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Marchionne, Romiti, Valletta e la famiglia Agnelli

DI GIORGIO CREMASCHI

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Sergio Marchionne è stato un funzionario del capitale ed in particolare della famiglia Agnelli, in assoluta continuità con la storia dell’azienda e della sua proprietà. Così vanno giudicati la sua opera e gli effetti di essa, oltre il rispetto che sempre si deve di fronte alla morte dolorosa e prematura di una persona.

Nel dopoguerra il gruppo Fiat e la famiglia Agnelli hanno usufruito di tre manager che hanno fatto la storia dell’azienda e segnato quella del paese. Il primo fu Vittorio Valletta, che assunse il potere assoluto in Fiat nel 1945, dopo che il proprietario dell’azienda e capostipite della famiglia, il senatore del regno Giovanni Agnelli, fu epurato per la sua smaccata identificazione e collaborazione col regime fascista.

Valletta fu il primo dei manager che salvarono la Fiat e soprattutto la famiglia proprietaria. La salvò dall’esproprio per collaborazionismo coi nazisti, esproprio che invece toccò alla Renault in Francia, e poi la rilanciò facendo dell’azienda uno dei grandi motori dello sviluppo industriale del paese. Per realizzare questo obiettivo Valletta perseguì la sottomissione totale degli operai ai ritmi più feroci dello sfruttamento, usò le risorse del paese e in particolare l’immigrazione di massa al nord, ed infine fece della persecuzione contro la Fiom e i suoi militanti la propria bandiera. Con le discriminazioni, i reparti confino, i licenziamenti ed anche con strumenti eversivi, come le schedature e lo spionaggio delle persone, usando persino apparati dello stato deviati che poi sarebbero stati coinvolti nella strategia della tensione degli anni 70. Per questa sua scelta ferocemente antisindacale e autoritaria Valletta divenne un emblema della politica e dei governi degli anni 50.
Nel 1966 Valletta fu destituito da Gianni Agnelli, il nipote di Giovanni che voleva riprendere le redini dell’azienda dopo una lunga esperienza di playboy internazionale, e solo un anno dopo morì. Le celebrazioni sui grandi giornali di allora furono uguali a quelle attuali per Marchionne.

Alla fine degli anni 70 la Fiat era di nuovo in crisi, perché di fronte alla sfida delle grandi lotte operaie e alla conquista da parte del lavoro di diritti e dignità, non era stata in grado né di rispondere con adeguata innovazione ed investimenti, né con un vero cambiamento nella gestione aziendale e nelle relazioni con i dipendenti. I fratelli Agnelli, Gianni ed Umberto, si fecero da parte nella gestione diretta del gruppo che fu affidata a Cesare Romiti. In una intervista a La Repubblica nell’estate del 1980 Umberto Agnelli preannunciò licenziamenti di massa per rendere l’azienda competitiva e ricevette il sostegno del ministro del tesoro Andreatta. Romiti condusse l’attacco frontale al sindacato e alla fine di trentacinque giorni di lotta vinse, mettendo decine di migliaia di dipendenti in cassa integrazione. E così negli anni 80 l’impresa assunse nella società italiana quella centralità che prima aveva conquistato il lavoro. La sconfitta operaia di fronte alla Fiat di Romiti aveva indicato la direzione di marcia a tutto il potere politico, la svolta liberista che avrebbe conquistato tutto il paese cominciava in fabbrica. Craxi colpì il salario con il taglio e l’avvio della distruzione della scala mobile e poco dopo Prodi, da presidente IRI, donò l’Alfa Romeo alla Fiat, che così divenne il solo produttore italiano di automobili.

Ma la cura Romiti, se aveva risanato i profitti della famiglia Agnelli, non aveva fatto crescere adeguatamente la forza industriale del gruppo, che già all’inizio degli anni 90 era di nuovo in crisi. Nel 1994 la Fiat colpiva con la cassa integrazione la massa di quegli impiegati e capi che nel 1980 avevano organizzato una decisiva manifestazione contro gli operai in lotta. La gratitudine non è mai stata una caratteristica aziendale.

La Fiat aveva ancora una volta bisogno di investimenti e ricerca e ancora una volta la proprietà si mostrava assolutamente sorda a questo richiamo. Anche perché in quegli anni la famiglia Agnelli aveva tentato di creare una seconda corporation , entrando nella Telecom, in Banca Intesa e in tante altre imprese che con la produzione di auto nulla avevano a che fare. Fu un’operazione fallimentare, la seconda conglomerata Fiat crollò e la famiglia Agnelli dovette abbandonare tutte le aziende che credeva conquistate, mentre nel frattempo la prima Fiat, quella industriale, perdeva posizioni per mancanza di adeguati prodotti.

