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OPERAZIONE VENDETTA GIUSTIFICATA:

L’ATTACCO ISRAELIANO CONTRO LA FREEDOM FLOTILLA FA PARTE DI UNA STRATEGIA MILITARE PIÙ AMPIA

DI MICHEL CHOSSUDOVSKY
Global Research

Il criminale di guerra e primo ministro Netanyahu, che ha ordinato l’assalto contro la flotta internazionale diretta a Gaza, era in visita ufficiale in Canada al momento dell’attacco israeliano.

L’assalto costituisce un atto di pirateria che viola la legge marittima della Convenzione delle Nazioni Unite.

L’azione di Netanyahu, che ha provocato 9 morti e circa 60 feriti, costituisce un atto criminale commesso in acque internazionali (BBC News – “Deaths as Israeli forces storm Gaza aid ship”).

Netanyahu – che crudele ironia! – si era recentemente impegnato a trovare la pace con la Palestina: “Vogliamo agire in fretta e con dialoghi diretti perché il problema che abbiamo con i palestinesi può essere risolto pacificamente e solo se ci sediamo assieme a un tavolo”.Diverse personalità di rilievo e collaboratori di Global Research erano su quelle navi.

L’assalto del 31 Maggio è la continuazione dell’Operazione Piombo Fuso iniziata a fine Dicembre 2008. L’obiettivo è quello di confermare lo status di Gaza come prigione urbana.

L’Operazione Piombo Fuso faceva parte di un’operazione militare più ampia avviata all’inizio del governo di Ariel Sharon. Con l’operazione Vendetta Giustificata di Sharon si iniziarono a utilizzare aerei da combattimento F-16 per bombardare le città palestinesi. L’assalto alla Freedom Flotilla fa parte del progetto di trasformare Gaza in un campo di concentramento urbano.

Operazione Giusta Vendetta fu presentata nel 2001 al governo di Ariel Sharon dal Capo di Stato Maggiore dell’IDF (Israeli Defense Forces), sotto il titolo “La Distruzione dell’Autorità Palestinese e il Disarmo di Tutte le Forze Armate”. L’operazione era anche conosciuta come Piano Dagan, dal nome del generale (in pensione) Meir Dagan, attualmente a capo del Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana (vedi Ellis Shulman, “Operation Justified Vengeance, A Secret to Destroy the Palestinian Authority”, Global Research, 2002).

Meir Dagan, in coordinamento con le sue controparti negli Stati Uniti, è stato messo a capo di varie operazioni di intelligence militari. Vale la pena notare che Meir Dagan era stretto collaboratore da giovane colonnello dell’allora ministro della difesa Ariel Sharon nei bombardamenti sugli insediamenti a Beirut nel 1982.

L’invasione di terra di Gaza nel 2009, per molti aspetti, ricorda l’operazione militare condotta da Sharon nel 1982.
Non vi è alcun dubbio che Dagan, come capo dell’intelligence israeliana, ha preso parte nella decisione dell’assalto alla Freedom Flotilla.

Decisione presa dopo aver consultato gli Stati Uniti?

Il 26 Maggio l’esercito israeliano (IDF) confermava che avrebbe affrontato la Freedom Flotilla in acque internazionali, inoltre avvertiva che ci sarebbero potuti essere dei terroristi a bordo delle navi:


“Per prepararsi militarmente, la marina ha condotto un’esercitazione consistente in intercettazione di navi e arresto di passeggeri.

Il comandante della Marina militare, generale Eliezer Marom ha affermato che la Marina militare avrebbe preso misure per proteggere le vite dei soldati e assicurare che non ci fossero terroristi o bombe a bordo delle navi.

Marom dice di aver istruito gli uomini ad agire con tatto e a evitare provocazioni, inoltre ha aggiunto che l’IDF non aveva intenzione di far del male alle centinaia di passeggeri delle navi.” (“Israel’s Military Command Says Will Stop Flotilla, but Transfer Supplies to Gaza”)

Vale la pena notare che prima di questo annuncio, l’IDF aveva lanciato una campagna di public relations, descrivendo quello della Flotilla come un “atto provocatorio”:


“Il colonnello Moshe Levi, comandante del distretto di Gaza e responsabile per l’ufficio di coordinamento per gli affari umanitari aveva indetto una conferenza stampa dove affermava che non c’è alcuna mancanza di cibo e di provviste nella Striscia”.

