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L'OLOCAUSTO NASCOSTO – LA NOSTRA CRISI DI CIVILTA' (PARTE II)

DI NAFEEZ MOSADDEQ AHMED

Parte II : L’esportazione della democrazia

1. Il vero Nuovo Ordine Mondiale

Nella prima parte, abbiamo proposto un resoconto della nascita del sistema mondiale moderno attraverso il processo di sistematica violenza genocida condotta nei diversi continenti uccidendo in totale migliaia di milioni di indigeni in Africa, Asia e America.

Ma tale “olocausto nascosto” non si concluse con la fine della colonizzazione: perché la colonizzazione non è mai davvero finita, ma, piuttosto, ha subito una sostanziale riconfigurazione indotta da crescenti richieste di libertà e indipendenza da tutto il mondo.

Nel 1945, alla fine della seconda guerra mondiale, era pronto un nuovo ordine internazionale. Secondo i docenti statunitensi Lawrence Shoup e William Minter, il suo progetto era stato delineato molti anni addietro. Era noto come Grand Area Strategy ed era stato elaborato dai pianificatori delle politiche del Dipartimento di Stato degli U.S.A. insieme agli esperti del Consiglio delle Relazioni Internazionali di Washington, DC.Volendo le prove dell’esistenza di un progetto di impero, non si potrebbe trovare di meglio. I pianificatori identificarono un’”area mondiale” minima il cui controllo era ritenuto “essenziale per la sicurezza e la prosperità economica degli Stati Uniti e dell’Emisfero Occidentale”. Tale “area mondiale” comprendeva l’intero Emisfero Occidentale, l’ex Impero britannico e l’Estremo Oriente.

La Grand Area Strategy prevedeva che le politiche statunitensi “garantissero la limitazione di ogni esercizio di sovranità da parte di nazioni straniere che costituissero una minaccia” a tale area mondiale. Ma tale politica poteva essere perseguita unicamente sulla base di “una politica integrata per raggiungere la supremazia militare ed economica degli Stati Uniti”. In questo modo, era necessario estendere il concetto di “interessi per la sicurezza” oltre le nozioni tradizionali di integrità territoriale, per includere il dominio su queste regioni “strategicamente necessarie per il controllo mondiale”. Suona stranamente familiare, no? (si pensi al “PNAC” o al “Defense Planning Guidance”) [N.d.T.: Rispettivamente, l’istituto di ricerca Progetto per un nuovo secolo americano (Project for the New American Century) e la Guida di pianificazione della difesa]

In altre parole, la sicurezza nazionale, la sicurezza economica e il consolidamento imperiale erano componenti interconnessi della Grand Area Strategy. I pianificatori del Dipartimento di Stato non si ingannavano su cosa ciò significasse. Certamente, riconobbero candidamente che “l’Impero britannico, nella sua forma passata, non ricomparirà mai più“, e che quindi “gli Stati Uniti potrebbero doverne prendere il posto“. La pianificazione della Grand Area consisteva nell’appagare la/le “necessità degli Stati Uniti, in un mondo in cui essi si propongono di mantenere un potere indiscusso“. [War and Peace Studies Project of the Council on Foreign Relations (CFR), (‘Progetto di studi Guerra e Pace del Consiglio sulle Relazioni internazionali (CFR)’). Citato in Lawrence H. Shoup e William Minter, Imperial Brain Trust: The Council on Foreign Relations and US Foreign Policy (New York: Monthly Review Press, 1977). (‘L’equipe di esperti imperialisti: il Consiglio sulle Relazioni internazionali e la politica estera U.S.A.’) Questa edizione è ora fuori stampa, ma penso sia disponibile come stampa a richiesta.]

2. Il problema della “Libertà”

Che altro, poi? La contraddizione tra i rinnovati piani americani per l’ampliamento di un nuovo ordine imperialista e le lotte per l’indipendenza nazionale scoppiate ovunque in Africa e Asia, cui trovare una soluzione. I decisori Americani e Britannici riconobbero la necessità, per conservare il controllo, di sovvertire il processo di decolonizzazione. D. K. Fieldhouse, Professore Emerito di Storia Imperiale alla Oxford University, nota che la dipendenza economica delle colonie costituiva “il risultato inteso della decolonizzazione”. [D. K. Fieldhouse, Black Africa 1945-80: Economic Decolonization and Arrested Development (‘Africa Nera 1945-1980: Decolonizzazione economica e sviluppo fermato’), (London: Allen & Unwin, 1986), p. 5]

Allo stesso modo, Robert Winks, Docente di Storia alla cattedra Randolph W. Townsend e presidente del Dipartimento di Storia all’università di Yale, spiega che “la nazione imperialista controllò il processo [di decolonizzazione] fino alla fine”. [Robin W. Winks, “On Decolonization and Informal Empire” (‘Su decolonizzazione e l’Impero informale’), American Historical Review (Vol. 18, N. 3, giugno 1976), p. 540-42]

Parte dei piani di sovvertimento della decolonizzazione fu messa in pratica con l’uso la forza diretta. Dal 1945 gli Stati Uniti, con il consueto sostegno della Gran Bretagna, hanno condotto interventi militari in oltre 70 nazioni del Sud. Molti di essi furono condotti nel contesto della Guerra Fredda, presumibilmente per respingere l’Unione Sovietica, che, ci dissero, era intenzionata a procedere ad un’invasione imminente dell’Europa Occidentale e forse persino dell’America continentale.

