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PEAK OIL O SPECULAZIONI DI WALL STREET ?

IL PERCHÉ DELL’ESORBITANTE IMPENNATA DEL PREZZO DEL PETROLIO

DI F. WILLIAM ENGDAHL
Global Research

Sin da circa l’ottobre dell’anno passato, il prezzo del greggio sulle borse merci mondiali è esploso. Diverse persone offrono diverse versioni. La più comune è la convinzione nei mercati finanziari che lo scoppio di una guerra tra Israele e l’Iran, tra gli Stati Uniti e l’Iran oppure tra tutti e tre sia imminente. Altri fronti sostengono che il prezzo stia aumentando inesorabilmente a causa del superamento del cosiddetto “Peak Oil”, il picco del petrolio, il punto di una curva gaussiana immaginaria in cui la metà delle riserve conosciute sono esaurite, mentre la quantità estratta diminuirà parallelamente all’impennata dei prezzi.

Sia il pericolo della guerra, sia il picco del petrolio sono motivazioni fuori luogo. Proprio come nell’impennata stellare dell’estate del 2008, quando nel mercato petrolifero si sfiorarono i 147 dollari al barile, l’olio nero oggi è sempre più caro a causa della pressione delle speculazioni sui mercati attuate con gli hedge fund o da grandi istituti bancari come Citigroup, JP Morgan Chase e, più di tutti, Goldman Sachs, una banca sempre in gioco quando si tratta di ricavare dei bei soldi a fronte di un investimento irrisorio su una scommessa certa. Ricevono infatti un generoso assist dall’agenzia governativa statunitense che ha il compito di regolamentare i derivati finanziari, la Commodity Futures Trading Corporation (CFTC).

Grafico storico del prezzo del barile, da febbraio 2003 a febbraio 2012.

Dal principio dell’ottobre 2011, non più di sei mesi fa, il prezzo del Brent (ndt: uno dei due prezzi di riferimento del greggio sui mercati) nella borsa ICE Futures è cresciuto da poco meno di 100 dollari al barile fin sopra i 126, un aumento di oltre il 25%. Nel 2009 il petrolio costava 30$.

Eppure, allo stesso tempo, la richiesta del greggio a livello mondiale non è in aumento, bensì in calo. L’International Energy Agency (IEA) comunica che negli ultimi tre mesi del 2011 la fornitura mondiale di petrolio è aumentata di 1,3 milioni di barili al giorno mentre, nello stesso lasso di tempo, la domanda è cresciuta soltanto poco più della metà di questo dato. L’uso della benzina è in declino dell’8% negli Stati Uniti, del 22% in Europa e persino in Cina. La recessione che dilaga nella maggior parte dell’Unione Europea, la depressione sempre più intensa negli Stati Uniti e una frenata in Giappone hanno portato a un calo della richiesta, contestualmente alle nuove scoperte quotidiane e ai nuovi approvvigionamenti da parte di paesi come l’Iraq, dopo anni di conflitti. Una lieve impennata negli acquisti di petrolio da parte della Cina nel gennaio e febbraio scorsi erano determinati dalla loro decisione di dicembre di mettere a punto una riserva strategica di petrolio, ma si prevede che i livelli di importazione ritorneranno nella norma entro la fine di questo mese.

Perché, allora, questa impennata nel prezzo del petrolio?

Giocare col “petrolio di carta”

È utile dare un’occhiata alla funzione del “petrolio di carta”. Da quando Goldman Sachs comprò J. Aron & Co., un’astuta trader di commodities negli anni ’80, la compravendita del greggio è passata da un contesto di compratori e venditori di giacimenti o di petrolio a una logica di mercato, in cui la speculazione senza disciplina, le scommesse sul prezzo di un determinato greggio in una determinata borsa – solitamente a trenta, sessanta o novanta giorni – e non già una effettiva richiesta di petrolio reale determinano i prezzi quotidiani.

Negli ultimi anni il Congresso degli Stati Uniti, che strizza l’occhio a Wall Street (e ne è finanziato), ha approvato numerose leggi a tutela delle banche interessate ai mercati petroliferi, tra le quali una che, nel 2001, consentì alla Enron in bancarotta di servirsi di un’operatività fraudolenta del valore di miliardi di dollari per salvarsi dal collasso.

Il Commodity Futures Modernization Act del 2000 (CFMA) fu abbozzato da colui che oggi è il Segretario della Tesoro del presidente Obama, Tim Geithner. Considerata l’influente pressione finanziaria della lobby delle banche di Wall Street, il CFMA, una volta approvato, ha dato il via libera a ricavi sottobanco (tra diverse istituzioni finanziarie) senza una qualsivoglia supervisione del governo nei mercati dell’energia. Il petrolio e altre fonti di energia ne erano esentati, grazie alla scappatoia conosciuta come “Enron Loophole“.

Nel 2008, nel corso delle proteste popolari contro le banche di Wall Street a causa della crisi finanziaria, il Congresso promosse finalmente una legge che sorpassava il veto del presidente George Bush per “abolire l’Enron Loophole”. Così, dal gennaio 2011, grazie al Dodd-Frank Wall Street Reform Act, il CFTC ha acquisito anche l’autorità di imporre limiti operativi ai trader del petrolio, a partire dallo stesso gennaio 2011.

