Home / Spazio utenti / REPRESSIONE FINANZIARIA, POTERE MONETARIO E CANCELLAZIONE DEL DEBITO

REPRESSIONE FINANZIARIA, POTERE MONETARIO E CANCELLAZIONE DEL DEBITO

DI STEFANO D’ANDREA

riconquistarelasovranita.it

1. Repressione finanziaria come situazione e come regime giuridico. 2. Una lunga stagione di repressione finanziaria. 3. Contro la cancellazione del debito pubblico. 4. La giustizia del regime di repressione finanziaria. 5. Il regime giuridico italiano di repressione finanziaria. 6. Conclusioni e proposte.

1. Repressione finanziaria come situazione e come regime giuridico.

Repressione finanziaria è espressione sconosciuta ai più.

Nell’uso volgare indica due diversi fenomeni: una situazione, creata da un’azione politica; e l’azione politica che la genera. Con la formula “azione politica” alludo all’emanazione e alla vigenza di un insieme di norme giuridiche volto a reprimere la redditività del capitale finanziario messo a rendita.

Repressione finanziaria è la situazione in cui il risparmio non genera rendite, o meglio genera rendite molto basse, inferiori al tasso d’inflazione. Nella situazione di repressione finanziaria, il tasso d’interesse reale dei titoli del debito pubblico (reale vuol dire che è corretto dall’inflazione) è negativo.

2. Una lunga stagione di repressione finanziaria.

Un recente e approfondito studio, promosso dal FMI, ha constatato che tra il 1946 e il 1980 il tasso medio di interesse reale sui titoli di stato delle economie avanzate è stato negativo (-1,6%); negativo è stato anche il tasso reale di sconto (-1,1%) (1).

I tassi di interesse reali negativi comportano una diminuzione dello stock di debito, senza che, per estinguere il debito, sia necessario utilizzare enormi entrate fiscali o tagliare la spesa pubblica. Mantenendo i tassi nominali al di sotto dell’inflazione si riduce il valore (reale) del debito, spostando ricchezza dai creditori ai debitori. In Italia, tra il 1945 ed il 1955, il debito pubblico scese dal 66.9% al 38.1% del PIL. In Gran Bretagna dal 215.6 al 138.2% (2).

3. Contro la cancellazione del debito pubblico.

Il dato della Gran Bretagna ma anche quello dell’Italia sono di fondamentale importanza. Essi gettano discredito sulle tesi di coloro che troppo semplicisticamente sostengono che il debito pubblico debba essere cancellato. Alla medesima conclusione si giunge se si osserva la condizione attuale del Giappone, che ha un debito pubblico pari al 230% del PIL e non pensa minimamente di cancellarlo.

La tesi della cancellazione del debito pubblico, apparentemente estremistica, in realtà finisce per considerare il debito pubblico alla stessa stregua del debito privato e dunque muove da una ipotesi fallace. Se il debito pubblico fosse davvero in tutto e per tutto identico al debito privato, probabilmente si dovrebbe prendere atto che un alto debito pubblico genera interessi insostenibili. Ma la premessa è sbagliata e pertanto le proposte di cancellazione del debito finiscono per costituire un caso macroscopico di introiezione da parte dei dominati dell’ideologia dominante, la quale rivela di esser divenuta tanto egemone da poter penetrare, da ideologia dei dominanti, nella mente dei dominati.

Qual è la differenza tra i due debiti? Risiede in ciò, il titolare del debito pubblico è colui che ha il potere di disciplinarlo, mentre il titolare di un debito privato non ha il potere di disciplinare il proprio debito. Per recare un semplice esempio, in caso di uscita dall’Unione europea (non si può unilateralmente uscire dal solo euro), una modesta inflazione, nella misura del 6-7%, comporterebbe in breve tempo una riduzione del debito, in ragione del fatto che una buona parte del debito pubblico è a tasso fisso (inferiore al 6-7%). Ma vedremo tra breve in quali modi e con quali tecniche uno Stato sovrano può imporre tassi d’interesse reali inferiori all’inflazione e tenere sotto controllo il debito pubblico, il quale cessa così di essere un problema.

Inoltre, la ragion d’essere del regime di repressione finanziaria – che è un severo regime di lotta alla rendita – risiede proprio nel fatto che lo stato paga sicuramente. Lo Stato italiano ha pagato sempre e, salvo forse in un episodio, puntualmente. Dunque che cosa rischia chi investe in titoli del debito pubblico di uno stato che adotta (e può adottarlo perché stato sovrano), un regime giuridico di repressione finanziaria? Niente, perché lo stato pagherà, come ha sempre pagato. Gli stati che rischiano di andare in default sono soltanto gli stati che non adottano il regime di repressione finanziaria, sempre che non decidano di adottare tardivamente quel regime.

Una regola aurea della finanza è che dove non c’è rischio non deve esserci guadagno. In caso di default, verrebbe meno questa certezza di rischio zero e per lungo tempo lo Stato italiano dovrebbe pagare interessi reali positivi per attrarre il risparmio dei cittadini e degli stranieri. Chi vorrebbe dare soldi a un tasso d’interesse reale negativo a uno Stato che ha dimostrato di non pagare i propri debiti?

Quindi esistono validissime ragioni per le quali i ceti popolari e medi dovrebbero essere contrari, fin quando è possibile, alle proposte pseudo-estremistiche che propugnano un default rilevante (una sospensione o postergazione di sei mesi in situazione di crisi drammatica, per esempio al momento dell’uscita dall’Unione europea o, come è più probabile, in occasione della implosione di questa organizzazione internazionale, è invece pienamente accettabile). Non bisogna ulteriormente indebolire lo Stato, la fiducia nel medesimo e la considerazione della quale esso gode presso i cittadini. I ceti popolari e medi hanno bisogno dello Stato. Perciò, pian piano, è necessario muovere in direzione contraria a quella perseguita negli ultimi trenta anni e promuovere il ruolo dello Stato nella vita economica, sociale e politica della nazione.

4. La giustizia del regime di repressione finanziaria

Un singolo cittadino, dotato di risparmio, può investire in un’impresa locale o acquistare azioni, correndo il rischio che l’impresa non produca utili o che i titoli azionari perdano molto valore; o può prestare i soldi ad un privato che conosce o ad una impresa che emette obbligazioni, con il rischio di non riavere indietro i soldi o almeno parte di essi. Oppure può tenere il denaro in un conto corrente, perdendo certamente in valore reale, perché gli interessi saranno inferiori all’inflazione. Oppure può tenere il denaro sotto le mattonelle ma rischierà di subire una rapina e di perdere tutti i soldi. L’alternativa è prestare i soldi allo Stato, ricevendo in cambio titoli vendibili; in tal caso lo Stato si farà pagare tra l’1,5 e il 2% per il servizio di “assicurazione” e perché preserverà in parte il risparmio dall’inflazione; ed è giusto che le cose stiano così. Dico che dovrà pagare tra l’1,5% e il 2%, perché, nel nostro ordinamento, questo dovrebbe essere il giusto differenziale tra i tassi di interessi nominali e il tasso di inflazione, posto che la nostra costituzione (art. 47 Cost.) impone di tutelare il risparmio. Lo Stato nominalmente pagherà interessi ma in termini reali guadagnerà in ragione dell’inflazione maggiore del tasso nominale.

