Perché si suicidano?

Perché si suicidano?
A total of 579 shoes are being taken around the country to raise awareness of suicide.

DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.it

Non so come sono capitato sulla notizia: la Nuova Zelanda ha il record mondiale nei suicidi di giovani in rapporto alla popolazione (1). Chi l’avrebbe mai detto. E pensare che ero andato a finire su un sito neozelandese per questioni di vela e di mare…i “kiwi”, uno degli Stati dove è più difficile stabilirsi per lavoro…un ecosistema incontaminato…ci hanno persino girato “Il signore degli anelli” perché gli scenari naturali sono incantevoli…

E questi si suicidano.

Detto così, sembra quasi inconcepibile visto che la Nuova Zelanda continua la sua crescita economica in piena recessione mondiale e, anzi, ha allentato i cordoni della borsa anche sul fronte immigrazione.

Eppure, i dati sono inconfutabili: il doppio dell’Australia, il triplo della Gran Bretagna…e così via.

Così, mi sono messo a cercare cosa dicevano di questa vera e propria “massa” di giovani che ogni anno si tolgono la vita gli “addetti ai lavori”, ossia sociologi e psicologi ma…a parte qualche intuizione sensata, non mi hanno convinto.

Certo, che la cultura maori sia profondamente maschilista, che i miti della forza siano propalati ai quattro venti…che chi non si sente “macho” al mille per cento fosse un po’ in difficoltà…tutto questo ci sta, ma non spiega questa vera e propria epidemia di suicidi giovanili. I più uomini, ma anche tante donne.

Poi, mi sono imbattuto in questo articolo (2), che ha iniziato a squarciare il velo del “politically correct” ed a fornirmi qualche buona riflessione. E mi è tornato alla mente un ragazzo canadese, che viveva a Torino insegnando yoga, in anni lontanissimi…il quale, la sera, andava a zonzo a Porta Nuova, la stazione centrale.

Bisogna dire che, all’epoca, Porta Nuova non era un luogo pericoloso: ci andavo a comprare la prima edizione della “Stampa”, che usciva intorno all’una di notte. Perché? Un giorno gli chiesi.

La risposta fu strabiliante: “se tu fossi vissuto in un posto dove i tuoi vicini sono a 50 miglia da te, correresti alla stazione tutte le sere, per vedere i visi, tanti, le persone, le espressioni…”

Già, proveniva da una zona del Canada con una popolazione di 1 abitante per chilometro quadrato…eppure in Canada non si suicidano come in Nuova Zelanda…

Siamo abituati a vivere al centro del mondo, e non ce ne rendiamo nemmeno conto: in due ore di volo abbiamo Roma, Parigi, Londra, Vienna, Madrid, Berlino, Amsterdam, Atene…

La Storia dell’umanità abita nella porta accanto: un amico che abitava a Trastevere, al piano terreno, aveva la parte bassa dei muri perimetrali che erano ancora quelli costruiti dai Romani, poi altri costruirono sopra, e via…non lontano da Regina Coeli.

Mentre attraversavo il London Bridge…” recitava una ballata medievale…e noi non ci stupiamo poi neanche tanto: attraversiamo il London Bridge ed entriamo nel quartiere di Banks, la gioia degli investitori internazionali.

Non riusciamo nemmeno ad immaginare cosa vuol dire vivere in una “natura incontaminata” 365 giorni l’anno, con la sensazione che tutto quel che capita nel mondo avvenga a diecimila miglia dal cottage in stile inglese circondato da montagne, che sembra “incapsulato” in un mondo che non vuoi, che ti annoia, al punto di toglierti il gusto della vita.

Fra le ragioni citate dai sociologi una mi ha colpito: “una colonizzazione mai completata”. I Maori non saranno d’accordo, ma le cose sono andate così: gli inglesi avevano i fucili, loro archi e frecce. Bisogna guardare avanti.

La leggenda dei “due cuori e una capanna”, magari al limite di un bosco infinito, si stempera nella realtà di figli che vedono il mondo solo su Internet, quando c’è. Questo è il risvolto delle colonizzazioni inglesi, condite con severi stigmi razziali, senza curarsi del domani: un boccale di birra, la sera, ogni tanto la sbornia all’osteria (miglia e miglia…) e quattro vecchie ballate, uguali nei secoli.

Questi ragazzi, coi loro suicidi, sono paradossalmente dei rivoluzionari: fanno una richiesta estrema, dateci qualcosa per vivere!

