), Mahmud Abbas, ha dichiarato che rifiuterà qualsiasi dialogo con Israele se non verrà ripristinato il congelamento della colonizzazione della Cisgiordania. Lo stesso giorno il capo di Stato Maggiore israeliano uscente, Gaby Ashkenazi, era “in visita” a Belen, dove si era riunito con i responsabili delle forze di sicurezza palestinesi. La coincidenza di entrambi i fatti apparentemente contraddittoria è il riflesso della discordanza ogni volta più evidente, da un lato, tra le gesta diplomatiche dirette a riattivare un “processo di pace” morto e sotterrato da molto tempo, e dall’altra parte la realtà su un territorio, la continuazione della politica espansionistica israeliana e l’integrazione, ogni volta più profonda, dell’Autorità Palestinese nel meccanismo dell’occupazione.Qui cercherò di chiarire le grandi coordinate della situazione nei Territori Palestinesi, anche se non pretendo di essere esaustivo. Si tratta senza dubbio di tornare a collocare gli eventi attuali nel loro contesto e nella loro storicità, relazionando l’analisi delle forti tendenze e la realtà sul territorio, di sostituire le logiche attivate dalla parte palestinese concentrandosi sull’Autorità Palestinese di Ramala e nella sinistra. Quest’ultima, e specialmente l’FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina), si installa effettivamente in un processo di revisione critica sugli anni di Oslo, cosciente del corso tragico seguito dalle forze derivanti dall’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina).

Così, recentemente l’FPLP ha annunciato che avrebbe sospeso la sua partecipazione alle riunioni della direzione della OLP in segno di protesta contro la ripresa delle negoziazioni dirette da parte di Abbas. Non è la prima volta che l’FPLP prende una decisione simile, senza dubbio è significativo.

Non tanto su questa attualità quanto sul senso delle evoluzioni recenti e attuali è quello su cui desidero insistere, tornando in primo luogo alla pesante eredità dei 17 anni del “processo di pace”. Nel seguito cercherò di stabilire le specifiche della politica del Primo Ministro di fatto (2), Salam Fayyad, ed in seguito, finalmente discutere le dinamiche attuali in cui si muove il movimento nazionale palestinese “non islamico” (3). Mi ispiro qui ampliamente ad articoli precedenti, attualizzandoli e guardandoli in prospettiva.

I. 17 anni di “processo di pace”

La leggenda del “processo di pace”

Se le parole hanno un senso, è conveniente mettere in discussione l’idea stessa di “processo di pace”, che si ripete come una cantilena nell’attualità del Medio Oriente. Nella sua accettazione più corrente, il “processo di pace israeliano-palestinese” si sarebbe aperto al principio degli anni 90 e si sarebbe materializzato con la firma dell’Accordo di Oslo (1993-1994) che si riprometteva, secondo numerosi cronisti e diplomatici, “la fine del conflitto israeliano-palestinese”. Questo “processo di pace” si sarebbe “interrotto” in molte occasioni , ma seguirebbe a esistere pur essendo sospeso dai fatti accaduti aspettando il suo “rilancio”.

La realtà è molto differente, e i palestinesi ce lo hanno ricordato almeno in due occasioni durante gli ultimi 10 anni. In primo luogo nel settembre del 2000, quando la popolazione di Gaza e della Cisgiordania si sollevò per manifestare la propria rabbia contro la continuazione dell’occupazione israeliana, la colonizzazione e la repressione. Dopodiché nel gennaio 2006, quando i palestinesi elessero, in una elezione legislativa, un Parlamento ampliamente dominato da Hamas, organizzazione politica allora apertamente ostile al processo di negoziazione e che predicava la continuazione della resistenza, anche armata, contro Israele.

Sono diventati matti i palestinesi? No. I palestinesi, a differenza dei diplomatici, vivono in Palestina. Hanno visto raddoppiarsi il numero dei coloni impiantati in Cisgiordania e in Gerusalemme Orientale tra il 1993 ed il 2000. Hanno visto sorgere centinaia di barriere israeliane e decine di strade solamente per i colonizzatori che hanno sottomesso anche il più piccolo spazio alla volontà delle autorità israeliane. Hanno visto Gerusalemme amputata dal resto della Cisgiordania. Hanno visto la Striscia di Gaza isolata dal resto del mondo. Hanno visto, dal Settembre 2000, una repressione israeliana senza precedenti, migliaia di case distrutte, decine di migliaia di detenzioni, migliaia di morti e decine di migliaia di feriti. Hanno visto un muro che li racchiude in isolamento. Non hanno visto né pace né processo.

Gli accordi di Oslo: l’occupazione per altri mezzi

“…..Fin dal principio si possono identificare due concetti nascosti nel processo di Oslo. Il primo è che il detto processo può ridurre il prezzo dell’occupazione grazie ad un regime palestinese fantoccio, con Arafat nella parte di capo responsabile della polizia della sicurezza di Israele. L’altro è che il processo deve convergere nella distruzione di Arafat e dell’OLP. L’umiliazione di Arafat, la sua capitolazione sempre più evidente, condurranno progressivamente alla perdita del suo appoggio popolare….La OLP affonderà o soccomberà alle lotte interne (….). E sarà più semplice giustificare la maggiore oppressione quando il nemico sia un’organizzazione islamista fanatica” (4)

Queste righe, scritte nel febbraio 1994 dalla professoressa universitaria israeliana Tanya Reinhart, a posteriori suonano profetiche. Ma Tanya Reinhart non ha niente di divino, comprese prima degli altri cos’era veramente il processo di Oslo. Qualsiasi persona che legga con attenzione i testi firmati a partire dal 1993 si accorgerà perfettamente che l’argomento non ha niente a che vedere con un “accordo di pace”. Le questioni essenziali come il futuro di Gerusalemme, la sorte dei rifugiati palestinesi, i colonizzatori israeliani…sono assenti dall’accordo e si rimandano a ipotetiche “negoziazioni sullo statuto finale”. Non c’è nessuna menzione al “ritiro” dell’esercito israeliano dai Territori Occupati, ma unicamente al suo ripiegamento.

Qualsiasi fossero le intenzioni o le illusioni dei negoziatori palestinesi con rispetto alla costituzione di un ipotetico “Stato Palestinese”, la verità di Oslo era un‘altra: Israele, che occupava allora tutta la Palestina, si impegnava a ritirarsi progressivamente dai maggiori agglomerati palestinesi e ad affidare la gestione ad un’entità amministrativa creata per l’occasione, l’Autorità Palestinese (AP). La AP doveva farsi carico della gestione delle citate zone e dimostrare che era capace di mantenere la calma per mezzo, specialmente, di una “potente forza di polizia”. Qualunque “progresso” nel processo negoziale si sottometterebbe ai “buoni risultati” della AP nell’ambito della sicurezza. L’occupazione e la colonizzazione continuano e la AP si incarica di mantenere l’ordine nella società palestinese. L’ordine coloniale, naturalmente.

