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PETROLIO: UNA CRISI GLOBALE

DI GEOFFREY LEAN
The Independent on Sunday

La guerra in Iraq significa un prezzo del petrolio tre volte più alto del dovuto, afferma un esperto di punta. Come cambieranno le vostre vite affrontando un prezzo di 200$ al barile?

Secondo un esperto di punta l’invasione dell’Iraq da parte di Usa e Gran Bretagna sta costando al mondo, solo per i più alti prezzi dell’energia, la strabiliante cifra di $ 6 mila miliardi.

L’economista petrolifero Dr Mamdouh Salameh, che è consigliere tanto della Banca Mondiale quanto dell’Organizzazione per lo Sviluppo Industriale dell’Onu (Unido), ha riferito a The Independent on Sunday che il prezzo del petrolio oggi sarebbe di $ 40 al barile, meno di un terzo del record di $ 135 al barile raggiunto la scorsa settimana, se non fosse stato per la guerra in Iraq.

Egli ha parlato dopo che i prezzi del petrolio hanno stabilito un valore record per 13 giorni consecutivi nelle ultime due settimane. Si sono ad oggi moltiplicati sei volte rispetto al 2002, a confronto dell’incremento di quattro volte dello “shock petrolifero” del 1973-1974 che pose fine al grande boom economico postbellico mondiale.

La scorsa settimana la Goldman Sachs ha predetto che il prezzo potrebbe crescere fino al valore senza precedenti di $ 200 al barile nel corso del prossimo anno, e che il mondo sta incominciando ad accettare l’idea che l’età del petrolio economico sia finita, con ampie ripercussioni sulle loro attività.

Il Dr Salameh, direttore del britannico Oil Market Consultancy Service [“servizio di consulenza sul mercato petrolifero” n.d.t.] ed una autorità sul petrolio iracheno, ha detto che è l’Iraq l’unico dei grandi paesi produttori di petrolio con sufficienti riserve da poter incrementare sostanzialmente la sua produzione.
In otto degli altri paesi– USA, Canada, Iran, Indonesia, Russia, Gran Bretagna, Norvegia e Messico– la produzione ha raggiunto il picco, afferma, mentre i rimanenti due, Cina e Arabia Saudita, sono vicini al punto di declino. Prima della guerra il regime di Saddam Hussein estraeva qualcosa come 3,5 milioni di barili di petrolio al giorno, ma la produzione è oggi caduta a circa 2 milioni di barili.

Il Dr Salameh ha riferito al gruppo parlamentare sul picco petrolifero, che comprende tutti i partiti, che l’Iraq ha offerto agli Stati Uniti un accordo, 3 anni prima della guerra, riguardante l’apertura di 10 nuovi giganti giacimenti petroliferi con termini “generosi” in cambio dell’annullamento delle sanzioni. “Ciò avrebbe certamente impedito la rapida crescita del prezzo del petrolio”, ha detto. “Ma gli Usa avevano un’idea differente. Avevano pianificato di occupare l’Iraq e annettersi il suo petrolio”.

Chris Skrebowski, editore di Petroleum Review, ha detto: “Ci sono molti ‘se’ nel mercato mondiale del petrolio. Questo è uno molto grande, ma ce ne sono degli altri. Se ci fosse stata una guerra civile in Iraq, sarebbe stato prodotto ancora meno petrolio”.

David Strahan: Cosa accadrà poi? La visione di un esperto*

Appena sotto gli 86 milioni di barili di petrolio al giorno, la produzione globale di petrolio è, essenzialmente, stagnante dal 2005, nonostante una crescente domanda, suggerendo che la produzione abbia già raggiunto i suoi limiti geologici, o “picco petrolifero”.

La recessione in Occidente potrebbe non fornire alcun sollievo ai prezzi. Vi è una crescente domanda da paesi come Cina, Russia e paesi Opec, i cui consumatori sono protetti contro la crescita dei prezzi da forti sussidi. Il futuro potrebbe presentarsi in un certo numero di modi:

Il prezzo del petrolio collassa

I sussidi sui carburanti potrebbero essere demoliti improvvisamente, calmierando la domanda. La pressione dei costi ha costretto Malaysia, Indonesia e Taiwan a tagliare i sussidi, ma la Cina difficilmente avrà problemi di liquidità. I produttori Opec non subiscono alcuna pressione per abolire i sussidi; infatti con la crescita del prezzo del petrolio essi diventano più ricchi. Prospettiva: molto improbabile.