Anche altre nazioni del Commonwealth britannico soffrono di simili problemi, come l’Australia (un continente con 24 milioni d’abitanti!) ma non il Canada, che ha saputo prevenirli per tempo. L’agricoltura canadese è gestita in modo assai ingegnoso: le famiglie si spostano nei campi (gestiti con molta tecnologia) solo nella buona stagione. A Luglio mietono il frumento, ad Agosto arano ed a Settembre seminano: poi, via in città (di medie dimensioni, ma con un’offerta culturale e sociale appagante). Che ci stai a fare in luoghi coperti dalla neve, regni di lupi ed orsi, a dieci o venti sotto zero? Ad immaginare le piantine di grano sotto la neve?

Bisogna anche riconoscere che il Canada non è solo anglosassone, una buona dose di sangue francese scorre nelle loro vene: una cultura più permissiva dei tetri luterani anglofoni.

Forse un po’ di sangue latino è quel che ci vorrebbe per mitigare quelle lande desolate, che il British Empire disseminò nel pianeta, macinando le culture autoctone e sostituendole con l’effige di un re che viveva all’altro capo del mondo.

Tutto ciò, però, richiama alla nostra attenzione le migrazioni, sempre esistite dai primordi dell’umanità, spesso accompagnate da guerre, poi da fusioni di culture, infine da periodi di stabilità. Per, poi, tornare da capo con una nuova migrazione.

Va da sé che l’attuale migrazione verso l’Europa sia antistorica: coloro che migrano non giungono in armi per sottomettere un’altra popolazione, bensì vengono addirittura accolti.

Se fosse soltanto un problema economico e sociologico la storia finirebbe qui, giacché non ha nessun senso. E’ vero che, per alcune strutture economiche, la presenza di persone che vivono ancora il rapporto uomo/animale in modo ancestrale – non corrotto dalla Disney! – torna utile: basti riflettere su tutta la “filiera” dei prodotti d’origine animale: carne, latte, formaggi. Solo per il parmigiano ed il grana padano sono decine di migliaia i magrebini, neri o slavi che hanno trovato un’occupazione. E bisogna riconoscere che pochissimi giovani italiani 3.0 ambirebbero a diventare mungitori, mandriani, fattori, ecc. Piuttosto, preferiscono elemosinare un “favore” da parte di un politico, oppure scaldare la poltrona di papà e mamma. Finché dura.

E’ una realtà della quale dobbiamo prendere coscienza: molti anni fa, un ufficiale degli Alpini mi raccontò che la transizione “oltre il mulo” – di là delle questioni d’ordine tattico/strategico – era inevitabile, giacché s’era inaridita la fonte dei ben noti “conducenti di mulo”, ossia la società agropastorale di un tempo.

Non puoi sbattere un ragazzotto cresciuto a pane e nutella a fianco di un mulo, perché manca quella conoscenza dei “segni” che nascono da generazioni d’esperienza. Anche negli eserciti professionali: è il medesimo problema. Eppure, gli Alpini sono andati in Afganistan, caldamente desiderati dai comandi statunitensi: era una guerra di poveri, fatta da gente povera con mezzi primitivi – fucile, razzo, esplosivo – roba di un secolo fa per noi. Ci voleva gente abituata a quegli scenari di guerra in montagna, della guerra dei poveri.

Ma, di là degli scenari bellici – se torniamo alla Nuova Zelanda – forse scopriamo che per l’immigrazione (o completamento della colonizzazione) si è atteso troppo tempo, al punto che la società ha perso la spinta vitale, il senso del vivere.

Osservate questi, sintetici e semplici, dati:

Italia

Superficie: 301 340 km2

Clima: temperato caldo

Abitanti: 60.532.325

Densità della popolazione: 201,1 ab./km2

Nuova Zelanda

Superficie: 267 710 km2

Clima: temperato piovoso

Abitanti: 4.578.900

Densità della popolazione: 17 ab./km2

All’atto dell’Unificazione, l’Italia aveva circa 20 milioni d’abitanti: 4 volte gli abitanti della Nuova Zelanda attuali!

Per avere una densità simile a quella neozelandese, bisogna risalire a prima del 1800!

Abbiamo compreso che l’attuale fase migratoria dall’Africa all’Europa è stata abilmente diretta, distruggendo quel poco di buono che gli africani erano riusciti a creare: osservandole oggi, le cosiddette “primavere arabe” sono state la dissoluzione di qualsiasi tentativo di superare l’eterno medio evo islamico, laddove l’assenza del pensiero illuminista li imbriglia in un mondo ancestrale.