La contraddizione di Israele e il sionismo

La logica degli accordi di Oslo non è altro che un’attualizzazione di un antico progetto israeliano conosciuto con il nome di “Plan Allon” (5). Con il nome di quel generale laburista il suddetto piano, sottoposto dal Primo Ministro israeliano Levi Ehskol nel luglio del 1967, alla fine del quale Israele ha conquistato, tra le altre cose, tutta la Palestina. Ygal Allon identificò, molto prima degli altri, le contraddizioni a cui prima o poi dovranno confrontarsi Israele ed il progetto sionista e si propose di risolverla nella maniera più pragmatica possibile.

Quando alla fine del secolo XIX il giovane movimento sionista si fissò come obiettivo la creazione di uno Stato ebraico in Palestina, il 95% degli abitanti di questo territorio era “non ebreo”. Convinti che l’antisemitismo europeo rendesse impossibile la convivenza degli ebrei con le nazioni europee, i sionisti promossero la loro partenza verso la Palestina con il fine di convertirsi in maggioranza e poter stabilire il proprio Stato. Il primo Congresso Sionista (1897) consacrò, quindi , il principio della “colonizzazione sistematica della Palestina” in un’epoca in cui il nazionalismo su una base etnica e colonialista andava a gonfie vele.

Fu nel novembre del 1947 che l’ONU adottò il principio della “partizione della Palestina” tra uno Stato ebraico (55% del territorio) e uno Stato arabo (45%). Gli ebrei rappresentavano allora circa un terzo della popolazione. Gli eserciti del nuovo Stato di Israele conquistarono militarmente numerose regioni teoricamente attribuite allo Stato arabo: nel 1949 Israele controllava il 78% della Palestina. Con il fine di preservare il carattere ebraico dello Stato espulsero sistematicamente i non ebrei: l’80% dei palestinesi, cioè 800.000, furono obbligati a esiliarsi. Non hanno mai potuto ritornare alle loro terre.

La guerra del 1967 fu una “guerra del 1948 fallita”. Anche se la vittoria israeliana è innegabile e Israele ha conseguito il controllo del 100% della Palestina, in questa occasione i palestinesi non se ne andarono. Allora Israele, che pretendeva di essere uno “Stato ebraico e democratico” se avesse concesso diritti ai palestinesi avrebbe rinunciato al carattere ebraico dello Stato, e se non li avesse concessi avrebbe rinunciato alle sue intenzioni democratiche. Così, Allon propose di abbandonare le zone palestinesi più densamente popolate dandogli un’apparenza di autonomia ma conservando il controllo sopra i principali territori conquistati: alcuni isolani palestinesi nel mezzo di un oceano israeliano.

Dalla guerra delle pietre all’Intifada elettorale

La filosofia del Piano Allen guidò i governi israeliani durante gli anni 70 e 80, anche quando si opposero in modo totale all’accordare alcuni diritti ai palestinesi. La Prima Intifada (iniziata alla fine del 1987), ribellione massiva e prolungata della popolazione della Cisgiordania e di Gaza, cambiò la situazione. Alla fine degli anni 90 la questione palestinese era un fattore di instabilità nel Medio Oriente, zona strategica in cui gli Stati Uniti avrebbero voluto affiancare il proprio controllo dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Il governo statunitense obbligò Israele a negoziare. Il risultato furono gli Accordi di Oslo, che “offrono” ai palestinesi un’apparenza di autonomia nelle zone più densamente popolate.

Senza dubbio Isaac Rabin, frequentemente presentato come “quello per cui sarebbe potuta arrivare la pace” fu molto chiaro: “lo Stato di Israele integrerà la maggior parte del territorio di Israele dell’epoca del Mandato Britannico insieme ad un’entità palestinese che costituirà un luogo per la maggior parte dei palestinesi che vivono in Cisgiordania e a Gaza. Vogliamo che questa entità sia meno di uno Stato che amministra in forma indipendente la vita dei palestinesi, che saranno sotto la sua autorità. I confini dello Stato di Israele (…) saranno più in là della linee che esistevano prima della Guerra dei Sei Giorni. Non torneremo alle linee del 4 giugno 1967” (6). E spingendosi oltre aggiunse che la maggior parte delle colonie venissero annesse ad Israele e conservasse il controllo di Gerusalemme “capitale unica ed indivisibile” e sulla valle del Giordano.

La popolazione palestinese verificò velocemente che Israele non aveva l’intenzione di rinunciare al controllo su tutta la Palestina: si accelerò la colonizzazione, si moltiplicarono le espulsioni e i palestinesi si trovarono sempre più allontanati nelle zone circondate dall’esercito e dalle colonie. Mentre la situazione della popolazione si andava degradando una minoranza di privilegiati, membri o vicini alla direzione della nuova Autorità Palestinese, si arricchivano considerevolmente e collaboravano con Israele in forma evidente nell’ambito della sicurezza e dell’economia: nel settembre del 2000 i palestinesi tornarono a ribellarsi.

Israele ridusse al silenzio la Seconda Intifada e in più emarginò Yasser Arafat, considerato molto reticente a firmare un accordo di resa definitiva. Israele e Stati Uniti favorirono l’ascesa di Mahmud Abbas (Abu Mazen) il quale partecipò, per esempio, ad un vertice con Bush e Sharon nel giugno del 2003, mentre Arafat era chiuso a Ramalla. Con la morte dell’anziano leader, Abu Mazen fu malamente eletto presidente dell’Autorità Palestinese nel gennaio 2005 (partecipazione abbastanza scarsa e nessun candidato di Hamas). Abu Mazen, che necessitava una legittimazione parlamentare per far sì che i palestinesi accettassero un accordo con Israele, organizzò le elezioni legislative del gennaio 2006. La vittoria di Hamas fu indiscutibile: con il suo voto la popolazione chiarì il proprio rifiuto a qualsiasi capitolazione e la propria volontà di continuare a lottare.

Il finale della parentesi di Oslo

La vittoria di Hamas ha reso manifesto il carattere totalmente irrealizzabile del “progetto di Oslo” inteso come la possibilità di risolvere la questione palestinese per mezzo della costituzione di territori amministrati da un governo autoctono che sia conciliante con Israele, legittimo e stabile. Ma la “comunità internazionale” non ha voluto intendere nulla: boicottaggio al governo di Hamas, appoggio al blocco israeliano su Gaza, riconoscimento del “governo di emergenza” nominato da Abu Mazen in Cisgiordania…Stati Uniti e Unione Europea continuano ad operare come se
“un ritorno ad Oslo” fosse possibile e opinabile.

Ma come abbiamo visto è precisamente il “Processo di pace” che sboccò nella “Seconda Intifada” e nella presa di potere di Hamas, che allora era l’unica organizzazione capace di unire allo stesso tempo l’appoggio materiale alla popolazione, la critica al processo di negoziazione e la continuazione della resistenza di fronte a Israele. Chi parla di un imprescindibile “ritorno alla situazione anteriore al settembre 2000” dovrebbe domandarsi se non è precisamente “la situazione anteriore al settembre 2000” che abbia originato …la ribellione del settembre del 2000.

