MILITARIZZAZIONE E PROGRAMMA LUNA-MARTE

DI RICHARD C. COOK

Global Research

Un altro errore di rotta nello spazio?

Il modo in cui la NASA ha avviato il nuovo programma di esplorazione Luna-Marte, l’annuncio fatto dalla Casa Bianca nell’ottobre del 2006 di una nuova politica spaziale nazionale e le successive dichiarazioni da parte del Dipartimento di Stato suscitano gravi preoccupazioni sull’inizio di una nuova spinta verso la militarizzazione dello spazio. Le circostanze indicano un’espansione aggressiva della supremazia statunitense oltre la stratosfera, che rievoca le azioni dell’amministrazione Reagan negli anni ’80. Allora si trattava della militarizzazione dello Space Shuttle e dell’avvio della Strategic Defense Initiative [“Iniziativa di Difesa Strategica”, ndt] — denominata “Star Wars” — che si stavano sviluppando rapidamente, finché le sperimentazioni sulla tecnologia delle armi spaziali subirono una botta d’arresto in seguito al disastro della navetta spaziale Challenger.

Finora il principale beneficiario del programma Luna-Marte è la Lockheed Martin, con cui la NASA ha sottoscritto un contratto stratosferico del valore potenziale dichiarato di 8,15 miliardi di dollari. Le azioni della Lockheed Martin, il più grande fornitore di sistemi di difesa al mondo, hanno già reso una fortuna, subendo un rialzo di più del sette per cento nelle cinque settimane successive all’annuncio fatto dalla NASA nell’agosto del 2006. La NASA non paga 8,15 miliardi di dollari al gigante del complesso industriale militare per far fare alla gente un salto sulla Luna o per farceli giocare a golf. Il fine del programma Luna-Marte è il predominio degli Stati Uniti, come ha lasciato intendere l’amministratore della NASA Michael Griffin affemando che sarà “la mia lingua” — cioè l’inglese — e non quella di “un’altra cultura più spavalda o più ostinata” ad essere “trasmessa alle generazioni che abiteranno le future colonie lunari”.

La NASA ha annunciato nel dicembre del 2006 che il primo passo sarà la costruzione di una colonia al polo sud lunare. Secondo Bruce Gagnon del Global Network Against Weapons and Nuclear Power in Space [Rete Mondiale Contro le Armi ed il Potere Nucleare nello Spazio, ndt], “Alla fin fine, il piano della NASA di costruire delle basi permanenti sulla Luna ne favorirà il controllo militare e ne regolerà l’accesso dalla Terra, stabilendo a chi spetterà l’estrazione di preziose risorse dal suolo lunare negli anni a venire”.

I programmi della NASA sembrano rappresentare un passo indietro, un ritorno alla prospettiva della guerra fredda, che la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) avrebbe dovuto trascendere e che è contrario alla sua missione originaria. L’autorizzazione della NASA del 1958 affermava: “Il Congresso dichiara con la presente che, secondo la politica degli Stati Uniti, le attività spaziali dovrebbero essere votate a scopi pacifici a favore dell’umanità”. Incoraggiare una corsa del XXI secolo agli avamposti del sistema solare, che Griffin ha paragonato alla caccia armata alle colonie da parte delle nazioni europee, non sembra favorire gli obiettivi utopistici per i quali la NASA venne creata.

Questi obiettivi sono stati compromessi dalle parole e dalle azioni dell’amministrazione Reagan negli anni ‘80 e si stanno rinnovando oggi, come indica la nuova politica spaziale nazionale delineata dal Ministero per le Politiche Scientifiche e Tecnologiche della Casa Bianca.

In concomitanza con l’atterraggio della quarta missione dello Shuttle Columbia, il 4 luglio del 1982, nove mesi prima del suo discorso di inaugurazione dell’SDI nel marzo 1983, il presidente Ronald Reagan disse all’uditorio della base aeronautica Edwards in California che uno degli obiettivi primari del programma spaziale era quello di “rafforzare la sicurezza degli Stati Uniti”. Una scheda informativa pubblicata quel giorno riportava che l’uso dello spazio “per scopi pacifici… ammette attività miranti ad obiettivi di sicurezza nazionale”.