Ma in verità, la stragrande maggioranza degli interventi non aveva nulla a che fare con l’Unione Sovietica, ma era appunto condotta per reprimere i movimenti indipendentisti e nazionalisti del Terzo Mondo. La paranoia e la paura dell’URSS permisero ai governanti occidentali di etichettare qualsiasi cosa che minacciasse il dominio occidentale come comunista. Secondo l’ex funzionario del Dipartimento di Stato Richard J Barnet:

” Persino la parola ‘comunista’ è stata applicata ai regimi rivoluzionari o radicali in modo tanto abbondante e tanto impreciso che qualsiasi governo rischia di essere caratterizzato come tale se adotta una o più delle seguenti politiche che il Dipartimento di Stato trova ripugnanti: la nazionalizzazione di industrie private, in particolare società di proprietà straniera, riforme agricole radicali, politiche commerciali autarchiche, l’accettazione di aiuti sovietici o cinesi, la perseveranza nel seguire politiche estere anti-americane o non allineate, tra le altre cose”. [Intervention and Revolution: The United States in the Third World (1968)] [‘Intervento e Rivoluzione: Gli Stati Uniti nel Terzo Mondo’]

3. 1945-1990: Olocausto del Terzo Mondo?

La dimensione del bilancio di morti provocati da tali interventi lascia a bocca aperta. William Blum, un altro ex funzionario del Dipartimento di Stato, descrive l’enorme perdita di vite risultante dall’interventismo militare post 1945 nel Terzo Mondo come un vero e proprio “olocausto americano”. [Killing Hope: CIA and US Military Interventions Since World War II (London: Zed, 2003)] [Uscito in Italia col titolo “Il libro nero degli Stati Uniti” N.d.r.]

Quanti civili innocenti sono morti in conseguenza a questi interventi militari? Un elenco dettagliato di statistiche è disponibile in Unpeople (Random House), dello storico britannico Mark Curtis, che è stato fellow researcher del Royal Institute for International Affairs. I calcoli prudenziali di Curtis confermano che la Gran Bretagna è stata complice nella morte di oltre 10 milioni di “non-persone”, persone sacrificabili in territori stranieri e lontani, le cui vite sono prive di valore se paragonate all’importanza di una serie specifica di interessi strategici ed economici predominanti.

La seguente è un’altra stima generale dell’esperto di sviluppo americano Dott. J. W. Smith, direttore dell’Institute for Economic Democracy in Arizona:

Nessuna società lo sopporterebbe se sapesse… di essere responsabile dell’assassinio violento di 12-15 milioni di persone dalla Seconda Guerra in poi e di aver causato la morte di altre centinaia di milioni di persone le cui economie sono state distrutte o i cui Paesi si sono visti negare il diritto alla ricostruzione per prendersi cura della propria gente. Sconosciuto com’è, e riconoscendo che questa è stata la prassi standard durante l’intero colonialismo, questo è il curriculum dei centri imperialisti occidentali del capitale dal 1945 al 1990“. [J. W. Smith, Economic Democracy: The Political Struggle of the 21st Century (Arizona: Institute for Economic Democracy, 2003)] [‘Democrazia economica: la lotta politica del XXI secolo’]

Le cifre del Dott. Smith, va considerato, indicano non solo un nucleo di fino a 15 milioni di morti causati direttamente agli interventi militari occidentali, ma anche ulteriori 100 milioni e più sconosciuti che morirono per indiretta conseguenza della distruzione e riconfigurazione delle economie periferiche.

Noi non riconosciamo il periodo del dopo guerra come un “olocausto”. Ma fu soli pochi anni dopo la rivelazione al mondo del raccapricciante genocidio contro gli Ebrei che si dimenticarono le solenni parole “mai più”, un cliché senza significato mediante il quale ignorare le suppliche di milioni di persone. Sono diversi i motivi per cui non riconosciamo questo periodo come un “olocausto”. Innanzitutto, la nostra cultura politica non prende veramente atto della dimensione degli interventi che i nostri servizi di intelligence militare hanno condotto in tutto il Sud. In secondo luogo, di conseguenza, tali cifre sono del tutto inaudite. Terzo, la nostra cultura politica non ha i mezzi per comprendere che questi oltre 70 interventi militari sono la manifestazione di un unico sistema in espansione. Piuttosto, siamo abituati a pensare alla nostra storia, a questi eventi e alla politica in maniera frammentaria e scollegata. Eppure è precisamente tale cultura politica che comporta che la nostra storia, forse persino la nostra complicità storica in questo “olocausto nascosto”, rimanga invisibile alla maggioranza dei cittadini.

4. Il discorso sull’Iraq

La stessa cultura politica che stravolge e oscura la sistematizzazione e la globalizzazione della violenza genocida nella nascita, nell’espansione e nel consolidamento del sistema mondiale moderno – non solo fin dal 1492, ma anche proseguendo oltre il 1945 fino ad oggi – comporta che per noi sia difficile assimilare veramente e comprendere anche gli eventi attuali. Questo è particolarmente vero nel caso del nostro coinvolgimento in Iraq. Un metodo di analisi frammentario e scollegato connaturato nella nostra cultura politica, incapace di una seria e duratura auto-critica e auto-riflessione, ci impedisce di figurarci l’Olocausto iracheno come è veramente.

Perché l’invasione e occupazione dell’Iraq del 2003 senza dubbio non è stata l’inizio della svolta imperialista angloamericana. I pundit, i politici e gli analisti dell’Occidente dibattono abitualmente sulla nascita di una nuova forma di impero americano successivo all’11 settembre, in particolare in relazione all’Iraq. Al contrario, la Guerra in Iraq del 2003 ha costituito meramente una nuova fase nella serie dei prolungati interventi regionali dai quali la traiettoria del 2003 del potere anglo-americano non può prescindere se la si vuole comprendere completamente.