I tergiversamenti ed i gesti diplomatici attuali in realtà rispecchiano una constatazione del fallimento. Progressivamente tutti stanno rendendosi conto della fine della parentesi di Oslo e mentre alcuni si impegnano ciecamente nel cercare di resuscitare un cadavere, altri cercano soluzioni alternative: dalla proclamazione di uno Stato palestinese senza confini ad un’amministrazione giordana dei territori palestinesi, passando per l’invio di truppe dell’ONU a Gaza, le idee si attorcigliano, incluso le più fantasiose. Questo affanno per “incontrare una soluzione” è in realtà il risultato di una comprensione, anche parziale, del senso comune che esiste in realtà sul territorio: il rafforzamento del dominio israeliano sulla Cisgiordania e Gaza, la nuovo mobilitazione della popolazione palestinese e la crescita del movimento di solidarietà internazionale.

Il rafforzamento del dominio israeliano

Parliamo in primo luogo di Gerusalemme. L’attenzione si incentra da alcuni giorni su un progetto per la costruzione di 238 nuovi alloggi. E quindi? Dimentichiamo i 200.000 coloni che vivono a Gerusalemme e nella sua periferia? Scordiamo le decine di espulsioni e demolizioni delle case palestinesi degli ultimi mesi? I 238 nuovi alloggi non sono un fatto isolato ma si ricongiungono ad una logica assunta dal 1967: l’ebreizzazione di Gerusalemme e il suo isolamento dal resto dei Territori Palestinesi per neutralizzare qualsiasi rivendicazione di emancipazione palestinese dalla città.

Continuiamo parlando della Cisgiordania, sulla quale ci ingannano con l’“incremento economico”. Anche se il flusso di aiuti economici ha permesso all’Autorità Palestinese di Ramalla di pagare i funzionari, è molto azzardato parlare di un recupero economico e di un miglioramento sostanziale e permanente delle condizioni di vita della popolazione. Il PIL palestinese globale è cresciuto nel 2009, ma continua ad essere del 35% più basso che nel 1999. In più questo aumento globale dissimula un’evidente disparità: sicuramente il settore edilizio è cresciuto del 24% ma la produzione agricola è calata del 17%…

D’altro canto non si discute il controllo di Israele sulla Cisgiordania: “ Il meccanismo di controllo è diventato di volta in volta più sofisticato ed effettivo in quanto le sue capacità di rovinare tutti gli aspetti della vita dei palestinesi (….). Detto meccanismo di controllo include un sistema di permessi di ostacoli fisici (…), le strade proibite, la proibizione di entrare in ampie zone della Cisgiordania (….). Il dispositivo ha trasformato la Cisgiordania in un agglomerato di colonie economiche e sociali separate l’una dall’altra” (7). Lo dice la Banca Mondiale in una rapporto del febbraio 2010.

Inoltre, anche durante i 10 mesi di “congelamento temporale” della colonizzazione del novembre passato, Israele autorizzò la costruzione di 3.600 edifici proseguendo una politica con cui l’anno passato il numero di coloni stabiliti nella Cisgiordania aumentò del 4,9% mentre il totale della popolazione israeliana solamente aumentò dell’1,8%. Per ultimo, ma non per questo meno importante, lo scorso 3 marzo Netanyahu ha dichiarato che, anche nel caso si arrivi ad un accordo con i palestinesi, è escluso che Israele rinunci al suo controllo sulla valle del Giordano….

Finalmente parliamo anche di Gaza. Sotto il blocco, gli abitanti della Striscia sopportano una catastrofe economica e sociale senza precedenti. Nel tempo di due anni hanno chiuso il 95% delle imprese e sono andati distrutti il 98% degli impieghi nel settore privato. La lista dei prodotti proibiti all’importazione è un catalogo senza capo né fine: libri, tè, caffè, fosforo, candele, semola, matite, scarpe, materassi, lenzuola, tazze, strumenti musicali………La proibizione di importare cemento e prodotti chimici impedisce la ricostruzione delle infrastrutture distrutte dai bombardamenti del 2008-2009, pur trattandosi di case o stazioni di depurazione, con le conseguenze sanitarie che si possono immaginare.

Si sta anche sviluppando un’”economia dei tunnel” che permette agli abitanti di sopravvivere e ottenere un certo numero di merci essenziali, le conseguenze del blocco israeliano sulla vita quotidiana degli abitanti di Gaza sono disastrose, come segnalano i diversi rapporti delle ONG (Organizzazioni non governative) e delle Nazioni Unite.

In condizioni simili non c’è da stupirsi che la mobilitazione palestinese riappaia (sviluppo delle strutture della “resistenza popolare” in numerose città, manifestazioni contro il muro e la colonizzazione…..) e che la maggior parte dei palestinesi non si faccia alcuna illusione sul “ritorno della negoziazioni”.

II. L’Autorità Palestinese “versione Fayyad”

Un piano di “silenzio per gli alimenti”

Il rafforzamento del dominio israeliano sui Territori Palestinesi non si può capire se non ci soffermiamo sul ruolo giocato dall’Autorità Palestinese di Ramalla diretta dal presidente Mahmud Abbas e dal Primo Ministro Salam Fayyad.

Nel giugno del 2007, a seguito del fallimento del tentato colpo di Stato diretto a Gaza dal deputato di Fatah Mohammad Dahlan (8), il presidente Abu Mazen decretò lo stato di emergenza e nominò, in sostituzione del governo diretto da Hamas, un nuovo gabinetto diretto da Salam Fayyad, un ex alto funzionario della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, era il Primo Ministro eletto dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. Il ricatto degli aiuti economici, sospesi dopo le elezioni di Hamas, superò le timide riserve di Abu Mazen rispetto a questa “elezione”.

Così quindi, Fayyad entrò in funzione alla metà del giugno 2007 e diresse una serie di riforme nei Territori Palestinesi della Cisgiordania. Tre anni più tardi è facile capire quale fu il ruolo assegnato a Fayyad: disarmare la resistenza e rimpiazzare il centro di gravità della questione palestinese della politica verso l’economia, normalizzando le relazioni con Israele. Si trattava di imporre quello che io chiamo un piano di “silenzio per gli alimenti”(9), il cui obiettivo è consolidare i Territori della Cisgiordania cercando di migliorare sensibilmente le condizioni di vita di una parte della popolazione e reprimere gli oppositori senza soddisfare, senza dubbio, le rivendicazioni nazionali dei palestinesi.

La “pace economica”?

L’anno 2007 sembra aver marcato un cambio di gestione nella questione palestinese. La retorica della “pace economica” tra Israele e i palestinesi è predominante tanto per Tony Blair (inviato speciale del “Quartetto per il Medio Oriente”), quanto per Salam Fayyad (Primo Ministro palestinese) e per i suoi omologhi israeliani (Ehud Olmert e successivamente POI Benjamin Netanyahu).

La filosofia generale della dottrina della “pace economica” è la seguente: il precedente requisito per qualsiasi soluzione negoziata del conflitto tra Israele e i palestinesi è un miglioramento significativo delle condizioni economiche in cui si evolvono quest’ultimi; la priorità deve essere, quindi, stabilita in base alle proporzioni israeliane che permettono un miglior sviluppo economico nei Territori Palestinesi e sul rafforzamento dell’appoggio dei paesi donatori verso l’economia palestinese.