Libia e Siria erano gli Stati nel mirino dei globalizzatori, e Libia e Siria sono state forgiate col fuoco per anni, affinché smarrissero le strade tracciate da Gheddafi e da Assad per accomunarsi nell’indistinto marasma mediorientale, con la conseguente rapina delle risorse destinate alle popolazioni. La lezione di Mossadeq è sempre attuale. La Siria pare, oggi, salva ma domandiamoci: quanto ci vorrà per uscire da questi anni di guerra e distruzione? La Libia è, oramai, uno scatolone di sabbia e basta.

L’immigrazione di massa, dunque – soprattutto in un Paese come l’Italia che vive in recessione da decenni – non è servita a niente: né agli italiani, né agli africani. Forse quella più “centellinata” dei decenni precedenti qualche frutto l’ha dato…riflettendo che, parimenti, c’è un movimento d’emigrazione dall’Italia verso l’Europa e gli USA.

Una nazione con circa 40 milioni d’abitanti potrebbe essere più stabile per il territorio italiano, mentre non è pensabile avere una nazione (Nuova Zelanda) grande pressappoco come l’Italia che non raggiunge i 5 milioni d’abitanti.

L’uomo è un animale sociale, che vive in questa socialità (e, dunque, anche nelle migrazioni) un rapporto di incontro/scontro, laddove gli estremismi (no ai neri! accogliamoli tutti!) non servono ad altro che ad alimentare risse da pollaio. Senza risolvere nulla.

Sappiamo che, generalmente, le società ricche ma con poche fiducie (e sogni) tendono ad un edonismo quasi malinconico, che li dissangua sul fronte della natalità. Fin che ci sono risorse (statali) per alimentare artatamente il cosiddetto “terzo figlio”, queste società riescono a sopravvivere, ma la sperequazione nella ripartizione della ricchezza (fortemente voluta dal sistema finanziario) le conduce verso il cul de sac dell’estinzione.

Il fenomeno neozelandese ci racconta un nuovo aspetto: anche in presenza di un’economia in crescita e di un certo benessere economico, la società soffre, al punto che i giovani si tolgono la vita.

Qual è il punto d’equilibrio?

Oggi, in Italia, si sente urlare da più parti che siamo stati “invasi”, che siamo troppi, che ci dà fastidio la sovrappopolazione, che non sopportiamo questa “gente” a “casa nostra”, ecc.

A ben vedere, questo è quello che (giustamente o no) prova un cittadino, ossia un abitante di una città.

Ma nel territorio, le cose vanno proprio così?

Intere valli si stanno spopolando: prima se ne va la farmacia, poi il giornalaio, quindi il tabaccaio…rimane l’ultimo bar, ma solo per qualche tempo. Poi, poche case abitate, buie, solo riflessi di Tv accese con vecchi che attendono la morte oppure il ricovero nelle strutture per anziani. Muoiono. Figli e parenti ereditano: cosa se ne fanno, gli eredi, di queste case?

Le vendono per quattro soldi – se ci riescono – oppure le chiudono e vanno in rovina.

Qualcuno dice: potrebbero darle ai migranti, se non sanno dove andare, cosa fare, ecc…non discuto la validità (oppure no) di queste ipotesi, però faccio notare una cosa.

Per pianificare un simile intervento – che si tratti di giovani italiani o migranti – bisogna avere la capacità di strutturare un piano pluriennale, seguirlo, correggerlo dove non funziona…in altre parole, attuarlo. Abbiamo una classe politica in grado di farlo?

Anni fa, quando s’iniziò a meditare sulle biomasse per il riscaldamento domestico, una delegazione di imprenditori del settore si recò dal governo (non ricordo quale) e chiese: se procediamo con queste scelte, dobbiamo saperlo per tempo, perché dovremo progettare e costruire nuove macchine agricole, una tecnologia diversa da quella attuale.

Pensate che qualcuno abbia risposto? Ecco.

Negli stessi anni, un ricercatore dell’ENEA stese un piano per recuperare le cadute d’acqua un tempo sfruttate dai mulini ad acqua o da altre, simili strutture. Erano circa 800 MW di potenza idroelettrica (una stima minimale), l’equivalente di una grande centrale a carbone.

Se ne fece qualcosa? Ecco.

Oggi importiamo quasi la totalità del pellet che usiamo, mentre – ogni tanto – qualcuno rialza la testa e chiede centrali nucleari.