In regime di repressione finanziaria, non sussiste nemmeno l’ingiustizia di prelevare con le imposte a tutti i cittadini, compresi coloro che sono sprovvisti di risparmio, le somme da restituire, con interesse, ai risparmiatori che hanno finanziato la spesa pubblica. In realtà, il valore che questi ultimi avranno indietro sarà mediamente inferiore al potere di acquisto della moneta al tempo dell’emissione dei titoli, sicché si ha piuttosto una redistribuzione di ricchezza da coloro che sono dotati di risparmio a coloro che ne sono privi, anziché il contrario.

Qualcuno, detentore di risparmi consistenti e non intenzionato ad investire o a prestare assumendo il rischio della mancata restituzione, potrebbe credere di avere interesse alla mancata adozione di un regime di repressione finanziaria. Ma quel qualcuno, salvo che sia un ricco possidente, sbaglia. I quattro o cinquemila euro che un risparmiatore dotato di duecentomila euro, e che preferisca i titoli del debito pubblico, perderebbe se abbandonassimo l’attuale regime dei rentiers, sarebbero compensati: da maggiori possibilità che i figli o i nipoti trovino un lavoro; da più alti redditi da lavoro, in ragione del fatto che il denaro risparmiato dallo Stato sul pagamento degli interessi sarebbe in parte domanda pubblica e in parte, per la possibilità di diminuire le imposte, domanda privata, con conseguente aumento della produzione e dell’occupazione (più ci si avvicina alla piena occupazione e più i salari salgono); da maggiori profitti o compensi, se è titolare di un’impresa o svolge comunque un’attività autonoma, perché le minori imposte genererebbero maggiore domanda; dal fatto che non vedrebbe scomparire tribunali ed ospedali dalla propria città; e così via.

Insomma, bisogna decidere se si vuole una società fondata sulla rendita o una società nella quale lo Stato paga certamente i crediti per prestiti ad esso concessi e quindi, dove, essendo zero il rischio, non vi deve essere rendita, bensì modesta perdita per il servizio di parziale tutela dall’inflazione e di assicurazione contro i furti.

Si tratta di combattere la rendita e in fondo di dar vita a una rivoluzione “borghese”, più simile alla rivoluzione francese che a quella d’ottobre. Se siamo (tornati) al tempo (ancien régime) in cui la società è dominata dalla rendita (parassitaria, allora terriera, oggi finanziaria), dobbiamo accettare che questa è la battaglia da combattere nella nostra epoca.

5. Il regime giuridico italiano di repressione finanziaria.

Il regime di repressione finanziaria, che è stato vigente in Italia fino ai primi anni ottanta, era fondato su poche norme e principi giuridici.

A) Fino al 1975 la Banca d’Italia aveva la facoltà – si badi, facoltà, non obbligo – di effettuare acquisti di titoli di Stato sul mercato primario, ossia al momento dell’emissione dei titoli (art. 41, n. 4 dello Statuto allora vigente).

Una convenzione tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia del 1975, recepita in una delibera del Comitato Interministeriale per il Credito e per il Risparmio (autorità creditizia ausiliare del Governo, di seguito CICR) del 21 marzo 1975, imponeva alla Banca d’Italia di rendersi acquirente di tutti i BOT non collocati nel mercato. L’obbligo non era previsto a livello legislativo, bensì a livello di delibere del CICR.

L’obbligo è venuto meno nel 1981 con il cosiddetto divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, per accordo tra Andreatta, allora Ministro del Tesoro, e Ciampi, allora Governatore della banca d’Italia. Per estinguere l’obbligo non fu necessaria una legge ma una “lettera” di Andreatta a Ciampi, seguita, da un provvedimento del Ministro del Tesoro. In questo modo si tornava alla facoltà della Banca centrale di acquistare titoli. Stranamente non fu necessaria nemmeno una delibera del CICR, bensì un semplice provvedimento del Ministro.

Oggi non ci può essere obbligo e non ci può essere facoltà, nel senso che una legge italiana, deliberata dal Parlamento italiano, anche all’unanimità, la quale volesse reintrodurre l’obbligo o la facoltà per la Banca d’Italia di acquistare titoli di Stato, violerebbe l’art. 117 della Costituzione, che impone di legiferare nel rispetto dei vincoli comunitari (ma il principio della prevalenza del diritto comunitario – ora dell’Unione – sulla legislazione ordinaria italiana era stato già accolto dalla nostra Corte Costituzionale molto prima della modifica dell’art. 117 Cost.). Infatti, l’art. 104, comma 1, del Trattato di Maastricht, ora art. 123 del TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione europea), vieta “l’acquisto diretto presso di essi” – ossia presso gli Stati membri – “di titoli di debito da parte della BCE o delle Banche centrali nazionali”.

La Banca centrale, adempiendo l’obbligo o, ancor prima, esercitando la facoltà di acquistare i titoli di stato, creava una domanda di titoli del debito pubblico e abbassava i tassi. Anzi, nel periodo più critico per l’economia, quando appunto venne introdotto l’obbligo, era il Governo a decidere senz’altro i tassi di interesse.

B) Il Tesoro poteva ricorrere a una particolare forma di indebitamento, costituita dallo scoperto del conto corrente di Tesoreria intrattenuto con la Banca d’Italia. La disciplina era contenuta nell’art. 2 del D. lgs. 7 maggio 1948, n. 544. L’utilizzo dello scoperto era consentito, formalmente (solo formalmente) a fini di equilibrio di cassa nella misura del 14% (fino al 1965 la percentuale era del 15%) delle spese finali del bilancio di competenza, quali risultavano dalla legge di approvazione annuale e successive modificazioni. Era una forma di credito automatico al Tesoro, verificato con riscontro mensile, che, a rigore, eliminava la illimitata possibilità dello Stato di finanziarsi presso la Banca d’Italia (3). L’interesse era fissato nella misura dell’1% (anche quando l’inflazione era del 10 o 20%!) e le spese di tenuta del conto erano forfettarie e avevano carattere simbolico. Ora è evidente, che al di là della formale enunciazione delle esigenze di cassa, l’enormità dello scoperto e la convenienza dell’interesse (1%) rispetto ad altre forme di finanziamento, spingevano lo Stato a sfruttare lo scoperto e di fatto assegnavano all’istituto una seconda funzione: si trattava a tutti gli effetti di un importante mezzo di finanziamento del fabbisogno dello Stato. Ricorrendo allo scoperto, lo Stato doveva emettere meno titoli e quindi incontrava più difficilmente problemi di scarsità della domanda, con la conseguenza che, indirettamente, il ricorso allo scoperto incideva anche sul livello dei tassi di interesse, abbassandoli.

Il limite massimo dello scoperto non poteva essere superato, salvo ricorrendo a un’anticipazione straordinaria, che però doveva essere autorizzata da una legge. Una volta si ricorse anche a un’anticipazione straordinaria, con la L. 24 gennaio 1983, n. 10. La durata dell’anticipazione venne fissata in dodici mesi. Mentre il tasso d’interesse non venne stabilito dalla legge in questione, la quale demandò la decisione ad un decreto del Ministero del Tesoro, ossia alla decisione del debitore!

