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N.1 MESSICO, N.2 INDIA, N.3 CINA

DI KEITH FITZ-GERALD
CommodityOnline

Quando si parla di produzione industriale globale, il Messico sta emergendo in fretta come la “nuova” Cina. Secondo i consulenti aziendali AlixPartners, il Messico ha superato la Cina diventando la nazione più economica al mondo per le società che vogliono produrre per il mercato USA. L’India è ora al secondo posto, seguita da Cina e Brasile. In effetti, i costi del Messico sono diventati così bassi che perfino le società cinesi vi si spostano per sfruttare i vantaggi commerciali derivanti dalla vicinanza geografica. L’afflusso di produttori cinesi è cominciato all’inizio del decennio, quando le società dei settori della telefonia mobile, della televisione, del tessile e dell’automobile con sede in Cina stabilirono i primi impianti industriali in Messico. Nel 2005 c’erano circa 20-25 produttori cinesi operanti negli stati messicani di Chihuahua, Tamaulipas e Baja.

“Gli investimenti sono stati generalmente bassi, ma le operazioni sono riuscite a creare quasi 4000 posti di lavoro”, ha detto Enrique Castro Septien, presidente del Consiglio Nazionale dell’Industria d’Esportazione (CNIME), al portale di news SourceMex in un’intervista del 2005.
La pressione cinese sul Messico è divenuta più concentrata con le aziende automobilistiche cinesi Zhongxing Automobile Co., First Automotive Works (in partnership con il gigante dei media e delle vendite Grupo Salinas), Geely Automobile Holdings (PINK: GELYF) e ChangAn Automobile Group Co. Ltd. (il partner cinese di Ford Motor Co. (NYSE: F) e Suzuki Motor Corp.) che hanno tutte annunciato piani per stabilire impianti di produzione in Messico.Non tutti i progetti saranno realizzati. Ma il piano di Geely richiede un progetto a tre fasi che coinvolgerebbe un investimento complessivo di 270 milioni di dollari e raggiungerebbe una capacità annuale di produzione di 300 mila veicoli. ChangAn vuole produrre 50 mila veicoli l’anno. Entrambe le società stanno intraprendendo questi passi con il fine ultimo di vendere le auto ai consumatori americani.

L’attrattività del Messico come sito di produzione per servire il mercato USA non si limita ai pretendenti cinesi. Le società americane stanno capendo sempre più che il Messico è un’opzione migliore della Cina. Gli analisti lo chiamano “nearshoring” o “globalizzazione alla rovescia”. Ma la realtà è questa: con salari in aumento in Cina, paure continue sui prezzi fluttuanti dell’energia e delle materie prime, e un rapporto dollaro-yuan destinato a peggiorare prima che abbia la possibilità di migliorare, le industrie con un occhio al mercato americano stanno realizzando che il Messico batte la Cina praticamente in ogni fattore che stia a cuore ai produttori.

“La Cina era come un neolaureato, che entra nel mercato del lavoro per la prima volta e disposto a lavorare per quasi niente”, ha detto il consulente industriale German Dominguez in un’intervista a Christian Science Monitor l’anno scorso. Ma adesso la Cina sta sperimentando “la tempesta perfetta… che sta facendo sembrare il Messico – un paese che era sempre stato il brutto anatroccolo in fatto di costi – parecchio migliore”.

La vera rivelazione in tal senso fu la frenesia speculativa del 2008 che spedì i prezzi del petrolio greggio al livello record di oltre 147 dollari al barile – un’escalation che fece schizzare in alto i costi di spedizione. Immediatamente, il vantaggio sui costi di lavoro di cui godeva la Cina non era sufficiente a coprire i costi di spedizione di beni finiti per migliaia di chilometri dall’Asia al Nord America. E propri ciò fece diede avvio al concetto di “nearshoring”, come ha concluso un rapporto di ricerca sugli investimenti della banca canadese CIBC World Markets Inc. (NYSE: CM).

“In un mondo di prezzi del petrolio a tre cifre, le distanze costano”, scrive l’analista di CIBC. “E se la liberalizzazione del commercio e la tecnologia hanno reso il mondo piatto, i crescenti costi dei trasporti lo renderanno ancora una volta tondo”.

In realtà, qui sono in gioco quattro fattori.