Siccome le risorse sono sul territorio, e a nessuno importa niente di trovare i modi per utilizzarle, tutto va a ramengo: come vedete, non è una questione di scelta fra italiani o migranti, è la scelta di fare o non fare degli interventi, poi, chi devono essere gli attori del piano non m’interessa, m’interesserebbe che qualcuno meditasse d’averne uno.

Così, viviamo una situazione paradossale: atmosfere da banlieu parigina in – stimiamo – un centinaio di città e situazioni “neozelandesi” nel territorio, invaso da cacciatori, cicloturisti, guardoni di uccelli, boy scout quarantenni, comitive dell’associazione ex combattenti, gitanti sperduti ed ammennicoli vari.

Metà della popolazione non ha i mezzi per campare decentemente nei centri abitati – la deindustrializzazione ha colpito duro – mentre l’altra metà saprebbe come fare, ma la distruzione della società agropastorale non è stata avvertita per tempo, ed il “collante” fra gli attori sociali è andato perduto.

In Nuova Zelanda la colonizzazione non è stata “completata”, mentre da noi diciamo che è andata perduta.

A parte i morti per rissa, alcool, droghe e coltellate varie…a quando i primi suicidi d’adolescenti?

Carlo Bertani

Fonte: http://carlobertani.blogspot.it/

Link: http://carlobertani.blogspot.it/2017/10/perche-si-suicidano.html

31.10.2017

1) http://www.ilpost.it/2012/04/26/economist-mortalita-giovani/

2) http://www.italiansinfuga.com/2012/02/27/in-nuova-zelanda-non-ci-tornerei-a-vivere-neanche-morta/

Commenti (88)

Per commentare accedi all area riservata con un account abilitato.

Nascondi area commenti 24 caricati
    1. --<>-- --<>-- 1 novembre 2017

      Qui non ci sono suicidi, ma in compenso siamo pieni di cannibali.
      Cannibalismo sociale e generazionale.
      In Italia, le generazioni nate tra il 40/50 del secolo scorso, ai tempi del boom si sono dati stipendi e garanzie sociali che durano tutt'oggi (i famosi diritti acquisiti), il tutto tranquillamente a carico delle generazioni sucessive.
      Oggi un sessantenne/settantenne ha molte più garanzie e certezze di un ventenne.
      Per cui, molti giovani sono costretti a restare in casa con i genitori, che magari hanno pensioni garantite di 3/4000 €, mentre loro non riescono a trovare uno straccio di lavoro da 800€ .
      E poi li umiliano pure, chiamandoli bamboccioni.

    1. uomoselvatico70 uomoselvatico7 1 novembre 2017

      Quindi per Bertani se si è troppo in pochi, ci si sente soli e ci si suicida?
      Buona questa!, Ma Dove?...

      Ma se io ormai sono arrivato ad odiare la confusone, la folla, e la gente, a tal punto che se devo entrare in un bar a bere un caffè prima conto dalla vetrina quanta gente c'è dentro...

      E in genere se ci sono più di 4-5 persone, tiro dritto e vado al prossimo bar.
      Ecco come mi ha ridotto il continuo contatto con il genere umano, sono diventato un misantropo felice di esserselo.
      Ormai solo nella solitudine e nel silenzio trovo la pace e la quiete.

      Sarei capace di stare in casa per mesi e mesi limitandomi solo a curare il mio gradino, i miei alberi, ascoltando musica, leggendo libri, navigando su internet, facendo lunghe passeggiate nei boschi, e STOP!
      L'idea di stare in mezzo alla gente non mi passa neanche per l'anticamera del cervello.

    2. alboino 1 novembre 2017

      Condivido la tua psico-percezione del mondo. A me succede lo stesso. Ma il discorso di Bertani ha tantissime sfaccettature. Una riposta articolata richiederebbe un foglio di messale, che qui non si può stendere.

    3. Primadellesabbie 1 novembre 2017

      Dai un'occhiata a questo:

      https://www.mtlblog.com/whats-happening/this-canadian-woman-lives-on-the-countrys-most-remote-island-completely-alone-and-she-isnt-insane

    4. Pfefferminz 1 novembre 2017

      ["E' molto più sopportabile la solitudine "sola" che quella "accompagnata"]
      Come ti capisco!
      Inoltre la solitudine "sola" è piacevolissima.
      Mi è piaciuto molto il tuo intervento (unitamente a quello di uomoselvatico) anche perché metti giustamente l'accento sulle tantissime sfaccettature del discorso di Bertani.