La pace potrebbe esplodere in Iraq, si potrebbe trovare un accordo sulla tanto dibattuta legge petrolifera, le compagnie petrolifere internazionali potrebbero iniziare a lavorare sulla più grande raccolta di campi petroliferi vergini. Prospettiva: piuttosto improbabile.

Il prezzo del petrolio si stabilizza o si modera

Una forte recessione nell’Occidente potrebbe tagliare il consumo di petrolio abbastanza da ritardare la crescita del mondo in via di sviluppo e nei paesi Opec, arrivando persino a bloccare questi paesi e facendo alleviare i prezzi. Prospettiva: improbabile a breve termine.

Il prezzo del petrolio cresce

La produzione petrolifera russa è entrata in declino; l’Arabia Saudita ha accantonato piani per espandere la capacità di produzione, i consiglieri del governo nigeriano predicono che il loro output cadrà del 30% entro il 2015. Con altre notizie come queste aspettatevi il petrolio a $ 200 al barile. Prospettiva: probabile.

I grandi produttori di petrolio sposteranno sempre più le esportazioni verso il consumo interno. Ci si aspetta che le esportazioni dei paesi Opec, della Russia e del Messico cadano, spingendo il petrolio a 200$ entro il 2012. Prospettiva: altamente probabile.

Picco Petrolifero

Dopo 150 anni di crescita l’età del petrolio sta iniziando ad arrivare alla fine. “Picco petrolifero” è il termine di uso comune per indicare il momento in cui la produzione smette di aumentare ed inizia a declinare. In tale momento ciò che era andato sempre espandendosi e i rifornimenti economici della risorsa su cui dipendono tutte le moderne economie diventano più scarsi e più costosi, con conseguenze potenzialmente devastanti.

I pessimisti ritengono che la produzione abbia passato il suo picco. Gli ottimisti dicono che potrebbero mancare vent’anni o giù di lì–cosa che ci darebbe un certo tempo per prepararci–ma ora si sono zittiti. La scorsa settimana la International Energy Agency, ottimista ad oltranza, ha ammesso che potrebbe avere sovrastimato la capacità futura. Chris Skrebowski, editore di ‘Petroleum Review’ e un tempo ottimista egli stesso, ritiene che il mondo sia ora “sui contrafforti del picco petrolifero”. I prezzi potrebbero allentarsi un poco nei prossimi anni, ma poi arriverà il vero disastro. Quale sarà il prezzo allora? “Estraete un numero!”

Viaggi

Il petrolio fornisce il 95% dell’energia usata nel trasporto, perciò esso verrà colpito duramente e presto. Le persone probabilmente continueranno ad usare le loro macchine ma si ritiene che le linee aeree saranno le prime a soffrirne. Giovedì il direttore esecutivo della British Airways Willie Walsh ha dichiarato che l’era dei voli economici è finita, suggerendo che quegli ambientalisti che li hanno scelti come obiettivo per combattere il cambiamento climatico potrebbero avere sprecato il loro fiato.

Almeno tre compagnie sono fallite quest’anno. La scorsa settimana la American Airlines ha detto che avrebbe tagliato le proprie rotte, licenziato personale e chiesto $ 15 ai passeggeri Usa per caricare una valigia, a causa di un aumento di $ 3 miliardi nelle sue spese per il carburante. Persino Michael O’Leary, direttore esecutivo di Ryanair, ha detto che il prezzo del petrolio sta “facendo davvero male”. Giovedì gli analisti della Credit Suisse hanno detto che la sua compagnia sarebbe andata in rosso se solo i prezzi del petrolio fossero cresciuti di poco, sino a $ 140 al barile.

Macchine

Il più grande pozzo petrolifero del mondo, si dice, giace sotto Detroit. I veicoli Usa fanno una media di sole 25 miglia al gallone. Migliorare drammaticamente questo aspetto farebbe di più per alleggerire il disastro petrolifero che qualunque probabile nuova scoperta. Ma le nuove misure recentemente approvate dal Congresso porteranno ad un incremento della media a sole 35 miglia al gallone, come già raggiunto dalla Cina. L’Europa fa meglio, anche se non abbastanza, con 44 miglia al gallone.