La dottrina della “pace economica” forma parte di un cambio di modello nella gestione della questione palestinese: si tratta di considerare i palestinesi come individui che ricercano la soddisfazione delle proprie necessità e non come un popolo che rivendica i diritti nazionali collettivi. Per Fayyad ed i suoi appoggi stranieri non si tratta tanto di rompere con la “politica economica” dell’AP durante gli anni di Oslo quanto di metterla al primo posto, promuoverla ed incluso di sopravvalutarla, presentandola come la chiave di qualsiasi accordo a posteriori del conflitto che mette a confronto Israele con i Palestinesi.

Rompendo certi schemi passati, il governo di Fayyad, ha ovviamente “chiarito” i conti della AP e ha messo al bando certe pratiche clientelistiche. Senza dubbio le logiche condotte dopo Oslo proseguono. La “nuova politica economica” di Fayyad somiglia molto a quella della AP degli anni 90-2000 : concessioni a favore degli investitori stranieri a svantaggio delle imprese locali (specialmente con l’esenzione dalle tasse), sviluppo dei settori più redditizi (commercio, appartamenti ed hotel di lusso a Ramalla, nuove linee di telefonia mobile…) e priorità rafforzata, nel bilancio della AP, al settore della sicurezza nell’esercizio del 2008-2009, il programma “Trasformazione e riforma del Settore della Sicurezza” ha avuto un bilancio equivalente a quello delle spese accumulate nel programma di “Accesso all’educazione” e “Miglioramento della qualità dei servizi sanitari” (in cifre, dal dicembre 2008 al giugno 2009 sono stati creati 1.325 posti nella sicurezza e sono stati soppressi 94 posti nella sanità.)(11)

La crescita economica palestinese annunciata nel 2009, analizzando da vicino i dati disponibili, è una illusione. Dietro le cifre apparentemente promettenti (+ 6,8%), si nascondono numerose disparità che si registrano nelle logiche enunciate precedentemente: i settori che portano la crescita ad aumentare sono la costruzione (+22%) ed i servizi (+11%), mentre la produzione industriale aumenta debolmente e la produzione agricola si abbassa; le spese impiegate nei progetti di sviluppo economico (400 milioni di dollari) sono molto inferiori a quanto era previsto dal governo di Fayyad (1.200 milioni di dollari); le disparità economiche tra le regioni sono importanti, specialmente tra Cisgiordania, Israele e Gaza, ma anche tra alcune città attive (Ramala, Belen) ed il resto della Cisgiordania; Israele controlla sempre rigorosamente le importazioni e le esportazioni palestinesi, il cui deficit di bilancio è considerevole (1.590 milioni di dollari, come dire, il 26% del PIL) e mantiene l’AP in una dipendenza economica totale rispetto ai paesi donatori; infine, incluso anche se la disoccupazione si sta abbassando in Cisgiordania, tra la metà ed i due terzi dei luoghi palestinesi vivono attualmente sotto la soglia della povertà (12).

L’apparente prosperità attuale non corrisponde ad un’indipendenza economica reale rispetto ad Israele o ai paesi donatori. L’economia palestinese continua ad essere un’economia subordinata e dipendente dalle decisioni israeliane, dalle esigenze dei finanziatori che, prendendo, come motto lo slogan della “Conferenza dello Sviluppo Palestinese” celebrata nel 2008 con l’appoggio del governo di Fayyad “You can do business in Palestine”(13) sviluppa una forma di “economia – casinò”: poco preoccupati per uno sviluppo reale, locale e a lungo termine, gli investitori sperano di guadagnare rapidamente molto più rispetto a quello che investono sapendo che i rischi di perdere tutto sono molto alti. Tutto indica, in realtà, che gli apologisti della “pace economica”apprenderanno prima o poi, a proprie spese, che la popolazione dei Territori Occupati non è disposta a “monetizzare” i propri diritti in cambio di una “calma economica” relativa, temporale e strutturalmente artificiale e di cui in realtà solamente una parte della popolazione beneficia. Per questo la seconda parte dalla politica di Fayyad è la repressione.

La ricostruzione del meccanismo di sicurezza (14)

Durante l’epoca di Arafat, il ruolo ambiguo delle forze di sicurezza (mantenimento dell’ordine e cooperazione con Israele da un lato e partecipazione, a cominciare dal settembre 2000, nelle operazioni armate contro Israele dall’altro) rivelava una delle contraddizioni fondamentali del processo di Oslo: “Dagli accordi di Oslo e la emergenza dell’Autorità palestinese (…..) il dilemma strategico palestinese è stato fondamentalmente quello della riconciliazione tra le rivendicazioni della liberazione nazionale, della resistenza all’occupazione e i requisiti precedenti della ricostruzione dello Stato (…). L’Autorità Palestinese si confronta con due esigenze contraddittorie. Si spera che venga imposta la forza della legge, che impedisca qualsiasi manifestazione armata non ufficiale. Ma allo stesso tempo (…) è logico che si appoggi la causa nazionale palestinese, incluso il diritto alla resistenza.”(15)

Con il tandem, Abbas-Fayyad, le ambiguità si eliminano. I due documenti programmati dall’Autorità Palestinese a partire dal giugno 2007 sono molto eloquenti al riguardo.

Il primo dei due, il Palestinian Reform and Development Plan (PRDP)(16) è stato presentato a Parigi durante la conferenza dei paesi donatori nel dicembre 2007. Senza dubbio soddisfa i paesi occidentali che promisero a Salam Fayyad un bilancio di 7.700 milioni di dollari mentre l’Autorità Palestinese ne reclama solamente 5.600. E’ un aumento del …..37,5%, che strano! Nella sua versione finale il PRDP è formato da 148 pagine. La parola “resistenza” non appare neanche una volta. Il vocabolo “sicurezza” appare ..in 155 occasioni.

Il secondo documento programmato è datato agosto 2009 e si intitola “ Palestina: finire con l’occupazione, instaurare lo Stato”(17). E’ Più conosciuto con il nome “Plan Fayyad”. Il Primo Ministro espone la propria visione di costruzione di Stato palestinese per una politica di “fatti concreti”; si tratta di costruire le infrastrutture di un futuro Stato; a parte l’occupazione, con la prospettiva di un’indipendenza nel 2011. Fayyad opera, dunque, un cambio fondamentale: il processo della costruzione dello Stato è quello che permetterà di porre fine all’occupazione e non la fine dell’occupazione è quella che permetterà di costruire uno Stato. Senza rendercene conto, in questo documento incontriamo lo stesso conteggio presente nel PRDP, il risultato è quasi lo stesso: in 37 pagine si ripete 38 volte il termine “sicurezza”, la parola “resistenza” appare una volta, in una frase che indica che il governo fornirà il suo appoggio alle iniziative non violente contro la costruzione del muro.

Il bilancio generale di entrambi i documenti è un riflesso di questi elementi quantitativi. Fayyad assume e rivendica il proprio statuto di “tecnocrate”che non proviene dal circolo della OLP, il rifacimento dei servizi di sicurezza è una delle sue due priorità. “Il governo completerà la ristrutturazione delle agenzie di sicurezza (…). Proporzionerà l’addestramento permanente alle squadre ed infrastrutture per permettere che il settore della sicurezza migliori le proprie attività. Con il fine di raggiungere i migliori standard professionali, il governo fornirà agenzie di sicurezza responsabili promuovendo la separazione dei poteri e sviluppando meccanismi ed organi di supervisione.”(18)

La ricostruzione del sistema di sicurezza è stata fatta seguendo quattro direttrici.

