Di Alceste
“Tutto è possibile. Più una cosa è oltraggiosamente illogica, più è possibile. Il fondamento della realtà è l'incongruo, il grottesco, l'assurdo, il miracoloso, l'improbabile. La fede cieca, il balzo al di là della logica”
Bernard Wolfe, Limbo
IA
La cosiddetta intelligenza artificiale non è che il mezzo tecnico per sostituire definitivamente la realtà. La spaventevole massa di sublimi menzogne, eroismi, flagelli e resurrezioni, così meravigliosamente variegata, sin ai toni più impercettibili, che ha costituito il patrimonio psicologico dell’umanità, verrà pian piano obliata e sostituita da simulacri scoloriti e grossolani, pienamente eterodiretti, capaci di vomitare assurdità e follie a gettone. L’ordine è: distruggere la memoria di ciò che si è stati, forgiare esseri privi di ombelico. Libri, monumenti, immagini. Le fornaci del Nulla sono a pieno regime.
Ben-Gvir
Il ministro della Sicurezza Nazionale d’Israele, Itamar Ben-Gvir, dichiara che “il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte”. Aggiungendo, poi: “Israele non è un sacco da boxe per un branco di bugiardi sostenitori del terrorismo che fabbricano calunnie e menzogne contro i nostri combattenti. Non mi lascerò scoraggiare da questa o da qualsiasi altra inchiesta e continuerò a stare orgogliosamente al fianco dei nostri combattenti”.
Affermazioni che nascono a margine della ridicola iscrizione nel registro degli indagati - per i reati di tortura e sequestro di persona - dello stesso Ben-Gvir a causa del trattamento riservato ad alcuni fenomeni parastatali della cosiddetta Global Sumud Flotilla.
Dovremmo essere grati al duce di "Potere Ebraico" per averci regalato brandelli di buon senso. Id est: la legge è la risultante dei rapporti di forza fra le nazioni = gli Italiani sono degli smidollati.
Ben-Gvir sa quello che dice. L’Italia la conosce a menadito per i minuziosi rapporti fornitigli dai Giudei locali, sempre “forte affacennati, afforosi, affociti”: un Cola di Rienzo da bruciare li eccita sin al midollo più antico.
Sì, l’Italia è in ciabatte.
Basta farsi un giretto per il centro della capitale, specie in questi giorni di canicola. Negri urlanti nello smartphone, obesi coi polpacci tatuati, dravida sudaticci affannati in empori lerci, minorenni con gli hot pants fra le chiappe o barbette da segaioli, altri scheletriti, tutti in nero, i piedi allungati da qualche variante del Marfan, il collo appesantito da collane rapper, trentenni ginecomastici, musi gialli che sorvegliano in tralice dalle vetrine del riciclaggio, pensionate affette da elefantiasi, le braccia pesanti come quarti di bue, le gambe schiantate dalla varicosi, neonati intontiti dalle droghe postnatali e pronti a essere cucinati in casseruola, sbrindellate comitive di americani che strascinano i piedi anelando un bicchiere di Coca Cola a cinque euro: tutti in ciabatte, ovviamente, dal primo all’ultimo. Infradito, slides, sabot, crocs, di sughero, sanitarie, giapponesi, da hotel, col tacco, pelose come yak; i più cialtroni non si vergognano a mostrare le piante annerite, accavallando le gambe presso traballanti tavolinetti di plastica nei bar che ostruiscono i vicoli che recano al Pantheon, una volta deliziosi - i calcagni ispessiti dalla pelle morta, le dita storte, le unghie goffamente colorate.
Gelati
E poi i gelati.
Gelati costruiti a palline dai mille gusti fluorescenti, la panna che sigilla con uno sbuffo iperglicemico l'ammasso d'insipida voluttà - costosissimi, malcagliati, tutti tesi a riguadagnare lo stato liquido rigando da subito le dita impiastrate assieme al tovagliolino; e allora si cerca di vincere in velocità la liquefazione: le lingue saettano, rapidissime, a scatti da camaleonte, oppure lambiscono torno torno col ruvido dorso, lente e studiate, le deliziose sgocciolature oppure - e qui subentra il mestiere - introdotto il gliommero per intero nella bocca, lo si netta internamente, roteando il muscolo con mugoli trattenuti, per riestrarlo già polito: a simulare, senza vergogna, però, atti di suprema indecenza.
E poi casual, e casual sia! Che la forma deve morire, evidentemente; un popolo sformato, il lardo che si ribella alle più minuscole costrizioni, come cinture e t-shirt. Trapela un desiderio, irresistibile: spogliarsi del tutto, nudi, a inseguire quella libertà a cui sono stati indottrinati e che mai è esistita; troppo tardi per capire, mai tardi per la frenesia isterica. Ogni limite gli pare troppo, armenti domesticati nei decenni al progressismo diabolico di Aleister Crowley: tutto gli è dovuto, ogni cosa dev’essere permessa. Se potessero libererebbero la vescica negli angoli di Santa Maria in Gradi. Il negrame di notte già lo fa, e non solo quello, sotto gli occhi benevoli delle gendarmerie che ciondolano aspettando le ferie, anch’esse liberatorie ché il dovere stringe troppo il cappio. D’altra parte, perché no? Gli Italiani ci si trovano a meraviglia nel melting pot del sudiciume (l’unico che esista, altri non ve ne sono); più sono giovani e meglio stanno: la domesticazione è riuscita a meraviglia. Manco pensano a un’alternativa: sì, così va bene. Un vocabolario da duecento parole, scarpe da ginnastica e il frasario mondialista da sciorinare per l’occasione. La sostituzione l’hanno operata loro stessi su di sé, addirittura in buona fede; i truffatori seriali da telegiornale sanno di tradire il popolo bue, nulla gli importa, per qualche spiccio ammazzerebbero la madre. Certo, il rimorso agisce irresistibilmente in loro. Invecchiati in pochi anni, maschere grottesche. L’unico che si diverte è l’inseminatore Casini, in cuor suo aspirante Presidente della Repubblica.
Afforosi e affociti
Non sapete che significa "afforosi" e "affociti"? Siete pronti per ingoiare qualsiasi sbobba, allora.
Otarki
Tu esageri! Non è così! C’è speranza che …!
Ma quale speranza e speranza!
Gli otarki sono fra noi.
Creature geneticamente modificate la cui residua intelligenza mai assolve a direttive morali. Mezzi animali, mezzi uomini.
Nel racconto di Sever Gansovskij Dies irae (1964) il giornalista Betly si spinge assieme a un guardacaccia, l’ultimo eroe, nelle terre di tali esseri. Qui scopre che gli otarki sono predatori, cinici, irridenti, senza storia, cannibali, privi di empatia o di ogni pregresso scrupolo etico. Quando si vedrà perduto, egli porrà la domanda decisiva: “Senza più sentire come lo sbranavano … Betly riuscì a pensare che gli otarki, in sostanza, non sono così terribili: ce ne sono cento o duecento in tutto, in una regione abbandonata. Si può aver ragione di loro. Ma gli uomini?”.
Gli otarki sono pochi, egli dice.
Ma la maggioranza degli uomini si comporta allo stesso modo; o si pone al loro servizio.
Ogni vittima, prima o poi, viene convinta d’essere la protagonista della carneficina.
Non c’è nemmeno bisogno di aizzarla contro i suoi simili.
Segni e Martino, Martino e Segni
Dobbiamo uscire dall’Europa!
Certo, ma prima occorre vincere una guerra. L’abbiamo vinta? Non sembra. Dissanguati e diffamati dalla Prima, ci siamo esposti al coltello di ossidiana della Seconda.
Da allora il sangue è continuato a scorrere e nessun lenimento è possibile.
La cronologia della vampirizzazione è, peraltro, in piena evidenza. Non potrebbe essere altrimenti.
Già da Porta Pia la massonificazione aveva preso a sfregiare il volto antico dell’Italia.
Dal 1945 si accelera. Il rimbalzo economico è preso a pretesto per smantellare religione, usanze, agricoltura. Sotto le spoglie del progresso, una delle parole più ingannevoli, s’inizia a imbambolare gl’Italiani: suffragio universale (leggi: democrazia e libertà coincidono col voto e solo con quello), tifo partitocratico, frigoriferi, clientelismo, sport, abolizione della scuola.