I “Fab Four” del Messico

* Il legame Messico-USA: Non c’è alcun dubbio che il ruolo della Cina nell’economia mondiale del post-crisi finanziaria continuerà a crescere d’importanza. Ma contrariamente al senso comune, le società americane esportano tre volte di più in Messico che in Cina. Il Messico riceve il 75% dei suoi investimenti diretti all’estero dagli USA, e rispedisce l’85% del suo export attraverso il confine statunitense. Mentre i vantaggi dei costi e della valuta cinese si riducono, il fatto che USA e Messico si trovino uno a fianco all’altro, rende più logico mantenere le fabbriche in questo emisfero – se non altro per accorciare la catena dei rifornimenti e tener bassi i costi di spedizione. Ciò è particolarmente importante per società come Johnson & Johnson (NYSE: JNJ), Whirlpool Corp. (NYSE: WHR) e perfino per il tormentato produttore di parti automobilistiche Delphi Corp. (PINK: DPHIW) che sono coinvolte in una produzione “appena in tempo” che necessita che le parti siano consegnate solo quando richieste.

* Il vantaggio dei costi locali: Un decennio fa o poco più, in qualsiasi discorso sui costi dei prodotti manifatturieri, l’Asia era facilmente il produttore a basso-costo. Questo non è più scontato. Recenti rapporti – inclusa l’analisi di AlixPartners – mostrano come i costi di produzione in Asia siano del 15-20% più alti di appena quattro anni fa. Un rapporto dell’US Bureau of Labor Statistics arriva alla stessa conclusione. I costi di compensazione nell’Est asiatico – un’area che comprende la Cina ma non il Giappone – sono aumentati dal 32% al 43% dei salari americani nel 2007, il dato più recente disponibile. E poiché i salari crescono a un ritmo dell’8-9% annuo e molti tipi di tasse stanno aumentando, i costi complessivi dell’Est asiatico sono senza dubbio cresciuti anche più nei due anni successivi al rapporto del BLS.

* La crisi strisciante della valuta: Negli ultimi anni, i funzionari eletti americani e i dirigenti d’azienda si sono lamentati del fatto che la Cina mantiene la sua moneta volutamente bassa per aumentare le esportazioni, riducendo al tempo stesso le importazioni dagli USA. Il deficit commerciale con gli USA è schizzato alle stelle, crescendo di 20,2 miliardi di dollari soltanto ad agosto fino a raggiungere 143 miliardi di dollari quest’anno. Il problema della moneta sarà oggetto di discussione nella visita del Presidente Barack Obama in Cina che inizierà lunedì. Dal momento che lo yuan si è rafforzato così tanto, le merci prodotte in Cina potrebbero non essere più l’affare che erano prima. Queste correnti monetarie trasversali non sono comunque un problema tra USA e Messico. A lunedì scorso, il dollaro era sceso del 15% rispetto al suo massimo di marzo 2009. Al tempo stesso, però, il peso messicano aveva perso il 20% sul dollaro. Dunque, mentre lo yuan diventava più forte e il dollaro più debole, il peso diveniva ancora più debole rispetto al dollaro.

* Centrale di alleanze commerciali: Tutti conoscono l’Accordo Nordamericano di Libero Scambio (NAFTA). Ma non tutti comprendono l’impatto che il NAFTA ha avuto fin qui. Non è solo fumo negli occhi: il commercio del Messico con USA e Canada è triplicato dall’entrata in vigore del NAFTA nel 1994. Ma c’è di più: il Messico ha 12 accordi di libero scambio che coinvolgono più di 40 paesi – più di ogni altra nazione e abbastanza da coprire il 90% del commercio estero del paese. I suoi prodotti possono essere esportati – duty-free – verso gli USA, il Canada, l’Unione Europea, la maggior parte del Centro e Sud America, e il Giappone.

Nello schema globale delle cose, ciò che vi sto dicendo qui probabilmente non cambierà molto per la Cina. Quel paese è un gigante economico e un mercato che gli investitori americani non possono permettersi di ignorare. Data la sua forza emergente e la posizione finanziaria sempre più dominante, la Cina avrà il proprio mercato di consumo da servire per i prossimi decenni.

Due candidati a spartirsi i profitti

Da un punto di vista regionale, questi sviluppi mostrano che siamo nelle prime fasi di quella che potrebbe essere una relazione ancora più stretta tra Messico e America – intensificando la partnership esistente in modo da beneficiare società su entrambi i lati del confine (perfino le società che provengono da altre parti del mondo).

