MEK e Sionismo, come l'Albania rischia di diventare la seconda Israele

MEK e Sionismo, come l'Albania rischia di diventare la seconda Israele

Di Alireza Niknam

Negli ultimi anni, il nome dell’Albania è stato citato più che mai in relazione a progetti e attori stranieri. Questo piccolo Paese dei Balcani, che un tempo cercava di presentarsi come modello di stabilità e sviluppo nell’Europa sud-orientale, si trova ora a dover affrontare seri interrogativi riguardo alla propria autonomia decisionale, alle modalità con cui vengono concesse le concessioni strategiche e alla posizione di gruppi e reti stranieri all’interno della propria struttura di potere. Tra tutti questi sviluppi, la presenza in Albania dell’organizzazione terroristica Mojahedin-e-Khalq (MEK) occupa un posto speciale.

L’insediamento di migliaia dei suoi membri nel campo noto come «Ashraf 3», la creazione di strutture chiuse e semi-autonome, lo svolgimento di incontri politici internazionali e le intense attività mediatiche e informatiche hanno portato molti osservatori a parlare della formazione di una sorta di «Stato nello Stato»: una struttura che si trova apparentemente sul suolo albanese ma che segue regole, priorità e obiettivi propri.

Il trasferimento dei membri del MEK dall’Iraq all’Albania, avvenuto tra il 2013 e il 2016, si è svolto nel quadro di accordi sostenuti dagli Stati Uniti e da alcune istituzioni internazionali. All’epoca, questa mossa fu presentata come una soluzione umanitaria per dare alloggio ai membri del gruppo.

Tuttavia, col passare del tempo, è emerso un quadro diverso della realtà di questa presenza. Il campo di Ashraf 3, situato nella zona di Manëz vicino a Tirana, è diventato un complesso completamente chiuso, in cui l’ingresso e l’uscita sono strettamente controllati e le attività si svolgono spesso al riparo dal controllo pubblico. Sono state pubblicate numerose testimonianze di dissidenti del gruppo riguardanti le restrizioni alla comunicazione dei membri con le loro famiglie, l’intenso controllo ideologico e la mancanza di libertà personali. Questa situazione ha portato a considerare Ashraf 3 non solo come una residenza per un gruppo in esilio, ma come un esempio di creazione di una struttura parallela nel cuore della sovranità nazionale albanese.

La decisione del governo albanese di ospitare il MEK non è stata solo un atto umanitario; ha comportato ampie conseguenze politiche, di sicurezza e diplomatiche per l’Albania. La rottura delle relazioni diplomatiche tra Iran e Albania, l’aumento delle preoccupazioni in materia di sicurezza, la trasformazione del territorio albanese in un’arena di rivalità geopolitiche e l’ingresso del Paese in complesse equazioni mediorientali sono tra le conseguenze di questa decisione.

Il popolo albanese non è mai stato consultato tramite un referendum sull’accoglienza di questo gruppo. Si è trattato di una decisione presa ai massimi livelli del potere, i cui costi sono ricaduti sulle spalle dell’intera società. La domanda fondamentale è: il governo albanese è riuscito a trovare un equilibrio tra i propri impegni internazionali e i propri interessi nazionali?

Il termine «Stato nello Stato» è tipicamente utilizzato per descrivere strutture che operano all’interno dei confini di un paese ma possiedono una notevole autonomia operativa. I critici della presenza del MEK in Albania ritengono che Ashraf 3 possieda molte delle caratteristiche di una struttura di questo tipo – dai meccanismi interni e dalle gerarchie specifiche all’accesso limitato per le istituzioni indipendenti e i media. In questo contesto, la preoccupazione principale non è semplicemente la presenza di un gruppo politico, ma la creazione di uno spazio in cui parte del territorio nazionale diventa di fatto una sfera di influenza per attori stranieri.

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Le recenti proteste in Albania contro i grandi progetti di investimento stranieri promossi da Kushner — che potrebbero segnare l’inizio di un progetto di «secondo Israele» in Albania, compresi quelli relativi all’isola di Sazan — hanno dimostrato che una parte della società albanese è diventata sempre più preoccupata e sensibile riguardo al processo di concessione di concessioni strategiche. I manifestanti, intonando slogan a difesa della sovranità nazionale, hanno espresso la loro preoccupazione che l’Albania possa diventare una piattaforma per promuovere gli interessi di potenze straniere.

A loro avviso, Ashraf 3 non è stata un’eccezione, ma l’inizio di un modello poi ripetuto in altre aree: un modello basato sulla creazione di zone speciali, sulla concessione di concessioni eccezionali e sulla riduzione del ruolo dei cittadini nelle decisioni di rilievo.

Negli ultimi anni, il governo di Edi Rama ha cercato di presentarsi come un’amministrazione favorevole agli investimenti stranieri. Attirare risorse finanziarie, sviluppare il turismo ed espandere la cooperazione internazionale sono stati tra gli obiettivi dichiarati di questa politica.

Tuttavia, i critici sostengono che questo approccio abbia, in alcuni casi, portato alla concessione di ampie agevolazioni ad attori stranieri — agevolazioni che non solo sollevano interrogativi in merito alla trasparenza e alla responsabilità, ma creano anche preoccupazioni riguardo alla graduale erosione della sovranità nazionale e alla perdita di territorio, uno schema che ha inghiottito la Palestina quasi un secolo fa.
Dalla loro prospettiva, ospitare il MEK, la vasta cooperazione in materia di sicurezza e facilitare l’attuazione di determinati progetti strategici costituiscono anelli interconnessi di un’unica catena che forma un buco nero.