Il 25 marzo 1957 vengono firmati i cosiddetti Trattati di Roma.
Essi prevedono due accordi: Euratom (Comunità Europea dell'Energia Atomica) in vista del coordinamento per la ricerca e l’uso pacifico dell'energia nucleare e CEE (Comunità Economica Europea), passo decisivo per la creazione di un mercato comune basato sulla libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali e sull'abolizione dei dazi doganali. Il firmatario fu Gaetano Martino, Ministro degli Esteri del governo presieduto da Antonio Segni.
Nel febbraio 1986 il Ministro degli Esteri Giulio Andreotti (governo Bettino Craxi) firma, probabilmente intingendo la penna d'oca nel sangue, la revisione in senso forte dei trattati del 1957.
9 novembre 1989. Evento geopolitico del secolo con la chiusura ufficiale dell’esperimento sovietico.
17 febbraio 1992. L’arresto del socialista Mario Chiesa decreta la fine dell’ulteriore esperimento noto con la sigla “Prima Repubblica” grazie alla Rivoluzione Colorata di Tangentopoli.
31 dicembre 1992. Avvio dell’eliminazione delle barriere doganali, tecniche e fiscali tra gli Stati membri: a garantire libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali. Viene fondata la “Seconda Repubblica”; alcune stragi di rivendicazione del posto a tavola nella nuova entità politico-istituzionale vengono ricomposte grazie ad accordi sottobanco ancor oggi operanti.
1 gennaio 1993. C’è da eternare il gioco elettorale della Seconda Repubblica. I cosiddetti magistrati salvano all’uopo parte della nomenclatura comunista mentre, dalla parte opposta, è creato il partito fantoccio "Forza Italia" (Fozza, Itaja!) attorno a cui si raggrumano manovrabili sconosciuti e alcune ricattabili figurine di terz’ordine dell’Italia del dopoguerra. La mummificazione di tale dialettica è operata con la scelta dei collegi uninominali e l’inesorabile consolidamento di due partiti specchio (ribattezzati centrodestra e centrosinistra) abili ad attizzare il fuoco del tifo elettorale e a mitigare gli ardori rivoluzionari per mezzo di un governo unico globalista.
La tessera numero 2 di Forza Italia è Antonio Martino; il leader dei referendari-innovatori Mariotto Segni.
Antonio Martino è figlio di Gaetano Martino; Mariotto Segni di Antonio Segni.
In loro prosegue, oscuramente, l’antico veleno.
Filippo
Mondadori pubblica finalmente Philip Dick ne “I Meridiani” (Philip Dick, Opere scelte, ppg. 3340). A Filippo toccherà convivere nella pregiata collezione con Eugenio Scalfari e Tiziano Terzani, ma il livello si alza di parecchio.
Infantino
Il Presidente della FIFA Giovanni Vincenzo Infantino ipotizza di allargare il Mondiale dalle attuali 48 squadre a 64 per l'edizione 2030. Da buon apolide (egli, infatti, è svizzero) si sente a quel punto in dovere di sbeffeggiare il paese decisivo: "Forse l'Italia si qualificherebbe con 64 partecipanti. E potremmo arrivare a 208 per vedere se si qualifica". Alcune fonti parlano di 228, ma sono sicuro che questo sia il numero esatto. 208 = 8 x 13. 208 è simbolo di totalità. Egli aspira a un mondiale vero e proprio, che includa anche Anguilla, le Isole Vergini Britanniche e lo Stato Vaticano: la Monarchia Universale è la meta suprema. Di Infantino, ma anche d'ogni atto, d’ogni più insignificante azione, della strage più bestiale. L’inghiottitoio mondialista è l’utopia par excellence. Esso piega anche la luce. I nostri attimi presenti sono l’orizzonte degli eventi prima della catastrofe. Chi vi si oppone, cicala Infantino rinfrescandosi sotto una pioggia di dobloni à la Uncle Scrooge, è solo un livido odiatore: “Voi dividete, noi uniamo … La Coppa ha celebrato il meglio dell’umanità … Zero incidenti, zero ostilità, zero violenza, solo gioia, felicità, unità e solidarietà … Il calcio è sinonimo di pace. Non ha nulla a che vedere con la politica. Il calcio è sinonimo di unità, non di divisione”.
Che ora si sbalzi dal trono Infantino, pedina fungibile e usurata nel ruolo, è inessenziale.
Se una cosa si deve fare la si farà, l’esecutore cambia di volta in volta. Anzi, quasi sempre, il garzone di bottega che eseguirà la futura consegna è un elemento scelto fra coloro che vi si opponeva fieramente; con alta probabilità colui che schiamazzava di più.
Prepariamoci, quindi, per il Mondiale a duecento squadre, in parallelo con quello femminile e paralitico: l’importante è annacquare, de-selezionare, preparare la marmellata più insipida e seriale, priva di agonismo, di pathos: di umanità, insomma.
Come aveva previsto Bioy Casares in Esse est percipi, poi, non è detto che i prossimi Mondiali verranno effettivamente giocati. Un buon numero d’attori-atleti, fedeli a una sceneggiatura mediamente thrilling, risolverebbe tanti problemi.
In attesa di dissolvere anche gli attori-atleti in figuranti digitali.
Universo 25
La pace perpetua è l’invenzione del Potere. Non esiste una società pacifica. Per esistere - e persistere - un qualunque gruppo o comunità necessita di una propria fede che escluda l’Altro. Tale il prezzo da pagare. La fratellanza è invenzione massonica e progressista: delle progressive sorti. La trimurti repubblicana sulla fraternità, l’eguaglianza e la libertà è l’inganno alla radice di una decadenza inarrestabile che esige sempre di più, sino alla scomparsa della civiltà. Occorre prima affermare sé stessi come incarnazione di una verità: da tale semplice assunto discende uno stato di guerra permanente contro l’Altro. Si ingaggiano battaglie e guerre. Si perde, si vince. Fioriscono gli dei, come riconoscenza alla propria supremazia. La consuetudine alla vittoria innesca la civiltà come grumo di valori condivisi e riconosciuti. Tale movimento ascendente, cui non è sconosciuto il proprio annientamento - può essere bloccato solo dall’inazione, dalla stasi. Scambiare ciò che si è sempre stati per tenebra e orrore: di qui la fratellanza, la pace perpetua, il girotondo ecumenico. E si arriva alla soppressione di sé stessi. L’istinto reca sempre alla scontro con l’Altro. Ma ora questo comportamento naturale e sorgivo è proibito dal verbo della pace. E allora? Allora quell’antico furore viene ritorto contro sé stessi, in ossequio a un'etica posticcia ed eterodiretta, sino al disgusto verso le proprie più intime consuetudini; si sceglie, perciò, una indefinibile la fratellanza universale, l’autoannientamento.
Limbo
Nella satira di Bernard Wolfe, Limbo, dopo la Terza Guerra Mondiale, nasce un movimento di massa pacifista, l’Immob: se sono le mani e le braccia a permettere all'uomo di premere grilletti, lanciare bombe, colpire, ragionano i sopravvissuti, allora amputarsi volontariamente gli arti equivale a rendersi strutturalmente incapaci di fare violenza. L'auto-mutilazione diventa così una dichiarazione di pace assoluta, religiosa: più arti ci si toglie, più ci si eleva moralmente; come nel caso dei “quadriamp” (tetra-amputati). Peccato che la violenza non venga sopita. I quadriamp si dotano di protesi cibernetiche, come semidei, amplificando ceto sociale e suprematismo mentre s'affrontano in novelli giochi gladiatorii: si avvera il sogno freudiano dell’uomo protesico.
Nel corso del romanzo apprenderemo come l'Immob nasca da una serie di appunti paradossali e capricciosi del protagonista, il dottor Martine, che li aveva abbandonati prima della fuga su un’isola dell’Oceano Indiano. Qui lo stesso Martine aiuterà i nativi a praticare una primitiva forma di lobotomia chiamata "Mandunga" volta a depotenziare gli impulsi violenti nei soggetti più aggressivi e socialmente eccentrici. Solo tardivamente egli si renderà conto che proprio l'aggressività coincide con la vita stessa; la simbolizzazione di tale debordante potenza è la civiltà stessa.