La possibilità di ricorrere ad anticipazioni e quindi di godere di uno scoperto è stata soppressa dall’art. 1 della L. 26 novembre 1993, n. 483, il quale prevede che “la Banca d’Italia non può concedere anticipazioni di alcun tipo al Tesoro” (4). L’art. 1 è stato emanato in applicazione dell’art. 104, comma 1, del Trattato di Maastricht, ora con alcune modifiche formali, art. 123 del TFUE, il quale dispone che «Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle Banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate “Banche centrali nazionali”), a istituzioni, organi o organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri… ». Nel dicembre del 1993 lo scoperto era di 76.206 miliardi di lire circa, i quali furono trasformati in BTP all’1% con scadenza tra il 2014 e il 2044.

Anche con riguardo a questa materia dobbiamo osservare che il Parlamento italiano non potrebbe reintrodurre l’illimitata possibilità dello Stato di finanziarsi presso la banca centrale, come originariamente previsto nel 1936, né la più modesta possibilità dello Stato di finanziarsi, entro certi limiti, ricorrendo a uno scoperto di conto corrente, come ancora ammesso fino al 1993. Infatti, tale la disciplina dovrebbe essere disapplicata, in ragione della prevalenza del diritto dell’Unione europea rispetto alle norme poste da leggi ordinarie emanate dal Parlamento italiano.

C) Un ruolo importante nel contenere gli interessi sul debito pubblico fu svolto fino al 1975 dalla disciplina della riserva obbligatoria. Il vincolo delle banche commerciali di costituire una riserva che avesse ad oggetto una parte dei depositi fu introdotto già nel 1926. Infatti, le crisi bancarie registratesi nel primo dopoguerra indussero a introdurre una garanzia per i depositanti. Dopo una serie di proposte non attuate, il RDL n. 1830 del 6 novembre 1926, nell’art. 15, previde il versamento in contanti ovvero l’investimento in titoli emessi o garantiti dallo Stato per la parte di depositi eccedente il rapporto di venti volte il patrimonio aziendale – ma al tempo il rapporto medio depositi/patrimonio era di circa 8 volte, sicché poche banche dovettero eseguire l’obbligo di versare la riserva. Peraltro, quando fallì la Banca italiana di Sconto, non tutte le quote vennero recuperate (il recupero oscillò tra il 62 e il 67%).

Anche per questa ragione venne modificata la disciplina della riserva obbligatoria. L’art. 32 del R.D.L. 12 marzo 1936, n. 375 prevedeva: “Le aziende di credito soggette alle disposizioni della presente legge dovranno attenersi alle istruzioni che l’Ispettorato (poi Banca d’Italia) comunicherà, conformemente alle deliberazioni del Comitato dei Ministri (poi CICR) relativamente … al rapporto fra il patrimonio netto e le passività ed alle possibili forme di impiego dei depositi raccolti in eccedenza all’ammontare determinato dal rapporto stesso”. In sostanza non era più prefissato per legge il coefficiente di riserva e si attribuiva al centro politico il potere di modificare il coefficiente (5).

Successivamente dal 1947 fino al 1962, la raccolta superiore a dieci volte il patrimonio delle banche netto andava versata in contanti o investita in titoli di stato, anche se la riserva non doveva eccedere il 15% (poi 25) dei depositi. Il 1955 è l’anno della punta massima, nel quale il 23,67 dei depositi andavano a riserva.

Seguirono molte modifiche del coefficiente di versamento della riserva, le quali prevedevano il versamento di una percentuale dei nuovi depositi registrati a fine mese, al netto del contestuale aumento del patrimonio netto, percentuale che variò dal 15% (nel 1975) al 25% nel 1982. Nel 1975 la disciplina subì una grande modificazione, perché, da quel momento, la riserva poteva essere costituita soltanto da contante e non da titoli (si ricordi che nel 1975 venne stipulata la convenzione tra banca d’Italia e Ministero del tesoro che prevedeva l’obbligo della prima di acquistare i titoli invenduti e che ebbe massima importanza l’istituto del vincolo di portafoglio: cfr. sub A e D).

E’ evidente come da strumento di tutela del risparmio la riserva si era trasformata in strumento di politica monetaria, utilizzabilissimo, dato l’alto ammontare della riserva, in periodi di inflazione, quando la liquidità aumenta e con essa aumentano i depositi rispetto alla capitalizzazione. Ma in questa sede interessa una terza funzione: quella di concorrere al finanziamento del fabbisogno statale e di abbassare i tassi di interesse. Vediamo come era svolta questa funzione:

1) La riserva obbligatoria, per la parte in titoli del debito pubblico era composta quasi esclusivamente da Bot. Tuttavia, il Tesoro, pur non avvantaggiandosi direttamente della disciplina della riserva obbligatoria, salvo la quota dei BOT, “era favorito indirettamente dalla riduzione dei tassi che in tal modo si veniva a determinare a causa dell’accresciuta domanda sul mercato delle emissioni obbligazionarie” (6). Eravamo in presenza di un vincolo di portafoglio occulto.

2) Ma c’era anche un altro vantaggio. La Banca centrale non era vincolata ad investire la riserva in contanti versata collettivamente dalle banche in titoli del tesoro ma di fatto acquistava titoli del tesoro (esercitando la facoltà della quale abbiamo detto sub A)

3) Infine vi era una “tassa occulta” che gravava sulle banche. Infatti la Banca d’Italia, sui titolo acquistati con la disponibilità del conto vincolato alle riserve, non percepiva il tasso di mercato ma retrocedeva al Tesoro la differenza tra gli interessi resi dai titoli del debito pubblico e il rendimento pagato alle banche per il versamento del denaro sul conto fruttifero (7).

Quando è stato abrogato l’istituto della riserva obbligatoria? Non è stato abrogato ma è stato completamente snaturato e, come forma di finanziamento del fabbisogno pubblico e mezzo per abbassare i tassi, è stato disattivato.

L’art. 10 della legge del 26 novembre 1993 trasferì dal CICR alla Banca d’Italia il potere di disporre la riserva, variare i coefficienti e definire gli aggregati sui quali andava calcolato il coefficiente. Veniva così rescisso l’ultimo legame che congiungeva il Tesoro all’Istituto di emissione.

Si prevedeva poi la misura massima nel 17,5%, una misura ampiamente inferiore alla media che la riserva aveva avuto per molti anni. Ma fissata la misura massima era chiaro che, nell’interesse delle Banche commerciali, le quali desiderano impiegare il denaro di cui dispongono nel modo da esse reputato ottimale, la riserva sarebbe scesa, come infatti è scesa, fino ad arrivare a livelli irrisori.

Infine, in base all’ art.19 dello statuto del SEBC (sistema europeo di banche centrali), la BCE ha la facoltà di imporre agli enti creditizi insediati nei Paesi della zona euro la detenzione di riserve su conti costituiti presso la stessa BCE o presso le rispettive BCN. Oggi la riserva è costituita soltanto dal 1% dei depositi.

Pertanto non resta più niente di questo nobile istituto, anche mediante il quale un tempo lo Stato italiano ha esercitato il comando unico sul credito e sul finanziamento del fabbisogno pubblico.

