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L'OLOCAUSTO NASCOSTO – LA NOSTRA CRISI DI CIVILITA' (PARTE III)

DI NAFEEZ MOSADDEQ AHMED

Parte III : la fine del mondo come lo conosciamo?

Oggi, entriamo in un nuovo anno che ci porta ancora un po’ più vicino all’imminente convergenza di crisi globali – ecologica, energetica ed economica – che minacciano non solo la fine della nostra specie, ma la fine di tutte le specie sulla Terra.

Nei precedenti post di questa serie, abbiamo proposto un resoconto di come il sistema mondiale moderno abbia avuto origine e si sia evoluto attraverso un lungo e costante processo storico di violenza militare ed economica, violenza che continua oggi nelle atrocità imperialiste commesse da una parte all’altra delle varie periferie strategiche in Medio Oriente, Asia Centrale e Africa nord-occidentale.

Questo sistema globale ha un enorme impatto distruttivo sulla vita umana. Privo della capacità di riconoscere e attuare valori etici, è spinto puramente dagli imperativi di profitto, efficienza, crescita e monopolio. Di conseguenza, non è distruttivo solamente rispetto alla vita umana; è distruttivo rispetto a tutte le forme di vita, la natura, e persino se stesso.Attualmente esso sta generando, in tutto il mondo, crisi multiple, che nei prossimi 10-15 anni minacciano di convergere in un modo inimmaginabile e senza precedenti, a meno che non si prendano drastici provvedimenti già ora.

Possiamo classificare a grandi linee tali crisi secondo quattro temi chiave:

Catastrofe climatica

Picco di Hubbert (punto di massima produzione del petrolio)

Carestia

Instabilità economica

Li riassumiamo di seguito.

1. Catastrofe climatica

La civiltà industriale ricava tutta la propria energia bruciando combustibili fossili e pompando anidride carbonica nell’atmosfera. Le emissioni di CO2 da parte delle industrie che trainano le nostre economie e le nostre società, e che sostengono le nostre infrastrutture, sono il motore principale del riscaldamento globale negli ultimi decenni. Ciò non significa che il cambiamento climatico sia interamente dovuto alla CO2 provocata dall’uomo. Gli scienziati sanno che vi sono numerosi altri fattori coinvolti nel cambiamento climatico, come l’attività solare, nonché modifiche periodiche nell’orbita della Terra. Tuttavia essi hanno irrefrenabilmente confermato che questi non costituiscono i fattori primari che stanno attualmente provocando il riscaldamento globale. Il fattore primario è costituito dalle emissioni di CO2 provocate dalle attività umane.

Le origini del cambiamento climatico non sono più una questione di serio dibattito scientifico. All’inizio del 2007, il Comitato intergovernativo sul mutamento climatico dell’ONU (IPCC) ha riferito le scoperte di uno studio triennale il cui scopo era delineare una proiezione dell’aumento delle temperature a causa del riscaldamento globale. Lo studio è stato compiuto da 600 scienziati provenienti da 40 Paesi e riesaminato da altri 600 colleghi meteorologi. Il documento ha confermato che il riscaldamento globale provocato dall’uomo si sta verificando “inequivocabilmente”, e che la probabilità che il cambiamento del clima sia dovuto alle emissioni umane di CO2 supera il 90%.

Di certo, l’anno scorso alcuni scienziati esperti di clima hanno pubblicato nella prestigiosa rivista Nature i risultati delle ultime ricerche sulla relazione tra sole e cambiamento climatico. Il Times di Londra ha presentato lo studio come segue:

Gli scienziati hanno esaminato diversi indicatori (proxy) della produzione di energia solare durante gli ultimi 1000 anni e non hanno trovato prova alcuna per cui essa possa essere correlata alle temperature in aumento oggi. Anche le osservazioni satellitari condotte durante gli ultimi 30 anni non hanno portato a nulla. ‘Il contributo solare al riscaldamento… è trascurabile’, scrivono i ricercatori nella rivista Nature.“[1]

Quindi cos’è esattamente probabile accada al clima ai tassi attuali di emissione? Secondo la prima relazione IPCC dell’anno scorso, entro il 2100 la temperatura media globale potrebbe elevarsi di 6,4°C, portando a drastiche alterazioni ecologiche che renderebbero impossibile la vita sulla maggior parte della Terra. Questo è ciò che si suppone accada al raggiungimento dei 6°C: “La vita sulla Terra termina con tempeste apocalittiche, alluvioni, acido solfidrico in forma gassosa e palle di fuoco di metano che corrono per il globo con la potenza di bombe atomiche; solo i funghi sopravvivono”. [2]