Nel frattempo, resteremo in attesa di segnali di una resurrezione dell’industria messicana che è in ultimo guidata da società cinesi – perché sappiamo che quelle americane che fanno affari con loro si godranno i frutti del loro lavoro. Dal momento che questa è un’opportunità in fase preliminare particolarmente ghiotta per gli investitori capaci di digerire un po’ di vera volatilità, osserveremo attentamente quelle società messicane che probabilmente beneficeranno del capitale che è stato appena scaricato nel loro cortile.

Titolo originale: “No.1 Mexico, No.2 India, No.3 China”

Fonte: http://www.commodityonline.com
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13.11.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di LUCA PAOLO VIRGILIO

Pubblicato da Das schloss

  • silviu

    E, poi, quante altre Ciudad Juarez

    l sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. Ciudad Juárez, frontiera tra il nord e il sud del mondo, la città delle “maquiladoras” e dei femminicidi è oggi la città più violenta del pianeta. Negli ultimi due anni la guerra tra narcos, nella quale è coinvolto come parte in causa l’esercito messicano, ha già causato 4.700 morti e 100.000 rifugiati.

    Arrivando a Ciudad Juárez dal Sud, dalla mesoamérica cuore della nazione messicana, l’ultima ora di aereo mostra con crescente angoscia uno dei deserti più aridi del mondo. Non era così prima, raccontano i pochi juarensi che non sono immigrati. Juárez aveva appena 30.000 abitanti nel 1930, 300.000 nel 1970 e 1.5 milioni nel 2000 e ha perso varie battaglie per il controllo dell’acqua del Río Bravo con El Paso, l’ex quartiere dall’altro lato del fiume e che dal 1848 appartiene agli Stati Uniti.

    Della vecchia e fertile valle di Juárez restano così appena i toponimi. Tra questi il Campo algodonero (campo cotoniero), dove nel 2001 furono trovati i resti di otto donne vittime di femminicidi. Nel novembre scorso la Corte Interamericana di Diritti Umani ha condannato il Messico per “indifferenza”: le donne stuprate e assassinate, giovani di classe umile, non valevano niente.

    Dagli anni sessanta, e con più forza dalla firma del Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti nel 1994, sono immigrate a Juárez decine di migliaia di donne per lavorare nelle “maquiladoras”, le fabbriche di proprietà straniera che beneficiando di regimi fiscali speciali, offrivano bassi stipendi e scarsi diritti ma anche la speranza di un futuro migliore rispetto alla povertà del Messico rurale.

    Le ragazze vittime dei femminicidi non valevano niente, come non valgono nulla i 4.700 morti ammazzati a Juárez dall’inizio del 2008, quando è cominciata una guerra per il controllo della piazza della droga più importante del paese ed è stato inviato l’esercito a giocare una sua propria partita. I conti li ha fatti per noi Ignacio Alvarado, giornalista di “El Universal”: “il 65% dei morti sono minori di 25 anni e sono figli o nipoti delle operaie delle maquiladoras”. È un dato che oltre a far emergere un’etnografia del massacro (ragazzi immigrati di seconda o terza generazione, figli di donne costrette a lavorare 14 ore al giorno, spesso senza padri) testimonia il fallimento di un modello di sviluppo.

    Elizabeth Ávalos, sindacalista, ex-operaia, conferma: “oggi vivono a Juárez mezzo milione di giovani ai quali il modello neoliberale non ha mai offerto nulla, né istruzione, né salute, né lavoro e vedono nel narco l’unica possibilità di guadagno e riconoscimento sociale”. Coinvolti dai cartelli della droga, sono oggi perseguitati dall’esercito che li sequestra, li tortura e li assassina a centinaia al mese, senza che la grande stampa internazionale si indigni mai della condizione dei diritti umani in Messico. Oppure regolano i loro conti direttamente, trasformandosi precocemente in sicari o vittime di questi. Ciò in un contesto senza legge dove il collasso del sistema giudiziario della città è forse l’elemento più visibile del fallimento dello stato. È un collasso che va ben oltre l’impunità e la corruzione dilagante. Ne è prova il fatto che per tutti i morti di Juárez non ci sono più di 150 inchieste giudiziarie aperte.