Il linguaggio utilizzato dalla Casa Bianca nell’annuncio dell’ottobre 2006 è simile, in quanto definisce che gli “scopi pacifici” nell’uso dello spazio comprendono tutte “le attività relative alla difesa e all’intelligence degli Stati Uniti miranti agli interessi nazionali”. L’annuncio è stato ampliato nel dicembre 2006 in un discorso del sottosegretario di stato Robert G. Joseph, in cui egli ha dichiarato: “Ci riserviamo il diritto di difenderci contro attacchi nemici ed interferenze nelle nostre attività spaziali. Quindi, ci opporremo ad altri che vogliano usare le loro capacità militari per ostacolarci o negare a noi l’accesso o l’uso dello spazio. Sfrutteremo le migliori potenzialità al fine di proteggere le nostre risorse spaziali con mezzi attivi o passivi”. Joseph parlava all’Istituto Gorge C. Marshall, che due mesi prima aveva pubblicato un resoconto dal titolo “The War in Space Has Already Begun” [“La guerra nello spazio è già iniziata”, ndt].

Il miscuglio di priorità civili e militari alla NASA portò al disastro del Challenger il 31 gennaio 1986, un incidente che dimostrò come premesse confuse e mancanza di franchezza nel caso di progetti di pubblico dominio vadano a finire in tragedia.

Il 9 febbraio 1986, quasi due settimane dopo la perdita del Challenger, il New York Times pubblicò una serie di documenti clamorosi, contenenti un’annotazione da me scritta nel luglio precedente — e di cui era a conoscenza il redattore scientifico del Times Phil Boffey — che metteva in guardia su una possibile catastrofe causata da un giunto O-ring difettoso. Così ebbe inizio una cascata di rivelazioni, che comprendevano il resoconto del fatto che gli ingegneri fornitori avessero protestato contro l’esecuzione del lancio a causa del freddo, e che la NASA fosse già a conoscenza dell’insufficiente tenuta delle guarnizioni del razzo vettore.

Ma fu solo dopo che la commissione presidenziale incaricata di indagare sul disastro aveva completato il suo lavoro che io venni a sapere il motivo per cui la NASA avesse continuato a far volare le missioni dello Shuttle dopo che alle guarnizioni, durante un volo effettuato col freddo nel gennaio 1985, ben un anno prima dell’esplosione del Challenger, era avvenuto il danno peggiore fino a quel momento. Era perché un parametro di lancio che riguardasse la temperatura del giunto avrebbe potuto ostacolare i voli militari per conto dell’Aeronautica che la NASA progettava di lanciare dalla base aeronautica di Vandenberg in California, dove la temperatura atmosferica tendeva ad essere più fredda che in Florida. Molti di questi voli servivano a condurre esperimenti sul progetto “Star Wars” in vista di un possible futuro schieramento di armi nucleari “di terza generazione”, come il laser a raggi X.

Volare col problema degli O-ring non era che uno dei compromessi progettuali fatti sullo Shuttle per venire incontro ai militari. Questi cominciarono all’inizio del progetto Shuttle, quando la NASA rinunciò ad un disegno a fiancata dritta ed acconsentì alla creazione di un compartimento di carico dall’enorme portata di 65.000 libbre [29,5 tonnellate circa, ndt] per il lancio di satelliti militari. La navetta dello Shuttle doveva inoltre essere più leggera possibile, cosa che spiegava in parte perché le piastrelle che formavano lo scudo termico presentassero così tanti problemi. Questo compromesso ha contribuito alla perdita del Columbia nel 2003, causata dalla combustione della fusoliera in fase di rientro, che ebbe inizio a causa di un danno alle piastrelle subito in fase di decollo.