Una quantità sempre maggiore di prove suggerisce che le proiezioni IPCC siano estremamente prudenziali, e che la crisi climatica stia rapidamente divenendo incontrollabile. Secondo il Dr. David Wasdell, esperto di clima e recensore accreditato della Relazione IPCC, la redazione finale è stata snaturata dai funzionari governativi occidentali prima della pubblicazione, per far sì che i risultati apparissero meno catastrofici. Il Dr. Wasdell ha raccontato a New Scientist (8 marzo 2007) che le prime bozze della Relazione preparata dagli scienziati nell’aprile 2006 contenevano “molti riferimenti alla possibilità che il clima cambi più velocemente del previsto a causa dei ‘feedback positivi’ nel sistema climatico. La maggior parte di tali riferimenti non compariva nella versione finale.”[3]

La successiva Relazione IPCC, che è stata pubblicata nel novembre 2007 e che distilla la ricerca di 2.500 scienziati esperti di clima, tuttavia, non fa che confermare che la proiezione originale era troppo ottimista. Per evitare di riscaldare il globo del minimo possibile – un valore medio di 3,6 gradi Fahrenheit – è assolutamente necessario che la vertiginosa crescita mondiale delle emissioni di gas serra termini non oltre il 2015, e scenda rapidamente dopo tale picco. Secondo le stime, l’anidride carbonica e altri gas che inquinano l’atmosfera devono essere ridotti del 50-85% entro il 2050. Ma persino questo intervento è troppo tardivo. “Potremmo aver già mancato il bersaglio”, ha detto David Karoly, membro del nucleo che ha redatto la Relazione. E, in un’intervista da Valencia, ha aggiunto che le emissioni attuali si stanno già avvicinando alla soglia richiesta per il 2015.

Ma i governi occidentali sono a conoscenza di questo pericolo da anni. Alla conferenza governativa della Gran Bretagna nel 2005, “Avoiding Dangerous Climate Change” [evitare il pericoloso cambiamento del clima n.d.t.] presso il Met Office a Exeter, gli scienziati hanno riferito di un emergente consenso sul fatto che il riscaldamento globale si debba rimanere “al di sotto di una crescita media di due gradi centigradi se si vuole evitare la catastrofe”, il che significa assicurare che l’anidride carbonica nell’atmosfera stia al di sotto di 400 parti per milione. Oltre questo livello, il pericoloso e incontrollato cambiamento climatico è probabilmente irreversibile. [4]

Circa due settimane dopo gli avvertimenti su tale soglia minima presso la conferenza governativa, l’Independent ha commissionato un’indagine a Keith Shine, Presidente del Dipartimento di meteorologia alla University of Reading. Utilizzando le più recenti cifre disponibili (per il 2004), il Professor Shine ha calcolato che “la concentrazione equivalente di CO2, passata largamente inosservata nelle comunità scientifica e politica, si è ora elevata oltre questa soglia”. Tendendo conto degli effetti di metano e ossido nitroso, egli ha riscontrato che la concentrazione equivalente di C02 è ora di 425ppm e in rapido aumento, il che assicura l’aumento di 2 gradi della temperatura media globale. Di conseguenza, alcuni dei più gravi effetti previsti del riscaldamento globale, quali la distruzione di ecosistemi e l’aumento di carestia e siccità per miliardi di persone nel Sud, potrebbe essere decisamente inevitabile. Alla domanda sulle implicazioni, Tom Burke, ex consulente ambientale governativo, ha risposto all’Independent:

Il superamento di questa soglia è della massima importanza. Significa che siamo davvero entrati in una nuova era — l’era del cambiamento climatico pericoloso. Abbiamo superato il punto in cui possiamo essere sicuri che rimanere sotto i 2 gradi di aumento costituisca la soglia del pericolo. Questo fatto ci dice che abbiamo già raggiunto il punto in cui i nostri figli non possono più fare affidamento su un clima sicuro“. [5]

Secondo il Centro nazionale di ricerca atmosferica statunitense (NCAR) la percentuale di territorio emerso della Terra colpito da grave siccità è più che raddoppiato tra gli anni Settanta e l’inizio degli anni Duemila, da circa 10-15% a oltre il 30%, in gran parte a causa dell’aumento delle temperature. In gran parte di Europa e Asia, Canada, Africa occidentale e meridionale, e Australia orientale si è verificato un esteso inaridimento. [Comunicato Stampa NCAR, “Drought’s Growing Reach” [‘Portata crescente della siccità’ n.d.t.] (Boulder, Co: National Center for Atmospheric Research, 10 gennaio 2005]