La crescita dei prezzi del carburante sta già iniziando a guidare il cambiamento. Le vendite delle 4×4 stanno crollando tanto negli Usa che in Gran Bretagna, e quelle delle macchine ibride, che fanno 60 miglia al gallone, stanno crescendo. Con una crescita ulteriore dei prezzi i produttori tireranno fuori dal cassetto i piani, preparati da tempo, per veicoli molto più efficienti. Ibridi “plug-in”, che vengono caricati con elettricità durante la notte, fanno risparmiare un altro 45% di consumo del petrolio. Più in là si trova la “hypercar”, costruita con plastica leggera e resistente, che attraverserebbe gli Usa con un solo pieno di serbatoio.

Case

Tutte le nuove case in Gran Bretagna dovranno essere, entro il 2016, a carbone zero — cioè senza l’utilizzo di combustibili fossili come petrolio–a quanto ha annunciato il governo, e i costruttori stanno lottando per raggiungere l’obiettivo. Ad oggi questo standard può essere raggiunto solo con grandi spese, ma l’industria è fiduciosa di abbattere i costi appena si arriverà alla produzione di massa. È pure più importante adattare le case esistenti.

Il passo chiave è super-isolare le case in modo da renderle il più possibile efficienti energicamente, e solo allora fornirle di risorse rinnovabili. Scaldabagni solari, pompe che estraggano calore dal terreno e bollitori alimentati con palline di legno sono le opzioni favorite. Le pale eoliche da mettere sul tetto non funzionano ancora abbastanza bene. Pannelli fotovoltaici, che ottengono elettricità dal sole, sono costosi ma i loro prezzi dovrebbero scendere. La Gran Bretagna è indietro rispetto ad altri paesi. I prezzi crescenti dell’energia dovrebbero scuotere la situazione.

Shopping

Di fatto quasi tutto è, almeno in parte, prodotto col petrolio, e perciò tutto diventerà più costoso. Circa 10 calorie di petrolio vengono bruciate per la produzione di ogni caloria di cibo negli Usa, e allevare una singola mucca e portarla al mercato consuma tanto quanto guidare da New York a Los Angeles. Qualcosa come 630 g di carburante vengono usati per produrre ogni grammo di un microchip.

Il culto della produzione stagionale e locale diventerà importante quando tutti impareranno qualcosa sulle ‘miglia di cibo’, e chi tiene i giardini verrà catturato da una forma moderna di “Dig for Victory” [iniziativa del governo inglese durante la seconda guerra mondiale per chiedere agli inglesi di coltivare il proprio giardino e aiutare così il sostentamento della popolazione civile N.d.t.]. Una cattiva notizia per i contadini oltremare che forniscono il 95% della nostra frutta e la metà della nostra verdura. Gite verso i supermarket fuori città sembreranno stravaganti, portando a un rinascimento delle vie cittadine dello shopping e un nuovo aumento nell’acquisto di generi alimentari online, e presto mangeremo le nostre stesse patate.

Terzo Mondo

I paesi poveri e le loro popolazioni saranno colpiti da una devastante doppia disgrazia colìn l’aumento dei prezzi per il carburante e per il cibo. Lo scorso anno, quando il petrolio costava solo la metà di adesso, paesi, dal Nepal al Nicaragua, sono stati colpiti da carenze di carburante. Almeno 25 dei 44 paesi sub-Sahariani stanno affrontando gravi carenze di elettricità.

Dal momento che il petrolio viene usato in agricoltura l’aumento del suo costo farà crescere i prezzi del cibo, affamando sempre più gente. Cosa peggiore, l’alto prezzo della benzina farà crescere la spinta verso i biocarburanti prodotti da mais e altri raccolti, cosa che porterà le persone più povere della terra in competizione con gli automobilisti per il grano– una battaglia che non possono vincere. Solo un pieno di etanolo del serbatoio di una 4×4 utilizza tanto grano quanto ne serve per sfamare una persona un anno.


[Il crescente gap tra petrolio scoperto (istogramma rosso) e produzione basata sulla domanda del mercato (linea nera). In verde una stima delle scoperte future estrapolando l’attuale trend.]