Una riforma dei servizi di sicurezza, specialmente con il pensionamento e sostituzione di vari dei suoi responsabili da individui conosciuti vicini agli Stati Uniti (così, nel 2008, Hazem Atallah fu nominato responsabile delle forze di polizia in Cisgiordania al posto di Kamal Sheikh, membro di Fatah benché considerato troppo conciliante su Hamas).

Un rafforzamento di questi servizi che passava per la formazione, nei campi di addestramento della Giordania, di migliaia di nuove reclute sotto la supervisione statunitense.

Spettacolari operazioni di “ristabilizzazione dell’ordine” durante l’anno 2008 che coinvolgevano un elevato numero di polizia e militari, specialmente in Nablus, Jenin e Hebron.

Moltiplicazione delle detenzioni di membri o simpatizzanti di Hamas e, nel migliore di casi, delle organizzazioni di sinistra e dei comitati popolari.

L’articolazione di questi quattro punti esprime tutta la sua coerenza alla politica di sicurezza di Abu Mazen e Salam Fayyad. La maggior parte di nuovi responsabili (nazionali e locali) dei servizi di sicurezza non sono passati per l’Intifada o per i gruppi armati di Fatah. Sono “professionisti della sicurezza”, specialmente vigilanti, che appena hanno considerazioni politiche. Egualmente le nuove reclute addestrate in Giordania si scelgono principalmente tra i settori più poveri, i meno formati ed i meno politicizzati della popolazione palestinese, non tra i militanti di Hamas. Sono più propensi ad obbedire agli ordini, incluso quando si tratta di disarmare i membri di Hamas, della Yihad o delle Brigate di Al-Aqsa, procedente da Fatah, con qual siasi persona che non ha un passato di militanza condivisa.

L’Autorità Palestinese ha saputo sfruttare la situazione del caos di sicurezza che regnava in alcune città della Cisgiordania da che Israele smantellò le forze di sicurezza palestinesi durante gli anni 2002-2003. In Nablus e Jenin le bande armate si erano moltiplicate, ricattavano i commercianti, rubavano macchine e offrivano il loro servizio a chiunque necessitasse di mercenari per effettuare qualsiasi lavoro di basso rango. L’Autorità Palestinese affermava che era unicamente per porre fine ad una situazione caotica che si portavano a termine operazioni di “ristabilizzazione dell’ordine”. Il dispiegamento massivo di centinaia di uomini armati, effettivamente, ha posto fine alle attività delle bande.

Ma il disarmo degli ultimi gruppi di resistenza, secondo l’obiettivo di queste operazioni concordate con Israele e con i consulenti statunitensi, non ha smesso/cessato di produrre una serie di incidenti: tanto in Nablus quanto in Jenin ci sono stati violenti confronti tra le forze di sicurezza e militanti delle Brigate di al-Aqsa o della Jihad. Ci sono stati feriti e morti, inclusi passanti che caddero sotto le pallottole di giovani reclute visibilmente mal addestrate dai giordani.

Questi incidenti hanno caratterizzato la fine del periodo, iniziato nell’ottobre del 2000, della resistenza armata in Cisgiordania. Furono infatti l’ultimo segnale di rigetto, per i propri combattenti, della politica di disarmo iniziata dall’Autorità Palestinese che condusse a varie centinaia di membri della Brigata al-Aqsa (250 nel 2008 solamente nel distretto di Nablus) a rinunciare pubblicamente alla lotta armata in Cisgiordania in cambio di un’amnistia da parte di Israele, e a centinaia di membri di Hamas a deporre le armi sotto la pressione delle forze di sicurezza. E’ difficile ottenere stime fidate, visto che le cifre variano molto secondo le fonti, ma si potrebbe stabilire che sono stati circa 2.000 membri o simpatizzanti di Hamas quelli che sono stati imprigionati dalla AP durante gli ultimi due anni.

Inoltre è importante segnalare qui che ci sono relativamente pochi incidenti armati durante il fermo dei militanti di Hamas, a differenza di quello che succede con la Jihad e a volte incluso con le Brigate, che sembra confermare che Hamas ha deciso di evitare un confronto con la AP in Cisgiordania e una battaglia inutile per le
“zone autonome”in realtà controllate da Israele. Sembra proprio che Hamas si conformi a “gestire”la Striscia di Gaza (19).

In sintesi, la ricostruzione del sistema di sicurezza sotto il governo di Fayyad è l’espressione di una nuova “fase”dell’Autorità Palestinese: le ambiguità che esistevano con Arafat sono state eliminate definitivamente: autentici sostituti delle forze di occupazione israeliana, i servizi palestinesi di sicurezza ottengono anche il riconoscimento delle autorità coloniali. Lo dice il generale statunitense Keith Dayton, il grande architetto del rifacimento dei servizi palestinesi di sicurezza:

“Non so quanto voi sapete di questo, ma durante l’ultimo anno e mezzo i palestinesi si sono impegnati in (…) ciò che chiamano offensive della sicurezza in tutta la Cisgiordania, sorprendentemente ben coordinati con l’esercito israeliano, in uno sforzo serio ed elevato diretto al ristabilimento della legge e dell’ordine (…) e alla riabilitazione dell’Autorità Palestinese. Prima in Nablus, poi in Jenin, Hebron e Belen, hanno richiamato l’attenzione del establishment militare israeliano grazie alla propria dedizione, alla propria disciplina, alla propria motivazione e ai propri risultati”(20)

Tenendo conto l’insieme di questi elementi è possibile interrogarsi sul futuro del movimento nazionale. Nella parte seguente cercheremo di avanzare ipotesi piuttosto che apportare risposte che si augurino profetiche mentre sono la instabilità e l’incertezza quelle che caratterizzano il periodo attuale.

III. Che futuro per il movimento nazionale?( 21)

Fatah (22)

Gli Accordi di Oslo e la formazione della AP furono una rottura fondamentale per il movimento nazionale palestinese, riducendo la questione palestinese a quella dei palestinesi della Cisgiordania e di Gaza e fissando come principali mansioni di Fatah la costruzione di un sistema di Stato senza Stato e la cooperazione con Israele, a volte a marcia forzata, con il fine di ottenere vantaggi nella struttura del processo negoziato, con l’aggravio della lotta quotidiana contro l’occupazione e per il ritorno dei rifugiati.

Queste sono le dinamiche che si registrarono durante l’ultimo congresso di Fatah (agosto 2009), che più che dare il segnale di un nuovo inizio ha giocato un ruolo rivelatore. I militanti di Fatah, attori della lotta di liberazione, sono una minoranza nella nuova direzione. La maggioranza del Comitato Centrale del movimento eletto nel 2009 si compone in realtà di puri prodotti degli “anni di Oslo” e del sistema della AP, anche nel caso abbiano un passato militante: Ministri, ex ministri, ex assessori di Arafat, assessori di Abu Mazen, ex responsabili delle forze di sicurezza, “negoziatori”, alti funzionari…..Tutto l’indicatore del “personale politico di Oslo”è là.