Odisseo
Prima o poi ogni simbolo viene attaccato, destrutturato, polverizzato, reimpastato in fango e piscio per essere nuovamente modellato come sgorbio. Inevitabile che tocchi pure al povero Odisseo. Ulisse col senso di colpa! Basterebbe indagare perché a certi registi danno un pacco di soldi per queste operazioni. Basterebbe, ora, comprendere perché hanno annientato la terza pagina dei quotidiani o la critica colta in senso stretto. Ora si può ca-cantare qualsiasi scemenza per abbindolare la platea marcia dell’umanità. La scomparsa di una selezione critica dovrebbe far riflettere soprattutto perché tale operazione abissale coincide con il sorgere di sorvegliatissimi maître à penser cui si è regalato artificiosamente uno status altrimenti impensabile. Come nell’agone politico, le mezze calzette della retroguardia (leccapiedi di quarta e quinta fila) sono stati spinti sul proscenio principale, le tasche gonfie di spiccioli, a imbonire il gusto degli Italiani e degli Europei. Quanta stupidità, quanto livore, quanto odio per la cultura! Sbrodolatori sinistri che innalzano nullità affossando i maggiori! In ogni campo! Con ferocia ineguagliabile! Quanti falsi miti, mode, inclinazioni si sono affermati in pochi decenni. Il passato dell’arte è semplicemente scomparso e un qualunque idiota medio crede che il cinema, tanto per fare un esempio, trovi uno dei suoi apici in Quentin Tarantino, un altro allocco di talento programmato proprio per distruggere il cinema e sdoganare il politicamente correttissimo sotto le specie di una falsa trasgressione.
Nausicaa
Ma sì, ma sì, ma chi lo legge Alceste! In un vecchio post (che non so ritrovare: un anno di pagine digitali equivale a un secolo), misi in luce la figura di Odisseo. Di come egli, naufrago fra Scilla e Cariddi, senza più nulla, nudo, abbarbicato a una pianta di fico, avesse resistito strenuamente, rappattumato il fasciame della nave distrutta e sbarcato al lido di Nausicaa, la Luminosa. Intendevo, allora come adesso, tale profondità simbolica: la nave perduta era il filo della tradizione, della civiltà; il fasciame i suoi resti; la zattera di fortuna ciò che sopravvive di quell’immane corpus; Nausicaa l’insperata salvatrice, luminosa, priva di inganni.
Quando tutto sembra perduto, nulla è perduto:
“Se, frantumati i loro simulacri,
noi li scacciammo via dai loro templi,
non son morti per ciò gli dei”
Così recita Ionika di Konstantinos Kavafis, così mi ripeto, come il vecchio marinaio.
La resistenza al destino, l’invocazione a dio, la certezza che una particola del passato, apparentemente insignificante, possa costituire il seme della persistenza della civiltà, l’astuzia, l’aristocrazia che punisce la piccineria del traditore Tersite, l’omiciattolo che fa le pulci alla grandezza, la febbre della conoscenza, il richiamo verso l’inesplorato e l'inesprimibile , oltre le colonne di Ercole, al limitare del mondo, in un panorama assolato, salso, che brucia la putredine, l’indistinto, lo smegma del tranello. Questo è Ulisse, la purissima distillazione dell'uomo europeo, latino e germanico; che dalla flatulenza hollywoodiana scompaiano Nausicaa e quell'intima forza che spinge verso l’ignoto, contro il Destino (Wyrd), sostituita dal senso di colpa indotto dalle solite cucine psicologiche del Novecento - tutto questo lo trovo logico: a Ulisse succede Giuda, il ragioniere dei trenta denari, a misurare il tornaconto di ogni impresa, col bilancino dell'usuraio, a contare e ricontare quei sicli a cui rinunciò Levi.
Fratelli
Un tale Alberto Angela, secondo in linea ereditaria di Piero (o Pietro: Alberto Ben Kefa), esala queste facezia: “Tra sfide climatiche e tecnologiche, l'incognita dell'intelligenza artificiale e un mondo del lavoro che non dà più certezze, il viaggio di Ulisse è il viaggio che tutti i giovani devono compiere con fatica ogni giorno per arrivare alla propria Itaca … rende tutto ancora più straordinario agli occhi di un giovane pubblico che si affaccia oggi a quella storia per la prima volta”. Poi, inesorabile, aggiunge: “Mi sono sentito suo fratello [del regista Christopher Nolan] in questa operazione che ha portato avanti in maniera così abile”. Resta da capire, per il popolicchio, che mai lo capirà, a quale fratellanza qui si alluda.
Mediterraneo
Nel 1995 l’ingegnere nucleare Felice Vinci partorisce il suo Omero nel Baltico. La tesi centrale è questa: l'Iliade e l’Odissea non sono ambientate nel Mediterraneo (dove l’autore rileva numerose incongruenze: un clima sistematicamente freddo, battaglie notturne, eroi biondi avvolti in pesanti mantelli di lana, fiumi che invertono il corso, un Peloponneso descritto come pianeggiante quando non lo è) bensì nella Scandinavia e nel Baltico.
Quando le migrazioni scandinave raggiunsero il Mediterraneo, i migranti trasposero in tale nuovo ambito geografico le antiche saghe nordiche.
Per questo, ragiona Vinci, Troia sta in Finlandia, Micene e Itaca in Danimarca, Ogigia nelle Shetland.
Trent’anni dopo, a disdoro di Aristarco, Friedrich Wolf e Fausto Codino, ecco Nolan a decolorare i mari vinosi in plumbee e grigie foschie. Un’interpretazione outré entra a far parte dell’immaginario mondiale mutando istinti e convinzioni. Il sole mediterraneo, limpido, di quella nettezza che disegna silhouette di dei e ninfe, vien artatamente velato; così come il Medioevo, l'epoca colorata, accesa, schietta nell'aria e nella luminescenza, è derubricato a dark age.
Invertire i poli magnetici degli ultimi tremila anni: ci crederanno tutti, ovviamente.
L’invasione degli ultracorpi va avanti a qualsiasi prezzo, persino del ridicolo. Nessuno, però, osa una vera pernacchia.
Scheletri della morte
Comprendo Ben-Gvir. Lo dovrebbero fare tutti. L’affermazione della civiltà, di ogni civiltà, è esclusiva. L’inclusività la sgretola, letteralmente. Una religione si afferma a discapito dell’altra. Ma il Cristianesimo è universale: Non fare agli altri et cetera. Ah sì, non fare agli altri cristiani, forse …
Una civiltà in ascesa espande sé stessa poiché in sé non ravvisa errori. Tutto è sacro, intangibile. Non c’è crudeltà. Questo è il moto ascendente. Edmund Spenser è il poeta inglese per eccellenza; elisabettiano, antipapista, maestro del verso. Suo capolavoro è The Faerie Queene; deliziosi i suoi Amoretti, di netta derivazione petrarchesca:
“… chiedo che sostanza
poté farla sì bella e sì crudele.
La terra no: celesti ha lei i pensieri;
e l’acqua no: di fuoco è l’amor suo;
e l’aria no: non è leggera lei;
e fuoco no: gelato è il suo desire.
Trovare occorre allor altro elemento
di cui ella sia fatta; ed ecco: è il cielo”.
Eppure questo soave artigiano è autore anche di A view of the present state of Ireland (1596) in cui si compiace degli effetti devastanti della carestia e della tattica della "terra bruciata" militare adottata dagli Inglesi nella provincia del Munster (Irlanda meridionale) durante la seconda rivolta dei Desmond (1579-1583). Egli stesso vi aveva assistito come segretario del Lord Deputato d'Irlanda: “Uscivano strisciando sulle mani da ogni angolo di boschi e valli, perché le gambe non li reggevano più; sembravano scheletri della morte [anatomies of death], parlando come fantasmi che uscissero dalle tombe; mangiavano le carogne dei morti, felici dove potevano trovarle, sì, e l'uno l'altro subito dopo”.
L’orrore, la giustizia, la legittimità son concetti qui da non evocare.
Il diritto internazionale, poi, non è che la temporanea concrezione giuridica di uno status quo formatasi da una risultante di forze; il pericolante equilibrio dopo uno scontro, i cui interpreti causidici si trovano, non a caso, tutti nella parte del vincitore.
Ma allora… allora … vuole dire, lei, che Gaza è giustificata? Dico che se vuoi vincere devi considerare gli altri solo come ostacolo alla tua vittoria perché, per quanto disgustoso possa sembrare, chi crede in qualcosa non può mai aver dubbi; a costo di qualsiasi sacrificio.