Il riscaldamento globale non sta solamente sciogliendo l’Artico, ma anche i ghiacciai che alimentano i più grandi fiumi dell’Asia — il Gange, l’Indo, il Mekong, lo Yangtze e il Fiume Giallo. Poiché i ghiacciai sono sistemi di immagazzinamento naturale, che rilasciano acqua durante i caldi periodi aridi, la riduzione delle calotte glaciali potrebbe aggravare gli squilibri idrici, causando inondazioni, quando lo scioglimento accelera, seguite da una riduzione della portata fluviale. Questo problema dista solo decenni, forse persino anni, e il risultato sarà che centinaia di milioni di Africani e decine di milioni di Latino-americani che ora dispongono di acqua ne saranno carenti, più che probabilmente in meno di 20 anni. Entro il 2050, oltre un miliardo di persone in Asia potrebbero trovarsi ad affrontare la siccità, ed entro il 2080 la mancanza d’acqua potrebbe minacciare da 1,1 a 3,2 miliardi di persone. Secondo alcuni modelli climatici l’Africa sub-sahariana si inaridirà entro il 2050. [6]

2. Picco di Hubbert

Vi è anche un’altra crisi emergente, che è pure connessa alla nostra assuefazione al bruciare combustibili fossili. Si tratta della crisi energetica. Oggi, naturalmente, la principale fonte di energia è costituita dal petrolio tradizionale. Qui nel Regno Unito, da cui scrivo, il 90% dell’energia proviene da petrolio, gas e carbone tradizionali, ma principalmente dal petrolio. Senza questi rifornimenti energetici, la vita civilizzata nel Regno Unito semplicemente collasserebbe. I trasporti, l’agricoltura, la medicina moderna, la difesa nazionale, la distribuzione dell’acqua e persino la produzione delle tecnologie più elementari sarebbero impossibili. Questa formula vale oltre i nostri confini, in tutta la civiltà industriale occidentale.

Le regole di base per la scoperta, la valutazione e la produzione delle riserve petrolifere furono per la prima volta esposte dal geofisico di fama mondiale Dr. M. King Hubbert. Hubbert fece notare che poiché il petrolio è una risorsa finita, la sua produzione deve inevitabilmente attraversare tre fasi chiave:

la produzione inizia a zero.

la produzione aumenta fino a raggiungere un picco che non può essere superato. Tale picco tende a verificarsi in corrispondenza o in prossimità del punto in cui il 50% delle riserve petrolifere totali è stato svuotato.

successivamente a tale picco, la produzione diminuisce ad un tasso crescente fino a quando, infine, si sarà dato fondo alla risorsa.

Uno dei più autorevoli studi finora condotti sul Picco di Hubbert e la sua tempistica è quello di Colin Campbell e Jean Laherrere, massimi esperti dell’industria petrolifera, per conto di Petroconsultants di Ginevra. La banca dati di Petroconsultants, impiegata da tutte le compagnie petrolifere internazionali, è la più esauriente per i dati sulle risorse petrolifere al di fuori del Nord America ed è considerata talmente significativa da non essere di dominio pubblico. Campbell e Laherrere sono giunti alla conclusione, nella loro relazione il cui prezzo è di $32.000 alla copia e che è stata scritta per gli addetti ai lavori nei governi e nelle aziende, che “il punto mediano della produzione finale del petrolio convenzionale sarebbe raggiunto entro l’anno 2000 e che il declino comincerebbe presto”. Essi hanno anche fatto una proiezione secondo cui “la produzione successiva al picco si dimezzerebbe all’incirca ogni 25 anni, con una diminuzione esponenziale del 2,5-2,9% all’anno”. [7]


[La curva della produzione di petrolio e gas: le previsioni indicano un picco proprio in questi anni (cliccare per ingrandire)]

Secondo l’Istituto per la sostenibilità e le politiche tecnologiche (Institute for Sustainability and Technology Policy) della Murdoch University, questa conclusione è probabilmente la più accurata, basata com’è sui dati relativi alle prestazioni di migliaia di giacimenti petroliferi in 65 Paesi, e comprendente informazioni su “virtualmente tutte le scoperte, sulla storia di produzione per Paese, giacimento, e società nonché dettagli chiave di indagini geologiche e geofisiche”. Grazie all’accesso senza precedenti a tali informazioni, Campbell e Laherrere, diversamente da altri commentatori dell’industria petrolifera, sono in “una posizione unica per sentire il polso dell’industria del petrolio, nel passato e nel futuro. La loro relazione presta un’attenzione rigorosa alle definizioni e alla validità delle interpretazioni delle statistiche”. Una recensione della ricerca redatta dai geologi di alto livello nella rivista settoriale Petroleum Review ha indicato, a parte disaccordi minimi sulla portata delle risorse rimanenti, “una generale accettazione della sostanza delle loro argomentazioni; che la gran parte delle scoperte restanti sarà in giacimenti sempre più piccoli entro province stabilite”. [8]