“Il viaggio programmato della Flotilla è un atto provocatorio e non necessario data la attuale situazione a Gaza, che è stabile e positiva”, ha affermato, aggiungendo che Israele permette l’ingresso di molti prodotti nella Striscia, tranne quelli che potrebbero essere usati da Hamas per promuovere attività terroristiche”. (ibid)

Washington era pienamente consapevole della natura e delle probabili conseguenze dell’operazione dell’IDF in acque internazionali, inclusa l’uccisione di civili. Ci sono indicazioni che questa decisione è stata concertata con Washington.

Il ruolo di Rahm Emmanuel

Il Capo dello Staff della Casa Bianca di Obama Rahm Emmanuel era in Israele la settimana prima dell’inizio del raid sulla Freedom Flotilla.

Sebbene in visita privata, Rahm Emmanuel ha incontrato il primo ministro Netanyahu per discussioni di alto profilo il 26 Maggio. Rahm Emmanuel ha incontrato anche Shimon Peres il 27 Maggio. La Casa Bianca ha descritto l’incontro del 26 Maggio come “una discussione informale su una serie di temi riguardanti le relazioni bilaterali Stati Uniti-Israele”.

Un’agenda militare più ampia

Ormai dovrebbe essere chiaro che il raid sulla Flotilla ha coinciso anche con esercitazioni di guerra congiunte di Nato e Israele indirizzate contro l’Iran. Secondo il Sunday Times “tre sottomarini israeliani di fabbricazione tedesca, armati di missili nucleari cruise sono dispiegati nel Golfo vicino alla costa iraniana” (“Israel Deploys Three Nuclear Cruise Missile-Armed Subs Along Iranian Coastline”) . L’articolo presenta implicitamente Israele come la vittima piuttosto che come l’artefice della minaccia militare:

“Il centro affaristico e di difesa di Israele rimane la città più minacciata al mondo” sostiene un esperto. “Il numero di missili indirizzati verso Tel Aviv supera quello verso qualunque altra città”, ha continuato.

“Il primo sottomarino è stato inviato in risposta ai timori israeliani che i missili balistici sviluppati da Iran, Siria e Hezbollah, organizzazione politica e militare del Libano, potessero colpire siti Israeliani, basi aeree e missilistiche incluse.

I sottomarini della Flotilla 7 – Dolphin, Tekuma e Leviathan – avevano visitato il Golfo prima. Ma la decisione ora è stata presa per assicurare la presenza continua di almeno una delle navi.

Il comandante della flotta, identificato solo come Colonnello O, ha detto a un quotidiano israeliano: ‘Siamo un gruppo d’assalto sottomarino. Operiamo in profondità e lontano, molto lontano, dai nostri confini’.
…Il dispiegamento è designato per agire come deterrente, acquisire informazioni e potenzialmente far sbarcare agenti del Mossad. ‘Siamo una base solida per raccogliere informazioni delicate, dal momento che possiamo rimanere in un posto per parecchio tempo’ ha rivelato un ufficiale della flotta.

I sottomarini potrebbero essere utilizzati se l’Iran dovesse continuare il suo programma per produrre l’atomica. ‘La gittata di 1,500 Km dei missili dei sottomarini può raggiungere qualunque obiettivo in Iran’ ha affermato un ufficiale della Marina.

Apparentemente in risposta all’attività israeliana, un ammiraglio iraniano ha detto: ‘Chiunque intenda commettere atti malvagi nel Golfo persico riceverà una potente risposta da parte nostra’.

L’urgente bisogno di Israele di dissuadere l’alleanza Iran-Siria-Hezbollah è stato dimostrato il mese scorso. Ehud Barak, il ministro ella Difesa, pare abbia mostrato al presidente Barack Obama immagini satellitari riservate di un convoglio di missili balistici che usciva dalla Siria diretto verso il Libano, per Hezbollah.