Nel 1998 Cesare Romiti lasciò l’azienda, e anche per lui, per sua fortuna vivente, ci furono pubblici elogi come salvatore dell’azienda e come manager che aveva saputo indirizzare non solo la Fiat, ma tutto il paese verso la via della competitività, distruggendo i vincoli e lacciuoli dei contratti e dei diritti del lavoro.
La gestione Fiat tornò alla famiglia Agnelli e a vari manager avvicendati e l’azienda precipitò verso il fallimento. Nel 2004 la Fiat era di proprietà delle banche, che si erano svenate per un piano di salvataggio senza precedenti nel paese, e al suo capezzale venne chiamato il vice presidente dell’Unione Banche Svizzere, Sergio Marchionne.

Marchionne ha salvato la Fiat come azienda industriale italiana? Sicuramente no. Seguendo la traccia dei suoi predecessori, Valletta e Romiti, Marchionne ha lavorato prima di tutto per gli interessi della famiglia Agnelli, oramai assai numerosa e fermamente interessata in tutte le sue componenti ad una quota certa di profitti. Se nel passato era stato ancora possibile far parzialmente coincidere gli interessi della proprietà familiare con quelli dello sviluppo industriale dell’azienda, ora questo non si poteva più fare. La proprietà, che addirittura aveva cercato di sbarazzarsi della produzione di automobili rifilandola a General Motors, non aveva certo intenzione di svenarsi per recuperare l’enorme gap tecnologico e di prodotti accumulato dal gruppo. Ci sarebbero voluti almeno 20 miliardi di investimenti, quelli che Sergio Marchionne avrebbe promesso successivamente, quando decise di abolire il contratto nazionale. Di quei 20 miliardi, che avrebbero dovuto rilanciare quella che Marchionne chiamò la Fabbrica Italia, si sono perse tutte le tracce in azienda e anche sui giornali di questi giorni.

La Fiat è stata salvata in un altro modo, con l’intervento dello stato non di quello italiano ma di quello statunitense. Fu il salvataggio pubblico della Chrysler voluto da Obama a permettere alla Fiat di evitare il fallimento e di questo va dato merito alla intelligenza politico finanziaria di Marchionne, che seppe vedere l’affare là dove la Mercedes era fuggita. La Fiat salvò la Chrysler e fu salvata, naturalmente al prezzo di essere assorbita nella multinazionale americana, di cui ora è la succursale povera. Non esiste più una industria automobilistica italiana e non solo perché la sede fiscale del gruppo FCA, nel quale la Fiat è assorbita, sta a Londra e quella legale in Olanda. Dove si è localizzata anche la finanziaria della famiglia Agnelli, la Exor. Anche la famiglia Agnelli, ora guidata da John Elkann, non è più una famiglia imprenditorialmente italiana. Essa è diventata una famiglia del capitalismo globale proprio durante la gestione Marchionne, anche se il progetto probabilmente veniva da lontano. Perché tra i soci fondatori del gruppo Bildenberg, la famigerata lobby finanziaria internazionale, figurava proprio Vittorio Valletta.

Oggi la produzione di auto in Italia è ridotta al lumicino, con l’occupazione dimezzata da quando Marchionne divenne amministratore delegato della Fiat. Progettazione e ricerca sono state smantellate e non vi sono nuovi modelli in arrivo, tanto è vero che in tutti gli stabilimenti residui dilaga la cassa integrazione. Certo resta la gallina delle uova d’oro Ferrari, che non a caso è stata scorporata dalla Fiat e val più di essa. Ma anche essa oramai è stata finanziarizzata all’estero e in ogni caso non potrà mai avere una produzione industriale di massa.
Il lascito industriale di Marchionne è quello della trasformazione della Fiat in una multinazionale americana con l’italia come sede marginale, quello finanziario è l’esternalizzazione delle proprietà della famiglia Agnelli, e quello sociale e politico?