D) Il vincolo di portafoglio era un obbligo delle banche di acquistare titoli obbligazionari. Fu introdotto nel 1973: le banche dovevano incrementare, in misura non inferiore al 6% della consistenza dei depositi, l’acquisto di titoli obbligazionari compresi in una “rosa” indicata dalla Banca d’Italia, che disciplinava anche come amministrare il portafoglio. Nel 1975, per risolvere alcuni problemi tecnici, sorti relativamente al metodo di calcolo, fu stabilito che l’acquisto era obbligatorio per il 40% degli incrementi dei depositi su base semestrale. Il vincolo di portafoglio ha avuto una importanza rilevante fino al 1978, quando progressivamente venne diminuito, fino a scomparire nel 1986 (la percentuale sugli incrementi scese al 6,5 poi al 5,5, al 4,5 fino ad arrivare all’1% nel 1986). Anche qui il vantaggio per il Tesoro era anche indiretto, perché la domanda di titoli obbligazionari faceva scendere i tassi.

E) Nei momenti di crisi si ricorreva anche al prestito forzoso. Mentre sembra che negli Stati Uniti e in Inghilterra si sia ricorsi al prestito forzoso soltanto durante la seconda guerra mondiale, quando i cittadini furono obbligati a sottoscrivere titoli del debito pubblico, in Italia si ricorse a questo strumento anche in tempo di pace. L’ultimo ricorso al prestito forzoso si ebbe nel 1976, quando in piena crisi economica, il governo Andreotti varò la legge n. 797/76 con la quale a partire dal febbraio ’77, gli incrementi della contingenza, vennero corrisposti mediante BTP al portatore.

F) Infine, il regime di repressione finanziaria era possibile in ragione del fatto che l’ordinamento conteneva enormi vincoli amministrativi alla circolazione dei capitali, e nel 1979 si era giunti anche ad introdurre sanzioni penali per la violazione di alcuni divieti. Il principio, desumibile dalla L. 25 luglio 1956, n. 786, era il divieto generale di concludere operazioni finanziarie con l’estero, salvo il rilascio di apposte autorizzazioni.

Tutti questi vincoli vennero meno, in parte nel 1986 e in parte nel 1988, in seguito alla direttive comunitarie 86/566 e 88/361. Anche in questa materia, finché resteremo all’interno dell’Unione europea, il Parlamento italiano non potrebbe reintrodurre, sia pure all’unanimità, restrizioni alla circolazione dei capitali, perché prevarrebbero le citate direttive e soprattutto l’art. 63 del TFUE, che vieta tutte le “restrizioni” alla circolazione dei capitali “tra Stati membri nonché tra Stati membri e paesi terzi”.

6. Conclusioni e proposte

Negli anni ottanta, abbandonammo il regime di repressione finanziaria. L’abbandono non avvenne soltanto con il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, come, con eccessiva semplificazione, talvolta si asserisce, anche autorevolmente. Ha scritto in proposito Nino Galloni: “Se, ad esempio, pur in presenza di “divorzio” (autonomia) tra Tesoro e Banca centrale, nonché eliminazione dei “vincoli di portafoglio”, si fosse consentita la copertura (l’acquisto), da parte della Banca centrale stessa, di una piccolissima quota (quella marginale, appunto) dell’emissione, i tassi di interesse sarebbero risultati ben più contenuti, a parità di tutto il resto. Invece, ci furono giornate in cui il tasso di interesse sui titoli di Stato faceva aggio sul MLR (“minimum lending rate”, il tasso sui prestiti per i migliori clienti); sicché, un grosso imprenditore, ad esempio la Fiat, poteva recarsi in banca, prendere a prestito quanto denaro voleva, investirlo immediatamente in titoli di Stato e guadagnare la differenza tra i due tassi! Percentuali elevate, fino al 50% dei profitti delle grandi imprese – in quegli anni – era investito in titoli del Tesoro, ed altrettanto profitto proveniva da tale fonte, sia per quanto riguardava le realtà private che quelle a partecipazione statale” (8).

Dunque, divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia (1981); mancato esercizio della facoltà di acquisto di titoli da parte della Banca d’Italia (dal 1981); riforma della riserva obbligatoria del 1975 (riforma che inizialmente trovò compensazione nel vincolo di portafoglio e nell’obbligo di acquistare titoli introdotto nel 1975; ma il successivo affievolimento del vincolo di portafoglio e il divorzio non furono accompagnati da una riforma della riforma della riserva obbligatoria!); affievolimento notevole e progressivo del vincolo di portafoglio (anche esso databile nei primi anni ottanta); libera circolazione dei capitali (1986-1988); eliminazione dello scoperto di conto corrente (1993).

Fino all’approvazione del trattato di Maastricht, l’errore poteva essere corretto, con una diversa scelta politica. Successivamente, lo Stato ha perduto la possibilità di instaurare un regime di repressione finanziaria e si è collocato “sul mercato”. Insomma, noi avevamo già liberato la bestia; ma l’Unione europea ci impedisce di tornare sui nostri passi e di re-imprigionarla. La bestia che noi stessi avevamo liberata, con il deliberato proposito di stringere i legami tra l’Italia e “l’Europa” (9), non aspira per natura a fuggire, bensì ad opprimere quello che dovrebbe essere il suo padrone.

Se lo Stato rinuncia al potere monetario e a connettere inscindibilmente potere monetario e finanziamento della spesa pubblica, il potere monetario esiste lo stesso: è il potere delle banche, dei grandi intermediari finanziari e in genere del capitale finanziario, che assoggetta lo Stato a tassi di interessi “di mercato”, sistematicamente superiori all’inflazione – oggi in Europa, soltanto la Germania si trova in situazione di repressione finanziaria, come premio per essere stata la vincitrice di una competizione fratricida e distruttiva delle economie più deboli.

Riappropriarci del potere monetario ed evitare che lo Stato paghi anche il 4% di interessi superiore all’inflazione è l’obiettivo politico ineludibile della forza politica alternativa che deve sorgere (10). Anche questo obiettivo non potrà essere raggiunto rimanendo nell’Unione europea. Fanno davvero sorridere le posizioni di coloro che, comprendendo che dentro l’Unione europea e in regime di libera circolazione dei capitali, non è possibile re-instaurare il regime di repressione finanziaria, concludono, tuttavia, che “Ci sono però altre possibilità. Intanto un concerto delle più grandi banche centrali, e soprattutto FED e BCE, possono imporre tassi di interesse nominali bassi, come già infatti avviene al momento. Ma soprattutto bisognerebbe coinvolgere gli investitori privati con nuove regole, imponendo ai fondi pensioni di detenere nella loro pancia una quantità fissa di titoli di stato, a prescindere dalla loro valutazione di mercato….” (11). Dunque, in primo luogo, i popoli dovrebbero affidarsi a “un concerto delle più grandi banche centrali”. L’autore non lo dice ma probabilmente pensa che i cittadini italiani debbano votare partiti che si candidino in Parlamento per supplicare “un concerto delle più grandi banche centrali”. In secondo luogo, come si coinvolgono “gli investitori privati con nuove regole” a livello mondiale? Perché la Germania dovrebbe interessarsi di questo problema se si trova in situazione di repressione finanziaria, generata dal mercato e se il risparmio tedesco beneficia del regime dei rentiers vigente in tanti paesi europei? Affidarci per l’ennesima volta alla compassione dello stato che ha interesse contrario al nostro, convincendolo che sta segando il ramo sul quale si trova? E se quello stato e i risparmiatori tedeschi del quale è espressione attendono che la nostra condizione peggiori per acquistare i gioielli che ci sono rimasti?

