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“QUESTA COSA SI STA FACENDO PERICOLOSA”

DI SCOTT HORTON
Harper’s Magazine

La scorsa settimana il vicepresidente americano Joe Biden è stato schiaffeggiato pubblicamente dal Governo di Netanyahu durante il suo viaggio a Gerusalemme. Il Governo israeliano ha sfruttato l’occasione per dare l’annuncio dello stanziamento di 1.600 israeliani nella parte orientale di Gerusalemme, a maggioranza araba, contravvenendo all’appello dell’America per una sosta negli insediamenti. Secondo quanto dice una relazione pubblicata nel quotidiano Yedioth Ahronoth, Biden avrebbe risposto: “Questa cosa si sta facendo pericolosa per noi. Quello che state facendo qui sta mettendo a repentaglio la sicurezza delle nostre truppe che combattono in Iraq, Afghanistan e Pakistan. E questo mette in pericolo noi e la pace regionale”.

Ora, in un affascinante briefing pubblicato su Foreign Policy, Mark Perry ci dà un senso più chiaro di quello che Biden aveva in testa:

‘Il 16 gennaio…un gruppo di ufficiali militari senior del Comando Centrale Americano (responsabile della supervisione degli interessi di sicurezza americani nel Medio Oriente) è arrivato al Pentagono per istruire l’Ammiraglio Michael Mullen, capo del Joint Chiefs of Staff[1], in merito al conflitto israelo-palestinese. La squadra era stata inviata dal comandante di CENTCOM[2], il Generale David Petraeus, per sottolineare le sue crescenti preoccupazioni di fronte alla mancanza di progressi nella risoluzione della questione.

A seguito, “Sansone e la seconda Nabka – Un breve studio sull’Ercole ebraico” (Gilad Atzmon, gilad.co.uk);
Le 33 slides della presentazione di 45 minuti in PowerPoint hanno lasciato Mullen a bocca aperta. Gli incaricati del training hanno detto che c’era una crescente percezione tra i leader arabi del fatto che l’America non fosse capace di far fronte a Israele, che la composizione principalmente araba di CENTCOM stava perdendo fiducia nelle promesse americane, che l’intransigenza israeliana relativamente al conflitto israelo-palestinese stava mettendo in pericolo la presenza americana nella regione e che lo stesso Mitchell era (come un ufficiale anziano del Pentagono l’ha successivamente descritto in modo diretto) “troppo vecchio, troppo lento…e troppo in ritardo”’.

Il briefing di gennaio di Mullen era senza precedenti. Nessun comandante di CENTCOM si era mai espresso in precedenza su una questione che aveva un carattere essenzialmente politico: e questo è il motivo per cui gli incaricati del briefing sono stati attenti nel dire a Mullen che le conclusioni a cui erano arrivati facevano seguito a un tour della regione compiuto a dicembre 2009 quando, su indicazione di Petraeus, si erano confrontati con i leader arabi più anziani. “Dovunque essi andassero il messaggio era piuttosto umiliante”, ha detto un ufficiale del Pentagono a conoscenza del briefing. “L’America non era vista solo come uno stato debole, ma la sua presenza militare nella regione si stava disgregando lentamente”. Ma Petraeus non aveva finito: due giorni dopo il briefing di Mullen, egli ha inviato un documento alla Casa Bianca con il quale chiedeva che la West Bank [Cisgiordania N.d.r.] e Gaza (che, assieme a Israele, è parte del Comando Europeo, o EUCOM) diventassero parte della sua area di competenza operativa. La motivazione di Petraeus era molto diretta: vista la presenza di truppe americane in Iraq e Afghanistan, i leader arabi dovevano avere l’impressione che l’esercito americano fosse coinvolto nei conflitti più problematici della regione.

Perry continua dicendo che il briefing “ha colpito la Casa Bianca come una bomba”. E’ fuori dubbio che è questo è il motivo ispiratore dei commenti di Biden. Ciò traspare in modo chiaro dal rapporto del Yedioth Ahronoth che, dopo aver citato Biden, prosegue dicendo: “Il Vicepresidente ha detto ai suoi ospiti israeliani che, considerato il fatto che molti musulmani percepiscono l’esistenza di un legame tra le azioni di Israele e la politica americana, qualsiasi decisione in merito alla costruzione di stanziamenti che metta in pericolo i diritti dei palestinesi nella parte orientale di Gerusalemme potrebbe avere un impatto sulla sicurezza personale delle truppe americane che combattono contro il terrorismo islamico”.