Una più ampia prospettiva storica ci permette di concepire la Guerra in Iraq del 2003 semplicemente come il punto di arrivo di un continuum di catastrofi genocide prodotto con cognizione di causa dall’interventismo britannico, a partire dall’inizio del ventesimo secolo. Lo Stato britannico ha condotto interventi militari in Iraq ad intermittenza per 90 anni o giù di lì, proseguendo sotto la leadership degli Stati Uniti a partire dal 1991. Con questo in mente, cominceremo con il fare un resoconto dello scontro occidentale con l’Iraq come un processo storico continuo che è consistito di notevoli esempi di violenza imperialista sistematica, che hanno frequentemente incluso episodi che alcuni studiosi considerano genocidi. Sebbene qui non si tenti di risolvere le questioni in modo concreto, se questa argomentazione è accurata nell’evidenziare 1) la continuità delle relazioni imperialiste tra l’inizio del ventesimo secolo e il ventunesimo; 2) il potenziale impatto genocida delle politiche sociali e militari angloamericane in Iraq; allora avremo stabilito degli argomenti a favore di un radicale ripensamento della nostra comprensione delle relazioni internazionali contemporanee nel contesto di una rinnovata esplorazione della storia e della teoria dell’imperialismo e del genocidio.

5. L’olocausto iracheno: Fase 1 – La “facciata araba”

Poco dopo la Prima Guerra Mondiale, numerose potenze europee, tra cui l’Inghilterra, volsero lo sguardo verso il Medio-Oriente con l’intenzione di indebolire l’egemonia regionale della Turchia ottomana, il califfato musulmano durato quattro secoli. La regione abbracciata dal califfato ottomano comprendeva le zone di Siria, Iraq, Libano, Palestina, Giordania e buona parte dell’Arabia Saudita. Nel mezzo di una pletora di differenze etniche, linguistiche, culturali e persino religiose, l’Islam forniva le basi di una unità politica a sostegno del califfato. [Aburish, Said K., A Brutal Friendship: The West and the Arab Elite, Indigo, London, 1998] [‘Un’amicizia brutale: l’Occidente e l’élite araba’] Gli Ottomani erano tutt’altro che santi e furono protagonisti di consistenti episodi di violenza e repressione. Tra le altre cose, furono complici nel Genocidio degli Armeni nel 1915-1917.

Eppure questo non assolve i Britannici per ciò che pianificarono e fecero in Medio-Oriente, che ora ammonta al prosieguo di relazioni di violenza e persino genocidio. I funzionari britannici dell’Arab Bureau al Cairo improvvisarono piani per sponsorizzare insurrezioni locali. Secondo Sir Arthur Hirtzel dell’India Office, gli scopi britannici consistevano esplicitamente nel dividere e quindi indebolire gli Arabi, non di unificarli. A dispetto delle profferte pubbliche di sostegno all’unità e all’indipendenza arabe, i Britannici firmarono in segreto l’Accordo Sykes-Pikot del 1916 con la Francia, che rese ufficiale l’assegnazione del compito di controllare il petrolio mediorientale sfruttando le divisioni interne. Secondo l’Accordo, l’Iraq era destinato ad essere lottizzato tra Francia e Gran Bretagna. Dunque, la Gran Bretagna invase l’Iraq meridionale non appena fu dichiarata la guerra con gli Ottomani, prendendo Baghdad nel 1917 e Mosul nel novembre del 1918. L’Iraq non costituì l’unica novità. Manovre britanniche, francesi, americane e di altri europei videro la creazione in Medio-Oriente di dodici nuove nazioni-stato fittizie dalle ceneri dell’impero ottomano. I contenuti dell’Accordo di Sykes-Pikot furono rivelati nel 1921 quando i bolscevichi ne reperirono una copia. Naturalmente, il petrolio era un fattore fondamentale della sua formulazione, come fu riconosciuto ufficialmente nel Trattato di San Remo del 1920, e nell’Accordo illegale della Linea Rossa del 1928, che prevedeva che i Britannici e i Francesi si dividessero le ricchezze petrolifere degli ex territori turchi originariamente sotto il governo ottomano. Qui, le percentuali della futura produzione petrolifera furono assegnate alle compagnie petrolifere britanniche, francesi ed americane. [Aburish, ibid.]

Nel periodo successivo alla guerra, ciò che rimase dell’impero Ottomano fu suddiviso tra le potenze coloniali secondo il sistema di mandati stabilito nell’ambito della Società delle Nazioni, per cui i territori precedentemente ottomani sarebbero dovuti essere governati da potenze europee che li accompagnassero nel percorso verso l’autogoverno. La Gran Bretagna riuscì ad ottenere il mandato per l’Iraq persino minacciando guerra per mantenere annessa al Paese la provincia di Mosul, ricca di petrolio. L’annuncio del mandato britannico in Iraq nel 1920 portò a diffuse rivolte indigene che furono represse senza pietà dalle forze britanniche. In quell’anno, l’allora Segretario di Stato per la guerra e l’aria, Winston Churchill, propose che la Mesopotamia “potesse essere sorvegliata in modo economico da aerei muniti di bombe a gas, sostenuti da appena 4.000 soldati britannici e 10.000 soldati indiani”. La sua proposta fu adottata formalmente l’anno successivo alla conferenza del Cairo, e i villaggi iracheni furono bombardati dal cielo. [Edward Greer, ‘The Hidden History of the Iraq War’ (‘La storia segreta della Guerra in Iraq’), Monthly Review, Maggio 1991]

Di conseguenza, l’emiro Faysal I – che apparteneva alla famiglia Hashemita della Mecca – fu nominato re dell’Iraq dall’Alto Commissario britannico. Faysal firmò immediatamente un trattato di alleanza con il Regno Unito che ripristinava virtualmente il mandato Britannico. Per contrastare le diffuse proteste nazionaliste contro la continuazione del governo coloniale attraverso il mandato, l’Alto Commissario britannico deportò con la forza i leader nazionalisti, mentre stabiliva una Costituzione irachena che dava al re Faysal poteri dittatoriali sul parlamento iracheno. Tuttavia il malcontento tra la popolazione irachena fu sufficientemente intollerabile da rendere questa situazione sempre più insostenibile, costringendo la Gran Bretagna a concedere l’indipendenza formale all’Iraq nel 1932 come parte del processo di decolonizzazione. Questo, tuttavia, fu solo un gesto simbolico. La Gran Bretagna aveva già firmato un nuovo trattato con l’Iraq che stabiliva una “stretta alleanza” tra i due paesi e una “comune posizione sulla difesa”. Con il re Faysal ancora al potere e le basi britanniche ancora a Basra e ad ovest dell’Eufrate, il controllo britannico fu indirettamente riabilitato. Quando alcuni elementi dell’esercito e dei partiti politici iracheni rovesciarono Faysal nel 1941, la Gran Bretagna invase e occupò nuovamente l’Iraq per reinsediarlo.