La rapida ascesa dei prezzi del petrolio e i resoconti sempre più numerosi sulla diminuzione della produzione petrolifera corroborano la conclusione che il picco si sia già verificato, o che si verificherà, ben prima dell’alba del XXI secolo. La Petroleum Review di Londra ha pubblicato uno studio verso la fine del 2004 concludendo che in Indonesia, Gabon, e quindici altre nazioni ricche di petrolio che forniscono circa il 30% del greggio giornaliero del mondo, la produzione di petrolio sta diminuendo del 5% all’anno – il doppio del tasso di diminuzione annuale precedente la relazione. Chris Skrebowski, redattore della Review ed ex analista della British Petroleum, ha evidenziato che: “I produttori che ancora dispongono di un potenziale di espansione si trovano a dover lavorare sempre più duramente solo per compensare le perdite accelerate del gran numero di coloro che hanno evidentemente raggiunto il picco e sono ora in permanente declino. Sebbene sia largamente non riconosciuto, [lo svuotamento] potrebbe essere uno degli elementi che oggi contribuiscono all’aumento dei prezzi del petrolio”. [9] E infatti, Chris Skrebowski ha riferito all’inizio del 2005 che la produzione nelle riserve di petrolio convenzionale sta già diminuendo del 4-6% all’anno in tutto il mondo, compresi 18 paesi grandi produttori, e 32 minori. Ci si aspetta che Danimarca, Malesia, Brunei, Cina, Messico e India raggiungano il picco nei prossimi anni.[10]

Secondo una relazione ufficiale pubblicata da British Petroleum alla fine dell’anno scorso, ci restano circa 30 anni prima di raggiungere il picco. Questa è considerata una stima “ottimistica”. A parte il fatto che difficilmente la si può considerare una buona notizia, si tratta di un’affermazione politica da parte di un’industria petrolifera che combatte per sostenere la propria credibilità mentre l’Età del Petrolio si approssima alla fine. Secondo Colin Campbell, egli stesso ex geologo di alto livello alla BP, i dati mostrano che ci restano meno di 4 anni; e nel frattempo, l’ex consigliere governativo statunitense per l’energia Matt Simmons sostiene che molto probabilmente abbiamo raggiunto il picco anni fa, ma non lo sapremo con certezza fino a quando non cominceremo a sentirne il “morso”, entro qualche anno.

3. Carestia

La convergenza di queste due crisi globali – cambiamento climatico e picco di Hubbert – minaccia di mettere a repentaglio la sicurezza alimentare nei prossimi anni. Gli effetti di questo fenomeno sono già percepibili.

Al Festival della Scienza della British Association tenutosi a Dublino nel Settembre 2005, scienziati statunitensi e britannici che lavorano presso l’Hadley Centre hanno descritto come i movimenti dei modelli pluviali e delle temperature dovuti al riscaldamento globale potrebbero portare a ulteriori 50 milioni di persone affamate secondo stime prudenziali. “Se accettiamo che oltre 500 milioni di persone siano a rischio oggi, ci aspettiamo che il numero aumenti di circa il 10% entro la metà di questo secolo.”[11]

Dopodiché, verso la fine del 2006, uno studio dell’Hadley Centre del Met Office finanziato dal Dipartimento per l’ambiente l’alimentazione e le questioni rurali della Gran Bretagna, ha predetto che se il riscaldamento globale continua, la siccità che già minaccia le vite di milioni di persone si diffonderà su metà delle terre emerse del pianeta entro 2100, e che un terzo della Terra sarà interessato da livelli estremi di siccità tali da rendere impossibile l’agricoltura. Tale siccità su scala mondiale metterà a repentaglio la capacità di produrre cibo, la capacità di avere un sistema igienico sicuro e la disponibilità d’acqua, spingendo nel baratro milioni di persone che già combattono con condizioni di gravissima privazione. [12]

La triste verità è che stiamo già forzando il limite sulla produzione alimentare mondiale all’interno delle strutture esistenti della moderna agricoltura industriale. Secondo le nuove mappe pubblicate nel dicembre del 2005 dal il Dr. Navin Ramankutty, scienziato del Centro per la Sostenibilità e l’Ambiente Globale (SAGE) dell’Università del Wisconsin-Madison, “ad eccezione di America Latina e Africa, tutti i terreni coltivabili del mondo sono già coltivati. Gli altri luoghi sono o troppo freddi o troppo asciutti per l’agricoltura”. Le mappe quindi mostrano che la Terra sta “rapidamente esaurendo il suolo fertile” e che “la produzione alimentare presto non sarà più in grado di tenere il passo con la crescita demografica globale”.