Quando mi trovo dinanzi a simili “proposte”, prive di minimo realismo e generate soltanto da codardia e volontà di non prendere atto della realtà, non provo più soltanto fastidio, provo disprezzo. Dobbiamo provare disprezzo. Non dobbiamo affidare a nessuno il potere di salvarci. Dobbiamo salvarci da soli, prima che ci conducano nella situazione in cui versa la Grecia.

E non possiamo salvarci rimanendo dentro l’Unione europea. Perciò dobbiamo uscire. L’Unione europea è, anche sotto il profilo considerato in questo scritto, in radicale contrasto con la disciplina costituzionale dei rapporti economici (12). In primo luogo, perché in nessun modo il regime impostoci dall’Unione europea può essere ricondotto alla formula costituzionale secondo la quale La Repubblica “coordina e controlla” l’esercizio del credito (art. 47 cost.). Nell’Unione europea e fin quando vi resteremo, la Repubblica non può coordinare nulla. In secondo luogo, perché l’art. 47 Cost. prevede che “La repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme”: tutela il risparmio ma non può e non deve promuovere la rendita. Una repubblica fondata sul lavoro e che ammette l’iniziativa privata, riconosce dignità soltanto al lavoro e all’investimento rischioso (e produttivo); non alla rendita. Più in generale, l’applicazione del regime impostoci dall’Unione europea conduce a smantellare a poco a poco lo stato sociale, e genera disoccupazione e quindi bassi salari. Quello impostoci dall’Unione europea è un regime assolutamente anticostituzionale, che di fatto, se non di diritto, impone di smantellare i diritti sociali promossi e garantiti dalla costituzione.

O si sta con la Costituzione della Repubblica Italiana o si sta con l’Unione europea. Ogni posizione intermedia, pseudo-mediatrice, ipocrita o codarda va rigettata per amore della verità. Soltanto accettando la verità, come essa si presenta ai nostri occhi, potremo intraprendere la strada che ci ridarà la libertà.

S. D’Andrea, O la Costituzione della Repubblica Italiana o l’Unione europea, http://www.appelloalpopolo.it/?p=5334

Fonte: www.riconquistarelasovranita.it
Link: http://www.riconquistarelasovranita.it/?p=275
19.10.2012


Pubblicato anche su www.appelloalpopolo.it

Note

(1) C. Reinhart- B. Sbrancia, The liquidation of the government debt, 2011, http://www.imf.org/external/np/seminars/eng/2011/res2/pdf/crbs2.pdf

(2) N. Melloni, Come reprimere la finanza e uscire dalla crisi, http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Come-reprimere-la-finanza-e-uscire-dalla-crisi-13358

(3) Nel 1936, per effetto di un semplice decreto ministeriale, fu rimosso ogni limite alla possibilità dello Stato di finanziarsi per mezzo di debiti verso la Banca centrale: “l’autonomia di quest’ultima toccò il punto più basso” (http://www.bancaditalia.it/bancaditalia/storia/1936/la_depressione). Perciò la previsione di uno scoperto fino al 15% (poi 14) delle spese previste nel bilancio di competenza, introdotta nel 1948, fu in realtà un regresso lungo la strada della dipendenza della Banca d’Italia dal potere del Governo.

(4) Nella seduta della sesta commissione permanente (finanze e tesoro) del Senato del 19 maggio 1993, il relatore On. Ravasio era chiarissimo: “Nella sostanza, l’abolizione del conto corrente di tesoreria passa un colpo di spugna sul passato. La conversione in titoli dell’1 per cento consentirà allo Stato di continuare a beneficiare sullo stock di un finanziamento privilegiato. Sul flusso, invece, il finanziamento avverrà da ora in poi a tassi di mercato”: http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/57261.pdf.

(5) Per la ricostruzione delle vicende della riserva obbligatoria mi sono servito del libro di G. Gabbi, La riserva obbligatoria di liquidità delle aziende di credito, Milano, 1992. Si suole negare che il CICR, presieduto dal Ministro dell’economia e delle finanze, e che ha per membri altri quattro Ministri, sia un organo politico, perché gli organi politici sarebbero soltanto quelli previsti nella Costituzione – si tratterebbe di organo “amministrativo”. Ciò che rileva ai nostri fini è che le decisioni su quantità e qualità della riserva erano sottratte alla Banca d’Italia (nel CICR il Governatore della Banca d’Italia interviene a titolo consultivo) e attribuite ad un organo “amministrativo” composto da cinque Ministri.

(6) G. Gabbi, La riserva obbligatoria di liquidità delle aziende di credito, cit., p. 150 s.

(7) Il meccanismo descritto è stato vigente dal 1975 al 1985. Fino al 1975 gli interessi erano pagati direttamente dallo stato. Nel 1985 vennero modificate le modalità di retrocessione. Nella citata seduta della commissione Finanze del Senato del 19 maggio 1993, il relatore on. Ravasio chiariva: “Attualmente la riserva obbligatoria viene investita dalla Banca d’Italia in titoli di Stato. Mediamente questi rendono circa l’11,50-12 per cento e si stima che circa il 6,5 per cento viene ristornato agli istituti creditizi che hanno costituito la riserva. La parte restante viene resa dalla Banca d’Italia al bilancio dello Stato…”. Lo interrompe il Presidente della commissione, prof. Francesco Forte: “Si tratta di un’imposta!”. Povere banche! Povere imprese che secondo Ravasio e Forte pagavano di più il denaro a causa dell’alta riserva obbligatoria che caratterizzava il nostro ordinamento! Lo Stato, invece, doveva essere massacrato.

(8) N. Galloni, Misteri dell’euro misfatti della finanza, Soveria Mannelli, 2005, p. 18.

(9) N. Andreatta, Il divorzio tra Tesoro e Bankitalia e la lite delle comari, Il sole 24 ore, 26 luglio 1991: http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=art&artId=891110&chId=30, confessa che il divorzio “Negli anni successivi non divenne certo popolare nei palazzi della politica, ma continuo’ ad assicurare legami fra la politica italiana e quella dell’ Europa”.

(10) Il debito pubblico italiano nel dopoguerra (Dati, tabelle, figure e una “scoperta”): http://leprechaun.altervista.org/debito_pubblico_italiano.shtml. L’articolo è stato commentato e sintetizzato da G. Zibordi, Il debito pubblico italiano sono ora solo interessi, http://www.cobraf.com/forum/coolpost.php?topic_id=4831&reply_id=123468613

(11) N. Melloni, Come reprimere la finanza e uscire dalla crisi, cit.