Il governo di Netanyahu e i suoi sostenitori negli U.S.A. vogliono che le controversie riguardanti Gerusalemme, la West Bank e la Striscia di Gaza vengano risolte in modo autonomo, lontano da qualsiasi potenziale impatto che esse potrebbero avere nella regione intesa in senso più ampio e dagli interessi che l’America sta perseguendo in quelle zone attraverso il dispiegamento di truppe su due campi di battaglia differenti. Questo schema rispecchia infatti il modo con cui la maggior parte dei media americani racconta tali sviluppi. Ma questo approccio è sciocco, per le ragioni che sono esposte nel briefing di Petraeus. Perry vede questa cosa come una battaglia fra due lobbies: Israele e l’esercito americano.

La lobby israeliana è molto potente, dice, ma come potrebbe competere con l’esercito americano sulla base di un interesse imperativo delle truppe americane nella sicurezza? I recenti compromessi del governo Netanyahu riflettono disapprovazione per l’amministrazione Obama e massima indifferenza per le sue posizioni sull’estremo Oriente.

Queste situazioni sembrano rispecchiare perfettamente l’orientamento dei neo-con americani, come dimostrato nell’‘apologia’ a loro favore ad opera dell’editorialista del Washington Post Jackson Diehl (“Biden è stato bocciato,” conclude, applicando un ragionamento tipicamente ottuso).
La domanda è se uno stretto alleato possa comportarsi con irritabilità adolescenziale e servirsi dei suoi sostenitori indefinitamente senza conseguenze. Per il momento la risposta sembra essere sì.

L’articolo di Perry è una lettura fondamentale. Ho letto metà del suo nuovo libro, Talking with Terrorists, e mi aspetto di discuterlo in un’intervista con lo stesso Perry prima della fine del mese.

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NOTE

[1] Il Joint Chiefs of Staff è un consiglio di comandanti delle forze armate che ha una funzione consultiva del governo civile americano. La carica di comandante del JCS è la venticinquesima per importanza dopo quella di Presidente. L’ammiraglio Mullen, è il 17° nonché attuale comandante delle JCS. (NdT)

[2] Il Comando Centrale degli Stati Uniti, per l’appunto, che ha, tra gli altri, lo scopo di promuovere la cooperazione tra gli stati e di far fronte alle situazioni di crisi. E’ capeggiato dal Gen. Petraeus dall’ottobre 2008.

Titolo originale: ” ‘This is Starting to Get Dangerous’ “

Fonte: http://harpers.org/
Link
15.03.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RACHELE MATERASSI

Pubblicato da Das schloss

  • Tao

    SANSONE E LA SECONDA NAKBA – Un breve studio sull’Ercole ebraico

    DI GILAD ATZMON
    gilad.co.uk/

    Benché molti di noi abbiano gongolato nell’assistere all’umiliazione di Israele e del suo Primo Ministro Netanyahu a Washington durante questa settimana, devo far presente con riluttanza che la crisi emergente tra America e Israele potrebbe anche rappresentare un segnale d’allarme per tutti noi. L’attuale crisi potrebbe condurre a conseguenze devastanti che coinvolgerebbero la Palestina, l’Iran e tutto il Medio Oriente.

    “Netanyahu e Obama sono giunti al punto di non ritorno”, afferma l’opinionista di Haaretz Akiva Eldar ( http://haaretz.com/hasen/spages/1159300.html> ). “Dal punto di vista del presidente Obama e dei suoi consiglieri, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha la responsabilità di aver messo a rischio la permanenza degli Stati Uniti nel Medio Oriente e nel mondo musulmano”.

    Può darsi che gli americani abbiano iniziato a capire che non esiste in Israele nessun partner per la pace. E’ evidente che l’America ha dovuto mortificare il suo “alleato kosher”. L’elite politica e militare ( http://www.haaretz.com/hasen/spages/1157108.html ) americana ha già reso chiaro questa settimana che Israele rappresenta per gli Stati Uniti un fardello strategico. A quanto sembra, le uniche persone che continuano a credere sinceramente al legame strategico tra USA e Israele sono gli uomini dell’AIPAC e gli obbedienti “congressisti sabbatici goyim” presenti sulla loro lista. Sfortunatamente però questo è soltanto un aspetto della vicenda.
    Una lettura più attenta dei recenti avvenimenti suggerisce infatti che l’attuale crepa nei rapporti israelo-americani sia stata progettata in realtà dagli alleati politici di Netanyahu. E’ interessante notare che man mano che in America prende piede una crescente disapprovazione per la politica israeliana, l’atteggiamento antiamericano ostentato in patria dagli alleati di Netanyahu si fa sempre più radicale. Non ci vuole un genio per capire che alcuni membri dell’esecutivo di Netanyahu stanno facendo tutto ciò che è in loro potere per scatenare una tempesta tra Israele e il suo “più importante alleato”.