La produzione alimentare mondiale ha probabilmente raggiunto il picco poco dopo il volgere del millennio. Lester Brown, ex consulente per le politiche agricole internazionali del governo degli U.S.A., che poi ha fondato il World Watch Institute e l’Earth Policy Institute, ha riferito che fin dal 2000 il consumo mondiale di grano ha superato la produzione, tanto che il 2003 ha visto un deficit di 105 milioni di tonnellate. Su tale base, Brown predice un deficit globale di grano entro pochi anni. Nel 2003 egli ha evidenziato che “i raccolti di grano nel mondo sono diminuiti per quattro anni consecutivi e le scorte mondiali di grano sono al livello più basso degli ultimi 30 anni”. Ciò spiega in parte perché i prezzi mondiali del grano sono in continuo aumento.

Tutto ciò non ha a che fare con la popolazione, ma piuttosto con i metodi della moderna agricoltura intensiva praticati dall’industria alimentare delle multinazionali, che sono semplicemente insostenibili. Il geologo strutturale statunitense Dave Allen Pfeiffer ha fatto notare che ci vogliono 500 anni per sostituire 1 pollice di terreno vegetale, ma nel suolo reso sensibile dalla agricoltura moderna l’erosione sta riducendo la produttività di fino al 65% all’anno. Le ex praterie, che rappresentano il granaio degli Stati Uniti, hanno perso metà del loro strato attivo dopo essere state coltivate per circa 100 anni. Tale terreno sta subendo un’erosione 30 volte più veloce del normale tasso di formazione. Ogni anno, l’erosione del suolo e l’impoverimento minerale rimuovono dai terreni agricoli statunitensi sostanze fertilizzanti per un valore di circa 20 miliardi di dollari. Ogni anno, negli U.S.A., oltre 2 milioni di acri di terre coltivate vanno perduti per opera di erosione, salinizzazione e soprasaturazione idrica.

Già ora le popolazioni del Sud stanno patendo a causa della triste realtà di queste crisi. Verso la fine dello scorso anno, il Guardian ha riferito quanto segue:

Scaffali vuoti a Caracas. Rivolte per il cibo nel Bengala Occidentale e in Messico. Avvisaglie di carestia in Giamaica, Nepal, nelle Filippine e nell’Africa Sud-sahariana. L’aumento dei prezzi per gli alimenti di base sta cominciando a creare instabilità politica, con i governi costretti ad intervenire per controllare artificialmente il costo di pane, mais, riso e prodotti caseari. Prezzi mondiali record per la maggior parte dei cibi base hanno portato ad un’inflazione dei prezzi alimentari del 18% in Cina, 13% in Indonesia e Pakistan, e 10% o più in America Latina, Russia e India, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO). Secondo l’ONU, il prezzo del frumento è raddoppiato, il mais costa quasi il 50% in più dell’anno scorso e il riso è più costoso del 20%. Ci si aspetta che la prossima settimana la FAO dica che le riserve alimentari mondiali sono al minimo degli ultimi 25 anni e che i prezzi rimarranno alti per anni“. [13]

Nel contesto del picco del petrolio, il picco alimentare risulterà esacerbato oltre ogni possibile proporzione. La moderna agricoltura intensiva che produce la maggior parte del nostro cibo è industrializzata, meccanizzata. Ha bisogno di petrolio. Senza petrolio, l’agricoltura moderna muore, e con essa la nostra capacità di produzione alimentare massificata.

4. Meltdown economico

Secondo il Programma Sviluppo delle Nazioni Unite, tra il 1960 e il 1989 il divario tra le nazioni ricche e le nazioni povere è raddoppiato. Le ricompense della globalizzazione, sempre più, “si diffondono in modo diseguale e iniquo: concentrando potere e ricchezza in un selezionato gruppo di persone, nazioni e società per azioni, e marginalizzando le altre”.