Mentre questi schieramenti si muovevano in fondo al Golfo persico, Israele era anche coinvolta in esercitazioni nel Mediterraneo. L’esercitazione – nome in codice MINOAS 2010- era stata condotta in una base aerea nella baia di Souda, a Creta.

Inoltre, subito dopo la decisione adottata contro le armi nucleari israeliane scaturita dagli auspici del Trattato di Non Proliferazione Nucleare, la Casa Bianca non solo ha ribadito il proprio supporto a Israele ma anche al potenziale del suo arsenale nucleare. Il rapporto stilato il giorno prima del raid sulla flotta evidenzia “il potenziale strategico e deterrente di Israele, che prevede anche il lancio di un attacco nucleare preventivo sull’Iran”:


“Un’alta fonte politica a Gerusalemme ha rivelato sabato scorso che Israele ha ricevuto garanzie dal presidente Barack Obama sul fatto che gli Stati Uniti sosterranno e miglioreranno il potenziale strategico e deterrente di Israele.

Secondo la fonte, Obama ha fornito a Netanyahu garanzie inequivocabili che includono un sostanziale sviluppo nei rapporti Stati Uniti-Israele”.

Obama ha promesso che nessuna decisione presa durante la recente conferenza per la revisione e il rafforzamento del Trattato di Non Proliferazione Nucleare, siglato 40 anni fa, “potrà mai danneggiare gli interessi vitali di Israele” ha confermato la fonte. (”Obama promised to bolster Israel’s strategic capabilities, Jerusalem officials say” – Haaretz Daily Newspaper).

La presenza del Capo dello Staff di Obama a Tel Aviv ha indubbiamente avuto un ruolo fondamentale nella tempistica del rapporto del 30 maggio così come nell’attacco alla Freedom Flotilla. L’amministrazione Obama ha dato luce verde al fatale raid in acque internazionali.

L’uccisione di civili disarmati era parte delle consegne del commando navale israeliano. Faceva parte integrale dell’Operazione Giusta Vendetta di Dagan, che presenta Israele come vittima piuttosto che come colpevole e usa le morti dei civili “di entrambe le parti” per giustificare un processo di escalation militare.

L’azione dell’IDF ha prodotto un’ondata di indignazione in tutto il Medio Oriente. Produrrà indubbiamente anche una risposta da parte della resistenza palestinese, inclusi possibili attacchi suicidi in Israele, che poi potrebbero essere usati da Israele come pretesto e giustificazione per avviare una più vasta operazione militare.

L’Iran viene descritto dagli articoli dei media occidentali come solidale con Hamas e la Freedom Flotilla indicata come supportata da una tacita alleanza tra Hamas e l’Iran. La realtà viene capovolta. Israele è la vittima. Per dirla con Benjamin Netanyahu: “I nostri soldati hanno dovuto difendersi per salvare la propria vita”. Sempre Netanyahu in una conferenza stampa ad Ottawa:


“I soldati sono saliti a bordo per cercare razzi, missili o esplosivi diretti a Gaza per essere usati in attacchi contro Israele. Sono stati presi d’assalto con mazze, picchiati, accoltellati, sono stati segnalati anche spari e i nostri soldati si sono dovuti difendere, difendere le loro vite altrimenti sarebbero stati uccisi” ha affermato lunedì scorso durante una visita al Primo Ministro Stephen Harper.

Ha inoltre aggiunto: “Deplorevolmente nello scontro almeno 10 persone sono morte. Siamo rammaricati per queste perdite. Siamo rammaricati per tutta la violenza che si è verificata. Voglio augurare ai feriti un pronto recupero, inclusi quattro uomini nostri” (Citato dal Toronto Star, 31 Maggio 2010).