Stranamente, questi limiti non sono ancora stati resi effettivi dal CFTC. In una recente intervista, il senatore del Vermont Bernie Sanders ha affermato che il CFTC non “nutre il desiderio” di mettere in pratica questi limiti e “deve obbedire alla legge“. Aggiunge: “Quello che dobbiamo fare è […] porre un tetto alla quantità di petrolio che ciascuna compagnia può controllare sulle borse merci. L’obiettivo di questi speculatori non è di utilizzare il petrolio, bensì di trarre profitto dalla speculazione, far salire i prezzi e poi vendere” (1). Malgrado avesse caldeggiato di eliminare ogni scappatoia, il presidente del CFTC Gary Gensler deve ancora provvedervi. Come è chiaro, Gensler è stato un funzionario di, indovinate?, Goldman Sachs. L’adempimento del CFTC resta non pervenuto.

Diverse fonti ritengono fondamentale il ruolo delle grandi banche, assieme ai grandi del petrolio come BP, per quanto riguarda la manipolazione del nuovo aumento dei prezzi del petrolio dello scorso autunno, distaccato dalla domanda e all’offerta reale.

Un “gioco d’azzardo”…

Le stime attuali rivelano che gli speculatori, ovvero i trader dei mercati come banche e gli hedge fund che non intendono commerciare beni fisici ma solo ricavare guadagni sulla carta, oggi controllano l’80% dei mercati dell’energia, circa il 30% in più rispetto a dieci anni fa. Il presidente del CFTC Gary Gensler, forse cercando di mantenere un alone di credibilità nonostante la sua agenzia abbia ignorato il mandato di legge del Congresso, ha dichiarato che, per quanto concerne i mercati del petrolio, “enormi afflussi di somme speculative generano una previsione che si avvera da sola e fa quindi schizzare in alto il prezzo dei beni” (2). In un’intervista trasmessa sulla TV di stato all’inizio di marzo, il Ministro del Petrolio del Kuwait Hani Hussein ha dichiarato che “basandosi sulla teoria della domanda e offerta, i prezzi del petrolio ad oggi non sono giustificabili” (3).

Michael Greenberger, professore presso la School of Law dell’Università del Maryland e già regolatore del CFTC che ha tentato di mettere in luce le conseguenze della decisione del governo di consentire speculazioni senza limiti e la manipolazione dei prezzi dell’energia da parte di grandi banche e fondi, ha di recente dichiarato che “ci sono cinquanta studi a dimostrare che la speculazione aggiunge un evidente surplus al prezzo del petrolio, ma che questo, per qualche ragione, non è filtrato come opinione diffusa“. “Una volta che il mercato è dominato dagli speculatori, questo diventa di fatto una casa per il “gioco d’azzardo” (4).

L’esito di una regolamentazione permissiva dei mercati del petrolio da parte del governo degli Stati Uniti ha creato le condizioni ideali per cui una manciata di banche strategiche e di istituzioni finanziarie – curiosamente le stesse che dominano il commercio dei derivati del petrolio -, nonché le stesse che condividono il possesso della principale borsa merci di Londra, la ICE Futures, sono in grado di manipolare le ingenti oscillazioni che condizionano nel breve periodo il prezzo con cui paghiamo il petrolio o la benzina, o numerosi altri prodotti generati dal petrolio.

Ci troviamo in una di queste oscillazioni proprio ora, una situazione peggiorata dalla retorica politica minacciosa da parte di Israele contro il programma nucleare dell’Iran. Affermo categoricamente la mia sicura convinzione che Israele non intraprenderà una guerra diretta contro l’Iran, e nemmeno lo farà Washington. Ma l’effetto della retorica di guerra è quello di creare il fondale ideale per un’ingente impennata delle speculazioni sul petrolio. Qualche analista parla del barile a 150 dollari entro l’estate.

Hillary Clinton, a colloquio con il Ministro degli Esteri russo Lavrov, ha appena assicurato che il prezzo del petrolio continuerà a fluttuare in alto per mesi a causa del timore di una guerra contro l’Iran, esprimendo un nuovo ultimatum all’Iran sulla questione nucleare: “Entro la fine di questo anno, altrimenti…” (5).

Stranamente, uno degli volani dell’attuale crescita dei prezzi del petrolio sono le sanzioni economiche che l’amministrazione Obama ha di recente imposto alla Banca Centrale iraniana sulla compravendita del petrolio. Esercitando pressioni su Giappone, Sud Corea e sull’Unione Europea affinché non importino petrolio dall’Iran per non incorrano in azioni punitive, Washington sembra aver forzato nelle ultime settimane un’enorme flessione delle forniture petrolifere dell’Iran sui mercati mondiali, dando una grande spinta al gioco di Wall Street sui profitti del petrolio. In un recente editoriale sul Financial Times di Londra, Ian Bremmer e David Gordon dell’Eurasia Group hanno scritto che “escludere troppe quantità di petrolio iraniano per l’approvvigionamento energetico mondiale potrebbe provocare un’impennata dei prezzi tale da minacciare una possibile ripresa, anche se per causare un dissesto finanziario all’Iran. Forse per la prima volta, le sanzioni potrebbero avere ‘fin troppo successo’, danneggiando chi sanziona tanto quanto chi è sanzionato“.