Questa politica in Iraq – che comprese sia la fase coloniale di controllo diretto e la transizione al controllo indiretto effettivo durante la decolonizzazione – fu candidamente descritta da Lord George Curzon, allora Segretario agli Esteri britannico, che notò che ciò che il Regno Unito e le altre potenze occidentali desideravano in Medio-Oriente era:

Una facciata araba governata ed amministrata sotto la guida britannica e controllata da un Maomettano nativo e, per quanto possibile, da personale arabo…. Non vi dovrebbe essere alcuna incorporazione effettiva di territorio conquistato tra i domini del conquistatore, ma l’assorbimento potrebbe essere velato da espedienti costituzionali quali il protettorato, la sfera di influenza, lo stato cuscinetto e così via”. [William Stivers, Supremacy and Oil: Iraq, Turkey, and the Anglo-American World Order 1918-1930 (‘Supremazia e petrolio: Iraq, Turchia e l’ordine mondiale angloamericano’), Cornell University Press, Ithaca, 1982, p. 28, 34]

Lord Curzon aveva definito in termini espliciti il quadro regionale dell’ordine politico come una rete di regimi dipendenti surrogati. Di conseguenza, nel tentativo di assicurare che tali regimi dipendenti rimanessero essenzialmente obbedienti ai parametri generali della “guida britannica”, la politica regionale fu disegnata per sostenerne la stabilità interna a tutti i costi. Mentre l’egemonia dell’impero britannico svaniva, virtualmente eclissata dopo la Seconda Guerra Mondiale dagli Stati Uniti, venne perseguita la medesima politica. Come affermò nel 1958 uno dei funzionari del Dipartimento di Stato degli U.S.A.:

Gli sforzi occidentali dovrebbero essere diretti allo… sviluppo e alla modernizzazione graduali degli sceiccati del Golfo Persico senza mettere in pericolo la stabilità interna o la fondamentale autorità dei gruppi di governo“.

E allo stesso modo, il Consiglio della Sicurezza Nazionale statunitense notò nel 1958:

I nostri interessi economici e culturali nell’area hanno portato, in modo non innaturale, a strette relazioni degli U.S.A. con elementi del mondo arabo il cui interesse primario risiede nel mantenimento delle relazioni con l’Occidente e dello status-quo nei loro paesi.” [Mark Curtis, The Great Deception (‘Il grande inganno’), (London: Pluto) p. 147, 127] Ancora un altro documento segreto britannico dello stesso anno concorda, fornendo dettagli su altre rilevanti considerazioni strategiche:

I principali interessi britannici e di altri Paesi occidentali nel Golfo Persico [sono] (a) assicurare il libero accesso della Gran Bretagna e degli altri Paesi occidentali al petrolio prodotto negli Stati che si affacciano sul Golfo; (b) assicurare la continua disponibilità di tale petrolio a condizioni favorevoli e per le plusvalenze del Kuwait; (c) sbarrare la strada alla diffusione di comunismo e pseudocomunismo nell’area e di conseguenza difendere l’area dal marchio del nazionalismo arabo.” [Dossier FO 371/132 779. ‘Future Policy in the Persian Gulf’, 15 gennaio 1958, FO 371/132 778. Citato in Nafeez Ahmed, Behind the War on Terror: Western Secret Strategy and the Struggle for Iraq (‘Dietro la guerra al terrore: la strategia occidentale segreta e la lotta per l’Iraq’) (New Society/Clairview, 2003)]

6. L’olocausto iracheno: Fase 2 – I nostri “poliziotti”

Nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale si assistette a fasi di rinnovata apertura imperialista sia da parte della Gran Bretagna sia da parte degli Stati Uniti, per riguadagnare l’egemonia in Iraq. Dopo aver preso il potere nel 1958, il presidente iracheno Abdul Qarim Qassem fu tollerato dall’amministrazione Eisenhower in quanto elemento contrastante le aspirazioni nazionaliste pan-arabe di Gamal Abdul Nasser d’Egitto. [Roger Morris, ‘A Tyrant 40 Years in the Making’, (‘Un tiranno in formazione per 40 anni’) New York Times, 14 marzo 2003] Ma entro il 1961, egli aveva già nuovamente sfidato gli interessi occidentali capeggiati dagli U.S.A. nazionalizzando parte della concessione della società Iraq Petroleum controllata dal Regno Unito. Egli dichiarò inoltre che l’Iraq aveva il diritto storico legittimo sullo stato, dipendente dall’Occidente ricco di petrolio, del Kuwait. [Aburish, op. cit.]

Egli dunque giunse al punto di essere “considerato da Washington un leader pericoloso che deve essere rimosso”, e di conseguenza si prepararono piani per il suo rovesciamento, che prevedevano l’assistenza da parte di elementi iracheni ostili all’amministrazione Kassim e la CIA al timone. “Al Cairo, a Damasco, Tehran e Baghdad, gli agenti americani mobilitarono l’opposizione al regime iracheno”, nota il NY Times. “Washington stabilì una base operativa in Kuwait, intercettando le comunicazioni irachene e trasmettendo ordini via radio ai ribelli. Gli Stati Uniti fornirono armi agli insorti curdi”. L’ex leader ba’atista Hani Fkaiki ha confermato che Saddam Hussein – allora un venticinquenne fuggito al Cairo dopo aver tentato di assassinare Kassim nel 1958 – in questo periodo stava segretamente prendendo accordi con la CIA. [Aburish, op. cit.]