D’altra parte, la forte presenza di rappresentanti del settore economico e del settore della sicurezza è il riflesso della politica della AP da che fu presa dal duo Abbas-Fayyad.

Altri elementi confermano questa tendenza: la quasi sparizione, nel Comitato Centrale, dei rappresentanti dei palestinesi all’estero, sopra i quali la AP non esercita nessuna giurisdizione (un solo eletto, il sultano Abu al-Aynan, dirigente di Fatah in Libano)e dei palestinesi della Striscia di Gaza che la AP “perse” nel giugno 2007; la non elezione (segnalata) di Hussam Khadr , figura rispettata di Fatah, conosciuto per le sue attività militanti e le sue critiche alla politica della AP; e il “ripescaggio” all’ultimo momento che ha permesso a at-Tayyib Abdul Rahim, assistente del presidente Abas, di “conquistare” 26 voti e finalmente essere eletto dal Comitato Centrale mentre inizialmente si dava per eliminato…..

Con il passaggio del movimento di liberazione nazionale a principale attore della costruzione del sistema di Stato sotto l’occupazione, Fatah già non è un’organizzazione politica che può pretendere di rappresentare in maniera coerente il popolo palestinese. Il Congresso di Belen, nell’agosto 2009, ha sanzionato questo stato di cose, incluso anche se l’organizzazione ancora conta con numerosi militanti e dirigenti onesti e sinceri: Fatah è un agglomerato di baronie locali e reti clientelistiche, quasi mafiose, sotto un potere non eletto che non mette in dubbio di censurare l’informazione, accusare, rinchiudere o addirittura assassinare i propri oppositori quando non li consegnano ad Israele nelle operazioni comuni.

La sinistra negli anni di Oslo

Con gli Accordi di Oslo gli israeliani e gli statunitensi ottennero di escludere la OLP a beneficio della AP. Così la OLP, che rappresentava i palestinesi che vivevano nei Territori Occupati e quelli della diaspora, si convertì in un riferimento senza un ruolo politico né capacità decisionale, i quali furono confiscati da Arafat ed il piccolo gruppo di fedeli provenienti o no dalla OLP che costituirono l’Autorità Palestinese….

Il programma politico dell’Autorità Palestinese si fissò con gli Accordi di Oslo: negoziare con Israele (promettendo al popolo palestinese che ciò avrebbe portato a uno Stato indipendente con la propria capitale in Gerusalemme), garantire la sicurezza dello Stato di Israele contro qualsiasi attacco di origine palestinese ed assumere le responsabilità di gestione della vita quotidiana dei palestinesi nelle zone autonome.

I gruppi politici della sinistra palestinese, contrari al processo di Oslo, rapidamente considerarono che Oslo “era un fatto e non restavo altro che accettarlo”. Appartenevano alla OLP e giustificarono il loro atteggiamento per la propria volontà di non dividersi dal processo condotto direttamente dall’Autorità Palestinese. L’FPLP, l’FDLP e il PPP non tardarono ad integrarsi nel gioco politico strutturato dalla AP. Tuttavia oggi membri dell’FDLP e del PPP sono membri del governo di Fayyad, a cui per propria parte l’FPLP ha rifiutato di unirsi…..

La debolezza delle organizzazioni della sinistra palestinese si dimostra in tutti i sondaggi e in tutte le elezioni, e questo coincide con le osservazioni che si possono fare sul territorio: debolezza delle manifestazioni organizzate, assenza delle apparizioni pubbliche (23), assenza di diffusione di una stampa militante. Difficile da credere quando si conosce la storia di questi movimenti: questi partiti ora esistono principalmente, specie in Cisgiordania, per la diffusione di comunicati e per i loro siti Web.

Come spiegare questo degrado della situazione delle organizzazioni che hanno conosciuto un autentico boom durante la Prima Intifada? Le aspettative del popolo palestinese non sono cambiate da Oslo. Alle loro precedenti esigenze si aggiunge quella di migliorare le attività della AP nelle zone autonome, contrassegnate dalla corruzione e dall’incompetenza. Finire con questa situazione è diventato essenziale. Ma questi problemi preoccupano poco le correnti politiche di sinistra. Solamente qualche personalità ha cercato di dirlo, ma sono stati esclusi da qualsiasi organizzazione collettiva e sono stati facilmente contraddetti dalla AP, come quelli che firmarono l’appello dei 20 (contro la corruzione e la capitolazione della AP) alla fine del 1999, molti dei quali furono arrestati per ordine di Arafat.

Ammesso anche dai propri dirigenti, si è approfondito un vuoto considerevole tra il popolo palestinese e le organizzazioni politiche. Le direzioni dei partiti politici in realtà hanno agito solamente reagendo alle iniziative della AP e di Arafat. Si può misurare questo allontanamento delle preoccupazioni popolari attraverso le pratiche che queste organizzazioni condivisero con la AP nella costruzione e nell’amministrazione burocratiche dei movimenti di massa.

Prendiamo il caso dei sindacati, di cui il più importante è la Federazione Generale Palestinese dei Sindacati (PGFTU). E’ un sindacato unificato. Dopo Oslo, si giunse all’unificazione imponendo quote di rappresentanza delle quattro principali correnti politiche nazionali: Fatah, l’FPLP, l’FDLP e il PPP. In ambito nazionale, il PGFTU ha ramificazioni professionali e distretti territoriali , la ripartizione dei ruoli rispettò queste proporzioni. A tutti i livelli i segretari generali appartengono a Fatah, i più devono adattarsi a partecipare alle istanze direttive assegnate. Fatah è in una situazione dominante mentre le altre correnti, specialmente la PPP che aveva una tradizione di sindacalismo, ha visto considerevolmente diminuita la propria influenza dopo il vertice.

Così dunque il PGFTU è totalmente sotto l’autorità di Fatah. Per la propria presenza, nata da un compromesso burocratico, le altre organizzazioni della OLP legittimano questo meccanismo. Il processo democratico dentro il sindacato è inesistente, né elezioni né programmi suscettibili ad aumentare la partecipazione dei lavoratori. L’attività del sindacato si limita generalmente a risolvere le situazioni individuali dei conflitti tra padroni e lavoratori.

La situazione del movimento di difesa dei diritti delle donne è anche istruttiva. La Palestinian Women General Federation è stata creata dopo Oslo. E’ il risultato della cooptazione di tutti i comitati delle donne appartenenti alle differenti organizzazioni politiche, con molta poca implicazione con le donne palestinesi che si confrontano con le disuguaglianze in tutti gli ambiti della società. Altre organizzazioni di donne si sono riciclate in ONG, accettando così di convertirsi in organizzazioni che forniscono servizi alle donne della comunità palestinese. Ma devono farlo conformemente ai programmi decisi dai finanziatori stranieri che hanno trasformato le organizzazioni in prestatori di servizi e alle donne in beneficiarie passive, incrementando la differenza tra la massa delle donne delle donne e la direzione cooptata del movimento.

Anche il ruolo del movimento studentesco si è ridotto in modo consistente. Mentre fu una autentica sorgente di dirigenti politici, specialmente negli anni 80, che pesava negli orientamenti politici dei differenti partiti perché giocava un ruolo importante tra la lotta contro l’occupazione, ora non è più che un riflesso delle relazioni di forze tra le differenti frazioni politiche.