Economie emergenti

Cina e India e altri paesi in via di sviluppo contribuiranno a far crescere la richiesta di petrolio e entreranno in competizione per le scarse forniture. Ciò ha già contribuito a far crescere i prezzi: la richiesta di petrolio dei paesi occidentali è caduta negli ultimi due anni, ma le economie emergenti hanno più che compensato il calo. E hanno il denaro per farlo.

I consumatori cinesi ed indiani sono stati sino ad oggi isolati dagli effetti dell’incremento dei prezzi da pesanti sussidi governativi, e le loro rivoluzioni industriali e la rapida crescita sono largamente alimentate col petrolio. Non vi è alcun segno che la crescita nella domanda cali. Questi paesi probabilmente seguiranno la lunga tradizione occidentale di stringere accordi con i paesi esportatori di petrolio–appoggiando regimi sgradevoli–per cercare di assicurarsi le risorse.

Conflitti

La scorsa settimana un battagliero Gordon Brown – “incredibilmente concentrato” sul petrolio, secondo i suoi spin-doctor -ha iniziato a giocare al gioco delle accuse. “È uno scandalo,” ha detto, “che il 40% del petrolio sia controllato dall’Opec e che le sue decisioni possano restringere le forniture di petrolio per il resto del mondo”.

Qualcuno dovrebbe dirgli che dovrebbe accusare la geologia – o Dio – e che, con il picco della produzione petrolifera, i paesi Opec semplicemente non saranno capaci di pompare petrolio. Ma non è il solo; quattro senatori Usa hanno avvertito l’Arabia Saudita che, se non aumenterà la produzione, gli Usa potrebbero ritirare il loro appoggio militare.

Accadranno sempre più fatti simili con il restringersi delle forniture. Tre anni fa un rapporto dell’esercito Usa ha predetto che il petrolio avrebbe presto raggiunto il picco, e che sarebbero aumentati i rischi per la sicurezza. Aspettatevi guerre per il petrolio. Ma, naturalmente, ne abbiamo già avuta una – in Iraq.

*David Strahan è autore di ‘The Last Oil Shock’, John Murray, lastoilshock.com

Titolo originale: “Oil: A global crisis”

Fonte: http://www.independent.co.uk
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25.05.2008

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

SE IL PETROLIO VA A PICCO

DI FRANCESCO PICCIONI
Il Manifesto

«Per rimpiazzare greggio e gas naturale non c’è nulla sulla terra». Parla l’astrofisico Di Fazio.

Alberto Di Fazio è astrofisico teorico presso l’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), membro della Commissione Nazionale Cnr/Igbp (Programma Internazionale Geosfera-Biosfera), responsabile italiano del Progetto Igbp/Aimes (Analysis, Integration, and Modeling of the Earth System), presidente Global Dynamics Institute, accreditato presso la Conferenza delle Parti sotto la Unfccc (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici).

Il petrolio è aumentato del 500 per cento in sei anni, mentre la produzione è di fatto stabile da tre. Cosa sta succedendo?

Non si può più fare quello che si è fatto per oltre 100 anni: pompare sempre di più moltiplicando i pozzi. Su più di 90 paesi produttori, 62 hanno raggiunto il «picco» e sono quindi in calo; quelli che non l’hanno raggiunto – come l’Arabia Saudita e altri minori – non riescono ad aumentare l’estrazione in misura sufficiente a compensare. Gli Stati uniti hanno «piccato» per primi nel 1970, dopo aver «carburato» col petrolio due guerre mondiali e un grande sviluppo economico. Il Venezuela ha piccato nel ’70, così come la Libia; l’Iran nel ’74. Gran Bretagna e Novegia tra il ’99 e il 2001. La Russia lo aveva fatto una prima volta per motivi politici (il crollo dell’Urss), poi si è ripresa ma ha piccato di nuovo nel 2007, senza peraltro mai raggiungere il livello precedente. Di conseguenza, l’offerta è praticamente stabile – tra 86 e 87 milioni di barili al giorno (mbg) – mentre la domanda cresce rapidamente. Perciò il prezzo non può che aumentare.

Eppure le compagnie petrolifere rispondono che anni di prezzo troppo basso hanno disincentivato nuove esplorazioni.