    E gli altri 4.550 cadaveri? Lo domandiamo al giurista Óscar Maynez: “Se l’omicidio è stato commesso con armi automatiche o semiautomatiche si dà per scontato che si tratta di un aggiustamento di conti tra narcos e non si procede”. Per quanto dura tale realtà possa già sembrare, un altro testimone, che ci chiede l’anonimato (tutti i nostri testimoni, anche quelli particolarmente qualificati e autorevoli, ce lo chiedono almeno per alcune parti del loro racconto), ci colloca in un contesto ancora più grave: “Nel 2008 l’80% dei morti sono stati assassinati dalle truppe d’occupazione [l’esercito]. La percentuale è scesa un po’ nel 2009 perché c’è stata la controffensiva dei narcos locali, spiazzati ma non sconfitti”.

    Gli organismi di difesa dei diritti umani hanno finora dimostrato le responsabilità dei militari nella sparizione di almeno cinque persone e ci sono centinaia di denunce per crimini, anche comuni, commessi dall’esercito. “A Juárez –continua il nostro testimone- non c’è una guerra tra narcos nella quale lo stato arriva a restaurare l’ordine ma un massacro commesso dall’esercito mandato a sostituire un cartello con un altro più controllabile”. È così che il sistema giudiziario messicano svanisce completamente. Molti sono i motivi del collasso ma la sostanza è che, come in guerra, lo Stato stesso rinuncia a castigare perché pienamente coinvolto nella violenza.

    Óscar Maynez commenta che in questo modo uccidere è diventata la miglior maniera per risolvere questioni pratiche: “se devi 20.000 pesos (1.200 Euro) a qualcuno è più economico pagare 3.000 pesos a un sicario. Liberarsi di una moglie o un’amante molesta oggi è molto facile. Giorni fa hanno assassinato nel suo letto un autista d’autobus rimasto tetraplegico dopo un incidente stradale. Tutto indica che è stato ucciso dal suo datore di lavoro per non pagare l’indennizzazione. Ma non c’è nessuna inchiesta in corso per questo omicidio”.

    Neanche per la morte di Alfredo Portillo, genero di Marisela Ortiz, dirigente dell’associazione “Nuestras hijas de regreso a casa” è mai stata aperta un’inchiesta. Marisela, che ci riceve nella scuola dove insegna, è considerata la “madre di Plaza de Mayo” di Ciudad Juárez per la sua lotta contro i femminicidi. Alfredo, come il docente universitario Manuel Arroyo, il dirigente contadino Armando Villareal, il giornalista Armando Rodríguez o Josefina Reyes e altri sette difensori dei diritti umani, insieme ad anonimi militanti di movimenti sociali o organizzazioni di quartiere, sindacalisti, studenti, giovani ribelli, fanno parte della lista delle decine di “omicidi politici” che nessuno riconoscerà mai come tali e per i quali l’esercito messicano vanta una lunga tradizione de Tlatelolco in avanti.

    Sono “omicidi politici”, che servono a garantire impunità, affari e ingiustizia sociale. Vengono classificati con la bugia pietosa della “pallottola vagante” o liquidando i fatti come “questioni private” o con l’insulto calunnioso del “era coinvolto in qualcosa”, ovvero nel narcotraffico. “Omicidi politici” che sono un dettaglio nel puzzle juarense ma testimoniano l’esistenza di una guerra nella guerra: quella contro la società civile e chiunque sogni un’altra Juárez possibile.

    MODERNITÀ

    Juárez è enorme. Lo spazio urbanizzato verso il deserto non ha limiti. Le grandi strade sono percorse da decine di pattuglie dell’esercito e della polizia federale. In mimetica vanno i militari, in nero la polizia federale, entrambi in passamontagna e armati fino ai denti. I posti di blocco asfissianti rallentano il traffico in una città dove il desiderio di normalità si scontra con la realtà. Non erano passate due ore dal mio arrivo in città quando sono stato fatto scendere dall’auto per una perquisizione corporale circondato di militari armati.

    La maggior parte delle automobili private non ha targa e chi è a bordo è nascosto da vetri polarizzati. Dopo la perquisizione percorriamo la città su vecchi autobus statunitensi acquistati per terminare le loro vite qui. Le facce dei passeggeri sintetizzano quelle di tutti i popoli indigeni messicani venuti a cercare fortuna qui. A volte vi si possono scorgere anche quelle di etnie del Nord America, gli indiani dei western, così simili ai gruppi indigeni del nord del Messico e oltre frontiera costretti nelle riserve.