Aburish ha raccolto documenti ufficiali e testimonianze che dimostrano che la CIA aveva addirittura fornito le liste di persone da eliminare una volta che ci si fosse assicurati il potere. Circa 5.000 persone furono uccise nel colpo di stato del 1963, tra cui medici, insegnanti, avvocati e docenti, nell’ambito della decimazione di buona parte della classe istruita del Paese. Gli esiliati iracheni come Saddam contribuirono alla compilazione delle liste nelle stazioni della CIA in tutto il Medio-Oriente. La lista più lunga tuttavia fu prodotta da un agente dell’intelligence americana, William McHale. Nessuno fu risparmiato dal massacro che ne seguì, neppure donne incinte e uomini anziani. Alcuni furono torturati di fronte ai loro figli. Saddam stesso “si precipitò in Iraq dall’esilio al Cairo per unirsi ai vincitori [e] fu coinvolto personalmente nella tortura di attivisti di sinistra nei centri di detenzione separati per fellaheen [contadini] e Muthaqafin o classi istruite.” [Aburish, op. cit.]

L’intelligence statunitense era coinvolta in modo integrante nella pianificazione dei dettagli dell’operazione. Secondo il collaboratore Reale della CIA: “Si svolsero molti incontri tra il partito ba’athista e l’intelligence americana – i più critici in Kuwait”. Sebbene il partito ba’athista di Saddam fosse allora solo un movimento nazionalista minore, esso fu scelto dalla CIA per via delle strette relazioni del gruppo con l’esercito iracheno. Aburish riferisce che i leader del partito ba’athista avevano acconsentito ad “intraprendere il programma di pulizia per sbarazzarsi dei comunisti e dei loro alleati di sinistra” in cambio del sostegno della CIA. Egli cita la confessione di un leader del partito ba’athista, Hani Fkaiki, secondo cui il principale orchestratore del colpo di stato fu William Lakeland, l’attaché militare aggiunto degli U.S.A. a Baghdad. [Aburish, op. cit.]

Nel 1968, un altro colpo di stato assegnò al generale ba’athista Ahmed Hassan al-Bakr il controllo dell’Iraq, portando fin sulla soglia del potere Saddam Hussein, suo parente. Il violento colpo di stato fu sostenuto anche dalla CIA. Roger Morris, ex membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale U.S.A. sotto Lyndon Johnson e Richard Nixon alla fine degli anni Sessanta, ricorda che aveva “spesso udito ufficiali della CIA — tra cui Archibald Roosevelt, nipote di Theodore Roosevelt e a quel tempo ufficiale di alto grado della CIA per il Vicino Oriente e l’Africa — parlare apertamente dei loro stretti rapporti con i ba’athisti iracheni.” [Morris] Perciò, due raccapriccianti colpi di stato della CIA portarono il partito genocida ba’athista, e con esso Saddam Hussein, al potere con lo scopo di proteggere gli interessi strategici ed economici degli U.S.A.

Gideon Polya, un biochimico dell’università La Trobe ora in pensione, lavorando su su un’analisi scientifica della mortalità globale ha composto una panoramica sbalorditiva di alcune tra le più affidabili stime sul numero di civili iracheni morti in conseguenza dell’impatto diretto o indiretto di questi interventi ed occupazioni angloamericane. Utilizzando i dati delle Nazioni Unite e il concetto di “mortalità in eccesso” – “la differenza tra il numero reale delle morti in un dato Paese e le morti che ci si aspetterebbero nel caso di un Paese, con le medesime caratteristiche demografiche, pacifico e ben governato” – Polya calcola che a partire dal 1950, 5,2 milioni di Iracheni morirono nel periodo in cui la CIA e l’MI6 stavano incoraggiando colpi di stato, insediando o reinsediando dittatori, fino a quando lo stesso Saddam ottenne il potere [Gideon Polya, “Iraq Death Toll Amounts to a Holocaust” (‘Il bilancio dei morti in Iraq ammonta ad un olocausto’), Australasian Science (giugno 2004, p. 43); Polya, Body Count: Global avoidable mortality since 1950 (‘La conta dei corpi: mortalità globale evitabile a partire 1950’) (Melbourne: La Trobe, 2007)]

La sponsorizzazione di Saddam Hussein da parte dell’Occidente, ora ben documentata, continuò ininterrottamente fino alla vigilia della Guerra del Golfo nel 1991. In tale periodo, i finanziamenti e le tecnologie fornite da U.S.A., Gran Bretagna e Francia, per citare solo le tre potenze maggiori, servirono a sostenere Saddam nel corso della guerra contro l’Iran (1980-88), che uccise 1,7 milioni di persone da entrambe le parti, e della repressione interna, come la campagna genocida di Anfal (1987-89) contro i Curdi, che uccise 100.000 persone, di cui 5.000 con il gas nel villaggio di Halabja nel 1988. Sebbene il Senato statunitense avesse approvato un decreto per imporre sanzioni all’Iraq per le atrocità di Anfal, l’amministrazione Reagan esercitò pressioni sulla Camera dei Rappresentanti affinché lo bloccasse. Nel 1989, un anno dopo gli attacchi, il governo statunitense raddoppiò gli aiuti annuali della Commodity Credit Corporation [N.d.T.: credito per la costituzione e la conservazione delle scorte nel settore agricolo] a Saddam fino a oltre 1 miliardi di dollari statunitensi. Una direttiva della Sicurezza Nazionale declassificata rilasciata dall’allora Presidente Bush Senior nell’ottobre di quell’anno rendeva una priorità l’erogazione di fondi e tecnologie al regime di Saddam, descrivendolo come “il poliziotto dell’Occidente nella regione”. In altre parole, la comunità internazionale, sotto il comando statunitense, fu complice degli atti di genocidio e pulizia etnica di Saddam. [Anthony Burke, “Iraq: Strategy’s Burnt Offering”, (‘Iraq: L’offerta bruciata della strategia’) Global Change, Peace & Security (giugno 2005, Vol 17, No 2) p. 206; Curtis, p. 129]