Sono dichiarazioni di natura politica. Se ascoltiamo geologi o ingegneri che lavorano per conto di queste compagnie capiamo che c’è stato tutto il tempo – 20 o 30 anni – per cercare ancora. Ci spiegano che la tecnologia esplorativa è migliorata di un fattore 500 o 600 rispetto al 1963, quando venne raggiunto il «picco» delle scoperte. Si utilizzano satelliti, strutture a ologramma, infrarossi, cose che non ci sognavamo neppure. Negli Usa, tra il ’70 e l’80, c’è stato un boom di trivellazioni, quadruplicando il numero dei pozzi. Ciò nonostante, in quella decade, la loro produzione è progressivamente calata. Non è mancata la ricerca, ma i risultati.

Sentiamo spesso di «grandi giacimenti» appena scoperti, come in Brasile o nell’Artico.

Quello in Brasile è stimato tra i 10 e i 20 miliardi di barili. E’ «grande» per il Brasile, perché porterà lì ricchezza ed energia. Ma a livello mondiale, rispetto ai 1.000 miliardi di riserve dichiarate esistenti – la metà di quelle iniziali – questo giacimento sposta il «picco» di due o tre mesi. Quello sotto l’Artico non dovrebbe neppure avvicinarsi alle dimensioni di Ghawar in Arabia o di Cantarell in Messico. E in ogni caso, per poterlo sfruttare, sarebbe necessario un riscaldamento globale tale da sciogliere la calotta polare. Non proprio una cosa da augurarsi. Ci sarebbe bisogno di trovare subito, ma proprio subito, 2-300 miliardi di barili per spostare il «picco» di cinque o sei anni.

Quanto pesa il petrolio nel bilancio energetico globale? E si potrebbe sostituirlo, in modo credibile?

Il 70% del raffinato va in combustibili da trasporto (benzina, diesel, cherosene, ecc). Il 98% di questi combustibili viene dal petrolio; così come tra l’85% e il 90% dell’energia totale proviene dagli idrocarburi. Solo tra il 7 e l’8% viene dal nucleare. Il resto, pochissimo, dalle rinnovabili. Per rimpiazzare petrolio e gas naturale non c’è praticamente nulla, sulla terra. L’idrogeno non esiste in forma libera, ma va fabbricato impiegando più energia di quella resa poi disponibile. Per il carbone si parla di centinaia di anni, ma in realtà si tratta di un minerale a più bassa intensità di energia, che ne richiede molta già per l’estrazione. Il carbone realisticamente utilizzabile basterebbe per qualche decina di anni. Tra le «non rinnovabili» c’è anche l’uranio, su cui esiste una stima molto precisa di Rubbia e di David Goodstein (del Caltech): ne abbiamo per 20 anni da adesso. Usiamo 14 Terawatt di energia; a volerle fare col nucleare servirebbero 10-15.000 centrali in 20 anni. Una ogni giorno e mezzo! Anche dal punto di vista dei materiali (acciaio, cemento, ecc) è impossibile. Negli Usa ce ne sono 104 e in tutto il mondo poco più di 400. Il nucleare potrebbe essere al massimo un «ponte» a cavallo del picco del petrolio. Ma anche le rinnovabili lo sono. Per fare le pale eoliche o i pannelli solari bisogna andare a prendere l’alluminio, fare attività di miniera; e questa si fa con l’energia del petrolio, mica con pala e piccone. Ma dove sta tutto questo alluminio? Questo significa che dipendiamo dal petrolio anche per le rinnovabili.

Che cosa bisognerebbe fare, allora?

Tirare il freno a mano, conservare petrolio e gas rimanenti per fare queste benedette rinnovabili, finché è possibile. Anche la tecnologia proposta da Rubbia ha bisogno di energia da petrolio. Non possiamo fare le acciaierie con un’economia che va a legna. E nemmeno con l’energia nucleare, perché una centrale deve essere a temperatura moderata (2-300 gradi) altrimenti fonde il nocciolo. Noi potremmo concentrare quella metà di petrolio rimasta, risparmiando sui trasporti di merci voluttuarie e salvaguardando quelli «necessari». E dobbiamo tener conto che anche l’agricoltura, al 90%, dipende dal petrolio. Senza, la produzione agricola si ridurrebbe da 10 a 1.

Ma come sono conciliabili capitalismo e decrescita?