E allora … allora … Israele vincerà?
No. Questa è una guerra per procura, l’ultima, poi scompariranno anche loro, miscelati alla sopravvissute marmaglie della Monarchia Universale.
Antisemiti
Gli antisemiti più accesi, di solito, deposte le locuzioni d'ordinanza, si mettono diligentemente in fila presso le gelaterie della sbobba semita più rinomata.
Les deracinés
Perché i negri impazziscono?
Les deracinés (1897), gli sradicati, è il romanzo più famoso di Maurice Barres, mai tradotto dalle nostre parti. Alcuni studenti, sobillati dal professore liberale Bouteiller, migrano dalla provincia a Parigi lasciandosi contagiare dall’edonismo cosmopolita della Città e arrivando al fallimento morale e al crimine.
Barres inclina allo strapaese, al provincialismo salvifico; accusa; non sa che la guerra decisiva era già stata persa: decenni, secoli prima.
La Parigi tentacolare descritta nel romanzo non era che il simulacro dell’antica Parigi, riadattata alle temperie illuministe dagli sventramenti del barone Haussman fra gli anni Cinquanta e i Settanta dell'Ottocento.
Charles Baudelaire se ne lamentava nella sua Le cygne (1860):
Muore la vecchia Parigi (le immagini cittadine
cambian più svelte, ahimè!, del cuore di un mortale);
Parigi cambia! Ma nella mia malinconia
niente muta! Ponteggi, blocchi, nuovi edifici,
vecchi sobborghi, tutto diventa allegoria
e i miei cari ricordi più duri delle selci.
La torretta in ferro edificata nel 1889 per l’Esposizione Universale (un secolo dopo la rivoluzione colorata) affermerà definitivamente la transustanziazione della Francia nel mondialismo progressista. Londra subì il medesimo trattamento col rogo doloso del 1666. E così fu per ogni città. Il movimento fu immane e simultaneo: “La distruzione delle vestigia medioevali era una manifestazione del ripudio di una tradizione che appariva in contrasto con il nuovo secolo apportatore di luce dopo le tenebre delle città antiche” sunteggia superficialmente Vittorio Giuntella ne Le città dell’Illuminismo; non accorgendosi della volontà sottostante a tale distruzione; se è vero che “nell’Europa occidentale le città del Medioevo erano state molto spesso edificate sulle rovine romane e dei centri romani avevano seguito con fedeltà il tracciato originario” allora qui si voleva recidere il filo con l’Antico come lucidamente comprese Gómez Dávila: “Dopo essersi spogliato della veste cristiana e della toga classica, dell'europeo non rimane altro che un pallido barbaro”; cui può apporsi, a mo’ di corollario, un ulteriore aforisma: “Il livellamento è il barbaro sostituto dell'ordine”.
Perché cambiare freneticamente il paesaggio architettonico riducendone la grazia e complessità? Perché non vengono costruite più fontane, o innalzate statue e neanche vengono più apposte epigrafi celebrative? Perché Le Corbusier fu un genocida?
La corrispondenza biunivoca tra paesaggio e psiche fa sì che all'immiserimento doloso di ciò che ci circonda corrisponda un parallelo depauperamento linguistico, morale e culturale. Non si tratta di una regressione (da cui, con immane sforzo, si potrebbe rientrare) bensì di una desertificazione vera e propria dello spirito.
Se taglio le alberature di una piazza storica, ne banalizzo le linee, appiattisco qualsiasi elemento formale peculiare alla sua complessità storica, elimino un incalcolabile patrimonio di gusto e decenza che alberga, per tradizione, nel mio animo; sono, ora, più povero; e meno intelligente poiché proprio quel patrimonio da me posseduto quasi inavvertitamente non ha più la capacità di sceverare fra giusto e sbagliato, fra bello e brutto, fra esuberanza creatrice e annichilimento depressivo. A ciò spesso si accompagna, secondo un programma calato dall'alto, l'umiliazione del passato, la derisione del bello: onde far accettare ciò che è disarmonico, sproporzionato, deforme, mostruoso, sgraziato, ridicolo: eliminare il bello equivale a rendere per sempre impraticabile il sentiero salvifico verso la verità e, irridendo la complessità formale dell'opera (la tecnica), a costruire un homo novus di agghiacciante povertà interiore.

Tale il proposito, fra le centinaia di iniziative consimili e perfettamente sincronizzate dalle latrine comunali di tutta Italia, della derisione di Pompei.
"Al Parco Archeologico di Pompei ha preso il via Philip Colbert in Pompeii: Pop Mythology, la più grande installazione artistica mai realizzata dall’artista britannico, considerato dalla critica l’erede di Andy Warhol ... Oltre trenta sculture monumentali del suo iconico alter ego, The Lobster, popoleranno Pompei e i siti del territorio ... 'Pompei è, per me, la città dell’antichità per eccellenza', spiega Philip Colbert, 'un luogo che esiste oltre il tempo. Non riesco a immaginare un contesto più potente in cui creare un dialogo scultoreo sul tempo, sull’identità e sui modi in cui l’arte può trascendere i propri limiti. Le rovine di Pompei incarnano al tempo stesso tragedia e bellezza, e la città stessa sembra sospesa tra passato e presente' ".
Noteremo, da subito, i sintomi del carcinoma intellettuale: "iconico", "contesto", "trascendere"; la curiosa contraddizione ("artista britannico"), l'esaltazione ex nihilo nihil fit ("erede di Andy Warhol").
Chi sia Colbert e perché abbia fama nessuno lo sa. La merda viene impastata a nostra insaputa in laboratori alchemici il cui unico scopo è di forgiare serialmente il cretino 2.0, l'irrimediabile Frankenstein del Nulla.
PNRR
Anche questa frenesia lubrica per accaparrarsi le mazzette del PNRR. Perché, si chiede qualcuno. E si risponde, inevitabilmente: solo per spianare, per imbarbarire. I rubagalline di partito (sono l’albero motore dell’autodistruzione italiana), eccitati dalla cupidigia, mirano agli spicci: per sodali e clientes; per gli usurai che li erogano il fine è, invece, la destrutturazione estrema, la liquefazione italiana. Rassomigliare Roma e Palermo a Helsinki, lì il cuore dell'utopia. Abbattere ciò che resta delle antiche città e occuparle con parallelepipedi dell'IKEA. Roma, Atene, Alessandria, Damasco sono pericolose. Troppe memorie, troppe parole, troppe emozioni che potrebbero risorgere nell’animo. Nulla - e dico: nulla - né una parola né un’immagine né un paesaggio o architettura possono rischiare di suscitare ciò che è sempre stati, con orgoglio. E allora man man dissanguare, isolare; occorre rapallizzare il bello, sino a renderlo sterile o addirittura inutile: questa l’utopia. Anche gli sventramenti di Mussolini mi han sempre ispirato diffidenza. Al di là delle chiassate sul littorio e il moschetto, la misticanza e lo strapaese, egli celava un cuore illuminista. Il sol dell’avvenire gli gonfiava le tasche; la benzina è divina!, starnazzava in parallelo Marinetti, proponendosi di demolire musei e accademie.
Kallax
Solo in Svezia, terra mai lambita dal Mediterraneo, lontana dall'irraggiamento primario della civiltà, poteva uscir fuori la fabbrica di parallelepipedi. Se abiti in una casa con mobili di buona fattura, solidi, d'olio profumati, in grado di richiamare epoche e stili, allora potresti diventare pericoloso; se, invece, abbindolato dal risparmio (il fischietto da richiamo degli usurai), ti porti a casa un fascio di legname anonimo da montare, con riti eguali in ogni salottino metropolitano, diventerei dapprima depresso e poi una controllabile pedina. L'amore per l'arredamento, come il gusto per l'oggetto assieme bello e funzionale, o la calligrafia o la ricercatezza nel vestire, sono inciampi per il Potere; queste inclinazioni sembrano riguardare minutaglie quotidiane, ma in realtà denotano individui troppo ricchi interiormente, storicamente riottosi, gonfi di domande e risentimento. Montare, come la sorpresa di un ovetto Kinder, la scrivania Kallax o Micke e, soprattutto, convivere ogni giorno con essa - ciò reca all'omogeneizzazione spirituale, alla resa verso una vita da dozzina. Un trentenne che lavori su una Kallax diventa una Kallax. Se, poi, per caso, il Potere s'inventasse una pandemia e un lockdown, egli ragionerebbe esattamente come una Kallax: porgendo docilmente la gola al coltello.