Pubblicato da Truman

  • mincuo

    USZion Propaganda purissima. Non è un caso che emana direttamente dalla BIS.
    Il succo per il telespettatore (quello informato) è:
    1) Il debito è buono, non pensatevi di ristrutturarlo, di tagliarlo, come si è sempre fatto nei secoli, obbligando cioè i creditori a tagliarlo, che è la via maestra perchè è il debito che strozza i popoli. Quello invece “è male” siamo “contro”. Dovete tenervelo alto, anzi sempre più alto. Il debito è “buono”.
    2) Lasciamolo crescere, non è un problema perchè applicheremo tassi artificiali, più bassi dell’inflazione. (Financial repression) Che sono una ulteriore tassa implicita, ma questo non lo dice.
    3) Canalizzando poi forzosamente sui titoli di Stato, in mercati aperti, significa accettare rendimenti inferiori ad inflazione, e con tassi artificiali bassissimi. Ma allora uno prende subito Titoli Tedeschi, o USA, a parità di rendimenti, per via del rischio. Quindi diventa una fuga di capitali. Oppure si chiude le frontiere. Ma non sei nel 1950, e inoltre la principale ragione di uscita dall’EUR è il disastro su BoP fatto dall’EUR, e quindi è la PMI e il rilancio dell’export. Non ha senso con autarchia finanziaria.
    4) La distorsione dei rendimenti (limitata agli scoperti) degli anni 50 funzionava qui ma si tace su (BIS) sul perchè ha potuto funzionare.
    Il perchè principale era il PIL che viaggiava a manetta ovunque, non tanto la repressione finanziaria. Questo lo notano i critici del paper.
    5) Un debito/PIL si riduce quando: A) lo paghi, B) lo ristrutturi, ciè lo tagli (come SEMPRE si è fatto nella storia) C) Aumenti la crescita. Cioè il rapporto PIL/debito diminuisce perchè sale PIL più di debito.
    D) Fai deflazione e austerity (tasse) di cui una variante è anche la repressione finanziaria, che sono infatti ulteriori tasse, implicite.
    6) La repressione però funziona 1) con alti tassi di crescita, 2) un livello dei tassi mediamente alto e non già vicino a zero come ora 3) In un’economia chiusa finanziariamente, dato che è la cosiddetta “cattività dei risparmiatori.
    7) In realtà è già in corso una financial repression da anni, e i tassi reali di US GER JAP ecc… sono negativi da anni. E già vicini a zero sono ora anche quelli nominali. La dinamica dello crescita dello stock di debito però non si riduce, anzi. (ma questo BIS non lo dice) perchè il PIL annaspa, non come negli anni 50. E non ci sono politiche di crescita, anzi di austerity, che hanno sempre aumentato il debito. (Ma è buono il debito, ricordatelo).
    .
    8) Quindi il concetto è: abbasso i tassi artificialmente ma su uno stock di debito sempre maggiore. Il passo successivo è quello di sequestrare il risparmio, e/o renderlo forzoso.
    Nel frattempo tutto questo resta separato dal credito che non può certo funzionare in questo modo, con tassi artificiali, ma anzi ne ingloba la distorsione in molte maniere ribaltandosi sui costi, e/o la concessione (infatti) e cioè ulteriormente penalizzando la crescita, e quindi il gettito fiscale e quindi aumentando debito. (Ma è buono, ricordatelo). La crescita però non interessa a questi qui. Non c’è mai una riga in proposito. E ti credo, interessa il debito, che è buono
    8) Tutto questo comporta ulteriore avvitamento, minori entrate fiscali e peggioramento dei conti, con aumento del debito.
    9) Viene spacciata (già vista in 5 posti) come esempio , la menzogna stellare che ai Giapponesi non interessa il 230% di debito. (Ricordatelo: “è buono” il debito). Ma i Giapponesi hanno il 117% di debito reale, 1300 mld di USD di riserve, il 95% di debito residente, un Paese in deflazione (ma intanto uno scrive 3% di inflazone quando è -0,40% e il 3% non s’è mai visto. Il Giappone è pure un caso sbagliato di financial repression, ma tanto…), il rimpatrio di fondi massicci da EU soprattutto, e nonostante questo un profilo di medio termine che è a rischio, ove solo un rialzo di un punto porterebbe guai grossi soprattutto alle banche medio-piccole.
    10) L’altra menzogna è che debito = spesa pubblica quindi è “Buono”. Ieri detto anche proprio in modo chiaro. “Non capite che senza debito non c’è spesa….e se non c’è debito allora i soldi vanno ai “privati”” e alle “scommesse” e non c’è più spesa pubblica…”. Ricordate: il debito è buono, e non va tagliato. Tagliarlo è cattivo.
    Dunque sarebbe che uno Stato non fa la spesa pubblica che decide se non indebitandosi a più non posso. Solo così c’è spesa. Quindi debito = spesa pubblica = “buono”. Ricordatelo.
    In realtà la spesa pubblica è “costretta” a fare debiti quando non è in equilibrio e non è efficiente. I debiti per spesa dovrebbero poi riflettere sostanzialmente la porzione di spesa per investimenti e programmi sociali (cioè occorrono i soldi ora per una cosa che dura anni, a benficio di tutti) e non invece tanto quella corrente, perchè quella dovrebbe sostenersi colle tasse, oppure è male allocata e inefficiente, come qui. E qui da noi invece la spesa per investimenti, che è il futuro di un Paese, è stata sempre ridotta per finanziare una spesa corrente in buona parte inefficiente. Essendo inefficiente lo Stato si indebita. Ma è buono, ricordatelo. Per non incrementare troppo il debito si aumentano le tasse, e si tagliano i salari, ma questo uccide la crescita e i consumi. E cala il relativo gettito fiscale. E si aumentano le tasse ancora, e si taglia di più. E avanti. La spesa inefficiente non si tocca però perchè si regge lì tutta la baracca.
    La spesa pubblica per definizione viene spacciata per “buona”. La spesa pubblica in realtà è buona quella per investimenti (e quella è zero qui) e quella corrente efficiente, e quella qui è orrenda, e per finanziarla ha occupato man mano quella per investimenti, sottraendo risorse ai settori produttivi tramite tassazione e mancati investimenti, e alimentando debito. Ma quello è buono, ricordatelo, e non si tocca,

  • stefanodandrea

    Per confutare questo ideologo della finanza (MINCUO) basta una sola osservazione. Egli crede o finge di credere (ma mi sa che ci crede veramente) che esista un “luogo” naturale dell’economia e che gli interventi della politica (legislativi) siano artifici che intralciano il funzionamento normale o naturale.
    Dunque un regime giuridico di libera circolazione dei capitali sarebbe la natura. Mentre un regime vincolistico è artificio.
    Un regime giuridico in cui le banche pubbliche italiane, protette dalla concorrenza, destinato denaro per fini indicati dallo stato e programmati (art. 41 cost) è artificiale; mentre un regime giuridico in cui le banche destinano il denaro dove vogliono, anche all’estero, è naturale.
    Chi mette i soldi in titoli di stato in un regime che dà sicurezza di restituzione e che addirittura in parte di fa reciuperare l’inflazione NON DEVE PERCEPIRE INTERESSI SUPERIORI ALL’INFLAZIONE, PERCHE’ LA RENDITA VA STRONCATA. A questo valore si deve uniformare la società, anche sacrificando crescita e altro.
    LA RENDITA FA SCHIFO E CHI LA DIFENDE MERITA IL TRATTAMENTO CHE I RIVOLUZIONARI FRANCESI RISERVARONO A NOBILTA’ E CLERO.
    Con i sostenitori del regime dei rentiers o con coloro che non intendono combatterlo non si deve più nemmeno parlare.