    5. alboino 1 novembre 2017

      Non è facile per me ricevere apprezzamenti. Quando ci sono fan sempre piacere, perché per quanto ci si faccia la tara l'amor proprio è ineliminabile, è.... biologico. Dunque ti ringrazio.

    6. alboino 1 novembre 2017

      L'ho guardato, grazie. Di genio mio sono più un tipo "country".

    7. raniran 4 novembre 2017

      C.B. è ora che parli di altro visto le sfrondate.
      ALe

    8. raniran 4 novembre 2017

      Intanto salve
      Da uno (bertani) che ha potenzialità per scrivere bene anche qui (non è facile) mi aspetterei di più.
      10 anni fa provai a creare un gruppo misantropo (su FB ma chiaramente, non ne venni a capo), ero "giovane" ma soprattutto non sapevo molti dei risvolti non attuali, ma che già allora v'erano.
      Odiare il prossimo non va bene, il chiunque non ne ha colpa!
      Ma allora me la prendo col Sistema, ma si sa, grazie anche agli scritti di Blondet, Della Luna e altri ottimi filosofi contemporanei, HAI GIA' PERSO.

      Odiare la propria specie direi allora che è più che lecito.

      ALe

    1. DesEsseintes 1 novembre 2017

      Cito:

      "Fra le ragioni citate dai sociologi una mi ha colpito: “una colonizzazione mai completata”. I Maori non saranno d’accordo, ma le cose sono andate così: gli inglesi avevano i fucili, loro archi e frecce. Bisogna guardare avanti."

      Ahahah...ma veramente certa gente non ha ritegno

      Ri-cito:

      "[nel mondo islamico]...l’assenza del pensiero illuminista li imbriglia in un mondo ancestrale."

      Veramente, primo: è il pensiero illuminista che imbriglia noi, spiegatelo a Bertani.
      Secondo: l'islam sarebbe un mondo ancestrale...ripeto una cosa già detta varie volte, conoscete degli iraniani di buona classe sociale e in particolare delle donne iraniane poi mi dite dove trovate gente di quella eleganza e affabilità così calorose e "antiche".
      Vale anche per i siriani e i libanesi (in Brasile si chiamano libanesi o siriani tutti gli arabi ricchi senza distinzione mentre marocchini gli arabi poveri).

      TERZO, importante: se non mi è sfuggito, Bertani non dice che la maggior parte dei suicidi sono Maori o "pacific islanders" e SOPRATTUTTO si dimentica che:

      a) la Nuova Zelanda ha il peggior rate di bullismo a scuola

      b) il motivo dei suicidi sono principalmente i maltrattamenti quindi child abuse e child poverty

      c) sembra che ci sia un terzo fattore e cioè che la cultura machista anglosassone delle colonie, che in NZ è esasperata dal contatto con quella Maori per cui i ragazzini hanno come unico mito quello di diventare come gli All Blacks, spinga i giovani a non farsi curare dal medico

    2. CarloBertani 1 novembre 2017

      Il tasso di suicidi fra i Maori e dell'1,4% superiore rispetto al resto della popolazione: irrilevante. I "maltrattamenti" - chiamiamoli per quel che sono, abusi sessuali - avvengono con maggior probabilità nelle piccole comunità chiuse. Il bullismo a scuola non lo creano i ragazzi, lo tollerano (colpevolmente) gli insegnanti. In 37 anni di scuola, mai avuto un solo caso di bullismo, perché - al primo segnale - massacravo immediatamente. Se non hai le palle, non potrai mai tenere una classe ( o un plotone). Le cause sono altre e più sottili, meno evidenti, come ho scritto nell'articolo. Ciao. Carlo

    3. tacchi 1 novembre 2017

      vai in pensione e goditela

    4. Wal78 1 novembre 2017

      Il tasso di suicidi fra i Maori è 1.4 volte quello dei Non Maori, il che vuol dire che è del 40% superiore e non l'1,4%

    5. Pfefferminz 1 novembre 2017

      Grazie delle informazioni. I dati sugli aborigeni in Australia non si riferiscono solo ai giovani vero?

    6. Wal78 1 novembre 2017

      no, ma il trend è il medesimo

    7. DesEsseintes 1 novembre 2017

      Ma che gli spieghi a fare a certa gente

      Se ti interessa ti segnalo un libro raro e molto interessante (fra l'altro breve)

      Kurangara, un'apocalisse australiana - di Marcello Massenzio che era un allievo di Ernesto de Martino

      La distruzione della cultura aborigena ha provocato un mutamento profondo nel concetto stesso di realtà presso i nativi australiani.
      La "realtà" dove dominano gli invasori e gli dei sono stati sconfitti è diventata "sogno" e l'unica vera realtà è nel momento del rito.