    Ogni viaggio si fa lungo su questi autobus che ansimano nella polvere tra quartieri abitativi chiusi da muri altissimi, frazionati in distese di villette a schiera tutte uguali (la fattura invece cambia di zona in zona promuovendo un popolamento iperclassista), grandi centri commerciali ed enormi spazi vuoti, terre desolate eliotiane che si trovano anche in zone centrali e semicentrali. Per andare a lavorare i juarensi che non hanno auto devono perdere ore a bordo di questi autobus. Alcuni di loro, i più anziani, hanno combattuto negli anni ’70 e ’80 importanti lotte comunitarie perché nei loro quartieri periferici arrivassero i servizi essenziali. Luce, acqua e poco altro: questo è rimasto del “sogno juarense”.

    L’urbanista colombiano Edwin Aguirre, che incontriamo nel COLEF (Colegio de la Frontera Norte), prestigioso centro di studi sui problemi della frontiera, ci offre un’interessante chiave di lettura: “dagli anni ’70 ad oggi la città ha moltiplicato per cinque la popolazione. In questi quarant’anni non è stata aperta neanche una preparatoria, restano quelle che già c’erano negli anni ‘60”. La prepa nel sistema scolastico messicano equivale al Liceo e dà accesso all’università. Nessuno ha mai previsto che i figli degli immigrati di prima o seconda generazione potessero ascendere socialmente arrivando all’università. “Gli immigrati, gli operai, le operaie non sono mai stati percepiti come cittadini –commenta ancora Óscar Maynez- e la città intera si è sviluppata secondo gli interessi di poche grandi famiglie”. La gente non vive dove sarebbe più utile e comodo vivere ma dove è convenuto collocarli ai padroni della città, i Zaragoza, i Fuentes, i Vallina. Nel Messico del secolo XXI lo storico riconosce facilmente la categoria di “Repubblica oligarchica” che caratterizzò l’America latina del XIX secolo.

    Per Ignacio Alvarado: “non c’è differenza tra PRI e PAN [l’ex partito di regime e il partito di destra attualmente al governo]. Tutti i sindaci, i governatori, i capi della polizia sono stati sempre designati dalla confindustria della città”. Quando negli anni ’70 il narcotraffico come lo conosciamo oggi si sostituì al contrabbando frontaliero tradizionale: “era un affare per giovani di classe medio-alta subordinati alla DNS [la polizia politica del PRI]”. Così si genera il narco juarense, strutturalmente espressione della classe dirigente della città: per quest’ultima è una forma di accumulazione primaria come il riciclaggio e il contrabbando. Si esportava droga e si importavano armi e ognuno prendeva la sua fetta.

    Nel centro storico, sulla riva del Rio Bravo e del muro voluto da George Bush e che nessun Barack Obama smantellerà la maggioranza dei locali è chiuso. Ancora nel 2006 la città vecchia di Juárez era il centro della vita notturna transfrontaliera. Migliaia di statunitensi passavano la frontiera per divertirsi, ubriacarsi, perdere soldi nei casinò e comprare sesso a basso costo nei bordelli. Quando passiamo il ponte internazionale per El Paso (che si definisce orgogliosamente la seconda città più sicura degli Stati Uniti) impieghiamo due ore e mezzo in code e umilianti pratiche doganali. Al ritorno in Messico neanche ci controllano il passaporto.

    A El Paso ci incontriamo con Gustavo de la Rosa, difensore dei diritti umani, minacciato di morte a Juárez e rifugiato da mesi dall’altra parte del fiume. Gustavo è oggetto di una campagna di solidarietà di Amnistia Internazionale e continua a lavorare a tempo pieno per la sua città e per i suoi studenti dell’Università di Ciudad Juárez ai quali oggi può continuare a far lezione via Internet attraverso strumenti come Skype: “i consumi idrici non mentono. In due anni se ne sono andate almeno 100.000 persone. Le classi medio-alte si sono trasferite a El Paso. Quelle operaie ritornano nel resto del Messico, a Oaxaca, Durango, Veracruz”. Il 25% delle case di Juárez oramai sono vuote. L’intero sistema economico legale è in rovina e il considerare il narco la causa e non la conseguenza di tale rovina è probabilmente un’illusione ottica data dalla contingenza della conta dei morti ammazzati.

    Elizabeth Ávalos denuncia: “è comparsa la fame nei quartieri più poveri, qualcosa di sconosciuto qui. La violenza sta distruggendo posti di lavoro in tutti i settori, compreso quello informale, che in altri periodi di crisi rappresentarono un rifugio per molti”. Nell’industria la violenza, l’insicurezza sono l’occasione per un peggioramento ulteriore dei rapporti di produzione: “le maquiladoras che restano pagano salari che oramai arrivano ai 500 pesos settimanali [30 Euro]. I contratti oramai possono durare appena 15 giorni”.