    1) non è il debito ad essere buono. Al più è il debito pubblico. Non essere scorretto. Il debito privato, se non è per investimenti, ma per beni di consumo po diurevoli (automobile), in linea di principio è cattivo.
    2) svalutare il debito pubblico, uscendo dall’Unione europea e accettando una inflazione del 6-7% significa tyagliare debito pubblico

  • mincuo

    Niente ideologia, quella pare che sia più campo tuo, a giudicare da “TRATTAMENTI DEI RIVOUZIONARI….”
    Quello “che va stroncato” o no ancora non c’è qua Yagoda a ordinarlo, anche se non manca molto. In compenso c’è chi racconta del 3% Giapponese di inflazione, mai visto. Oppure che la spesa pubblica si fa col debito.
    Per via dei “rentiers” quelli ci sono ma come viene usato l’argomento è la solita mascalzonata.
    Perchè con la scusa dei “rentiers” o i mascalzoni fanno sempre un provvedimento orizzontale.
    E anche questo è il caso.
    Infatti i possessori di titoli, vedi BdI, non sono solo i “rentiers”, ma sono le famiglie, e anche i pensionati, e quelli che hanno avuto una liquidazione. La differenza è che i grandi “rentiers” se ne fanno un baffo, e gli altri invece come sempre ci restano in mezzo. Perchè alla gente raccontano sempre una cosa che sembra equa, ma non è equa visto che è pensata a beneficio non della gente.
    Se si volesse colpire i “rentiers” si farebbero provvedimenti diversi, si colpirebbero le off-shore, le fiduciarie, ecc…e soprattutto non si agirebbe sugli interessi che colpiscono TUTTI INDISTANTAMENTE cioè le famiglie e chi ci arrotonda la pensione, ma si agirebbe sul reddito con una forte progressività. Perchè la repressione finanziaria non è altro che una tassa, solo che è iniqua e colpisce QUALUNQUE risparmio, non solo quello dei rentiers, anzi quello per nulla, se sono grandi rentiers.
    Do una notizia bomba. Il debito “pubblico” è un credito “privato”. Finchè non è espropriato.
    Forse al circolo Yezhov non l’hanno ancora comunicato.
    E nemmeno hanno comunicato che senza consumi non si fa gettito fiscale e non si finanzia la spesa pubblica. E che anche la spesa pubblica serve a quello, perchè anche quella produce consumi, si spera almeno, oltre che alimentare pseudo associazioni a sbafo della collettività.

  • mincuo

    Stranamente i difensori del popolo contro i “rentiers” NON CI SENTONO quando si dice di promuovere:
    1) Un auditing, una ricognizione sul debito. Indipendente. NESSUN giornale “democratico” o sito di “Controinformazione” che dica una parola. Strano. Un popolo che ha un debito ma non vuol sapere come si è formato, e cosa gli è stato addossato sopra, e se era lecito, e chi sono i creditori, e quanto questo è formato da interessi e quanto da principal. E nemmeno dei derivati che ci sono sopra vuol sapere, e non si infuria nessuno nemmeno il “rivoluzionario chic”, quando il Ministro del Tesoro ha detto che lui non comunica niente, nessun dato, anche dei 3,5mld pagati a Dicembre scorso.
    Eppure è PUBBLICO lui, sarebbe obbligato. Pazienza.
    2) Il taglio del debito, semplicemente. E quello è fatto sempre sugli Istituzionali specialmente la ristrutturazione. Non ci sentono. Eppure ci sono i “rentiers” dietro lì, più che il signor Rossi.
    Ma non ci sentono. Non solo. SONO CONTRO. E illustrano come il debito non conta, anzi sia “buono”. Guarda caso.

  • Tonguessy

    Fa sempre piacere sapere che c’è ancora chi considera lo Stato ancora in grado di determinare le regole di Mercato e non subirle passivamente (se non addirittura incentivarle)

  • Cataldo

    Questo articolo, a parte alcune considerazioni abbastanza incongrue sul piano storico, contiene un irrimediabile salto logico, propone la gestione finanziaria di allora alla situazione economica di oggi, pensiamo alla differente composizione dei quadranti produttivi mondiali, all’epoca non esisteva la Cina sui mercati europei, giusto per dirne una :), ma non basta, ha buon gioco Mincuo a ricordare che si trattava di anni di forte crescita, dove la diluizione del debito avveniva per due strade maestre, inflazione e crescita del PIL; e qui ritorniamo al punto centrale, che viene aggirato nel papiello:
    in una economia con ridotte prospettive di crescita orizzontale la mediazione finanziaria, per non distruggere gli stock produttivi, deve rientrare in un alveo naturale, attestarsi su percentuali minime.
    In altri termini lo squlibrio generale, uscendo dalla prospettiva ombelicale di quasi tutti i commentatori economici mainstream ed “alternativi”, è insito nella innaturale presenza di una percentuale abnorme di rendite e profitti artificiosi nella finanza nel suo complesso, che si sono formati nel periodo della crescita, e sono diventati metastasi nel periodo delle bolle, sempre più ravvicinate man mano che si colmavano gli orizzonti globali della redistribuzione del lavoro riportando l’Asia nel ciclo capitalistico.
    Questo elemento gioca alla distruzione dell’economia reale anche per strade interne, gli aumenti di produttività del terziario non si sono trasformati in benefici generalizzati, come è stato per la produzione primaria ed industriale, ma hanno generato mostri parassitari, con una concentrazione dei vertici assurda.
    Mi chiedo poi come sia possibile parlare di finanza internazionale e di equlibrio nella gestione delle monete quando si accetta, ad esempio, che le isole caraibiche detengano percentuali a due cifre del debito USA, mi viene da ridere, in quanto le soluzioni proposte sono tutte aggredibili dagli stessi meccanismi di spossesamento oggi imperanti, o nella UE o fuori, o nell’Euro, o fuori.
    Per chiudere, appare evidente che vi sia una generale mancanza di comprensione del ruolo degli enti sovranazionali nel mondo del 2012, e dei cerchi concentrici di contenimento della consapevolezza dei cittadini che costituiscono il nostro recinto; a questo contribuisce in modo determinante, specie in Italia, la mancanza di un serio dibattito interno sul ruolo del paese nel mondo, prima il fattore K, poi l’oppio di B, supportato dal degrado dei baffini e dei veltrini, più americani degli USA stessi, servi oggi con lo stesso zelo di ieri mostrato dai fratelli maggiori per l’URSS, non a caso la nostra gerontocrazia ha per presidente uno che ha servito tutti, nell’ordine prima i fascisti, poi i sovietici, poi gli americani, ed oggi …
    appare molto difficle oggi far capire cosa significhi veramente uscire dalla UE, cosa servirebbe prima e dopo. In particolare c’è una cecita enorme sul ruolo primario della deterrenza e della autodeterminazione nei rapporti di forza. Non esistono scorciatoie rapide.