Intanto un portavoce della Casa Bianca ha confermato che gli Stati Uniti “si rammaricano per la perdita di vite e i feriti.” Ma l’azione di Israele non è stata condannata dall’amministrazione Obama: “l’amministrazione in questo momento sta cercando di capire le circostanze intorno a questa tragedia”. (The Associated Press: Obama administration concerned about Gaza incident.)

Titolo originale: “Operation Justified Vengeance”: Israeli Strike on Freedom Flotilla to Gaza is Part of a Broader Military Agenda”

Fonte: http://www.globalresearch.ca
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31.05.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RENATO MONTINI

Pubblicato da Das schloss

  • Jack-Ben

    Se si bloccano i pozzi di petrolio Iraniani si torna al Medioevo con annesse le conseguenze. A parte che in Israele ci sarebbero cosi tanti Virus (guerra battereologica) da evitare il contatto di qualsiasi prodotto alimentare e affini … ma per il resto dell’Occidente quello che vive nelle citta’ (80% circa) sarebbe veramente dura tornare e restare a una vita fondata sul consumismo sfrenato quindi la conseguenza sarebbe una crisi totale del sistema con una forte decadenze di valori morali e strutturali della Societa’.
    Ve lo immaginate la Cina e la Russia che si vedono sganciare bombette nel cortile di casa… quelli non sono mica i Palestinesi. Oramai il sistema e al collasso totale e nessuno vuole andare in guerra in Occidente; ma la strada sembra quella… allacciatevi le cinture si parteeeeeee

  • AlbaKan

    Anche Manuel Freytas dice più o meno la stessa cosa… “ MASSACRO ISRAELIANO: OPERAZIONE STRATEGICA STUDIATA [www.vocidallastrada.com]

  • AlbertoConti

    Dopo due generazioni siamo ancora qua a condannare Hitler senza se e senza ma, mentre per i vertici sionisti di oggi la “classe dirigente” occidentale sforna SE e MA a getto continuo. E’ arrivato il momento di aprire gli occhi anche ai più indecenti “opinion makers”. Per inciso “L’azione di Netanyahu, che ha provocato 9 morti ” dev’essere corretta: testimoni oculari ne hanno contati almeno 19.

  • CarloBertani

    Vorrei precisare alcune affermazioni dell’articolo.

    I tre sommergibili classe Dolphin israeliani sono convenzionali, anzi convenzionalissimi: non hanno nemmeno la propulsione subacquea su celle a combustibile (che hanno, invece, gli U-212 tedeschi, italiani e greci). In altre parole, diesel, batterie e motore elettrico come nella II WW. L’autonomia subacquea ad 8 nodi è di sole 50 ore, poi devono emergere.

    Sono probabilmente armati con missili cruise con testate nucleari, ma proprio qui è il punto: se attaccassero con testate convenzionali farebbero poco danno, mentre con le testate nucleari sarebbe Armagheddon. Tutto un altro scenario.

    Infine, perché mai Israele dovrebbe inviare tre sommergibili nel Golfo Persico, quando potebbe attaccare direttamente dalla madrepatria con i missili balistici Jerico? Sempre che di attacco nucleare si tratti.

    Di questi tempi, la disinformazione va a mille (non sto parlando dell’ottimo articolo di Chossudowsky), come “mille” sarebbero i missili puntati – secondo Debka file, leggi Mossad – su Israele dalla Siria e dal Libano. Come i Mille o le Mille e Una Notte.

    Sono tempi nei quali la disinformazione vale forse più delle armate sul campo: ragioniamo.

    Saluti

    Carlo Bertani

  • TitusI

    Mandare dei sottomarini dotati di armi nucleari al largo del Golfo Persico ha un senso in virtù della loro “invisibilità”, e della loro capacità operativa in ogni scenario, supponga che Israele venga attaccato in modo devastante magari puntando proprio a TUTTE le sue postazioni fisse, e per assurdo sia ridotto così male da non avere più la capacità di lanciare alcun che, i sottomarini nel golfo sarebbero integri ed operativi, dando così la certezza della rappresaglia, so che sembra illogico, ma è proprio questo che ha portato alla proliferazione degli armamenti nucleari oltre ogni logica, a cosa serve costruire testate per distruggere il pianeta più e più volte? A dare al nemico la certezza che per quante piattaforme di lancio possa distruggere o sottomarini affondare grazie all’intelligence ne avanzeranno sempre a sufficienza per la rappresaglia.