Successive relazioni del Programma Sviluppo ONU ci forniscono gli ampi contorni del modo in cui il sistema infligge una prolungata morte-per-privazione alla maggioranza della popolazione del mondo. Dei 4 miliardi di persone che vivono nei Paesi in via di sviluppo, quasi un terzo – approssimativamente 1,3 miliardi di persone – non ha accesso ad acqua potabile pulita. Un quinto dei bambini nel mondo riceve un apporto insufficiente di calorie e proteine. Circa 2 miliardi di persone – un terzo della razza umana – soffre di anemia. 2,4 miliardi di persone non hanno accesso a misure sanitarie adeguate. Ogni anno muoiono di fame 30 milioni di persone, che per metà, secondo le stime dell’UNICEF, sono bambini. Oltre 840 milioni di persone soffrono di denutrizione cronica, quasi un sesto della popolazione. Tre miliardi di persone – ovvero metà della popolazione mondiale – sono costretti a sopravvivere con meno di due dollari al giorno. Di certo, come Ignacio Ramonet ha scritto diversi anni fa in un famoso editoriale per Le Monde, dei 6 miliardi di persone al mondo, solo 500 milioni vivono nell’agiatezza, ovvero circa un dodicesimo della popolazione mondiale. Questo lascia 5,5 miliardi di persone, una cifra enorme, a vivere nell’indigenza: oltre cinque sesti della popolazione.

Secondo l’UNICEF, 30.000 bambini muoiono ogni giorno a causa della povertà. E “muoiono in silenzio in alcuni dei più poveri villaggi sulla terra, lontani dallo sguardo e dalla coscienza del mondo. Il loro essere docili e deboli in vita rende queste moltitudini morenti ancor più invisibili nella morte”. Si tratta di circa 210.000 bambini alla settimana, o poco meno di 11 milioni di bambini di età inferiore ai cinque anni all’anno. [14]

E che dire della globalizzazione neoliberista? Le politiche promosse dalle istituzioni finanziare internazionali che governano il sistema capitalista mondiale hanno alleviato oppure esacerbato queste spregevoli tendenze? Grazie al Centro per la Ricerca Economica e Politica (Center for Economic and Policy Research, CEPR) a Washington DC, ora disponiamo di alcuni dati economici seri dai quali trarre una risposta plausibile a queste domande. Usando dati del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, il CEPR ha condotto uno studio completo sulla crescita economica e su altri indicatori nel periodo compreso tra il 1980 e il 2005. I risultati sono scioccanti. In tale periodo, largamente considerato l’età dell’oro della globalizzazione neoliberale, la stragrande maggioranza delle economie del mondo è stata sistematicamente ritardata. Mark Weisbrot et. al. sostiene che in riferimento alla crescita economica e a quasi tutti gli altri indicatori, questi 25 anni hanno manifestato un declino progressivo empiricamente incontrovertibile a confronto con i due decenni precedenti [1960 – 1980], in termini di crescita, aspettativa di vita, mortalità infantile e istruzione. [15]

Ma il sistema economico globale non è solo intrinsecamente ingiusto e iniquo. È anche intrinsecamente instabile, con una tendenza a generare crisi periodiche e, come mostrato dagli eventi degli ultimi mesi, è sempre più vulnerabile al collasso. Le istituzioni finanziarie, gli investitori azionari e persino gli economisti mainstream sono stati consapevoli dei pericoli per diversi anni prima della recente crisi eruttata dalle profondità degli abissi del mercato immobiliare. Nel marzo 2006, una relazione FMI senza precedenti “Safeguarding Financial Stability” (‘A tutela della stabilità finanziaria’) ha criticato le strategie gemelle di deregolamentazione e liberalizzazione – le due politiche a fondamento dell’economia globale – in quanto “potenziali di fragilità, instabilità, rischio sistemico e conseguenze economiche avverse”. La deregolamentazione ha fatto sì che “i sistemi finanziari nazionali divenissero sempre più vulnerabili a un aumentato rischio sistemico e ad un crescente numero di crisi finanziarie”. [16]

A metà del 2006, Stephen Roach, chief-economist per la Morgan Stanley, ha avvertito che il mondo “ha fatto poco per prepararsi a quella che potrebbe ben essere la prossima crisi”. Circa un mese prima, Roach aveva già segnalato che una crisi finanziaria di grande portata sembrava imminente e che le istituzioni globali che potevano prevenirla, compreso il FMI, la Banca mondiale e altri meccanismi dell’architettura finanziaria internazionale, erano completamente inadeguate.[17]

Si consideri, ad esempio, anche il preveggente analista della UC Berkeley, l’economista professor Brad DeLong, che nel marzo 2007 ha sostenuto che una recessione economica globale era in moto principalmente a causa di tre fattori:

“1) Una Federal Reserve che si trova con meno credibilità nella lotta all’inflazione di quanto non credesse; 2) la pressione verso l’alto sull’inflazione dovuta all’aumento dei prezzi dell’energia e, forse, delle importazioni; e 3) milioni di proprietari di case della classe media che troppo a lungo hanno trattato i propri immobili come giganti sportelli bancomat, utilizzando prestiti ipotecari e rifinanziamenti per generare liquidità extra”.