Se tu scruti una Kallax, la Kallax scruterà dentro di te.

Linee di sangue
Quando i massoni sfondarono a Porta Pia presentarono, da subito, anche un regolamento di conti urbanistico. Le distruzioni interne a Roma, da quel dì, furono innumeri; e ancora non si fermano. Esempio: via Cola di Rienzo e via Crescenzio (personaggi sussunti nell'ideologia massonica in funzione antimonarchica e antiaristocratica: Crescenzio è Crescenzio Nomentano, vittima di Ottone nel 998) vennero ideate, colla loro fila di alti palazzetti, per oscurare il temibile panorama di San Pietro. Un secolo più tardi, al principiare degli Ottanta, sarà la giunta comunista di Roma (autrice di genocidi come Corviale e Laurentino 38) a smembrare il bellissimo borghetto dei fornaciai di Valle Aurelia al fine di innalzare gli allucinanti grattacieli che impediscono, tutt'oggi, la visione di San Pietro dalla soprastante Pineta Sacchetti. L'architetto responsabile, Ludovico Quaroni, fu allievo di Marcello Piacentini (lo sventratore di Borgo Pio sotto il Duce urbanista) e relatore della tesi di Massimiliano Fuksas.
Santa Prisca
Chissà cosa pensa o prova un ghanese quando vede Santa Prisca o un dravida il Tempio di Portuno. Facile: i medesimi sentimenti di un Italiano degenerato. Tutti e tre i tipi sono di fronte a una concrezione a loro estranea. Forse il dravida risulterà meno vulnerabile muovendosi grazie a carovane di connazionali in grado di ricreare un fantoccio di comunità in terra ostile. Ognuno, nel tempo, diventerà pazzo a modo suo riducendosi a senzatetto del Novus Ordo.
Quota assoluta
Siamo noi gli sradicati, i sostituiti, i simulacri. Già da tempo.
Le marmaglie di Ceuta servono solo a frullare e omogeneizzare, ancor più, sino al ground zero, alla quota assoluta dell’assenza di civiltà.
Poi arriverà la rimozione.
Nightfall
Il racconto Nightfall di Isaac Asimov (1941) narra di un pianeta, Lagash, che ha sei soli. La luce è continua, la notte un mito.
Dopo 2049 anni, secondo i calcoli, si sta riavverando una combinazione fatale: durante il tramonto di cinque dei sei astri, il sesto (Beta) subirà un’eclissi totale. Lagash, quindi, si prepara a sprofondare nelle tenebre. Nessuno sarà in grado di sostenere il buio e la terrificante visione delle stelle. La profezia dei cultisti nel Libro delle Rivelazioni e la teoria archeologica delle civiltà cicliche (un crollo ogni 2049 anni) si confermano vere.
Il buio? “In poco meno di quattro ore la civilizzazione, così come noi la conosciamo, arriverà alla sua fine”, afferma cupo l’astronomo Aton”. “Ma è una cosa sopportabile!” obietta il giornalista. “Sì, una stanza buia lo è. Ma c’è stato, lei, alla mostra Centennale di Jonglor, due anni fa? … [Un’attrattiva era il] ‘Tunnel del Mistero’ …lungo poco più di un chilometro: senza luci. Si saliva su un’automobilina scoperta e, per un quarto d’ora, si filava attraverso l’Oscurità … La gente usciva dall’Oscurità senza fiato, tremante, mezza morta di paura … A volte la gente usciva di là in condizioni perfette, salvo che rifiutava di entrare nei luoghi chiusi ... [le persone] venivano prese da violente crisi isteriche e facevano del loro meglio per fracassarsi il cranio contro la parete più vicina. Una volta portati al chiuso, era impossibile tenerceli senza ricorrere all’uso della camicia di forza o di una massiccia dose di tranquillanti …”. “Ma allora erano pazzi!”. “Pazzi, sì, esattamente”.
Cala, infine, la tenebra; totale, avvolgente, schiacciante. Appare l’inaspettato e inesplicabile pulviscolo stellare.
“Aton … stava piangendo, frignando orribilmente come un bambino terrorizzato. ‘Stelle... tutte le Stelle... noi non sapevamo niente. Non sapevamo affatto. Credevamo che sei stelle in un universo fossero tante. Adesso è l’Oscurità per sempre, per sempre, e le pareti crollano su di noi e noi non sapevamo, non potevamo sapere ...’.
Qualcuno tentò di afferrare l’ultima torcia, che cadde e si spense. Nel buio totale, l’orribile luccichio degli astri indifferenti parve più vicino. Ma fuori … un chiarore rosso cominciava a spandersi, si faceva sempre più intenso, e non era quello di un sole.
La lunga notte era calata di nuovo”.
Vannacci
Ecco il generalissimo Vannacci. Via alla nuova illusione. Forse non ce n’era nemmeno bisogno. Come riconoscere un’illusione. Semplice, essa si bea del dibattito televisivo. E, soprattutto, crede nel voto. Due regole auree che, alla fine, tutti abiurano perché il richiamo dell’assurdo (metto la croce e cambio la storia) è ancora troppo forte.
Dai loro frutti li riconoscerete
Come posso individuare un italiano?
Sottoponetegli l’immagine sotto il titolo.
Se tace è un bravo ragazzo.
Federico l'Allocco
“Abbiamo tolto di mezzo il mondo vero: quale mondo ci è rimasto? forse quello apparente?... Ma no! col mondo vero abbiamo eliminato anche quello apparente! (Mezzogiorno; momento dell’ombra piú corta, fine del lunghissimo errore; apogeo dell’umanità: INCIPIT ZARATHUSTRA”.
Come mi immagino Zarathustra? In ciabatte, col caftano bisunto. Nietzsche, un altro così acuto nel sostenere la vita da fornire la ricetta per l’esatto opposto a essa. Trasvalutazione di tutti i valori? Eccola! Un popolo di creduli tripponi. Strappare l’anima al mondo ha restituito l’imperio dei corpi. E cosa fanno i corpi? Essi esplodono letteralmente da dentro, come costretti all’autodistruzione. Altro che bestia bionda, qui siamo alla Weight Watchers’ dell’Occidente. La verità ama nascondersi. Perché? Per generare la vita. Senza un mondo iperuranio che ci governi e sostanzi crolliamo come sacchi vuoti. Nietzsche si illuse perché agiva in un tempo in cui l’Antico Ordine, pur decadente, ancora agiva. Se nascesse oggi, roso di vergogna, avrebbe la consueta scelta di Des Esseintes: spararsi o gettarsi ai piedi della Croce, qualsiasi croce.
Au contraire
La verità “liberante” della psicologia moderna … è proprio il contrario. Occorre celare, sublimare, dimenticare, simbolizzare.
Che sia terra di conquista degli Ebrei, i sovvertitori par excellence, non stupisce.
V.A.L.I.S.
Gli Ebrei disprezzano la Croce. E passi. Del pari, alcuni di loro fanno tre giri attorno all’arco di Tito, il conquistatore di Gerusalemme, e sputano per terra. L’Impero, il Cristianesimo e San Paolo per Essi, infatti, sono volti di un’unica menzogna.
Ricordo, qualche millennio fa, d’aver letto un tardo romanzo di Philip Dick, V.A.L.I.S. (acronimo di Vast Active Living Intelligence System). Il protagonista, Horselover Fat (anglizzazione di Philip Dick), è in crisi dopo il suicidio dell’amica Gloria. Depresso e disorientato, inizia a sospettare della realtà oggettiva del mondo. Un giorno una ragazza gli consegna dei farmaci indossando un ciondolo a forma di pesce (l’Ichthýs delle prime comunità cristiane, acronimo di Iesous Christos Theou Yios Soter, che significa Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore).
Un raggio rosa riflesso dal ciondolo lo colpisce e Fat ha la certezza d’essere entrato in contatto con un’intelligenza superiore chiamata VALIS, sistema vivente e organico d’intelligenza cosmica, forse aliena.