Qui c’è il tratto più comune tra i tre manager che hanno fatto la storia della Fiat dal 1945 ad oggi: il rifiuto del sindacato solidale e di classe e la lotta feroce per eliminarlo dagli stabilimenti Fiat. Tutti e tre gli amministratori delegati si sono ispirati a modelli esteri in questa loro opera. Valletta alla violenza antisindacale di Henry Ford e alla costruzione di sindacati di comodo in azienda con cui stipulare contratti al ribasso. In realtà Valletta realizzò tutti i suoi obiettivi, la messa al confino della Fiom, la costituzione di un sindacato aziendale giallo da una scissione della Cisl con il Sida oggi Fismic, la soppressione di ogni libertà dei lavoratori; tutti tranne uno: la realizzazione di un contratto solo per i lavoratori Fiat. Obiettivo che fu invece raggiunto da Marchionne, quando con il ricatto della chiusura degli stabilimenti, con la complicità di Cisl Uil e di tutta la politica ufficiale, impose ai lavoratori la rinuncia al contratto nazionale, mentre la Fiat abbandonava la Confindustria.

Romiti avrebbe invece voluto che nelle sue fabbriche si applicasse il modello giapponese di collaborazione e valorizzazione di un lavoro capace di essere fedele all’azienda. Dopo la dura repressione antisindacale degli anni 80, di cui elemento fondamentale fu l’uso discriminatorio della cassa integrazione, Romiti tentò di introdurre il modello di lavoro giapponese in particolare nello stabilimento di Rivalta a Torino e nella nuova fabbrica insediata a Melfi negli anni 90. Ora però Rivalta è chiusa, ciò che resta di essa non è più Fiat, mentre a Melfi, sotto la gestione Marchionne è stato introdotto il sistema di tempi chiamato Ergo Uas, cioè il più brutale e faticoso metodo taylorista di lavoro.

In un certo senso dunque Marchionne ha portato a compimento il modello di Valletta, con una differenza fondamentale. Nel secolo scorso quel modello autoritario e discriminatorio si realizzava in un gruppo ed in un paese in grande espansione, tanto é vero che allora i salari Fiat erano più alti rispetto alla media del paese. Oggi invece il salario di un operaio Fiat è tra i più bassi, ed il gruppo riduce progressivamente occupazione e produzioni in Italia.

Sia con Valletta, che con Romiti che con Marchionne la persecuzione dei lavoratori ribelli o scomodi ha prodotto drammi e tragedie. I licenziati per discriminazione politica e sindacale degli anni 50 subirono sofferenze enormi. I cassaintegrati degli anni 80 pure e decine di essi si suicidarono, così come accadde di nuovo recentemente. Maria Baratto si uccise pochi anni fa a Pomigliano dopo anni di cassa integrazione discriminatoria. E cinque operai che protestavano contro quel suicidio furono licenziati per offese a Marchionne.
Non è una questione di essere buoni o cattivi, è che non si governa la Fiat innocentemente.

Oggi Sergio Marchionne viene presentato come un innovatore a cui il paese avrebbe dovuto dare maggiore ascolto. Ma in realtà lo ha fatto: il Jobsact, come ha affermato lo stesso Renzi, è stato ispirato dalle posizioni sindacali e contrattuali di Marchionne. Come nel passato, le vittorie contro i diritti dei lavoratori dei manager Fiat sono diventate l’esempio da seguire per tutta la società. Un esempio regressivo.

Marchionne, come tutti i suoi predecessori, non ha difeso gli interessi del lavoro o del paese, ma quelli della proprietà. Una proprietà, quella della famiglia Agnelli, sempre più gaudente ed avara, della quale tutto si può dire tranne che faccia gli interessi di tutti.

È questa proprietà che periodicamente i grandi manager Fiat hanno salvato, ultimo Marchionne. Era la loro missione e questa hanno realizzato.

 

Giorgio Cremaschi

Fonte: www.facebook.com

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27.07.2018

 

Pubblicato da Davide

7 Commenti

  1. Cremaschi, da ex sindacalista, ovviamente vede solo un lato della medaglia ed in questa ottica ha le sue ragioni.

    Purtroppo le disgrazie della Fiat sono insite nella marcia dinastia che l’ ha avuta in eredità dal fondatore ed in buona parte sono pure ascrivibili a quel viscido e miope “manager” di Romiti che, anzichè innovare i prodotti come ha fatto l’ ottimo Marchionne, ha pensato molto di più al rifinanziamento dell’ impresa.

    Capitale fresco in assenza di prodotti appetibili da offrire significa solo spostare in là la linea del tempo; un tempo che inesorabilmente arriva portando con sè altri buchi finanziari e carenza di prodotti seri, vendibili.

    Marchionne, per quanto gli fosse possibile data la situazione disastrata, ha fatto un miracolo; ora vedremo il seguito, anche se secondo me non sarà molto piacevole.