La posizione geografica dell’Albania nei Balcani, il suo accesso al Mare Adriatico e le sue strette relazioni con le istituzioni occidentali l’hanno resa un punto importante negli equilibri regionali.

In tali circostanze, la presenza di attori non statali e di reti transnazionali sul suolo albanese assume un’importanza ancora maggiore. I critici avvertono che, se l’attuale tendenza dovesse continuare, l’Albania potrebbe agire più come una piattaforma per l’attuazione dei progetti delle grandi potenze che sulla base delle proprie priorità nazionali.

Negli ultimi decenni, l’organizzazione terroristica Mojahedin-e-Khalq ha cercato di ridefinire la propria posizione creando reti di lobbying, organizzando incontri internazionali e ottenendo il sostegno di alcune figure politiche occidentali. Tuttavia, la storia di azioni violente del gruppo e la sua collaborazione con il regime di Saddam Hussein rimangono una parte inscindibile della sua identità politica.

Oggi l’Albania si trova di fronte a una scelta importante. Da un lato, la necessità di investimenti stranieri e di cooperazione internazionale è innegabile. Dall’altro, la tutela della sovranità nazionale, la trasparenza nel processo decisionale e la salvaguardia dell’indipendenza politica rivestono un’importanza fondamentale.

La sfida principale consiste nel trovare un equilibrio tra queste due necessità. L’Albania può trarre beneficio dalla cooperazione internazionale senza concedere ampie concessioni?

Gli interessi del popolo albanese sono al centro delle decisioni? E le strutture parallele e gli attori stranieri dovrebbero avere un ruolo al di fuori del controllo pubblico?

Il caso della presenza del MEK e del sionismo in Albania non si limita a un singolo gruppo o fazione politica.

Queste vicende sono diventate emblematiche di questioni più ampie riguardanti la sovranità, l’indipendenza e il ruolo del governo nella tutela degli interessi nazionali.

Secondo molti critici, Ashraf 3 e i promotori immobiliari dell’isola di Sazan rappresentano esempi della formazione di strutture parallele nel cuore di una nazione sovrana — strutture che possono gradualmente offuscare i confini tra l’autorità nazionale e l’influenza straniera.

Parallelamente, le proteste pubbliche contro determinati progetti strategici dimostrano che una parte significativa della società albanese è preoccupata per il futuro del proprio Paese e chiede una maggiore partecipazione ai processi decisionali importanti.

A prescindere dai diversi punti di vista, rimane una realtà innegabile: il dibattito sulla presenza del MEK e del sionismo in Albania non è più solo una questione di politica estera, ma è diventato parte integrante di un dibattito nazionale sull’identità, l’indipendenza e il futuro di questo Paese.

Se queste ingerenze non verranno chiaramente limitate, l’attuale sovranità in Albania diventerà sicuramente di facciata e priva di potere in un futuro prossimo.

Rimane una domanda fondamentale: l’Albania sarà in grado di bilanciare le esigenze geopolitiche con la necessità di preservare la sovranità nazionale, oppure l’attuale tendenza porterà a un approfondimento della dipendenza e all’espansione di strutture parallele all’interno del Paese?

La risposta a questa domanda determinerà il percorso futuro dell’Albania negli anni a venire.

Di Alireza Niknam

20.06.2026

Alireza Niknam. Reporter e ricercatore nel campo dei gruppi terroristici, in particolare il gruppo terroristico di Mujahedin-e Khalq (MEK). Ha conseguito una laurea in scienze politiche presso l’Università di Teheran e scrive articoli per diverse agenzie di stampa internazionali. Oltre al giornalismo è commentatore politico e consulente del TerrorSpring Institute nel campo dell’antiterrorismo.

Traduzione a cura della Redazione di ComeDonChisciotte.org

Commenti (3)

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Mostra commenti 3 caricati
    1. omega86 25 giugno 2026

      Forse l'autore dell'articolo intendeva "terza Israele", dato che la seconda è l'Italia.
      Vuoi per il supporto logistico fornito all'entità sionista con accordi di tipo scientifico e di approvigionamento di armi e sistemi di sorveglianza.
      Vuoi per il sostegno del parlamento unito alle follie dell'entità sionista, al di là degli sterili proclami utili solo a rabbonire le masse.
      Vuoi per l'accoglienza fornita ai terroristi IDF che hanno la possibilità di venire in italia a "decomprimere", senza che nessuno si sogni di dar loro la caccia per ciò che sono: terroristi infanticidi, stupratori, pedofili.
      Vuoi per la protezione fornita dal nostro governo e dalle forze di polizia (digos in primis) ai sopra citati terroristi della banda IDF.

      Devo aggiungere i progetti di comunità sioniste in Puglia, Sardegna e Valsesia?

    2. ric 25 giugno 2026

      UN'ANALISI STORICO-POLITICA
      Forse non avevamo capito dove volesse arrivare Israele---

      -------------------------

      https://forumpace.consiglio.provincia.tn.it/notizia/articolo?id=579

    3. ric 25 giugno 2026

      Solo un mese fa, anche le Nazioni Unite hanno incluso Israele nella lista dei paesi che commettono abusi sessuali in contesti di guerra , sulla base dei dati raccolti in un altro rapporto.
      La commissione accusa Israele di attaccare i centri di maternità a Gaza, il che aumenta il numero di aborti, malformazioni congenite e danni permanenti ai neonati, e denuncia che il blocco e la carestia hanno causato morti infantili e gravi problemi di salute dovuti alla malnutrizione, alla mancanza di vaccini e al collasso del sistema sanitario.
      Almeno 20.179 bambini sono stati uccisi dal 7 ottobre 2023 e altri 44.143 sono rimasti feriti, oltre ai “gravi danni fisici e psicologici” causati ai bambini palestinesi.

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