VALIS induce in lui la certezza che l’umanità viva sotto ipnosi, ammaliata dalla seduzione allucinatoria di un dio-arconte inferiore. L'Impero non è mai terminato (“The Empire never ended”). Il tempo storico si è bloccato nell'anno 70 d.C., l'anno in cui i Romani distrussero il Secondo Tempio di Gerusalemme e schiacciarono le prime comunità cristiane/essene. L'Impero Romano non è svanito; ha mutato forma, diventando una struttura metafisica invisibile chiamata Prigione di Ferro Nero (Black Iron Prison). Nixon, Traiano, San Pio V e Torquemada sono alcune pedine dell’inganno. Solo la Sapienza, personificata da una bambina di due anni, Sophia, potrà redimere l’umanità.
Lo schema è semplice: la Gnosi salva, il Cristianesimo romano opprime. La rivelazione (V.A.L.I.S.) arriva dalle stelle, forse originata da un’entità aliena; o, magari, è già tra di noi (The Second Coming) sotto le specie dell’Intelligenza Onnicomprensiva e Digitale.
Certe mattane a cui assistiamo oggi (gli UFO, la lenta e incomprensibile dismissione del potere papale, il vilipendio del passato, i Vangeli come distorsione dell’autentico e pristino messaggio cristiano, il bacio obbligatorio al Muro del Pianto) obbediscono a tale sceneggiatura.
Cretini
Un cretino 2.0 lo riconosci subito. Disconosce il principio di causalità e il terzo escluso. Il campo della controinformazione abbonda di tali figure. Di solito traduce “exposed” con “esposto” (in luogo di "rivelato" o "scoperto") rilanciando poltigliosi articoli angloamericani (di controinformatori beccaccioni) tradotti da google o dalla IA. Certo, ormai non ho titolo per simili accuse avendo, di fatto, cancellato volontariamente e quasi del tutto la lingua inglese dalla mia mente se non per certe quisquilie: come questa che state leggendo. Stavo pensando di organizzare dei corsi sperimentali sotto l'egida della dea Lete per la dimenticanza dell'inglese (e suoi derivati). Mi dispiace solo non apprezzare più gli elisabettiani come prima, ma ogni svolta esige un sacrificio.
Per vie traverse
La propaganda, in fondo, mente correttamente. Esistono matrimoni islamici fra tardoni e ragazze decenni? Sì. Sono casi rari, legati a contesti poco istituzionalizzati e contrari alla legge positiva dei singoli Stati. Ma li si pesca comunque, li si ingrandisce ad arte cicalando le parole chiave (patriarcato, pedofilia) e chiamando in soccorso la consueta magistratura del Nuovo Ordine. Che prende a spetezzare da par suo: il velo islamico? Lo si tuteli, ma basta che il padre alzi un po’ la voce per configurare la violenza privata! Noi siamo liberali e libertari, poffarbacco! Delle ragazzine, ovviamente, non frega nulla a nessuno poiché vengono offerte a Moloch a centinaia, ogni giorno, senza che i nostri eroi battano ciglio. L’importante è mirare al bersaglio che importa. Il velo islamico! E allora il velo della Prima Comunione! E qui salta fuori magari un pannelliano d’occasione, da qualche spurgo liberale dimenticato. E allora il velo della Prima Comunione! Non è forse questo un reato di violenza privata! Maledetta religione, hai ucciso la donna, le nostre figlie, vogliamo la libertà! Basta! Giù le mani! E così via.
Intanto, nei postriboli asettici del Nuovo Mondo a migliaia sono fatte a pezzi, tritate, fatte sparire. Col consenso dei magistrati, delle mozzarelle istituzionali, dei gendarmi assonnati, dei libertari d’ogni epoca e risma.
Riserve indiane
Gli ultimi Italiani, come antichi capi Apache, o Kaweskar della Patagonia, vengono sorvegliati da badanti sudamericane o slave oppure dal personale di qualche avida casa di cura, neghittoso e sbadato. Si preparano a morire. Male, poiché il mondo d’attorno è divenuto inintelliggibile troppo in fretta. L’incredulità trasogna in loro verso una disperata accettazione dei fatti. Essi ricordano. I loro nipoti lontani, destinati al sacrificio, i figli dilavati della patina della propria stessa civiltà. Come è stato possibile? Then we were kings? Ma no, solo uomini e donne esseri dotati di senso. Tutto possedeva un senso e uno scopo. Le mani smagrite sotto coperte e lenzuola, le vene azzurrine in evidenza, il respiro affievolito, i radi capelli scompigliati; le parole escono sottili come zampette d’uccello; si conversa; il sole entra a illuminare ambienti irretiti da un lucore da ospedale terminale. I locali si susseguono gli uni agli altri, deprivati di empatia, gli arredi radi e funzionali disposti come ordinate opere di follia postmoderna. Si attende. La morte non ha che da recidere filamenti di ragnatela.
Italiani contro l'Italia
L’epicentro della civiltà muoveva fra Atene e Roma. Sentire un finlandese che ci rimprovera per la nostra mancanza di civiltà … questo il capolavoro del nichilismo europeo. Basta la frase d’un citrullo del Wisconsin o di Canberra o Karesuando per gettare l’Italiano in un profondo sentimento d’inadeguatezza: sì, avete ragione, siamo i peggiori, insegnateci la vera democrazia, come possiamo espiare? Alcuni allocchi da laboratorio (quasi sempre under 40) hanno sviluppato a tal punto l’odio e il disprezzo verso sé stessi e la Patria da concepirsi come esseri fungibili in un territorio aperto a qualsiasi scorribanda: chi ha detto che l’Italia è degli Italiani? Siamo persecutori da secoli! Commodo e Carlo Magno erano fascisti! Il Cristianesimo ha oppresso i poveri! Il Medioevo è un’età oscura: vogliamo, forse, tornare al Medioevo? E scemenze simili. Si conferma la domesticazione scolastica come punto di svolta verso l’autocommiserazione nazionale. Nei programmi ministeriali entra la locuzione “Dark Age”? E allora si stampino manuali e sussidiari che assecondino questa visione di età oscura, livida, al massimo rischiarata dalle torce inquisitorie. I secoli di maggior splendore dell’Italia, rustici, coloratissimi, di cortese raffinatezza, quasi festosi in certe manifestazioni spirituali, in cui la cultura nasceva e cresceva anche nelle propaggini più remote, sono ridotti a luogo comune da taverna digitale.
Cretini/2
Dopo quarant’anni di Monarchia Universale conclamata, gli Italiani tornano prepotentemente al voto nel referendum: 58,93%. Il gioco è truccato, ma per sfuggirgli essi non concepiscono che il continuare a puntare le loro sempre più miserabili fiches. Quando si fissa l’abisso, il desiderio di gettarvisi infiamma da subito la vittima. Vien quasi da pensare che il referendum sia stato pensato per indurli nuovamente alla laidezza della scelta, una sorta di richiamo vaccinale per mucche da mattatoio. La scelta, che mai è stata tale, affascina l’omiciattolo medio poiché soddisfa gli impulsi democratici artificiali introdotti surrettiziamente con la menzogna secolare. Io scelgo! Minchioni che nella vita politica quotidiana non riescono a far spostare un semaforo di due metri o a creare un parco giochi per i loro figlioli rintronati son recati a credere, nel tendone delle chiromanti della propaganda, di deviare il de-corso costituzionale di un intero Stato; o di far cessare, mercé quattro croci da analfabeti scribacchiate in una bara di legno, conflitti bellici o la loro lenta autodistruzione.
Stato
Ma ciò che agghiaccia, in senso letterale, è la persistente credulità nello Stato o meglio: nell’esistenza di organi imparziali dello Stato. Come se esistessero ancora magistratura contabile o penale, gendarmerie, organismi di controllo, agenzie fiscali. Dagli anni Sessanta, almeno, la Costituzione è un libercolo senza alcuna attinenza con la realtà materiale eppure ci compilano ancora moduli, istanze, invocazioni, pensierini al Capo dello Stato, petizioni, suppliche, lettere aperte … uno spettacolo grottesco. Per tacere dei professori che cicalano di tripartizione della sovranità in ottemperanza al racconto di fantapolitica di un francese che se la rideva sotto i baffi. Non esiste lo Stato bensì dei rapporti di forza fra gruppi di cittadini altamente organizzati e fedeli per vincoli di sangue e di corporazione. Per questo la Costituzione italiana poteva ancora avere un pallido rapporto coi cittadini nel decennio successivo alla guerra. Poi si ridusse a pura formalità, il Parlamento svuotato, i poteri centralizzati nella partitocrazia ancella del mundialismo.