    Nonostante tale deregolamentazione totale dei rapporti di lavoro, in due anni le maquiladoras hanno perso 80.000 posti di lavoro rispetto ai 280.000 di appena due anni fa. Non sembra più una crisi ciclica come quelle dell’82 o del 2000, ma strutturale. Alla disarticolazione neoliberale del mercato del lavoro e alla crisi internazionale che il Messico soffre in modo particolare con la sua economia completamente dipendente dalla statunitense (il PIL è crollato del 6.5% nel 2009), Juárez aggiunge la difficoltà a districarsi tra legalità e illegalità, politica e mafia, classe dirigente e cupole criminali, impresa e narco.

    STATO D’ASSEDIO

    Da quando è stato eletto, il presidente Felipe Calderón ha dichiarato guerra al narcotraffico. La sua strategia non consiste nell’investire nella società civile e nella legalità ma nella militarizzazione del territorio attraverso il controverso esercito messicano. Questo è costruito per occuparsi dell’ordine interno e in molteplici contesti si è dimostrato essere pienamente coinvolto nel narcotraffico che dovrebbe combattere. Lo dimostra il fatto che il 16 dicembre 2009, a Cuernavaca (centinaia di km dal mare nello stato di Morelos), la DEA statunitense sia ricorsa alla Marina, nell’operazione per detenere e uccidere Arturo Beltrán Leyva, alias “il capo dei capi”. Questo, quella sera stessa, aspettava a cena il generale Leopoldo Díaz Pérez, responsabile militare dell’intera regione.

    Le prime operazioni militari cominciano nel 2007 nel Michoacán, nel Guerrero e in Bassa California, quindi a Chihuahua nel 2008, per un totale di 45.000 soldati dispiegati in tutto il paese. Il punto critico di tale strategia è proprio Ciudad Juárez, la principale piazza di droga del Messico, dove si concentrano circa il 40% dei morti ammazzati dell’intera guerra, che oramai corrono verso i 20.000 senza che si riesca a cauterizzare la ferita. Anzi, la violenza non ha fatto che aumentare in proporzione alla presenza dell’esercito.

    l 31 gennaio 2010 è stato un momento topico nella storia della guerra a Juárez: quindici studenti sono stati assassinati in una festa in un quartiere popolare nel sud della città. Uno o alcuni di questi “erano coinvolti in qualcosa” ma la maggior parte erano ragazzi “normali”. L’opinione pubblica, che durante molti mesi era rimasta in silenzio, terrorizzata dall’aggravarsi quotidiano della situazione, in questa occasione ha reagito.

    Dopo anni di assenza sia Calderón che il suo ministro degli Interni, Fernando Gómez-Mont, sono venuti a Juárez varie volte nel giro di un mese. Si sono scontrati con ripetute ed importanti manifestazioni di protesta nelle quali sono stati accusati di essere responsabili non solo politicamente ma anche giudiziariamente della catastrofe juarense. Il presidente ha offerto quel poco che può (o vuole): più militarizzazione della città oltre a pochi milioni di pesos da investire dopo decenni di oblio.

    Troppo poco e troppo tardi hanno commentato i giornali messicani e texani di qualunque filiazione politica, filogovernativa inclusa. Al contrario la grande stampa internazionale ha evitato come sempre di calcare la mano. Preferiscono glissare sull’intera tragedia messicana, da quella economica a quella umanitaria, in quanto paese ortodossamente allineato al modello neoliberale e fedele alleato degli Stati Uniti. È il caso per esempio di El País di Madrid, che con sprezzo del ridicolo continua ad esaltare i “trionfi” (sic) di Calderón nella lotta al narcotraffico.

    “Quella di Calderón è una politica di alta simulazione” è convinta al contrario Marisela Ortiz. Durante la prima visita a Juárez il presidente è stato duramente apostrofato dalla signora Luz María Dávila, madre di due degli adolescenti assassinati il 31 gennaio, un fatto simbolico che ha contribuito a denudare il re.