7. L’olocausto iracheno: Fase 3 – “Il prezzo da pagare”

Infine, naturalmente vi è la portata delle morti risultanti dagli interventi occidentali diretti nel periodo successivo al 1991 fino ad oggi. Secondo uno studio demografico condotto da Beth Daponte, ex membro dell’Ufficio Censimento Paesi Stranieri del Dipartimento del Commercio statunitense, i morti iracheni dovuti alla Guerra del Golfo nel 1991 furono in totale 205.500. Di questi, 148.000 civili furono uccisi come diretta o indiretta conseguenza della guerra, anche a causa degli effetti avversi sulla salute derivanti dalla distruzione delle infrastrutture irachene durante la campagna di bombardamento alleata. [Beth Osborne Daponte, “A Case Study in Estimating Casualties from War and its Aftermath: The 1991 Persian Gulf War” (‘Uno studio di casi per la stima delle vittime della guerra e delle sue ripercussioni: La Guerra del Golfo Persico del 1991’) Physicians for Social Responsibility Quarterly (1993)]

Il 1991 fu anche l’anno in cui gli Alleati imposero, attraverso le Nazioni Unite, gravi sanzioni all’Iraq il cui scopo era impedire a Saddam l’accesso alle armi di distruzione di massa, ma che portarono al rafforzamento del regime mentre privavano fatalmente la popolazione irachena degli articoli essenziali per la sopravvivenza. Perciò, dal 1991 al 2002 sotto il regime di sanzioni ONU di imposizione angloamericana, i dati ONU confermano la morte di 1,7 milioni di civili iracheni, metà dei quali bambini. Di fatto, alcuni funzionari avevano occasionalmente riconosciuto che la popolazione irachena costituiva il bersaglio primario delle sanzioni, un mezzo per continuare a prolungare la guerra contro Saddam. “Gli Iracheni pagheranno il prezzo mentre [Saddam] è al potere”, avvertì Robert Gates, allora consigliere presidenziale per la sicurezza nazionale e attuale Segretario della difesa. [Nafeez Ahmed, Behind the War on Terror: Western Secret Strategy and the Struggle for Iraq (New Society/Clairview, 2003)]

Le argomentazioni secondo cui il regime di sanzioni dell’ONU abbia costituito una forma di genocidio sono state sostenute da molti funzionari dell’ONU che erano direttamente coinvolti nell’amministrazione del regime stesso, come Dennis Halliday, ex segretario generale aggiunto dell’ONU, e Hans von Sponeck, ex coordinatore umanitario ONU in Iraq. In generale, non solo hanno mostrato l’enorme portata in termini numerici di persone che sono morte a causa delle sanzioni, ma hanno anche evidenziato testimonianze dirette dell’intenzionalità occidentale ad alti livelli, fornendo prove del fatto che i funzionari responsabili per le politiche di sanzioni erano pienamente consapevoli dell’impatto che avrebbero avuto in termini di morti tra i civili iracheni. [George E. Bisharat, “Sanctions as Genocide”, (‘Sanzioni come genocidio’) Transnational Law & Contemporary Problems (2001, Vol. 11, No. 2) pp. 379-425; Thomas Nagy, “The Role of ‘Iraq Water Treatment Vulnerabilities’ in Halting One Genocide and Preventing Others”, (‘Il ruolo della ‘vulnerabilità del trattamento delle acque in Iraq’ nell’arrestare un genocidio ed evitarne altri’) Association of Genocide Scholars (University of Minnesota, 12 July 2001)]

8. L’olocausto iracheno: Fase 4 – L’esportazione della democrazia

Dopo di che, abbiamo il bilancio dei morti tra i civili iracheni nella Guerra del Golfo del 2003. Tra i numerosi studi accademici credibili concernenti le morti di civili in Iraq nel periodo di invasione successivo al 2003, il più rigoroso è stato lo studio epidemiologico pubblicato su Lancet, dalla Bloomberg School of Public Health della John Hopkins University, che ha stimato un eccedenza di 655.000 morti di civili Iracheni dovuta alla guerra. Sebbene lo studio abbia impiegato i metodi statistici standard ampiamente utilizzati nella comunità scientifica, i critici hanno sostenuto che il numero dei corpi rinvenuti non corrispondeva alle cifre pubblicate su Lancet, che erano di oltre 5 volte superiori rispetto a quelle del Ministero della Sanità iracheno. Eppure, persino il consigliere scientifico capo del Ministero della Difesa ha descritto i metodi dell’indagine come “prossimi alla best practice” e i suoi risultati “solidi”, consigliando i ministri di non criticare lo studio in pubblico. [Paul Reynolds, “Huge gaps between Iraq death estimates” (‘Enormi divari nelle stime delle morti in Iraq’), BBC News (20 ottobre 2006) http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/middle_east/6045112.stm; Owen Bennett-Jones, “Iraqi deaths survey ‘was robust’” (‘L’indagine sulle morti irachene ‘era solida’’) BBC News (26 marzo 2007) http://news.bbc.co.uk/1/hi/uk_politics/6495753.stm].