Troppo tardi. Le classi dirigenti italiane, a qualsiasi livello istituzionale, si sono saldate fra loro, assieme ai clientes, ai carriaggi e alla servitù, in un unico e inscalfibile blocco mafioso.
Che un Italiano confidi ancora in fantasmi come magistratura, forze dell’ordine, assessorati, agenzia delle entrate, ufficio di collocamento - questo è solo un sintomo della sua insufficienza mentale (o della sua connivenza).
Questo blocco sociale è frutto di decenni di corruzione e di selezione al contrario. Il Potere vi ha investito alacremente, ben ricambiato. Ogni rilevanza intellettuale, artistica, tecnica, scientifica è stata infiltrata, snaturata, derisa e cancellata.
Sopravvive il controllo: poliziesco e fiscale.
Se si ha ancora l’impressione che la macchina statale funzioni è perché alcune valvole di sfogo devono essere tenute efficienti: il costo da pagare all’ordine pubblico. Per la libertà di parola, a mimare comicamente la democrazia, sono stati approntati i social. L’apparato propagandistico-spettacolare mainstream, invece, è saldamente e totalmente in mano ai mafiosi.
Cancro
Ogni minima critica che osa filtrare vien subito ingigantita oltre misura, sguaiatamente, e assimilata a un atto di sovversione. L’intangibilità e la sciocca sacralizzazione delle alte cariche dello Stato, da decenni appannaggio di poche famiglie, sta lì a dimostrarlo. Almeno cinquanta milioni di Italiani vivono alla giornata, umiliati o conculcati nei loro diritti fondamentali: che son quelli naturali e non quelli contemplati nelle costituzioni massoniche, simulacri della pienezza della vita. Si trascinano, gli Italiani, esaurendo il grasso ereditato dalle passate generazioni. Ancora per poco. Il Paese più decisivo del mondo ridotto a popolo di straccioni sotto il tallone di oligarchi che, sullo scacchiere mondiale, sono disprezzati come cani da guardia a gettone.
Eppure si crede di poter cambiare. Col voto. Col voto democratico-liberale. Ma la democrazia liberale è allo stato agonico; gli organi vitali allo sfascio; un torpore profondo, simile al coma, s’impadronisce dell’intero organismo che più non risponde agli stimoli verbali e fisici; l’epidermide periferica si marmorizza, il volto si deforma, irriconoscibile, nello straziante orrore della maschera ippocratica; il cancro che si è avidamente cibato del corpo credendosi eterno, ora si trova a corto di ossigeno e glucosio; vengono sacrificati gli elementi minori del tessuto usuraio; i traditori maggiori, assieme ai manutengoli più fedeli, si rifugiano nei castelletti con le cantine ripiene di scorte; l’Italia muore, in ipossia, rantolando sé stessa, la propria storia: nessuno l’ascolta, ormai. La sua morte aprirà porte a divinità completamente aliene: gli ultimi brandelli di civiltà verranno risucchiati da vuoti interstellari.
I vecchi
Gli ultimi Italiani, depressi, incattiviti, drogati o alcolizzati, si muovono circospetti, con occhi cisposi e malevoli, lungo i marciapiedi ingombri di rifiuti delle loro ex città. La casa o si è tramutata in un inferno di relazioni - figli allo sbando, mariti e mogli rintronati dalla propaganda - oppure in un fortino asociale da cui espungere qualsiasi tipo di relazione umana. In verità non sono nemmeno Italiani. Essi recano ancora qualche secondario carattere del paese materno; figli e nipoti, invece, sono tabulae rasae su cui il Potere incide qualche basico regolamento etico. Per trovare qualche Italiano residuo occorre rivolgersi ai vecchi. Essi vantano una libertà di pensiero altrimenti sconosciuta. I pre-giudizi, erroneamente (o dolosamente) scambiati per mancanza di raziocinio. Ovviamente un liberale, cioè un cretino 2.0 infarcito di scientismo a-scientifico e di nozioni etiche da discount illuminista, dirà che il pregiudizio è à la Voltaire un giudizio in assenza di giudizio critico. Purtroppo per lui il pre-giudizio istintuale, patrimonio degli ultimi Italiani, i vecchiacci, in attesa di crepare con tutti i loro pre-giudizi che fanno piangere la Boldrini e la Kaja Kallas e le altre ragazze coccodé europee, non sono che istinti di sopravvivenza consolidati nei secoli. Il pregiudizio contro lo straniero è cattivo, malevolo, retrogrado, ma fin quando lo si è esercitato ha mantenuto invita la comunità. Il pregiudizio misogino (Proverbia quae dicuntur super natura feminarum o Le donne al Parlamento di Aristofane per citare due spassosi punti di riferimento letterari) anche.
Convinzioni
I nuovi Italiani, quelli col cranio massaggiato dall’Illuminismo Nero per almeno mezzo secolo, hanno sviluppato ben altri pre-giudizi. Il più radicato e decisivo è quello democratico. Lo conosco, so come agisce (al pari di un allucinogeno), eppure rimango sorpreso ogni volta che ne vedo gli effetti: soprattutto su individui con studi, lauree e dottorati, di cui vanno fieri beninteso, che il potere gli ha infilato su per il culo a furia di vaseline progressiste. Essi credono (un tremito mi percorre le dita mentre lo scrivo) che un tratto di matita copiativa apposto su un foglio di carta colorata (ricorda l’asseverazione o firma degli analfabeti) di cui gli stessi perdono le tracce fisiche subito dopo l’apposizione in una sorta di pudica bara di legno (a salvaguardare la privacy di tale atto) possa mutare il destino delle politiche nazionali o - udite! – europee e internazionali. Nella realtà quotidiana, nuda e cruda, sanno perfettamente, per esperienza diretta, che in loro potere non è nemmeno di spostare un semaforo; eppure, ciechi come gli zombi di Romero, si recano ai seggi; e vergano la “X”; poi se ne tornano a casa convinti di aver fermato la guerra in Ucraina.
Al voto!
Al voto! Al voto! Il referendum non ha il quorum! Bisogna votare! Ma certo, votiamo, come se i risultati non fossero già scritti. Votiamo! Non avete visto lo scontro fra Bersani e Sallusti! Votiamo, votate, fate votare!
Voltaire
Altro pre-giudizio è la libertà. La libertà garantita dalla Costituzione.
Ma la libertà non esiste. O meglio: è la libertà desunta da canaglie o imbecilli come Voltaire ad aver ridotto in una schiavitù irredimibile e irreversibile gli Italiani. Regalare aria fritta in cambio della piena umanità. Un cancro divoratore, implacabile, che ci ha svuotato irreversibilmente.
Frankenstein
Grammatica, retorica e logica; aritmetica, geometria, astronomia e musica. Tale il patrimonio della scienza intesa come conoscenza della Totalità. Poi l’Illuminismo Nero. La scienza si sfarina, diviene tecnica, espellendo intere regioni dello scibile dalle proprie competenze. Nel 1818, modellato sul chimico e studioso dell’elettricità, Percy Bisshe Shelley, nasce, infatti, il primo mad scientist, Victor Frankenstein, isolato da tutti e da ogni regola morale: “In una solitaria stanza da letto, o piuttosto in una cella, in cima alla casa, e separata da tutte le altre da una galleria e da una scala, tenevo la mia officina di sporca [filthy] creazione”. La Creatura, perciò, avulsa dal passato, e da ogni sua remora o timore, non potrà che risultare mostruosa, come ogni Golem.
