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LOCALISMI


DI JAMES HOWARD KUNSTLER
carolynbaker.net

Di questi tempi si guarda alle idee raggruppate alla voce “localismo” come alla scelta di uno stile di vita, vale a dire una dichiarazione alla moda del proprio coinvolgimento ambientale, praticata da coloro che dispongono dei mezzi e del tempo per seguire le mode. I “locavores”, che si impongono di mangiare “localmente”, sono per la stragrande maggioranza persone con una cultura universitaria, Baby Boomers molto ben retribuiti, che acquistano quei cesti da boutique da 6 pinte di patate blu [altrimenti note come patate viola o patate peruviane, ndt] tanto da farne una dichiarazione di principio (da cui ne deriva conforto morale) come quella di mangiare cibo buono e nutriente.

Nel frattempo, il resto dell’America continua ad andare al supermercato ad acquistare confezioni di cibo precotto surgelato, bidoni di Pepsi, e buste di Cheez Doodles [snack al formaggio, n.d.t.] prodotti (cresciuti?) solo Dio sa dove.
In questo senso, il localismo è molto più correlato all’attuale mania di connotare il proprio impegno come “verde”. Tom Friedman fa il tifo per il globalismo “verde” dalla sua rubrica sul New York Times, mentre il Time Magazine trasmette programmi “greencast” sul proprio sito internet, e specialisti di tutti i tipi progettano macchine verdi, lampadine verdi, gabinetti verdi, campus verdi e sedi aziendali verdi (tutto il meglio per vendere quei Cheez Doodles).

Molta di questa attività può essere descritta, prendendo a prestito un modo di dire, come “gonfiare di fumo verde il nostro sedere collettivo”. Questo, purtroppo, è il penoso stato in cui si trova oggi la nostra cultura in cui, semplicemente, far finta di essere in buona fede, per molte persone e istituzioni, è sufficiente.

Una visione di tutto questo basata sulla realtà suggerisce che il localismo e le regole economiche “verdi” alzeranno la testa in modo più vasto e serio soltanto quando non avremo una scelta, e non saremo più in grado di gestire le nostre vecchie cattive abitudini. E’ mia personale e serena convinzione che siamo molto più vicini a quel punto di quanto la maggior parte dell’America non creda. L’attenzione della nazione è attualmente concentrata sul romanzo del Cambiamento del Clima perché è più simile ad un prodotto da film horror holliwoodiano. Inoltre, vi sono molti lati positivi nascosti. Il Connecticut diventerà più simile al Sud Carolina? Sicuramente alcuni dei residenti di Fairfield County non la riterrebbero una cosa così cattiva. La grain belt si sposterà 800 miglia più a Nord e quindi in Canada? Molto bene allora, il Canada è comunque la nostra puttana. Ci saranno più tornado in Nebraska? A chi importa – Dio ha creato quel posto solo perché ci potessero girare film sugli aereoplani.

Ciò che si sta intorbidendo dietro alle quinte, cercando di spostare da sotto ai riflettori il cambiamento del clima, è il Peak Oil [altrimenti noto come Teoria del picco di Hubbert, N.d.T.], attualmente poco compreso dal pubblico. Il punto non è quello di esaurire le riserve di petrolio. Si tratta di quei sistemi complessi da cui dipendiamo, nel nostro paese, per la nostra vita quotidiana, sistemi che stanno diventando instabili e fallimentari proprio nel momento in cui mettiamo il piede su quel pendio scivoloso rappresentato dall’esaurimento globale di petrolio – un punto a cui, evidentemente, siamo già arrivati. Per sistemi complessi intendo il modo in cui noi produciamo il cibo (agro-business petrolio-dipendente), il modo in cui commerciamo (Wal-Mart, e altri), il modo in cui trasportiamo (estrema dipendenza da auto), il modo in cui facciamo finanza (Ponzi style), e via discorrendo. Gli stessi mercati del petrolio sono a loro volta un altro sistema estremamente complesso – e l’impennata di circa il 100% del prezzo di un barile di petrolio da un anno all’altro è certamente una manifestazione di instabilità.