Secondo Bloomberg, l’Iran imbarca da trecento a quattrocentomila barili al giorno invece dei consueti due milioni e mezzo. La scorsa settimana, la US Energy Information Administration ha dichiarato in un rapporto che la maggior parte del petrolio iraniano non viene attualmente esportato perché le assicurazioni non emetterebbero polizze per le spedizioni (6).

La questione della speculazione senza limiti né regolamentazioni da parte di una manciata di grandi banche non è una novità. Nel 2006 un resoconto del Senate Permanent Subcommittee on Investigation degli Stati Uniti sul “ruolo della speculazione dei mercati sull’aumento dei prezzi di petrolio e gas” specificava “prove evidenti nell’argomentare la tesi che una vasta speculazione nei mercati di adesso ha significativamente fatto aumentare i prezzi“.

Il report evidenziava che questa Commissione aveva ricevuto dal Congresso il mandato di assicurare che i prezzi sulle borse riflettessero la legge della domanda e dell’offerta invece che le manipolazioni o le eccessive speculazioni. Il Commodity Exchange Act (CEA) afferma che “un’eccessiva speculazione su qualsivoglia bene sottoposto a contratto di vendita futura dello stesso bene […] che causi fluttuazioni repentine o esorbitanti, o cambiamenti ingiustificati nei prezzi di tale bene, è un fardello non dovuto e non necessario per il commercio internazionale di questo bene“. Inoltre, il CEA sprona la CFTC a fissare quei limiti alle compravendite che “la commissione trovi necessari per diminuire, eliminare e prevenire tale fardello” (7).

Dove è il CFTC, ora che abbiamo bisogno di questi limiti? Come ha riscontrato correttamente il senatore Sanders, il CFTC pare ignorare la legge a beneficio degli amici di Goldman Sachs e Wall Street che dominano la compravendita nei mercati.

Nel momento in cui sarà chiaro che l’amministrazione Obama agisce per prevenire una guerra con l’Iran aprendo dei canali diplomatici e che Netanyahu utilizza le minacce di guerra semplicemente per valorizzare la sua posizione tattica e contrattare con quell’amministrazione Obama che disdegna, il prezzo del petrolio sarà destinato ad affondare come un sasso nell’acqua, questione di giorni. Fino ad allora, gli addetti ai lavori se la rideranno ancora sotto i baffi. Se rapportati alla debole crescita economica mondiale, specialmente in paesi come la Cina, gli effetti del prezzo del petrolio alle stelle sono estremamente negativi.

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Fonte: Why The Huge Spike in Oil Prices? “Peak Oil” or Wall Street Speculation?

16.03.2012

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di COLDWATERMUSIC

Pubblicato da supervice

  • nuvolenelcielo

    Nei mercati futures si specula al rialzo esattamente come al ribasso (non si possono vietare le vendite allo scoperto come per l’azionario, perché è un gioco a somma zero). Non c’è bisogno di mantere il prezzo alto per speculare, anzi il mercato laterale del 2011 non è stato certo ideale per gli speculatori. Gli speculatori di borsa puri hanno obiettivi molto short-term per il guadagno immediato, non gli interesse nient’altro che la volatilità sul breve, al rialzo o al ribasso. Io credo che il prezzo del petrolio che rimane alto nonostante la crisi economica, (a parte l’ultima impennata che è dovuta all’iran), sia perché le banche sono piene di soldi da “investire”, e lo fanno nel petrolio, perché nel loro consiglio di amministrazione c’è la stessa gente che c’è nei consigli di amministrazione delle compagnie petrolifere…, che hanno interesse ha tenere un prezzo alto per le loro estrazioni petrolifere. Non si tratta quindi dello speculatore di borsa, ma dell’investitore istituzionale, che ha altri obiettivi oltre a quelli del guadagno immediato. Se ci fossero più speculatori puri in cerca di massimizzare i profitti e meno investitori istituzionali che pensano alla geopolitica e agli interessi dei loro amichetti, ci sarebbero molti meno problemi nei mercati finanziari. (A parte per i titoli di stato ovviamente, ma qui sono gli stati coglioni che invece di stamparsi i soldi da soli a beneficio del proprio tesoro, si quotano in borsa e ci pagano gli interessi). Oggi dare la colpa di tutto agli speculatori va molto di moda e serve a far perdere di vista il vero problema, e il problema è criminale, c’è una piccola elite che siede direttamente o indirettamente nei governi, nei consigli di amministrazione di banche, compagnie petrolifere, media, compagnie farmaceutiche, militari, e quindi dirige e manipola tutto a proprio piacimento, e se ne fotte altamente del libero mercato. Ormai sono cose risapute, è ora di smettarla di dare la colpa alle borse per coprire questi criminali. E’ come incolpare un coltello per omicidio e non chi dà la coltellata.