Catone
Aut dormire eum oportet aut laborare, cicala Catone nel suo De agri coltura a proposito degli schiavi. L’hanno talmente preso in parola che oggi, in piena democrazia liberale, o dormi o lavori o ti occupi di burocrazia. Basta intendersi sui termini lavoro e burocrazia. Per lavoro non s’intende solo l’occupazione retribuita, ma quel pulviscolo di obblighi cui siamo ormai assuefatti (shadow work). Gli ortaggi al supermercato li peso io, la benzina la metto da solo, gli acquisti me li pago da solo alla cassa automatica et cetera; del pari, e siamo alla burocrazia, i documenti li prenoto online, con lo SPID o il CIE, le scadenze devono programmarle io, e poi ci sono i bonus, le rate, le autorizzazioni, le missive incomprensibili dell’Agenzia delle Entrate, i ricorsi da fare, le centinaia di account con le relative password, i profili dei fornitori di energia, gas, telefono; le raccomandate con le cifre sbagliate della nettezza urbana; i totem multimediali alla ASL, il fascicolo sanitario elettronico, la fatturazione elettronica, le esenzioni online, l’home banking, i mobili da costruire come le sorprese dell’ovetto Kinder (per risparmiare quattro spicci, crede il micco); e poi i social, le risposte agli utenti, le risposte alle diffamazioni, le risposte agli avvocati online che t’hanno denunciato per diffamazione perché dici che il tal politico è un cialtrone (lo è, ma ti querela comunque via organizzazioni che accendono denunce seriali). Persino le associazioni culturali si stanno trasformando in realtà dalla contabilità folle.
Alla fine della giornata ti rimangono cinque o sei ore, sei sfinito, vorresti fare tante cose, ma non puoi farne nessuna. L’unica è piombare in un sonno leggero, gonfio di preoccupazioni; per risvegliarsi al mattino e rilanciarsi nella ruota del criceto.
Conotocaurius
Ma tu cosa pensi degli Epstein files?
"Scuoierò i vostri figli e li mangerò. Dopo aver finito, farò degli utensili con le loro ossa", così recita parte della lettera firmata G.W. (George Washington) e rinvenuta da Mike Franks nel racconto di Bentley Little The Washingtonians (1990).
Little immagina il primo presidente degli Stati Uniti quale capo di una setta cannibale che, di generazione in generazione, si trasforma in una società dedita agli immondi banchetti, oltre che alla custodia dell'innominabile segreto. Amy, la decenne figlia del protagonista, in virtà della bontà delle tenere carni, diverrà l'ambito primo piatto degli insaziabili Washingtoniani ...
Nel 2007 Peter Medak lo trasformerà in un episodio della serie "Masters of Horrors" diluendone parte della forza sarcastica con accenni alla cronachetta politica del tempo.
George Washington, primo presidente degli Stati Uniti, colui che occhieggia dalle banconote da un dollaro, fu soprannominato dagli Irochesi “Conotocaurius” ovvero distruttore di villaggi. Fu lui a ordinare nel 1779 la spedizione dei generali John Sullivan e James Clinton (1736-1812) contro la Confederazione Haudenosaunee, rea di appoggiare i Britannici. L’operazione si prefiggeva la devastazione totale degli insediamenti (fra i quaranta e i sessanta vennero rasi al suolo) e delle coltivazioni (mais e frutteti). Il risultato fu la decimazione della popolazione nativa.
Il generale massone James Clinton (1736-1812) era fratello del quarto vicepresidente degli Stati Uniti George Clinton (dal 1805 al 1812, New York Clintonians) che, giù per li rami, innervò poi la coglia di Roger Clinton Sr. (1908-1967), patrigno di Bill ovvero William Jefferson Clinton, presidente degli Stati Uniti dal 1993 al 2001.
Curioso che George Washington, il cannibale di Bentley Little, ereditasse il nomignolo dal bisnonno, il colonnello John Washington (forse 1633-1677), commerciante di tabacco, primo inglese della stirpe a insediarsi nella nuova colonia della Virginia. Combattè accanitamente i nativi Susquehannock e Doeg, ma dalla parte lealista-britannica. Altrettanto curioso il suo coinvolgimento nell’assassinio di cinque capi indiani (26 settembre 1675) presentatisi spontaneamente per un chiarimento dopo le accuse di aver minacciato colonie e colonizzatori; il che riporta irresistibilmente alla mente non solo Donald Trump, ma un bell’episodio dell’albo gigante di Tex. Al delitto partecipò con trasporto Thomas Trueman, avvocato, mercante, proprietario terriero e maggiore del Maryland.
Traditores
Durante la persecuzione dell’imperatore Decio molti cristiani pervennero all’abiura. Per paura delle torture; o delle spoliazioni; o per quieto vivere.
Chi si ri-convertiva al paganesimo si distingueva nelle categorie di turificatus o sacrificatus a seconda dell’offerta concessa agli antichi dei politeistici (incenso o sacrificio vero e proprio).
I vescovi cristiani che consegnavano (latino tradere, consegnare) i libri sacri assurgevano, invece, a traditores. Per tale motivo chiamo i governanti italiani traditori: mi si conceda un poco di chiarezza mentale.
V’eran, poi, i libellatici, i finti convertiti, coloro che avevano ottenuto il green pass pagano (libellus) grazie a una documentazione falsa ricevendo in cambio l’attestazione della loro corretta spiritualità.
Le quattro categorie eran ricomprese sotto la più ampia categoria detta dei lapsi: i caduti, i deboli, i malfermi nella fede.
Tascio Cecilio Cipriano (San Cipriano) nella sua opera De lapsis (251 d.C.) circoscrive il disastro per mezzo di considerazioni semplici e inconfutabili. L’apostasia è un setaccio, forse è addirittura voluta da Dio, chissà. La sconfitta irrimediabile è ribaltata in vittoria; il numero non conta, rileva l’intensità della fede. La prova e l’exemplum: “È presente la candida coorte dei soldati di Cristo che con la loro solida resistenza spezzarono la ferocia della persecuzione incalzante, preparati a sopportare il carcere, armati per tollerare la morte. Avete combattuto valorosamente contro il mondo, avete offerto a Dio uno spettacolo glorioso, siete stati d’esempio ai fratelli che vi seguiranno ... Era il giorno fissato per l’indagine sulla fede: ma chi ricorda di avere rinunziato al mondo non conosce nessun giorno del mondo; chi spera da Dio l’eternità non conta i tempi terreni. Nessuno, fratelli, mutili questa gloria, nessuno indebolisca con maligna diffamazione la fermezza incorrotta di chi ha resistito ... E insieme agli uomini in trionfo arrivano anche le donne che, oltre al mondo, hanno sconfitto anche il loro sesso. Vengono, raddoppiando la gloria della loro milizia, le vergini e i fanciulli che con le loro virtù hanno superato i loro anni”.
Questo il canapo nella cruna dell’ago, tale la porta stretta.
Sono parole da adattarsi ai nuovi tempi perché non esistono tempi nuovi o tempi passati. Ogni tempo è uno e la Prova rimane la medesima, da sempre.
Lasciate perdere la cronaca, i fatterelli, le news geopolitiche, le solite menzogne da like, i video delle esplosioni, il tifo, il denaro come chiave per la comprensione. I soldi non esistono, i trenta denari scintillano solo per i corrotti - croccantini dei botoli dei sicari.
Non ci si preoccupi del numero, se anche rimanessimo in dieci avremmo vinto. La verità basilare, inoppugnabile, è la purezza del no, una negazione che deve coinvolgere la vita tutta poiché il no si dà a prezzo della nostra esistenza. Questa la scelta che tale non è poiché rimane unica e sola via. Chi vuoi tu servire?
Ci si è convinti, poi, che il “no” è davvero universale e non riguarda propriamente coloro che credono.
Chiunque può dire “no”. Purtroppo tale sillaba è “totale”.
Inutile mendicare una parte di sé stessi. O ci si offre interamente o il sacrificio non vale.
Il martirio - inteso quale exemplum - non concede eccezioni, tregue o dispense.
Per questo, in ogni tempo, i soldati si sono scelti per la loro purezza.
Saluti
Tempie d'argento, testa bianca: ormai
la giovinezza bella non c'è più.
Vecchi i denti. La vita
era dolce! E mi resta così poco!
Di Alceste
05.08.2026
Fonte:
https://alcesteilblog.blogspot.com/2026/08/nightfall-cronachette-estive.html#more
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BrunoWald 17 agosto 2026
Il mio ultimo commento in risposta all'utente akel è scomparso: poiché la forma rispettava le norme del sito, devo dedurne che la Redazione si riserva il diritto di approvare i contenuti dei nostri commenti, e/o di stabilire se un dibattito tra gli utenti possa o meno proseguire.
Ho ritenuto opportuno segnalare questo fatto (e non è la prima volta che succede), ognuno ne tragga le conclusioni che ritiene opportune.