La crisi, fa notare, non è affatto garantita. Ma un fondamentale elemento scatenante potrebbe essere rappresentato dal mercato immobiliare con l’uso senza precedenti di prestiti sulla casa per ottenere contanti spremendo il proprio patrimonio, cosa che ha permesso ai consumatori della classe media di spendere ben oltre i propri mezzi.

“Un giorno o l’altro queste spese folli dovranno pur finire. Se finiscono improvvisamente, in un momento in cui la Federal Reserve abbia aumentato un po’ troppo i tassi di interesse, allora avremo la nostra recessione… Non ci si sbagli in proposito: l’economia statunitense è vicina all’orlo del baratro… Cosa si può fare per arrestare il pericolo? Sfortunatamente, molto poco. I trucchi macroeconomici nel cappello del mago sono esauriti“. [18]

Ancor peggiore, nel luglio del 2006, è giunto un altro avvertimento di alto livello. Il Dr. David Martin, ex professore all’Università della Virginia e CEO fondatore della M-CAM (istituto finanziario che è leader internazionale nella gestione del rischio finanziario basato sulla proprietà intellettuale) ha fatto un discorso presso l’Arlington Institute, un futuribile laboratorio di idee con sede a Washington costituito dall’ex funzionario del Dipartimento della Difesa U.S.A. John Peterson. Il Dr. Martin ha avvertito la sua audience del fatto che un collasso del sistema bancario globale potrebbe essere imminente dal gennaio 2008, e che si sarebbe avviato con la crisi immobiliare. L’avvertimento di Martin potrebbe essere ben utile non essendo confermato tanto esattamente, ma è chiaro che, con oltre un anno di anticipo sulla crisi economica attuale, era vicino al bersaglio in maniera inquietante. Mentre forse i finanzieri statunitensi saranno in grado di barcamenarsi nel sistema per qualche altro mese, o forse persino per anni, è chiaro che ci stiamo rapidamente avvicinando alla fine del tunnel. [19]

5. La via da seguire …?

Tutte queste crisi globali stanno aumentando alle proprie condizioni come diretta conseguenza della struttura stessa del sistema sociale, politico ed economico globale. Non solo, secondo la loro stessa logica, minacciano il futuro dell’umanità, ma attualmente si stanno intensificando e convergeranno nei prossimi anni. Mentre l’impatto di ognuna presa singolarmente è chiaramente sufficientemente devastante, il loro impatto cumulativo o simultaneo sarebbe così devastante da essere forse oltre l’immaginazione.

Questa estesa, ma molto breve, analisi delle crisi sociali e sistemiche globali che convergeranno nei decenni a seguire, in definitiva ci porta ad una sola seria conclusione: il fallimento del sistema sociale, politico ed economico dominante. La nostra necessità di un’alternativa non è più opinabile, ma una realtà certa e manifesta.

Ciò di cui ora abbiamo bisogno è un cambiamento nel paradigma della civiltà. Non solamente una nuova economia, una nuova politica, o una nuova visione sociale. Abbiamo bisogno di una visione interamente nuova della vita stessa che prenda il posto della visione materialistica, morta e infranta, associata al sistema imperialista globale cui corrisponde. La buona notizia è che il cambiamento nel paradigma della civiltà si sta verificando ora, mentre scrivo: i suoi semi sono già stati piantati. Ancora su questo argomento nella quarta parte, di prossima pubblicazione.

NOTE

[1] Anjana Ahuja, ‘It’s hot, but don’t blame the Sun’ [‘Fa caldo, ma non si dia la colpa al sole’], The Times, 25 Settembre 2006

[2] Richard Girling, “To the ends of the Earth” [‘Ai confini della Terra’], Sunday Times Magazine (15 marzo 2007)

[3] Fred Pearce, “Climate report ‘was watered down’” [‘Il report sul clima è stato ‘diluito”], New Scientist (8 marzo 2007). Si veda anche George Monbiot, “The Real Climate Censorship” [‘La vera censura sul clima’], Guardian (10 aprile 2007)

[4] Nota in calce, “Rapid Climate Change” [‘Rapida modificazione del clima’], (London: Parliamentary Office of Science and Technology, luglio 2005, No. 245)