    Obbligati per la prima volta a metterci la faccia, Calderón e Gómez-Mont hanno sostenuto in più sedi -ma in pochi hanno creduto loro- che l’esercito non è una delle cause principali della violenza. Non la pensano così la totalità degli esperti che abbiamo incontrato a Juárez: non solo l’esercito e la polizia federale giocano la loro partita nella guerra tra narcos, ma hanno importato forme di criminalità prima assenti dal contesto della città, come i sequestri di persona e la richiesta di pizzo, reati che hanno aggravato la crisi economica e contribuito alla chiusura di almeno 5.000 piccole e medie imprese in pochi mesi.

    Oggi a Juárez la vita economica, sociale e politica è semplicemente impossibile. Nessuno si aspetta qualcosa dalle imminenti elezioni a governatore e a sindaco. Il PRD, il partito di centrosinistra che nel 2006 era cresciuto per la prima volta fino al 20% nel 2009 è sparito al 2%. L’UNESCO denuncia che perfino le scuole sono obbligate a pagare il pizzo perché gli studenti non siano crivellati all’uscita. Nella scuola dove lavora Marisela Ortiz un enorme manifesto invita gli studenti a non andare a casa a piedi e usare gli autobus: “non rischiare”.

    Perfino l’industria più forte della città, quella funeraria, è in crisi dopo casi di minacce, attentati, sequestri e omicidi durante le stesse veglie funebri. Molti morti oramai sono seppelliti senza essere vegliati, spesso in segreto per non mettere a rischio i parenti. Conclude Elizabeth Ávalos: “sono trent’anni che i movimenti sociali denunciano che questo modello di sviluppo ci avrebbe portato alla situazione attuale. Non ci hanno mai ascoltato e quello che viviamo oggi è quanto hanno seminato”. Il fatto che il 65% dei morti sia figlio o nipote di operaie delle maquiladoras, giovani costretti a crescere con le madri impegnate da sole a sole in fabbrica per pochi pesos, senza alcuna opportunità di promozione sociale, di studio, di lavoro, conferma l’amara e lucida analisi di Elizabeth.

    LA GUERRA DEL CHAPO GUZMÁN?

    Joaquín Guzmán Loera, 1954, soprannominato “el Chapo”, capo del Cartello di Sinaloa (stato settentrionale sulla costa pacifica), è probabilmente il più importante narcotrafficante al mondo. Secondo il periodico statunitense Forbes ha accumulato una fortuna di un miliardo di dollari ed è tra le 40 persone più influenti del pianeta.

    Arrestato nel 1989 riuscì a scappare dal carcere di massima sicurezza di Puente Grande nel 2001, subito dopo che il partito di destra del PAN era arrivato al potere dopo 70 anni di regime priista. Chi avrebbe gestito la sua fuga sarebbe stato lo stesso Procuratore Generale della Repubblica all’epoca di Vicente Fox, Eduardo Medina-Mora. Oggi solo la DEA statunitense sembra essere interessata alla sua cattura, già che Calderón, un presidente che non parla mai di corruzione in uno dei paesi più corrotti del pianeta, non mostra nessuna fretta di arrestarlo.

    La logica dell’uso dell’esercito e della polizia federale, “operazioni congiunte” come vengono chiamate, nel Chihuaua e negli altri stati risponde solo teoricamente alla strategia concordata in una riunione segreta con la DEA nei primissimi giorni di governo di Felipe Calderón: sterminare i cartelli minori e “controllare” i maggiori. Quello che appare sotto i nostri occhi è che il governo abbia “mal interpretato” la linea della DEA e invece di tenere sotto controllo il Cartello di Sinaloa collabori con questo nel conflitto con gli altri.

    Molteplici ricerche, inchieste giornalistiche e le testimonianze raccolte a Juárez raccontano di una guerra dove il Chapo entra a Juárez solo quando può contare sull’aiuto militare. L’esercito, lo stesso partito di governo, il PAN, e la polizia federale a Juárez sarebbero, secondo le diverse interpretazioni di una stessa dinamica, alleati, subordinati o manovratori di Guzmán. Qual che sia la correlazione di potere, solo con tale aiuto Guzmán ha potuto mettere la sua “gente nuova” a controllare lo spaccio al posto delle bande annichilate dall’esercito. Quello che è sicuro è che chi ha deciso di scatenare la guerra per il controllo di Ciudad Juárez -che sia il Chapo, Calderón, l’esercito o la DEA- due anni e 4.700 morti dopo non è ancora riuscito a vincere.