In nessuna maniera. Il capitalismo è fondato su un’equazione che è un esponenziale. Ogni incremento annuale è proporzionale a un certo coefficiente moltiplicato il capitale stesso. E’ una curva che cresce sempre di più, come quella dell’interesse composto. Il capitalismo è reinvestimento e crescita. Ma non esiste un investitore che cerca di guadagnare meno di quel che investe. E quindi l’intervento pubblico sarà obbligatorio. Mi soprende che se ne cominci a rendere conto la destra, come fa Tremonti nel suo ultimo libro, dove dice apertamente che il mercato non si può più regolare da solo. Mi sorprende che non lo dica invece più la sinistra. Si capisce ormai che è in arrivo una crisi peggiore del ’29, ma non si dice il perché. Questa è in realtà più grave, perché nel ’29 si era partiti da una bolla speculativa temporanea. Qui avviene per un fatto naturale, geologico. Finiti petrolio, gas e carbone, nessuno ce li rimette più.

Tutto questo era già stato anticipato dal Club di Roma, addirittura nel 1972. Poi non si è fatto nulla. Quelle previsioni furono definite ad un certo punto sbagliate. Come stanno adesso le cose?

Alcuni governi, come Gran Bretagna e Usa, hanno costruito delle task force interministeriali per gettare fumo. Hanno prodotto libri per dire che non era vero, ovviamente senza alcun fondamento scientifico. Il Club prevedeva la crisi economica mondiale nel 2020-2030, il crollo della produzione agricola nello stesso periodo, il calo della produzione di greggio e gas naturale (ma non l’«esaurimento»!), e il picco della popolazione globale un po’ più in là nel tempo, nel 2040-50. Sulla popolazione ci hanno preso in pieno: 6 miliardi di persone nel 2000 e così è andata. Sulla crisi industriale, mi sembra proprio che ci stiamo arrivando. Sulla produzione agricola ci siamo già: il prodotto agricolo pro capite ha cominciato a flettere nel ’98, ora anche quello totale. Basta guardare i grafici da loro prodotti nel ’72, nel ’92 e poi ancora nel 2002 per vedere che in tutte e tre le previsioni si calcolava che le risorse nel 2000 sarebbero state consumate per un quarto e quindi, sapendo che il «picco» si colloca sulla metà, invitavano ad agire in tempo. Semmai i loro calcoli sono stati fin troppo ottimistici, visto che siamo sul «picco» già ora invece che nella terza decade di questo secolo. Loro speravano che il sistema avrebbe reagito subito alla scarsità a alle crisi locali, riallocando nella maniera più saggia le risorse. E invece vediamo che persino il protocollo di Kyoto – un puro esperimento di riduzione delle emissioni del 5% (mentre servirebbe l’80%) – è rimasto lettera morta. Il modello, infine, era superottimistico perché non prevedeva né guerre né conflitti sociali di grande ampiezza. E invece, oltre quelle già avvenute o in atto, c’è una pletora di analisti che ci mostrano come altre se ne stiano preparando. E più violente delle attuali.

Fonte: http://www.ilmanifesto.it
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25.05.2008

Pubblicato da Das schloss

  • LonanHista

    Ecco perché ogni giorno “sfoglio” comedon:perché succede di trovare analisi che sono dati di fatto, certezze.

    E che appunto la crisi è sistemica, e gli effetti che si avranno nel volgere di un decennio-due, comporteranno una svolta epocale, nel senso che dovremmo scordarci il mondo e la vita(gli standard)finora vissuti.

    Anche se ci andrei più cauto col pessimismo.
    Perché il pessimismo a mio avviso è dovuto solo a questioni politiche,al fatto che alle masse non si può dire tutta la verità, e soprattutto vi è il pericolo che gli equlibri geopolitici saranno stravolti e che si inneschino aspri conflitti.

    Altrimenti per sostituire il petrolio, inteso come energia per muovere mezzi, per alimentare l’industria vi sono tante di quelle alternative che neppure si immaginano. Molte delle quali sono gratis, e questo è il problema.

    CI SI RENDE CONTO QUANTA ENERGIA SI POTREBBE AVERE METTENDO DELLE TURBINE NEI FONDALI DELLO STRETTO DI MESSINA, DOVE CI SONO CORRENTI MARINE CONTINUE E CON UNA SPINTA CHE NON HA EGUALI?