Questa è la realtà delle “organizzazioni di massa” in Palestina, una debolezza dovuta da una parte alla sua dipendenza ai partiti politici ed alle strutture cooptate, e dall’altra alla propria dipendenza della AP dai donatori stranieri che hanno pagato milioni di dollari di sovvenzioni per creare un collettivo passivo di beneficiari dipendenti dai vantaggi consentiti e non un movimento di attori della lotta per i suoi diritti.

Dovuto all’assenza di sviluppo di vere organizzazioni di massa, le forze politiche hanno ridotto la propria azione ad un attivismo sociale focalizzato a rispondere alle petizioni di aiuto di fronte ai problemi quotidiani, disertando il terreno di lotta politica e lasciando ad un Autorità corrotta il compito di chiudere la lotta nazionale nel vicolo senza uscita delle negoziazioni interminabili con Israele.

Qui non si tratta, ovviamente, di dare giudizi di valore sulla politica che portano a capo le organizzazioni di sinistra. La maggior parte delle riflessioni precedenti procedono da discussioni con militanti e dirigenti di queste organizzazioni, tra i quali ogni volta ci sono sempre più sostenitori per un esame critico sugli anni di Oslo, anche se queste critiche ancora non hanno una traduzione organizzativa.

Una ricostruzione in corso?

L’isolamento della Striscia di Gaza e la frammentazione della Cisgiordania in varie decine di entità territoriali separate l’una dall’altra da posti di controllo israeliani che riducono notevolmente qualsiasi attività economica, sociale e politica, mette a confronto tutti quelli e quelle che desiderano proseguire la resistenza, in una forma o nell’altra, con una difficoltà principale: non solamente le situazioni cambiano a secondo delle zone autonome, ma anche soprattutto risulta ogni volta più difficile, in queste condizioni, sviluppare un progetto politico “nazionale”. Le difficoltà per smuoversi, per riunirsi, per portare a capo attività comuni nel complesso del territorio…ci sono molti fattori che pongono grandi ostacoli a qualsiasi persona che pretenda di organizzare una resistenza unificata nell’insieme dei Territori Palestinesi.

La repressione israeliana continua: le incursioni, i bombardamenti, gli assassinii extraprocessuali…sono un esercito. Inoltre attualmente ci sono 12.000 detenuti palestinesi nelle prigioni israeliane, e a parte alcune “mediatiche” liberazioni, questo numero non cessa di crescere. A titolo di comparazione, con relazione al numero di abitanti, è come se la Francia avesse 200.000 prigionieri politici…

L’asfissia economica conduce all’immensa maggioranza degli abitanti dei Territori Palestinesi a preoccuparsi più della sopravvivenza che della lotta di liberazione: la disoccupazione endemica e l’aumento dei prezzi (numerosi prodotti di prima necessità hanno duplicato i propri prezzi nello spazio di un anno..) gravano sul collettivo delle popolazione palestinese ed hanno come conseguenza una dicotomia ogni volta più importante tra i problemi quotidiani e la lotta di liberazione nazionale, così come una crescita delle ideologie e dei comportamenti individualistici.

Questa situazione porta a gravi danni psicologici. Presi dal quotidiano, prigionieri nelle proprie “zone autonome”, i palestinesi hanno sempre più difficoltà per proteggersi nel tempo e nello spazio, la qual cosa ha conseguenze enormi: una ritirata verso la città, il villaggio, il campo, la famiglia….e l’impossibilità di pensare in progetti a medio o lungo termine. Le condizioni penalizzano duramente chi cerca di pianificare un progetto collettivo di liberazione che implichi necessariamente una visione liberata dall’evenienza del quotidiano e di qualsiasi forma di ripiego locale e/o familiare.

La “Seconda Intifada” è morta e sotterrata. Si è conclusa con un enorme sconfitta militare, politica ed ideologica. Istintivamente prendono forma molti interrogativi che si basano, di fatto, sulla questione nazionale palestinese alla luce degli eventi occorsi nel 1948 e di tutto quello accaduto da allora, nella società e tra molti militanti e le forze politiche. Questi interrogativi si potrebbero riassumere in cinque questioni generiche anche se il dibattito non è organizzato e formulato chiaramente, ma più diffuso, nel complesso dei Territori Palestinesi:

Cosa significa attualmente la rivendicazione dello Stato Palestinese indipendente insieme ad Israele, anche se in forma transitoria? La Cisgiordania è integrata con Israele economicamente, politicamente e demograficamente. In queste condizioni è pertinente la rivendicazione di uno Stato indipendente che per Israele non ha mai significato altro che demarcazioni, isolate e circondate da muri, senza nessuna viabilità?

Che organizzazione per la resistenza popolare, che implica il raggruppamento del popolo palestinese, al movimento sindacale ed associativo, alle forze politiche…ed alla resistenza armata?

Come riunificare il collettivo del popolo palestinese? Il popolo palestinese è, in effetti, fortemente diviso: palestinesi d’Israele (attualmente 1,1 milioni), palestinesi di Cisgiordania e Gaza (quasi 4 milioni), palestinesi di Gerusalemme (250.000) e palestinesi esiliati (più di 6 milioni).

Che quadro politico per il Movimento di Liberazione Nazionale? La divisione del movimento indebolisce considerevolmente la lotta e la costituzione di un quadro comune, al di là della vecchia OLP, che pianificò la questione della resistenza e del combattimento per la liberazione e non quello della gestione delle zone autonome concesse da Israele, il cui è anche uno stadio non solamente poco avanzato se non anche apertamente rallentato.

Che alleanza sviluppare con il movimento di solidarietà internazionale affinchè questa solidarietà sia politica e non caritativa, efficace e non unicamente simbolica? E specialmente, come conseguire che il conglomerato del movimento di solidarietà recuperi il tema di consenso nel movimento associativo, sindacale e politico palestinese, quello del boicottaggio totale (economico, diplomatico, accademico, culturale….) a Israele?

Nel giugno 2009, vari militanti e dirigenti della sinistra organizzarono una conferenza internazionale a Ramalla affermando la propria volontà, al di là delle divisioni tradizionali tra le organizzazioni di sinistra, di stabilire le basi di una nuova sinistra palestinese nazionalista, democratica e progressista. L’iniziativa ha avuto un eco significativo e centinaia di persone provenienti dalle diverse correnti e dalle ONG “non corrotte” parteciparono ai dibattiti che furono discussi per la questione che ho appena citato. Il fronte che doveva costituirsi, Tayyar, ancora non ha visto la luce a causa della mancanza di mezzi economici, di impianti locali e di un certo numero di chiarificazioni ideologiche. Ma questa iniziativa segnala le potenzialità della situazione e la disponibilità di numerosi militanti palestinesi sinceri a rifondare una sinistra assumendo gli insegnamenti dei fallimenti precedenti.