    Inoltre come specifica anche l’articolo, e forse questo è il punto più importante, servono come punto di appoggio per le spie.

  • Tao

    L’attacco in alto mare condotto la mattina del 31 maggio dalla marina da guerra israeliana contro una piccola flotta di navi civili, battenti diverse bandiere e dirette a Gaza, è avvenuto secondo modalità che, fin dall’inizio, non si prestano a descrizioni controverse. C’è stato un distaccamento di commando che, trasportati da elicotteri, ha attaccato delle navi civili in acque internazionali. Le navi in questione erano cariche di materiali da costruzione, medicinali, depuratori d’acqua, materiale scolastico e giocattoli per i bambini di Gaza; le persone a bordo non disponevano di armi. La stessa propaganda israeliana, sempre inventiva nel trasformare le vittime in aggressori, non ha potuto fare di meglio che «armare» le persone a bordo della piccola flotta internazionale con «bombe molotov, granate artigiane, vetri rotti [sic!], fionde [sic!], sbarre di ferro, asce e coltelli». Un po’ poco per affrontare dei commando che godono la fama di essere i meglio addestrati e fra i meglio armati del mondo. Ciò nonostante, la «resistenza» dei civili è stata tale che i commando israeliani si sono visti «costretti» ad uccidere (assassinare? ) 9 persone e a ferirne, a volte gravemente, svariate decine. Non risulta, invece, che vi siano state perdite da parte dei commando, che, in patria, sono stati salutati come eroi.

    Se, nelle linee generali, le modalità dell’attacco sono chiare, altrettanto chiare sono le ragioni che lo hanno determinato. Gaza è sotto assedio ormai dal giugno 2007; è un assedio che obbedisce a regole particolari: il blocco esercitato da Israele non è infatti totale (come potrebbe essere, se solo Israele lo volesse). Esso permette l’accesso di una quantità decrescente e, in ogni caso, insufficiente di beni di prima necessità; l’obiettivo è quello di strangolare a poco a poco la popolazione, in una situazione, però, in cui Israele può negare di farlo, in modo da prevenire le reazioni dell’opinione pubblica internazionale.

    Quali siano i risultati di tale politica sulla popolazione di Gaza ha continuato ad essere ripetuto da una serie di organizzazioni internazionali e umanitarie. Secondo le statistiche ONU, il 70% della popolazione di Gaza vive con meno di un dollaro al giorno, il 75% dipende da aiuti internazionali sotto forma di cibo, il 60% non ha accesso all’acqua potabile su basi quotidiane. Il lasso di tempo necessario alle Nazioni Unite per far affluire materiale prefabbricato a Gaza è di 85 giorni; 68 giorni sono necessari, invece, per il materiale sanitario; 39 per attrezzature casalinghe, tipo letti e utensili da cucina. In questa situazione, secondo un rapporto della Banca Mondiale, l’80% dei beni necessari alla sopravvivenza fisica degli abitanti di Gaza entra nella Striscia di contrabbando, attraverso i famosi tunnel sotterranei che uniscono la Striscia all’Egitto, periodicamente bombardati dall’aviazione israeliana. Solo pochi giorni prima dell’attacco alla flotta per Gaza, il coordinatore ONU per gli aiuti umanitari aveva affermato che l’economia formale di Gaza era «collassata» e che il 60% delle famiglie era a corto di cibo.

    In questa situazione, lo stato d’Israele non può permettere che il blocco venga aperto: ciò si tradurrebbe in una vittoria politica per Hamas e incoraggerebbe alla resistenza anche quei palestinesi che non sono legati ad Hamas. Di qui la decisione di impedire alla flotta per Gaza di raggiungere la propria destinazione.