    Se il cartello del Chapo è considerato l’espressione imprenditoriale e professionale del narcotraffico, quello di Juárez, implicato in passato in vari femminicidi, appare come una struttura criminale tradizionale che non ha il know how per gestire quella che oramai ha sorpassato il petrolio come maggior industria del paese. È però un cartello particolarmente radicato nella società e nella classe dirigente della città. A Juárez gioca in casa e il prezzo del tradimento è la morte. Controlla ancora la polizia locale e può contare come carne da cannone su quell’infinita generazione perduta di figli e nipoti delle maquiladoras. Tra i 30-40 Euro alla settimana che pagano in fabbrica e gli almeno mille che garantiscono i cartelli per troppi giovani non c’è alternativa. Così “la Línea” (anche così si chiamano i narcos locali) è sopravvissuta nel 2008 alla valanga dell’arrivo dell’esercito e nel 2009 è riuscita a contrattaccare utilizzando perfino tattiche di guerriglia.

    In questo contesto, da parte del Chapo, il senso del massacro degli studenti il 31 gennaio sarebbe stato quello di creare un evento mediatico per permettere all’ “alleato” Calderón un’ulteriore e definitiva militarizzazione della città. Con una Juárez inondata di soldati, potrebbero arrivare a 50.000 secondo alcune fonti, si riuscirebbe ad eliminare fisicamente il Cartello di Juárez a un prezzo di morti, stupri e sparizioni di persone forse senza precedenti persino nella storia violenta del paese. Ma il Cartello di Juárez non verrebbe sterminato per sconfiggere il crimine ma solo per sostituirlo con un altro cartello considerato più affidabile.

    Mentre il livello di violenza continua ad alzarsi e una madre a Juárez può morire perché ha un’automobile simile a quella di un narco inseguito da sicari poco scrupolosi, uno dei nostri intervistati ci esprime un sentimento condiviso da molti: “la cosa migliore per Juárez sarebbe che vincesse il Chapo e pacificasse alla sua maniera la città”. È un’espressione di realismo forse, ma manifesta anche che la stanchezza, la paura, il male di vivere a Juárez nel 2010 rendono questa città una sorta di Saigon alla vigilia dell’entrata dei Vietcong. Prima di allora ci saranno ancora migliaia di morti e centinaia di migliaia di rifugiati in questa guerra che al complesso mediatico mondiale non interessa raccontare anche perché testimonia il percorso storico del neoliberismo: con la società civile smantellata e se tutto quello che è profitto è accettabile, la vittoria sorriderà ai “Chapo Guzmán”, il più moderno degli imprenditori neoliberali.

    Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio

    http://www.reportonline.it/2010032741829/cronaca/reportage-messico-ciudad-juarez-viaggio-al-termine-del-neoliberismo.html

  • andyconti

    PERO’ CHI E’ CHE SI DROGA E ALIMENTA LA FUNZIONE DI CIUDAD JUAREZ DI COLLETTORE DEL NARCOTRAFFICO? E IL CORRISPONDENTE ITALIANO E’ NAPOLI (RAGAZZINI CHE SPACCIANO PER COMPRARSI LE ADIDAS). NON MI PARLATE PIU’ DEI RICCHI CHE SI DROGANO, ORMAI SI DROGANO AL NORD COME AL SUD DEL MONDO, IN OGNI CLASSE SOCIALE, PERCHE’, IN DEFINITIVA……A QUESTO TIPO DI UMANITA’ FA SCHIFO SE’ STESSA E IL MONDO CHE HA CREATO….SIAMO A IMMAGINE E SOMIGLIANZA DI DIO? PERFAVORE, TACETE! I COSIDDETTI PAESI POVERI DIVENTERANNO FOTOCOPIE DEGLI EX PAESI RICCHI, LAVORARE E LAVORARE PER AVERE DUE SCOPI FINALI: DROGARSI O ASSOCIARSI A SETTE RELIGIOSE COME QUELLA VATICANA-PEDOFILA. C’E’ SOLO UNA SOLUZIONE: ESSERE INTOLLERANTI, SENTIRSI CATEGORIA A PARTE, NON GIUSTIFICARE I GIOVANI CHE SI DROGANO (NON E’ COLPA DELLA SOCIETA’) E NON GIUSTIFICARE I PRETI PEDOFILI (NON E’ COLPA DEL CELIBATO, I MONACI BUDDISTI NON SONO PEDOFILI) , SPERARE NEL RISORGERE DI UN MONDO SANO E NON GUASTARSI LA VITA PENSANDO ALL’ESISTENZA DI INFERNI COME CIUDAD JUAREZ.