Di sicuro le cifre pubblicate su Lancet potevano essere verificate in modo empirico se i giornalisti avessero visitato diverse località a caso in Iraq e rinvenendo localmente segnalazioni di morti 4 o 5 volte superiori. Questo è esattamente ciò che fece in seguito l’agenzia di sondaggi britannica Opinion Business Research (ORB), che ha seguito l’opinione pubblica in Iraq dal 2005. In collaborazione con un’agenzia irachena sul campo, la ORB ha condotto interviste faccia a faccia con un campione rappresentativo a livello nazionale composto da 1.720 adulti di età superiore ai 18 anni. Agli intervistati è stato chiesto il numero di famigliari conviventi morti in conseguenza del conflitto iracheno fin dal 2003. Il sondaggio ORB ha riscontrato che, sin dall’invasione, erano stati assassinati 1,2 milioni di civili iracheni. [Tina Susman, “Poll: Civilian Death Toll in Iraq May Top 1 Million” (‘Sondaggio: il bilancio delle morti civili in Iraq potrebbe superare il milione’), Los Angeles Times (14 settembre 2007)]

Si tratta di cifre sbalorditive, che suggeriscono che sin dal 1991 il bilancio totale dei morti civili in Iraq derivanti dalle invasioni angloamericane, dalla privazione socioeconomica e dall’occupazione, ammonta ad un totale di 3 milioni.

I risultati ORB corrispondono a quelli del team della John Hopkins, il cui set di dati, calcolato per un anno a seguire, secondo esperti indipendenti come il biochimico australiano Dr. Gideon Polya, conferma almeno un milione di morti iracheni dopo il 2003 a causa della guerra.

9. Conclusioni

L’”olocausto nascosto della storia” quindi continua tuttora. Esso sgorga direttamente dalla struttura politica ed economica ingiusta del sistema globale, e si intensifica contro popolazioni target nel corso dei tentativi da parte del sistema di espandere e consolidare i propri interessi ed attività, per eliminare la resistenza al proprio controllo.

Con la mano sul cuore, prima di dimettersi, Tony Blair ha raccontato al mondo che lui “credeva” che ciò che stava facendo in Iraq fosse “giusto”. Non ci sono dubbi: anche Hitler lo credeva a riguardo delle sue campagne di sterminio in Europa.

Possiamo ben credere che ciò che i centri angloamericani del potere imperialista stanno facendo in Iraq sia giusto. Tuttavia, la verità è che alcuni dei peggiori crimini della storia sono stati commessi da persone che credevano veramente che ciò che stavano facendo fosse giusto. Se ci rimane una qualche sembianza di umanità mentre ce ne stiamo a fissare pateticamente, immobili, la portata dell’orrore prodotto dai nostri governi, allora il nostro compito più urgente deve essere scoprire perché il nostro sistema globale, durante la propria espansione non solo all’epoca della tradizionale “colonizzazione” moderna, ma ancor più nell’epoca della “globalizzazione” post-moderna, generi sistematicamente violenza genocida contro centinaia di milioni di persone in tutto il Sud; e sistematicamente trovi modi per legittimare tale violenza come normale, funzionale, necessaria… affinché noi possiamo vivere, respirare e prosperare.

Titolo originale: “The Hidden Holocaust–Our Civilizational Crisis PART 2: EXPORTING DEMOCRACY”

Fonte: http://nafeez.blogspot.com/
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03.12.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ORIANA BONAN

VEDI ANCHE: L’OLOCAUSTO NASCOSTO – LA NOSTRA CRISI DI CIVILITA’ (PARTE I)

Pubblicato da Das schloss

  • Lif-EuroHolocaust

    Ci sono due cose che sono assolutamente corrette in questo secondo articolo di NMA: 1) alcuni orrendi crimini vengono eseguiti, da alcuni, in assoluta buona fede. 2) Il processo che denuncia l’autore è un unico progetto in espansione. Detto questo, il resto è nell’ottica (ovviamente) della stessa impostazione errata di quanto scritto prima.

    Lo sfondo ideologico dell’autore è quello della denuncia di un colonialismo/sfruttamento razzista di alcune nazioni “bianche” contro il resto del mondo o almeno una sua parte. Ma questa è una idea vecchia e pericolosa, che impedisce di evidenziare il portato reale di quel processo citato sopra.

    (1): “olocausto africano” nel XX secolo? Secondo i dati ONU, la popolazione africana era di poco più di 100 milioni di abitanti all’inizio del XX secolo. Nel 1950 era raddoppiata. Nel 2000 era di oltre 700 milioni. Un “olocausto”? Un “genocidio”? Certo, un aumento importante di popolazione può correre parallelo a massacri e povertà devastanti, ma il concetto di GENOCIDIO è legato a scomparsa etnico-culturale di una popolazione. Dov’è la scomparsa? Un massacro, anche di proporzioni immane, se non causa scomparsa di un popolo o di una cultura può essere genocidio? Naturalmente si può anche giocare sul termine “olocausto” ed evitare di parlare di genocidio, ma i continui riferimenti agli ebrei e al nazismo indicano che l’autore afferma una equivalenza tra i due termini. Sbagliando, appunto, ad usarli.(2)Nonostante l’autore affermi che si tratta di un processo in espansione, è abbastanza evidente che non ne vuole trarre le conseguenze necessarie. Essendo un bengalese di fede maomettana, si limita ad usare esempi a lui vicini o facilmente spendibili data la cronaca attuale. Se fosse onesto fino in fondo, citerebbe anche l’area indo-pachistana (che nomina nel precedente articolo, ma senza andare oltre l’esempio lì fornito), citerebbe l’immigrazione di massa (sia quella verso l’Europa, sia quella verso il Nord America, sia quella verso altre aree) e citerebbe l’area balcanica. Non lo fa, perchè farlo significherebbe riconoscere che il processo che lui denuncia non è frutto di “alcune nazioni bianche contro il resto del mondo”, ma la volontà di “nutrite élites di varie aree mondiali contro i popoli del mondo”. Ma farlo significherebbe anche togliersi di dosso certe pregiudizi.(3)I pregiudizi dell’autore, però, nascondono anche dell’altro, involontariamente. Se il processo è sostenuto da alcuni in buona fede, altrettanto la sua critica, ma non cambia che, in entrambi i casi, si nasconda una verità evidente. La globalizzazione non è solo la guerra in Iraq o eventuali ruberie contro gli africani, ma è questo + la pseudo-rivoluzione arancione nei Paesi dell’Est + il progetto d’Unione Nordamericana + l’Unione Europea + l’ONU + l’immigrazione di massa + l’ideologia immigrazionista + la distruzione etno-culturale dei popoli (a partire da quelli europei, che si sia d’accordo o meno) + la nuova guerra fredda contro la Russia, ecc. Non mettere in discussione tutto questo può portare solo ad una cosa: contrapporsi ad alcuni governi, ma non al progetto in sè. Che finirebbe solo per assumere altre forme (cosa che peraltro è già oggi vera, a seconda delle differenti aree geopolitiche).