    Rimane però aperta una questione. La flotta attaccata il 31 maggio non era la prima che salpasse in aiuto della popolazione della Striscia. La prima spedizione, organizzata dal Free Gaza Movement, un’associazione umanitaria internazionale, era salpata da Cipro nell’agosto 2008, riuscendo ad arrivare a destinazione. Le spedizioni successive, tuttavia, erano state tutte intercettate. In nessun caso, però, vi era stato il massiccio uso di violenza dispiegato in quest’ultima occasione. Perché, quindi, il modus operandi degli israeliani è cambiato?

    La flotta intercettata il 31 maggio era stata organizzata con una pubblicità assai maggiore e comprendeva un tonnellaggio assai più consistente di ogni precedente spedizione. Per quanto, poi, la spedizione fosse di composizione internazionale, non vi è dubbio che la maggioranza dei volontari e delle imbarcazioni fosse turca e che l’intera spedizione fosse stata resa possibile dall’appoggio neppure tanto coperto delle autorità turche. I rapporti fra Israele e la Turchia – che negli anni Ottanta e Novanta erano strettissimi – avevano incominciato a deteriorarsi in seguito alla conquista del potere nel 2002 da parte dell’AKP, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo di Recep Tayyip Erdogan. Sotto la guida dell’AKP, la Turchia aveva ricominciato a ricostruire rapporti cordiali con una serie di stati arabi, compresi alcuni, come la Siria, certamente non amici d’Israele. Era stata questa nuova politica estera, definita neo-ottomana, a contribuire al graduale declino del rapporto fra Turchia e Israele. Ma, a fare da catalizzatore a questo declino, era stata la reazione del governo e dell’opinione pubblica turchi all’operazione «Piombo fuso», l’attacco israeliano a Gaza del dicembre 2008-gennaio 2009.

    Che i rapporti fra i due stati non fossero più quelli di una volta lo si era visto a Davos, il 29 gennaio 2009, quando, nel corso di un incontro ufficiale, vi era stato, appunto a proposito di «Piombo fuso», un acceso scambio verbale fra Erdogan e il presidente israeliano, Shimon Peres. Alla fine Erdogan, infuriato, aveva abbandonato la riunione dicendo a Peres: «Voi [israeliani] sapete bene come uccidere la gente.»

    Un altro incidente, appena meno grave, lo si era avuto all’inizio di quest’anno. Il vice ministro degli Esteri israeliano, Danny Ayalon, in un incontro pubblico con l’ambasciatore turco a Tel Aviv, si era rifiutato di stringergli la mano e lo aveva fatto sedere su uno scranno visibilmente più basso del suo, il tutto nel riuscito tentativo di umiliare il rappresentante di Ankara.

    Il deterioramento dei rapporti fra Turchia e Israele può quindi spiegare la scarsa sensibilità dimostrata da Israele nell’attaccare in acque internazionali una flotta che era prevalentemente turca (anche se alcune navi issavano bandiera greca). Ma non la spiega del tutto: in fin dei conti la Turchia è un paese abbastanza importante – e abbastanza potente militarmente – per essere trattato con i guanti. Secondo un controverso – ma in genere assai ben informato – commentatore francese, Thierry Meyssan, l’attacco del 29 maggio aveva, fra i suoi obiettivi, quello di provocare una crisi interna fra lo stato maggiore turco e il potere civile.

    L’AKP di Erdogan ha fortemente limitato l’influenza politica dell’esercito; un esercito che, se si è sempre presentato come custode del laicismo, in passato non ha neppure mai esitato ad intervenire nella vita politica del paese. Negli anni in cui l’AKP è stato al potere, mentre il potere civile sviluppava gradualmente una politica estera sempre più attenta a costruire buoni rapporti con il mondo arabo, l’esercito turco aveva continuato ad essere non solo filo occidentale, ma anche fortemente filoisraeliano. L’umiliazione inferta da Israele alla Turchia il 29 maggio poteva quindi scatenare una resa dei conti fra potere civile e potere militare.