Il progetto sionista porta con sé la negazione, e quindi la distruzione, della società e della identità palestinese. Il fallimento della “Seconda Intifada”, la debolezza della AP, il percorso di Hamas…..riducono considerevolmente i margini della manovra di cui ancora vogliono resistere contro vento e marea. Senza dubbio, specialmente intorno ai militanti o ex militanti del FPLP o di Fatah, si prendono numerose iniziative, soprattutto nei campi dei rifugiati, in cui si incontrano quelli che non hanno niente da perdere con una “tregua” che sfoci in un accordo parziale. Il suo obiettivo è doppio:

Mantenere, costi quel che costi, le rivendicazioni essenziali del popolo palestinese, e in particolare quella del diritto al rientro dei rifugiati. Questo passa attraverso l’organizzazione delle assemblee, incontri tra più e meno giovani accusati in altri tempi dalle milizie sioniste, manifestazioni di strada…..atte a trasmettere l’eredità e dando visibilità a questa rivendicazione.

Al di là di tutto si tratta semplicemente di resistere di fronte all’impresa sionista del “sociocidio”(24), rendendo sensata l’azione collettiva, combattendo con i ripiegamenti individualistici, mantenendo e ricostruendo lo spirito della resistenza in un periodo di regressione: associazioni di donne, cooperative agricole, sindacati indipendenti dalla AP, comitati di famiglie di prigionieri, comitati cittadini, centri culturali nei campi di rifugiati…

Si tratta, spesso oltre le divisioni politiche, di mitigare la sconfitta della AP e dei partiti politici, di salvare il salvabile della società palestinese e di ricostruire così, progressivamente, lo spirito della resistenza, ed inoltre di preparare le future generazioni per la lotta.

In effetti, tutto il mondo sa che in una società in cui più del 50% della popolazione è minore dei 15 anni, la realtà sarà rapidamente la ragione delle promesse dei Lendemains qui chanten (“domani che cantano”, titolo dell’autobiografia di Gabriel Peri, eroe della resistenza francese fucilato dai tedeschi, N.di T.), e non saranno i servizi della AP o le forze di sicurezza di Hamas che impediranno che una nuova generazione si ribelli contro i propri oppressori israeliani ma anche, nel caso, palestinesi.

Quando? Nessuno può dirlo esattamente. Ma certo è che la popolazione non aspetterà la rifondazione del movimento nazionale, del suo programma e la sua strategia o un accordo tra le forze palestinesi per tornare a ribellarsi. La riscossa di questi ultimi eventi, così come il risultato delle iniziative sopra descritte, sarà quello da cui dipenderanno, in gran parte, la configurazione ed il risultato di questa rivolta.

Note

1) Il mandato presidenziale di Mahmud Abbas è scaduto ufficialmente nel gennaio 2009

2) La lista con a capo Fayyad ottenne solamente il 2,4% dei voti nelle legislative del 2006. I governi che ha diretto dal 2007 non hanno mai ottenuto l’obbligatorio dei voti di fiducia del Consiglio Legislativo Palestinese.

3) Non si tratta di minimizzare, ma al contrario, l’occupazione di Hamas

4) Articolo di febbraio 1994 citato in T.Rinhart, “Destruire la Palestine”, La Fabrique 2002, p.42

5) Vease Gilbert Achcae, “Le sionisme et la paix, du Plan Allon aux Accords de Washington”,in Achar, “L’Orient incandescente, le MOyen-Orient au miroir marxiste”, Page deux, Lausanne 2003

6) “Address to the Knesset by Prime Minister Rabin on the Israel-Palestinian Interim Agreement”, 5 ottobre 1995, disponibile (in inglese) nel sito web del ministero degli Affari Esteri Israeliano.

7) “Checkpoints and Barriers: Searching for Livelihoods in the West Bank and Gaza”, disponibile (in inglese) nel sito web della Banca Mondiale

8) Si veda il mio articolo Comment les Etats-Unis ont organise une tentative de putsch contre le Hamas.

9) Si veda il mio articolo L’echec programme du plan silence contre nourriture

10) Si veda il mio articolo Les dynamiques èconomiques palestiniennes (1967-2009)

11) Palestinian Reform and Developement Plan y Palestinian Central Bureau of Statistics, PCBS, http://juliensalingue.over-blog.com/ext:/http// www.mop.gov.ps/web files/issues file/PRDP-en.pdf

12) Cifre del Bureau Centrale di Statistiche Palestinese (PCBS) e del FMI.

13) Si veda, rispetto alla Conferenza Palestinese degli Investimenti, i miei articoli Mahmoud Abbas et Salam Fayyad s’occupent de tout: you can do business in Palestine (maggio 2008)e Ils sont en train de vendre ce qui reste de la Palestine (maggio 2008)

14) Si veda l’ampio reportage dell’International Crisis Group, ”Squaring the Circle:Palestinian Security Reform under Occupation” (settembre 2010) http://juliensalingue.over-blog.com/ext/http://www.crisisgroup.org/en/regions/middle-east-north-africa/israel

15) Hussein Agha e Ahmad S.Khalidi, A Framework for A Palestinian National Security Doctrine, Chatam House, Londra, 2006, pp. 84-86.

16) Si veda la nota 11.

17) Ending the occupation, Establishing the State, http://juliensalingue.over-blog.com/ext/http://www.mop-gov.ps/issues_main.php?id=13

18) Ibid, p.16

19) La situazione di Gaza ed Hamas meriterebbe, come indicato sopra, un articolo intero. Senza dubbio si può segnalare qui che Hamas si trova in una posizione relativamente contraddittoria: corrente politica che si costituì negli anni 90 e 2000 in rifiuto alla AP e Oslo, attualmente è in una posizione di amministrazione dell’apparato della AP a Gaza che si assomiglia, se non erro, alla gestione anteriore dello stesso apparato da parte di Fatah (monopolio dei servizi di sicurezza, repressione contro gli oppositori, sviluppo del clientelismo…). Si veda al rispetto, di Yezid Sayigh, “Hamas Rule in Gaza: 3 years on”, http://juliensalingue.over-blog.com/ext/http://www.brandeis.edu/crown/publications/meb/meb41.html

20) Discorso del generale Dayton nel Washington Institute for Near East Policy, 7 maggio 2009, http://juliensalingue.over-blog.com/ext/http://www.washingtoninstitute.org/html/pdf/DaytonKeynote.pdf

21)Recupero qui una parte delle riflessioni intavolate con Pierre-Yves Salingue e Ayashah Handal nel settembre 2002 sotto il titolo Palestine: Quel avenir pour le mouvement National de liberation?

22) Si veda il mio articolo Congrès de Bethléem: la seconde mort du Fatah

23) Con l’eccezione notevole della festa annuale del FPLP a Gaza

24) Si veda, di Saleh Abdel Jawad, “La politique israelienne envers le peuple palestinien: un sociocide”, pubblicato su Imprecor numero 517, http://juliensalingue.over-blog.com/ext/http://orta.dynalias.org/imprecor/article-imprecor?id=185

Titolo originale: “Reflexiones sobre la ocupación israelí, la Autoridad Palestina y el futuro del movimiento nacional”. (Traduzione dall’originale francese allo spagnolo di Caty R. per Rebelion.org)

Fonte: http://juliensalingue.over-blog.com/
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10.11.2010

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ADRIANA DE CARO

Pubblicato da Das schloss