  • AlbertoConti

    Caro Andrea, mi limito a commentare solo la parte finale 6. Conclusioni e proposte. Tu ne fai una questione italiana (o più in generale dei PIIGS) appellandoti alla nostra spendida Costituzione. Ma questo è un problema dentro il problema, è un paradosso grottesco interpretato dall’euro e pianificato dai suoi scellerati costruttori, Francia e Germania, di cui la prima già si sta accorgendo della sua stupidità e la seconda tergiversa nella consapevolezza però che la festa è finita anche per lei. Fuori da questo problema grottesco dello spread tra partecipanti ad una stessa area valutaria, non certo “ottimale” e men che meno riconosciuta tale e perciò bisognosa di pesanti correttivi politici che non si vedono proprio, c’è l’immenso problema di una moneta fondata su Bretton Woods, e ancora dollarocentrica nonostante la sconfessione del 1971 ed il nulla che ne è seguito a conservazione, anzi a peggioramento progressivo, dell’esistente. Il resto dell’occidente è alla canna del gas quanto a gestione della moneta, ha azzerato gli interessi sul debito pubblico senza riuscire ad arrestarne la crescita esponenziale, che è un problema eccome, altro che MMT! Viviamo la fase storica dei QE ripetuti e ormai impotenti; questa è la fine di quel tipo di moneta imposta al mondo intero. Già il FMI diffonde studi sull’ipotesi di abolizione della riserva frazionaria (solo moneta di BC emessa senza debito alla fonte)! Cose che se le dicessimo noi ci ignorerebbero con un velo pietoso di sufficienza. E allora lascia perdere il concetto di “repressione valutaria”, qui occorre volare alto, molto più alto, ed affrontare il problema basico della morte della politica consumata all’interno del sistema bancario. Andiamo oltre, esploriamo il territorio vasto della ricostruzione culturale, politica, direi quasi spirituale del senso sociale dall’interno di ogni singola banca, restituendole completamente la naturale funzione pubblica, senza la quale non esiste civiltà tecnologica. Non solo all’emissione, ma sempre, ogni giorno e ogni minuto e per sempre, l’intera gestione della moneta dev’essere “servizio pubblico”, all’interno del quale sviluppare il rinascimento spirituale dell’individuo “cittadino del mondo” e allo stesso tempo “cittadino del proprio paese”, con tutte le sue specificità e la libertà di tutelarle.

  • Truman

    Un ottimo articolo, che illustra come ci siano altre possibilità oltre a quelle finora evidenziate.
    Infatti finora si era parlato di austerity per diminuire il debito pubblico (questo è il mantra preferito dei vampiri dell’economia: Monti, Draghi, Napolitano,…) oppure di taglio del debito, oppure di una sua cancellazione (GZ su cobraf).

    L’informazione che spesso i tassi d’interesse pagati sul debito pubblico sono stati inferiori all’inflazione finora non era circolata. A ciò si somma il fatto che molto spesso l’inflazione reale è superiore a quella ufficiale, quindi la forbice può essere superiore.

    Come minimo è una strada in più che si potrebbe seguire per uscire dalla trappola del debito, una volta capito che tutto ciò che ci raccontano i media ufficiali è spazzatura.

    Resta il problema dei vampiri.

  • mincuo

    Truman, a parte in un sistema finanziariamente chiuso, la repressione finanziaria è uno strumento come un altro, e in particolare è semplicemente una tassa.
    NON TROVERAI NESSUNO CHE LA DEFINISCE IN MANIERA DIVERSA. Concettualmente è simile alla rottamazione delle auto.
    Che l’hanno pagata tutti i contribuenti, cioè anche quelli che l’auto non la dovevano comprare. Non è che magicamente il contributo basta deliberarlo e allora l’auto costa meno.

  • mincuo

    Oppure può essere come il “mutuo agevolato” a tassi inferiori al mercato. Cosa credi che sia? Che il beneficio per taluni percettori è spalmato come onere sulla collettività intera. Non è una magia. Il mercato monetario reale non sparisce, nè sparisce quello finanziario, per decreto. Sono cose reali quelle, dove il costo è determinato da scambi, da attese di profitto in rapporto al rischio, non da decreti.
    Puoi appunto attuare una distorsione, e oggi l’hai su larga scala ma il motivo principale non sono le affermazioni ideologiche, è che in rapporto al rischio hai flight to quality, e che il dollaro è il RE e fa quel che vuole, e che non ci sono alternative cospicue di allocazione. (E i tassi così bassi comportano maggior pressione su materie prime anche, un effetto che già si vede). Ma prova a un emergente a fargli mettere tassi non remunerativi e vedrai che lo mandi alla fame in tre mesi. E chi lo finanzia più?

  • stefanodandrea

    CATALDO, in realtà condivido molto di ciò che hai detto. In particolare il problema dei profitti finanziari, oltre le rendite e del ruolo che svolgono nelle bolle. Ma politicamente va affontato un problema per volta.
    E non sottovaluto il ruolo degli enti sovrannazionali.
    Però, a differenza di te, credo che, come da me da lungo tempo auspicato, la deglobalizzazione sia iniziata. Qualche giorno fa Brancaccio ha segnalato oltre 500 episodi di dazi e altre forme di protezionismo (solo l’Unione europea, rimane estranea alla linea di tendenza). La guerra valutaria, sia pure a bassa intensità, c’è già da un po’ di tempo.
    Sto cominciando ad approfondire lo studio della materia, ma comincio ad ipotizzare che dovremmo tornare all’autorizzazione amministrativa per ogni rapporto valutario con l’estero. Una disciplina vincolistica della circolazione dei capitali simile a quella del 1956 (rafforzata nel 1979 con sanzioni penali) e venuta meno, come ho scritto nell’articolo nel 1986-1988.
    Per quanto riguarda l’unione europea, quest’ultima è una gabbia d’acciaio che non ci permette di fare tanbte cose (limitare la circolazione dei capitali, creare domanda di titoli del debito pubblico, eliminare la concorrenza nel settore bancario, e quindi utilizzare le banche per indirizzare il risparmio nel senso voluto dalla programmazione economica, con conseguente aumento del settore pubblico su quello privato, garantire grandi quote di mercato a computers e telefonini prodotti da un’azioenda nazionale, pubblica o controllata, subendo i maggiori costi, rispetto alla possibilità di acquistare prodotti cinesi o stranieri,facendo lavorare ingegneri e informatici, limitare severamente il servizio di credito al consumo). Quindi, per chi ha i miei obiettivi politici, l’Unione europea va distrutta e basta. Peraltro, sono certo che essa sia destinata all’implosione, perché, come accadeva con le tigri asiatiche e poi con le economie dell’america latina, il cambio fisso e l’afflusso libero di capitali, liberi di defluire, non dà luogo a un sistema economico ingiusto ma stabile (il feudalesimo è durato secoli) ma a un meccanismo di rapina e spoliazione che prima o poi salta.
    A me interessa promuovere un movimento politico che nell’ora del destino veda realizzarsi per implosione ciò che ha sperato di distruggere e che, a quel tempo, sia pronto a prendere il potere.

  • Truman

    Mincuo, la repressione finanziaria è uno strumento. Appunto ciò che volevo dire. E’ uno strumento che può essere usato.
    Poi può essere vista come una tassa, ma il modo in cui si applicano le tasse definisce la politica economica di un governo.
    I vampiri succhiano il sangue alle masse per arricchire pochi eletti, ma sono possibili anche altre politiche economiche.

    Chiaramente la repressione funziona bene nelle fasi espansive, non in quelle di depressione. Sono dei motivi in più per mandar via la junta Monti-Napolitano, che insiste nel suo spettacolo di austerity.

  • stefanodandrea

    La repressione finanziaria promuove l’espansione e migliora la distribuzione. La repressione finanziaria è un dogma presocialistico: è un dogma che risponde pienamente allo spirito borghese. Altro discorso è che la borghesia abbia accumulato capitale e, soprattutto che siano stati creati enti – i fondi – che “gestiscono” il risparmio e perciò vanno alla ricerca dei maggiori rendimenti, per poter mantenere i clienti.

  • mincuo

    Chutzpah, tecnicamente.