[5] Geoffrey Lean, “Apocalypse Now: How Mankind is Sleepwalking to the End of the Earth” [‘Apocalypse Now: come il genere umano avanza da sonnambulo verso la fine della Terra’] Independent (6 febbraio 2005); Michael McCarthy, “Global warming: passing the ‘tipping point’” [‘Riscaldamento globale: il superamento del punto di non ritorno’], Independent (11 febbraio 2006)

[6] Thomas Fuller, “For Asia, a vicious cycle of flood and drought” [‘Per l’Asia, un cruento ciclo di innondazioni e siccità’], International Herald Tribune (1 novembre 2006); Associated Press, “Warming report to warn of coming drought” [‘Relazione sul riscaldamento per avvertire della imminente siccità’], (10 marzo 2007). Richard Black, “Climate water threat to millions” [‘Clima, minaccia all’acqua per milioni di persone’], BBC News (20 ottobre 2006)

[7] Colin J. Campbell and J. H. Laherrere The World Oil Supply: 1930-2050 [‘La fornitura mondiale di petrolio: 1930-1950’] (Ginevra: Petroconsultants, 1995) p. 19, 27.

[8] B. J. Fleay, Climaxing Oil: How Will Transport Adapt? [‘Climax del petrolio: Come si adatteranno i sistemi di trasporto?’] (Perth: Institute for Sustainability and Technology Policy, Murdoch University, 1999)

[9] Paul Roberts, ‘Over a Barrel’ [‘Oltre un barile’], Mother Jones (novembre/dicembre 2004)

[10] John Vidal, ‘The end of oil is closer than you think’ [‘La fine del petrolio è più vicina di quanto non si pensi’], The Guardian (21 aprile 2005)

[11] Jonathan Amos, “Climate food crisis ‘to deepen’” [‘Clima: crisi alimentare destinata ad intensificarsi’], BBC News (5 settembre 2005)

[12] Michael McCarthy, “The century of drought” [‘Il secolo della siccità’], Independent (4 ottobre 2006)

[13] John Vidal, “Global food crisis looms as climate change and fuel shortages bite” [‘La crisi alimentare globale si profila minacciosa al morso del cambiamento climatico e della carenza di combustibile], The Guardian, 3 novembre 2007

[14] Lo stato dei bambini del Mondo 2005, UNICEF (riporta la cifra di 10,6 milioni nel 2003)

[15] Mark Weisbrot, Dean Baker e David Rosnick, “The Scorecard on Development: 25 Years of Diminished Progress” [‘Il segnapunti sullo sviluppo: 25 anni di progresso calante’] (Washington DC: Center for Economic and Policy Research, settembre 2005)

[16] Kern Alexander, Rahul Dhumale e John Eatwell, Global Governance of Financial Systems: The International Regulation of Systemic Risk [‘Governance globale dei sistemi finanziari: i regolamenti internazionali in materia di rischio sistemico’] (Oxford: Oxford University Press, 2005)

[17] Stephen Roach, Global Economic Forum (New York: Morgan Stanley, 16 giugno 2006); Roach (New York: Global Economic Forum, 24 aprile 2006)

[18] Brad DeLong, “The odds of economic meltdown” [‘Le probabilità di un meltdown economico’], UC Berkeley News Center (7 agosto 2006)

[19] David Martin, “Assymetrical Collateral Damage: Basel II, the Mortgage House of Cards, and the Coming Economic Crisis” [‘Danno collaterale asimmetrico: Basilea II, il castello di carte delle ipoteche e l’imminente crisi economica’], Discorso all’Istituto Artlington (12 luglio 2006)

Titolo originale: ” hidden holocaust–civilizational crisis, Part 3: THE END OF THE WORLD AS WE KNOW IT?”

Fonte: http://nafeez.blogspot.com/
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01.01.2008

Traduzione di ORIANA BONAN per www.comedonchisciotte.org

VEDI ANCHE: L’OLOCAUSTO NASCOSTO – LA NOSTRA CRISI DI CIVILITA’ (PARTE I)

L’OLOCAUSTO NASCOSTO – LA NOSTRA CRISI DI CIVILTA’ (PARTE II)

Pubblicato da Das schloss

  • Lestaat

    Molto belli tutti e tre gli articoli.
    Anche se per quanto riguarda la crisi energetica bisogna pur sempre vedere se non avevano ragione i sovietici sull’origine del petrolio, visto anche che continuano tutt’ora a trovarne seguendo tale teoria anche dove non dovrebbe esserci.