    Oppure si parla del sorgo e del panicum, piante che non necessitano di acqua o fertilizzanti chimici e che crescono in ambienti e climi dove non possono essere coltivate piante alimentari.
    Sorgo e panicum che hanno una resa per ciò che concerne il bioetanolo superiore ad ogni altra pianta e che già oggi sarebbe conveniente adottare.

    SEMPLICEMENTE NON SI VUOLE FARE.
    IL PERCHé è SEMPLICE:occorre sottostare al monopolio “politico-finanziario” degli anglo-americani.

    Oppure in Italia abbiamo avuto eccedenze di vino e zucchero.
    Ebbene a livello Ue ci hanno imposto di tagliare la produzione.

    MA QUELLE ECCEDENZE NON POTEVANO ESSERE UTILIZZATE PER RICAVARE ETANOLO?

    Eppure, dobbiamo investire nel nucleare.
    Miliardi di euro buttati, per coprire al limite il 10% del fabbisogno, con costi superiori ai benefici.

    Insomma fino a che siamo succubi degli anglo-americani, siamo soggetti a pagare loro la tangente, con il petrolio ed il nucleare.

    E soprattutto non possiamo avere velleità di indipendenza energetica.

  • radisol

    Speciale bolla petrolifera

    Sembra avviarsi a soluzione uno dei maggiori misteri della tempesta perfetta in corso, sostanzialmente rappresentato dall’operare concreto degli investitori istituzionali, in particolare fondi pensione, fondi di investimento ed hedge funds, proprio quei soggetti cui l’ultimo rapporto del Fondo Monetario Internazionale, presentato poche ore prima dell’avvio dei lavori dell’ultimo G7 finanziario di metà aprile, addebita perdite finali nell’astronomico ordine di 665 miliardi di dollari, perdite almeno doppie rispetto a quelle previste per le Investment Banks e le banche più o meno globali.

    Ebbene, proprio ieri è finalmente trapelata la notizia che il temutissimo Coomodities Futures Trading Commission (CFTC), sì proprio la commissione che inchiodò Raul Gardini alle sue responsabilità in merito al trading di futuri sulla soia e chiuse d’autorità le posizioni che avevano reso la Ferfin monopolista per un intero raccolto dell’importante derrata alimentare, sta facendo lavorare alacremente i suoi esperti da oltre sei mesi per verificare l’operatività in materia di futures sul petrolio e le altre materie prime, derrate alimentari comprese, con particolare riferimento ai comportamenti degli investitori istituzionali che stanno agendo aggressivamente e con scommesse one way che, in scia all’indubitabile aumento della domanda cinese di petrolio, si stanno mostrando come dellle self fulfilling prophecies e mandando letteralmente alle stelle il prezzo del greggio e quello della benzina e del gasolio alla pompa.

    Non posso dimenticare una infuocata riunione sull’argomento dell’incidenza dei derivati sui prezzi dei beni sottostanti la scommessa finanziaria svoltasi negli anni Novanta, una riunione nel corso della quale osai porre timidamente la questione della stessa liceità di scommesse che nel 99 per cento dei casi già allora non si traducevano in effettivi scambi fisici del prodotto sul quale la scommessa stessa veniva effettuata, innocente domanda che scatenò un vero e proprio putiferio non degno dei corsi di comunicazione cui tutti i partecipanti si erano diligentemente sottoposti, con il risultato che la domanda non ottenne risposta e per poco non volarono le sedie ed i blocchi per gli appunti di cui eravamo tutti dotati.

    Dalle testimonianze di alcuni manager di hedge fund di fronte ai membri del Congresso degli Stati Uniti d’America, è, per esempio, emerso che, solo nei primi 52 giorni lavorativi di questo invero orribile 2008, gli investitori istituzionali hanno messo sul piatto di questo particolare casinò della finanza la bellezza di 55 miliardi di dollari (per dare soltanto un’idea, ricordo che Hillary Rodham Clinton realizzò qualche tempo fa centomila dollari grazie ad una scommessa di soli mille dollari), una scommessa che avrebbe consentito di realizzare, ove l’operazione fosse stata chiusa al record di 135 dollari al barile, una vera e propria fortuna ai fortunati detentori dei preziosi tickets, mentre si è scoperto che, negli ultimi cinque anni, gli investimenti in indici collegati, appunto, alle materie prime più o meno energetiche, sono passati dai 13 ai 260 miliardi di dollari.