    Il Ministro degli Interni Eli Yishai, l’uomo dietro alle decisioni che hanno acceso la recente crisi diplomatica, ha affermato questa settimana ( http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3868045,00.html ) : “Gli israeliani hanno votato per il programma di questo governo, in base al quale non dovrà esservi alcun compromesso sulla questione di Gerusalemme”. Ha anche colto l’occasione per ringraziare il suo creatore di avergli concesso “l’opportunità di essere il ministro che approverà la costruzione di migliaia di nuove case a Gerusalemme”. Durante la sua disastrosa visita a Washington, Netanyahu ha trovato il tempo di consultarsi con il suo Ministro della Difesa Avigdor Lieberman. Secondo Ynet ( http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3868248,00.html ) , Lieberman avrebbe consigliato a Netanyahu di “non capitolare di fronte alle pressioni americane”.

    Io credo che molti analisti politici non riescano a comprendere quanto siano profonde le convinzioni razziste ed espansioniste della destra israeliana. A differenza di Sharon, Peres, Livni, Rabin, Olmert, Barak e perfino dello stesso Netanyahu, i quali nel corso degli anni hanno tributato un limitato rispetto all’Occidente e agli Stati Uniti in particolare, l’esecutivo di Netanyahu è dominato da falchi sionisti di destra. Essi seguono l’antico mantra di David Ben Gurion: “Non importa ciò che i Goyim (gentili) dicono, ciò che conta è quel che fanno gli ebrei”. Gli alleati politici di Netanyahu non sono disposti a scendere a compromessi o ad ottemperare alle condizioni americane.

    Gli alleati politici di Netanyahu sono convinti che, almeno per il momento, se la caveranno meglio senza lo Zio Sam. Hanno capito che i giorni dello “Stato per soli ebrei” sono contati, a meno che non si pongano in atto alcune mosse radicali. Essi comprendono che se lo Stato ebraico non metterà a punto misure volte ad espellere da Israele l’intera popolazione palestinese, il sogno sionista giungerà molto presto alla sua fine.
    Questi falchi capiscono anche che non appena l’Iran si sarà dotato di capacità nucleare, la possibilità che Israele conservi il proprio status di “potenza regionale seminatrice di terrore” scomparirà nell’arco di una notte. I membri dell’esecutivo di Netanyahu capiscono che se Israele vuole sopravvivere come etnocrazia ebraica e superpotenza regionale, esso dovrà confrontarsi al più presto con l’Iran e ripulire etnicamente la Palestina dalla sua popolazione indigena, con un’azione che porterà a termine gli obiettivi della Nakba ( http://electronicintifada.net/bytopic/171.shtml ) del 1948. I falchi israeliani che dominano attualmente il governo di Netanyahu e la politica israeliana capiscono che il legame con l’America non farebbe che limitare e perfino pregiudicare i loro sinistri progetti sulla regione.

    Ovviamente non è facile prevedere quale sarà la prossima mossa israeliana. E’ però essenziale ricordare che al centro dell’immaginario collettivo dei sionisti troviamo narrazioni bibliche come quella di Sansone, personaggio genocida e suicida al tempo stesso. Sansone è l’Ercole degli ebrei. Era stato dotato da Dio di forza straordinaria allo scopo di combattere i nemici degli ebrei e di portare a termine certi atti “eroici” che i comuni esseri umani non avrebbero potuto compiere. Lottò con un leone, sterminò un intero esercito avendo come arma una semplice mascella d’asino e alla fine, quando i tempi furono maturi, perpetrò un massacro di massa. Fece crollare a mani nude un tempio dei filistei, uccidendo migliaia di persone, inclusi vecchi, donne, bambini e se stesso.

    Io non so se Lieberman veda se stesso come un novello Sansone. A giudicare da una sua recente fotografia, non mi sembra il tipo adatto a combattere un leone. Ma l’attitudine al genocidio, unita all’inclinazione suicida, c’è sicuramente tutta.  

    Versione originale

    Gilad Atzmon
    Fonte: http://www.gilad.co.uk/
    Link: http://www.gilad.co.uk/writings/samson-and-the-2nd-nakba-a-short-study-of-the-jewish-hercule.html
    27.03.2010

    Versione italiana:

    Fonte: http://blogghete.blog.dada.net/
    Link: http://blogghete.blog.dada.net/archivi/2010-03-28
    28.03.2010

    Traduzione a cura di GIANLUCA BIFOLCHI

  • glab

    secondo me è tutta n’ammuina.
    chi la fa sporca fa finta di fare altro, questo avviene da migliaia di anni!

    “ed il lupo che beveva a monte dal ruscello disse ultimativamente all’agnello che beveva dallo stesso ruscello ma a valle: tu mi intorbidi l’acqua!”