      Gli davano una sorta di reddito di cittadinanza che negli anni novanta era di circa due milioni di lire italiani al mese e loro non riuscivano moralmente a farci altro che a ubriacarsi e drogarsi.
      Li vedevi che giravano per le città col pisello di fuori, solo inserito nell'astuccio penico perché gli avevano concesso di mantenere alcune tradizioni quindi anche quella di girare quasi nudi.
      Ma la apocalisse della loro civiltà era stata nella perdita del territorio e nella dimostrazione che di fronte alla tecnologia occidentale la splendida sapienza degli antenati era impotente (dal punto di vista materiale).

      Fa rabbia, tanta rabbia, vedere quanta gentucola c'è in giro e li senti straparlare dell'Africa, del Sudamerica, dei neri, degli indios, dei meridionali...

    8. DesEsseintes 1 novembre 2017

      Quando si affrontano certi problemi sensibili sotto l'aspetto umano bisognerebbe evitare di ricorrere alle semplificazioni da supermercato come quelle di "avere le palle" o "fucili contro archi e frecce".
      E bisognerebbe anche essere più precisi come ha dimostrato il post di Wal78.

      La colonizzazione dell'Oceania ha provocato un disastro apocalittico (parola usata proprio relativamente al contesto australiano da noti antropologi) in termini culturali e purtroppo per te la cultura (ossia lo "spirituale" relativo al gruppo) determina il buon funzionamento delle palle e non viceversa.

      Sì?

      Allora ti leggi questo:

      Kurangara, un'apocalisse australiana, di Marcello Massenzio, allievo di Ernesto de Martino (la gente conosce tutti gli antropologi esteri dai nomi strani e non conosce EdM che era il più grande, ovviamente italiano)

      Poi vedi il film "Dove sognano le formiche verdi", di Werner Herzog.

      Infine cerchi "Sud e magia" di Ernesto de Martino, libro assolutamente "fondamentale", e te lo leggi.

      Se non lo farai continuerai a dire sciocchezze anche se in ottima fede, della quale non dubito minimamente.

      Quarto punto: ti prendi un anno sabbatico, vai in Brasile, ti affitti una macchina e te lo giri da tutte le parti evitando con cura i posti turistici e gli alberghi troppo comodi.

      Quando torni avrai il terzo occhio aperto e capirai tante cose.

      Stammi bene.

    9. Mechano 2 novembre 2017

      Perché oggi ricco è sinonimo di danaroso.

      Ma il ricco dovrebbe essere colui che ha molti rapporti umani armonici coi suoi simili.
      L'infelicità proviene dalla cultura dell'avere, sostituita a quella dell'essere.
      La felicità proviene esclusivamente dalla quantità e qualità dei rapporti con gli altri.

      Sono d'accordo col danno cagionato dalla cultura anglosassone e la freddezza dei suoi rapporti tra umani.
      Ti separa dagli altri e dall'ambiente, dalle tradizioni e dalla spiritualità.

    10. Wal78 2 novembre 2017

      Aggiungo che molti capi Maori e Aborigeni già dagli anni 70 chiedono apertamente alle loro comunità di non fare più figli e lasciare che le loro popolazioni si estinguano definitivamente

    11. raniran 4 novembre 2017

      Grazie Carlo
      pensi di essere rappresentativo coi tuoi numerini..
      i Maori come gli Indiani di America sono stati fatti a pezzi dalla vs colonizzazione.
      Milioni e milioni di morti in maniere atroci (allora le paleo - presstitute non c'erano), IL PASSATO DEVE ESSERE SEMPRE RICORDATO E RIVALUTATO.
      La Storia è ciclica e l'uomo è sempre Lui..
      Saluti
      ALe

    12. raniran 4 novembre 2017

      Grazie Wal78
      ALe

    13. raniran 4 novembre 2017

      bravi mi avete tolto almeno un commento all'emerito bertani.
      Che la censura è ben arrivata pure qui
      ALe

    14. raniran 4 novembre 2017

      INFORMATI PRIMA di sparar ca zzate
      giornalaio

    1. Holodoc 1 novembre 2017

      Sarà una combinazione, ma i peggiori e più duraturi conflitti etnici sono avvenuti negli ex possedimenti britannici. basti pensare a Irlanda, Palestina, Ruanda, Sud Africa, etc etc

Visualizzati 24 di 88 commenti approvati.