    Se, però, l’obiettivo era veramente quello di mettere il governo turco in difficoltà, l’azione d’Israele non è riuscita. L’appoggio alla causa palestinese da parte dell’opinione pubblica turca rimane massiccia; sarebbe difficile per l’esercito intervenire contro il potere civile sposando una causa così impopolare come l’appoggio ad Israele. Come se non bastasse, se i vertici delle forze armate rimangono filoisraeliani, i quadri intermedi sono ormai su posizioni politiche completamente diverse. Un tentativo di colpo di stato militare avrebbe, quindi, un esito positivo tutt’altro che garantito. In questa situazione, mentre la diplomazia turca si è fatta parte diligente nell’organizzare la reazione internazionale contro Israele, entrando in contatto con i 32 governi degli stati a cui appartenevano i passeggeri della flotta per Gaza, le manovre militari congiunte israelo-turche sono state annullate sine die.

    In fin dei conti, però, può darsi che le finalità dell’attacco non fossero così raffinate come pensa Meyssan. O, quanto meno, l’obiettivo suggerito da Meyssan non era né l’unico, né il principale. È quanto si evince dalle dichiarazioni fatte dalla signora Haneen Zoubi, una palestinese cittadina d’Israele e deputata alla Knesset per il partito Balad, che era a bordo della flotta per Gaza. Secondo la Zoubi , il fine dell’attacco era essenzialmente quello di uccidere un congruo numero di attivisti umanitari. «Israele ha avuto diversi giorni a disposizione per pianificare questa operazione», ha dichiarato Haneen Zoubi. «Il fine era quello di provocare molti morti, per terrorizzarci e per inviare il messaggio che, in futuro, nessun convoglio umanitario avrebbe più dovuto infrangere l’assedio di Gaza.»

    Vedremo se il messaggio sarà recepito. Certamente, il costo pagato a livello internazionale per inviarlo è stato quello di fare prendere sempre più coscienza all’opinione pubblica internazionale, anche a quella occidentale, il vero carattere dello stato d’Israele. Si tratta di un costo che, forse, in un futuro non troppo lontano, Israele dovrà pentirsi di avere pagato.

    Michelguglielmo Torri
    Fonte: [email protected]
    4.06.2010

  • lucamartinelli

    perfetto, Titus. Si chiama possibilita’ del secondo colpo.

  • Truman

    Alcune precisazioni. Dice Chossudovsky:

    L’azione di Netanyahu, che ha provocato 9 morti e circa 60 feriti.
    I rapporti che arrivano adesso dai partecipanti alla Freedom Flotilla, che sono riusciti a rientrare, confermano il dato iniziale di almeno 19 pacifisti assassinati, diversi dei quali con un colpo alla nuca. Sembra inoltre che diversi corpi siano stati buttati in mare, contando così di far sparire le tracce delle esecuzioni sommarie eseguite dai commandos criminali. Insomma l’azione criminale è stata ancora più feroce di come riportato in molti articoli.

  • TitusI

    Mah, buttare i corpi a mare non mi sembra una furbata…sarebbe stato meglio imbarcarli portarli a terra e farli sparire li. Se fosse vero (e si riuscisse a dimostrarlo) che hanno fatto una cosa simile, nulla potrebbe impedire un “cataclisma”, io personalmente non ci credo, ma si sa che ci si deve sempre aspettare l’inaspettato se si vuole trovare la verità…

  • Truman

    Nella homepage di Google news è sparita l’informazione relativa a Freedom flotilla (tranne un articolo di qualche giorno fa) proprio mentre arrivano le informazioni dai sequestrati che raccontano una storia abbastanza diversa da quella raccontata dai media di regime. L’informazione ufficiale è pasto precotto che bisogna mangiare di fretta e digerire subito, è il fast food della conoscenza.
    Speriamo che la Rachel Corrie riesca a mantenere l’attenzione sul lager di Gaza, ma resta l’idea che il circuito dell’informazione sul web deve mantenere memoria del massacro, perchè l’informazione ufficiale farà di tutto per dimenticarlo.
    A parte questo segnalo che sia il Nicaragua che il Sudafrica hanno ritirato il proprio ambasciatore da Israele (in modo definitivo, per quanto capisco).