Lo Shuttle smetterà di volare dopo il 2010. Ma il tono nazionalistico nel modo di esprimersi di Griffin sul programma Luna-Marte, unito al contratto faraonico sottoscritto con la Lockheed Martin, alla dichiarazione del 2006 sulla politica spaziale dell’amministrazione Bush, e allo “Strategic Master Plan for FY 2006 and Beyond” [“Piano Generale Strategico per l’Anno Fiscale 2006 ed Oltre”, ndt] dell’Aeronautica, che indica lo spazio come “la punta estrema delle operazioni militari degli Stati Uniti”, prepara il terreno ad un altro tentativo di militarizzare le attività spaziali con equipaggio della NASA.

Queste dichiarazioni indicano una direzione viziata nella politica spaziale statunitense, che richiede un dibattito nazionale. Alle Nazioni Unite, gli Stati Uniti potrebbero acquistare credibilità smettendo di opporsi agli sforzi continui di vietare le armi nello spazio. Quasi ci stesse ripensando, la NASA ha affermato che con le altre nazioni, comprese la Russia, la Cina e l’India, si sta parlando di un coinvolgimento nel programma Luna-Marte, ma un’onesta intenzione di rinunciare ad utilizzare le future attività spaziali con equipaggio per scopi militari non dovrebbe forse avere inizio con quel genere di chiari accordi internazionali riscontrati nel caso dell’ISS?

Un’altra questione è la costituzione di un fondo. In dieci anni, gli Stati Uniti hanno erogato 100 miliardi di dollari al progetto ISS, un laboratorio di sei persone in parte terminato, che si trova nell’orbita terrestre bassa, una spesa che non include il costo dei voli Shuttle effettuati per la sua costruzione e manutenzione. I critici potrebbero dire che il denaro è stato “sperperato,” dato che, secondo ciò che scrive Gregg Easterbrook nello Slate, ben poco si è visto dell’investimento nel settore privato che era stato promesso. Nel frattempo, i bilanci preventivi dei settori aeronautico e spaziale della NASA sono stati drasticamente ridotti proprio per tenere in orbita lo Shuttle e l’ISS. Il Congresso ha davvero stabilito quanto costerà alla fine il programma Luna-Marte al governo americano, e quale sarà il suo impatto su un bilancio i cui passivi sono di nuovo alle stelle come nell’era Reagan?

Forse non è il caso di rispondere alla domanda della NASA, piuttosto ci si dovrebbe chiedere anche com’è possible che noi, in quanto nazione, stiamo progettando di spendere ancora centinaia di miliardi per estendere la portata del nostro impero in tutto il sistema solare, quando non siamo in grado di provvedere alla nostra gente in patria — quando oltre quarantacinque milioni di cittadini non possiedono un’assicurazione sanitaria, trentacinque milioni sono privi di quella che l’USDA [United States Department of Agricolture, Ministero dell’Agricoltura, ndt] chiama “sicurezza alimentare”, il reddito della nostra classe media diminuisce a lungo termine, la città di New Orleans è, in larga parte, ancora in rovina, il valore del dollaro sta precipitando, la recessione si mostra dallo sgonfiamento come bolle di sapone del valore di alcuni beni, e noi siamo costretti a vendere dall’oggi al domani buoni del Tesoro alla Cina per tenere aperte le porte degli uffici governativi perché, come specificato in un’analisi del luglio/agosto 2006 pubblicata dalla Federal Reserve Bank [Banca Centrale Americana, ndt] di St. Louis, “il governo americano è davvero alla bancarotta”.

Rispondere alle preoccupazioni riguardanti la politica spaziale dovrebbe diventare oggi un priorità urgente del nuovo Congresso.

Richard C. Cook è l’analista della NASA che attestò la pericolosità delle guarnizioni O-ring dei razzi vettori a combustione solida dopo il disastro del Challenger. Il suo libro, Challenger Revealed: An Insider’s Account of How the Reagan Administration Caused the Greatest Tragedy of the Space Age [Il Challenger rivelato: Resoconto di un testimone su come l’amministrazione Reagan causò la più grande tragedia dell’era spaziale, ndt], è stato pubblicato dalla Thunder’s Mouth Press. Attualmente egli è scrittore e consulente indipendente, il suo sito internet è www.richardccook.com.

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Fonte: http://www.globalresearch.ca/
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22.01.2007

Traduzione di CRISTINA MAZZAFERRO per www.comedonchisciotte.org.

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