  2. È una ricostruzione di parte dove manca la dose di autocritica che sarebbe necessaria al sindacato per poter giudicare la situazione con un minimo di obiettività.
    -Non una parola sulla globalizzazione. Che cosa diavolo si aspettava Cremaschi quando sono stati messi in competizione i lavoratori italiani con quelli che guadagnano un terzo o un quarto del salario italiano? Come fa a restare competitiva una azienda se i costi per prodotto sono 3 o 4 volte superiori a quelli della concorrenza? Perché il sindacato non ha aperto bocca e richiesto l’introduzione di dazi per proteggere non solo il lavoro ma anche gli investimenti italiani?
    -Anche sulla finanziarizzazione dell’azienda e il passaggio di proprietà a finanzieri ebrei internazionali non mi ricordo una sola critica da parte sindacale. C’è veramente da meravigliarsi, visto il tipo di proprietari, se la sede legale è in Olanda e quella fiscale a Londra?
    -E poi le lamentele sula salario operaio stagnante, quando non in ribasso. Perché il sindacato non difende il lavoro italiano dall’immigrazione che funziona come competizione al ribasso. Perché ha accettato che l’IRI venisse distrutta e i pezzi regalati agli amici? Perché non ha preteso che l’aumento di produttività sia generato dall’impiego di nuove macchine invece che dalla diminuzione del salari e dall’impiego di manodopera immigrata facilmente ricattabile?

  3. Questa è la frase chiave

    “Non è una questione di essere buoni o cattivi, è che non si governa la Fiat innocentemente.”

    Tradotto significa che la socialdemocrazia è sempre stata un inganno
    Messo in atto scientemente dalle oligarchie che la tolleravano sapendo che era il male minore, ma pronti a revocarla non appena fosse cessata la minaccia dell’URSS; mentre da parte della società civile, degli intellettuali, dei borghesi di cultura, dei politici era l’opportunismo dello stupido servo cerchiobottista convinto di essere indispensabile al padrone e di riuscirlo a menare per il naso.

    Oggi il compromesso socialdemocratico non è più possibile.
    Non sono sicuro che la Lega lo abbia capito, forse alcuni sí ma non so con quanta deteminazione
    E ce ne vorrà tanta di determinazione perché il piano delle oligarchie e dei loro servi è di far cadere il governo prima delle elezioni europee del 2019
    La Lega e i 5* tra poco, non più tardi di questo inverno, capiranno di trovarsi di fronte a un bivio e che nessuna delle due strade praticabili è il vecchio “compromesso” col quale ce la siamo cavata per decenni.
    Si tratterà di prendere una di quelle che quel signore chiamava “decisioni irrevocabili”, alternative non ce ne sono più.

    Agosto però ce lo passiamo tranquilli…

  4. --<<---->>-- --<<---->>--

    Il solito ciarpame trotzkysta della sinistra made in italy, fatto di vittimismo operaio che vede il socialismo quasi come una pretesa e non come qualcosa che invece debba essere costruito.
    Leggere accuse di mancata innovazione nei confronti delle aziende da parte di chi ha ancora il nome riferito alla prima repubblica (cgil, cisl e uil) è solamente patetico.
    E se forse siamo arrivati a questo punto, perchè non dovrebbe essere anche colpa di chi, dalla parte operaia, non ha compreso i cambiamenti nel mondo del lavoro e non li ha saputi gestire, continuando a ad avere arcaiche e statiche concezioni del lavoro, che hanno portato alla sconfitta, e poi alla dsfatta, della classe operaia italiana.

    • Più che altro gli operai e in genere i lavoratori con un buon posto fisso hanno scaricato la precarizzazione sui giovani
      Il sindacato avallava perché i giovani essendo appunto precari non potevano iscriversi e gli unici iscritti, ossia quelli che valeva la pena di tutelare in ottica sindacale, rimanevano i vecchi
      Quindi c’era conflitto fra lavoratori fissi e a tempo determinato ma poi c’era fra tute blu e colletti bianchi e via dicendo…

  5. Non so se qualcuno abbia pensato, così giusto per fare accademia, di confrontare un po’ come è stato fatto in questo post per la Fiat, qualcosa di analogo per Chrysler , quindi in questo caso mi viene in mente Lee Iacocca, a suo tempo esaltato.Nel caso di Fiat, non so se è stato ricordato anche Vittorio Ghidella.

  6. Posso intervenire ? Vorrei sapere Obama quanto ha sganciato sottobanco per tener in piedi la Chrisler…e se quei soldini, per caso, sono serviti anche alla Fiat…così tanto per capire quanto M. è stato determinante per risollevarla…