L’operazione “Blue Moon”

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Quando si parla di agenzie di intelligence, di atti di guerra psicologica (denominati in inglese”psy op”) e di operazioni di ingegneria sociale in relazione all’ipnosi pandemica che ogni cosa pervade, non ci si rifà ai film di spionaggio o alle distopie letterarie, ma a vicende storiche che hanno profondamente caratterizzato l’ultimo mezzo secolo nel cosiddetto “mondo libero”, sia durante che dopo la Guerra Fredda. In questo quadro, l’Italia è stata da sempre un laboratorio privilegiato per condurre tali “esperimenti”: considerato l’anello debole del fronte “atlantico”, il nostro paese ospitava, sul finire degli anni ’60, uno dei più agguerriti movimenti di contestazione di tutto l’Occidente, le cui pur confuse prerogative, unite con la crescente consapevolezza delle rivendicazioni operaie, stavano minando l’ordine politico dell’epoca, garantito da un lato, sul piano internazionale, dagli accordi di Yalta e dall’altro, su quello sociale, dal compromesso fra lavoratori e padronato legato alla spartizione dei frutti del famigerato “boom economico”. Ora, se è patrimonio comune che l’Italia sia stata la terra delle stragi di Stato, delle bombe rimaste senza mandanti, degli aerei precipitati per sfortuna e degli innumerevoli episodi di connivenza di pezzi delle istituzioni con le mafie, è meno conosciuta una vicenda attraverso la quale si può reinterpretare una larga parte della nostra storia recente, rendendosi conto di quale sia il modus operandi degli apparati statali, specie se legati a centrali americane: l’operazione “Blue Moon”. Attraverso questo piano di ingegneria sociale, venne scientificamente introdotto nel nostro paese, come strumento atto a governare  e progressivamente spegnere il dissenso giovanile, il consumo di eroina; tale progetto vide coinvolti i servizi segreti di tutti i paesi Nato, con un ruolo rilevante, sul piano logistico, per il regime autoritario portoghese di Salazar. Oltre alla complicità dei vertici delle forze di polizia, ad essere coinvolte nella partita furono anche la stampa e la televisione, senza le quali nessuna “psy op” può essere concepita. Dapprima, si creò ad arte una psicosi di massa legata alla “droga” in seguito ad una controversa operazione di polizia contro un  gruppo di giovani che era solito passare le serate su un barcone ormeggiato lungo il Tevere. Successivamente, tutte le iniziative delle forze dell’ordine  si concentrarono sulla repressione del commercio e del consumo delle droghe “leggere”, in modo da ripulire il mercato in vista del lancio di un nuovo prodotto, che si presentò in un primo momento nelle sembianze della morfina e poi, alla fine del 1973,  in quelle ancor più subdole dell’eroina, la sostanza che saprà conquistare al suo consumo totalizzante 300000 giovani in meno di dieci anni. Oltre alle migliaia di vittime per overdose, a cadere sul campo in questa guerra asimmetrica furono anche due giovani militanti antagonisti milanesi, Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci (conosciuti come “Fausto e Iaio”), i quali avevano messo a punto un dossier sulla diffusione dell’eroina sotto la Madonnina, ricostruendo una rete che coinvolgeva elementi dei servizi e, come manovalanza, criminali comuni ed esponenti del neofascismo. L’eroina ha flagellato l’Italia per tutti gli anni ’80, ed il suo strascico di morte continua a manifestarsi anche nel presente. Tutte le vite che ne sono uscite distrutte non devono maledire la cattiva sorte o le cattive compagnie, le circostanze o le contingenze, le debolezze della carne e del carattere, ma lo Stato assassino, che non si è fatto scrupoli a diffondere spregiudicatamente una sostanza di cui si conosceva il potenziale distruttivo allo scopo di sopire il dissenso e mantenere lo status quo. Per farla breve, a tutti coloro i quali, contro i numerosi precedenti di segno opposto e contro il buon senso incistato nei secoli, continuano a fidarsi del governo e dei suoi opachi rappresentanti, va ricordata una banale verità: questi qui sono stati, sono e saranno capaci di ogni nefandezza.

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