    Per onestà intellettuale, va ricordato che il solo aumento della domanda di petrolio nel corso dello stesso quinquennio da parte della sola Cina è stato pari a 920 milioni di barili, mentre la domanda di futures è stata pari a 848 milioni di barili, ma è altrettanto evidente che, sommando i due fenomeni, il prezzo del petrolio non poteva che risentirne drammaticamente, il che si è puntualmente verificato, pur in presenza da sei mesi almeno di un sensibile rallentamento dell’economia americana, di un più moderato rallentemanto nell’area europea e di non lievissimo rallentamento in Cina e negli altri paesi asiatici.

    La strategia degli investitori istituzionali aveva, ricordano sempre i manager rudemente intervistati dagli infuriati politici pressati a loro volta dai loro elettori, era basata, da un lato, sul tentativo di prevenire un eccesso di inflazione (sic), mentre, dall’altro, vi era il neanche troppo celato di rifarsi di quel vero e proprio bagno di sangue legato al meltdown in corso in pressocché tutti i comparti del mercato finanziario statunitense, così come in quello globale, una discesa media che è ormai introno al 50 per cento rispetto ai massimi di inizio 2007, mentre per alcune categorie come quella delle compagnie di assicurazione monoline è meglio non fare confronti con i massimi toccati appena un anno fa senza avere un cuore veramente forte.

    Non va sottovalutato, inoltre, il piccolo particolare rappresentato dal massiccio delisting di tutte quelle banche specializzate nel mortgage che hanno fatto ricorso in massa e nello stesso week end alla protezione della legge fallimentare statunitense, il che non solo ha impedito alle banche di grandi dimensioni di rivalersi su di loro per le “sole” ricevute, ma anche ridotto a zero il valore delle azioni di queste entità possedute dagli investitori istituzionali nei loro molto diversificati portafogli.

    Come non mi stancherò mai di ripetere, i sentimenti dominanti nel mercato finanziario locale e globale sono la paura e l’avidità, entrambe pessime consigliere, sentimenti cui non sono certo immuni gli amministratori delegati ed i presidenti pagati in oro un tanto al chilo, persone che sono talmente panicate che non riescono nemmeno più a dotarsi di quegli opportuni strumenti di stop losses e take profit rigidamente imposti invece ai loro collaboratori, il che li porta a non comprendere quando un gioco altamente speculativo deve trovare la sua opportuna e redditizia conclusione,anche al sano fine di non essere travolti dallo scoppio della stessa gigantesca bolla speculativa che si è contribuito a creare.

    Come sto ripetendo da giorni, il gioco in corso sul mercato dei derivati del petrolio e di tutte le altre materie prime è condotto da Goldman Sachs, dalle altre tre appartenenti al gruppo delle Big Four (dopo la scomparsa prematura dell’orso di Stearns), dalle banche più o meno globali e, the last but not the least, dagli investitori istituzionali, hedge funds, ovviamente, in testa, per finire infine ai medi, piccoli e piccolissimi individuals che si sono messi sulla scia di questa variegata flotta non avendo, spesso, neanche il salvagente a bordo delle loro fragili imbarcazioni esposte agli alti marosi della tempesta perfetta in corso.

    Consiglio vivamente a tutti i naviganti, in particolare ai piccoli tra di loro, di osservare attentamente i segnali sempre più vistosi di scricchiolio provenienti dalle quotazioni e di non fidarsi assolutamente dei reports in pieno conflitto di interessi provenienti dagli esperti in carico a Goldman o altre grandi entità che stanno facendo da apripista di questo pericoloso gioco altamente speculativo, a meno di non utilizzarli per fare esattamente il contrario di quanto sarebbe logico fare in base a quanto vi è scritto, anche perché, personalmente, non modifico la previsione fatta l’ultimo giorno del 2007 e che vede il prezzo del barile nel 2008 a 75 dollari, con l’euro a 1,70 dollari e lo yen nell’area dei 90-95 contro dollaro.

    Marco Sarli

    Responsabile Ufficio Studi UILCA

    http://www.uilca.it