  • giovannig

    Analisi lucida e condivisibile. ma non risponde alla domanda cruciale che sgorga dopo aver letto il tuo approfondito commento: chi c’è dietro il progetto distruttivo delle identità etno.culturali europee?

  • Lif-EuroHolocaust
    La risposta sarà un po’ lunga. Identificare “un” colpevole non è detto che abbia senso. Parlando di processi che interessano allo stesso tempo economia, politica internazionale e politiche nazionali, identità culturali e religiose ed etniche, il tutto riportato sull’intero globo e non solo in un’area geopolitica, allora abbiamo a che fare con qualcosa che, indipendentemente da volontà singole, finisce per caratterizzarsi in maniera complessa, quindi non schematizzabile in modo semplice (a partire, appunto, dal colpevole). Personalmente credo che si debba più guardare a “cio che avviene” e a “come avviene”, che non a “responsabili”. Il che significa che, piuttosto che indicare in modo netto dei partiti, dei movimenti, delle lobbies o altro, sarebbe meglio prima fare un discrimine tra certe scelte politiche e culturali e altre.
    Esempio italiano: la svendita industriale italiana, il degrado del tessuto imprenditoriale nazionale, il degrado morale e culturale sono imputabili alle sinistre o alle destre o ai centri passati o attuali? Sappiamo benissimo che i colpevoli appartengono a tutti i campi possibili, anche comprendendo quelli non-politici. A seconda dei momenti, una parte ha causato un certo danno, un’altra un altro danno in altro periodo, ecc. Non significa fare di tutta l’erba un fascio, ma riconoscere la realtà, ossia che processi deleteri hanno interessato, purtroppo, ampie porzioni delle varie élites. Si perderebbe troppo tempo, però, a indicare chi, quando sarebbe meglio accusare il processo e spingere perchè i “meno-colpevoli” abbiano più appoggio (contro tale processo). Chi non ha svenduto, chi si è opposto, chi ha o aveva indicato altre soluzioni, ecc., al di là di simpatie politiche o culturali, dovrebbe essere riconosciuto come tale e quindi rispettato (invece di perdere tempo nell’anti-berlusconismo o nell’anticomunismo o nell’antifascismo o nell’anticlericalismo o nell’antiateismo). Non voglio dire che non ci saranno singoli personaggi o singoli gruppi che dovranno essere accusati di questo o quest’altro, ma che il fare fronte contro il processo di dissoluzione identitaria (che è dissoluzione anche delle reali libertà dei popoli e, quindi, degli individui) dovrebbe essere al di là di vecchi schemi, al di là di adesioni totalizzanti a fedi politiche o religiose o a simpatie per questo o quel governo.
    Neanche voglio dire che il tutto avverrà senza “vittime”: certe forme ideologiche, certe forme di pensiero non si potranno salvare o dovranno essere riviste profondamente, ma per il semplice fatto che alcune sono parte del processo di dissoluzione.
    Tirando le somme sinteticamente: posso provare a citare tre realtà che ritengo siano indiscutibilmente colpevoli.

    1) Il governo USA, soprattutto negli ultimi 15 anni (essendosi sommate alle vecchie nequizie, anche il progetto Nordamericano, l’ideologia neo-con e l’immigrazionismo di massa. Il tutto col risultato duplice di creare nuovi conflitti nel mondo, impoverire alcune regioni estere, impoverire la classe media statunitense e sviluppare un sistema repressivo più ampio, subdolamente sostenuto).

    2) L’Unione Europea (essendosi posta solo come vassallo dei governi statunitensi -con tutto quel che ne è conseguito nella politica internazionale- e non avendo mostrato nè un interesse per il bene delle popolazioni autoctone europee, nè per le loro libertà).

    3) L’ideologia individualistica (indicando con essa la somma risultante di vari elementi che vanno dai diritti umani al rapporto col lavoro dei protestanti e all’hybris tecnocratica, essendo questa commistione e le sue risultanti ciò che hanno indebolito il senso comunitario e identitario, spostando l’attenzione dalla realtà del rapporto concreto tra singoli e luoghi a quella di desideri mutevoli, spesso eterodiretti).

    Non intendo indicare altri colpevoli, un po’ perchè non li considero negativamente quanto quelli citati o perchè andrebbero analizzati più dettagliatamente, un po’ perchè non attuali quanto quelli. I tre citati in comune hanno modalità di vita privilegianti il singolo, senza rapporto con culture tradizionali autoctone e con i loro valori. Ponendo l’accento solo su presunte capacità individuali disgiunte da qualunque altra considerazione, si afferma una falsa libertà che in realtà nasconde il dominio di alcuni gruppi élitari e ciò che ad essi necessita per il proseguimento dello stesso dominio. Spezzare tale meccanismo, riportando al centro il rapporto tradizionale tra individui e luoghi, significa togliere potere alle élites globaliste e poterlo ridare alle comunità.