Le impennate di prezzo sono una cosa. Ma vi è piena evidenza che gli americani possono sopportare aumenti dei prezzi ancora per un po’. Quello che invece farà più male sarà la “mancanza di”, quando il tuo negozio di fiducia appenderà alla pompa di benzina un cartello che recita: carburante finito. Questo è il risultato di una crescente crisi dell’esportazione unita ad un nuovo nazionalismo legato al petrolio – fenomeni rilevati soltanto recentemente anche dagli esperti di commercio. E’ evidente che le esportazioni, per quelle nazioni con surplus di petrolio da vendere, stanno diminuendo ad un tasso ancora più esorbitante di quanto la produzione non scenda. Un paese come l’Arabia Saudita potrebbe aver prodotto l’X% in meno di petrolio nel 2006 rispetto al 2007, ma le loro esporatazione scendono dell’X+5%. Perché? Utilizzano una quantità maggiore del loro stesso petrolio. La popolazione cresce. I Sauditi stanno costruendo la fonderia di alluminio più grande del mondo e numerose industrie chimiche. La Russia, altro grande esportatore, nel 2007 ha visto crescere del 50% la vendita di auto. Il Messico stà esaurendo così rapidamente, e utilizzando così tanto del suo petrolio, che potrebbe essere definitivamente fuori dai giochi dell’esportazione in tre anni. Il nuovo nazionalismo petrolifero sta sollecitando nazioni come la Norvegia e la Russia ad amministrare con più parsimonia le loro stesse risorse; sono consapevoli di essere ormai oltre il picco massimo della produzione e potrebbero anche voler far borbottare più a lungo nel tempo i loro motori, e non quelli di altri. Inoltre, si stanno orientando maggiormente verso la vendita di petrolio sulla base di contratti a lungo termine con clienti privilegiati, piuttosto che vendere all’asta sui mercati della Borsa.

Tutto questo dovrebbe rappresentare una cattiva notizia per grandi importatori come gli Stati Uniti – importiamo oltre il 50% del petrolio che utilizziamo. Di questi tempi, non rappresentiamo un cliente privilegiato per le altre nazioni, in particolar modo per quelle di credo islamico. E quando il Messico smetterà di esportare, perderemo la nostra sorgente n.2 dell’importazione. Riuscite a immaginarlo? Fino ad ora, pochi Americani lo hanno fatto, ed è la ragione per cui stiamo per essere assaliti alle spalle da questa serie di problemi.

A mano a mano che prenderanno piede, saremo costretti a riorganizzare in modo molto diverso praticamente tutto ciò che nella nostra società rappresenta la vita di tutti i giorni. Vivere molto più “localmente” sarà sempre di più l’unica scelta. Siamo fortemente impreparati. Dovremo coltivare il cibo in modo differente, in scala più bassa, più vicino a casa, con meno input legati al petrolio e al gas. Richiederà certamente maggiore attenzione umana. La catena nazionale di discount shopping chiuderà quando le sua economie di scala si dissolveranno, e formule quali la “warehouse on wheel” [magazzino su ruote] e il “just-in-time inventory” [inventario all’istante] perderanno capacità di produrre profitti. L’automobilismo felice svanirà nella memoria e l’intera equazione suburbana perirà con lui. E più o meno tutto ciò che vi viene in mente, dalle high school centralizzate agli sport professionali, sarà crudelmente condizionato dai problemi di scale di energia.

Laddove architetti e urbanisti sono coinvolti, dal mio punto di vista vi sono numerose e più importanti argomentazioni che riguardano i risultati a livello locale. Una è certamente logica. Le nostre grandi città tenderanno a contrarsi, non a crescere. I fortunati si accalcheranno nei loro vecchi centri e sulle rive di fonti d’acqua, ma il trend principale sarà un pericoloso assembramento, una vera e propria inversione di tendenza dello spostamento demografico degli ultimi 200 anni di persone che si muovono da fattorie e piccoli centri verso le metropoli. (Luoghi sovraffolati di grattacieli si riveleranno straordinariamente problematici. Il grattacielo è una specie a rischio che, come il Baluciterium – [animale preistorico, n.d.t.] -, si estinguerà presto). Credo che il trend globale favorirà le cittadine e i piccoli centri, ma soltanto quelli che saranno in grado di mantenere un rapporto con le fattorie dei produttori e/o commerciare via fiume. Le implicazioni che riguardano la regolamentazione dell’utilizzo della terra sono ovviamente immense. I terreni rurali non dovranno più essere presi in considerazione per lo sviluppo suburbano. Coloro che nei decenni a venire sceglieranno di vivere in campagna dovranno essere preparati a seguire le attività rurali. La fine dei sobborghi sarà la fine della vita urbana vissuta in ambienti rurali (o ruraleschi).

A volte mi viene da pensare che sia impossibile riformare e rivedere le leggi locali e i codici che regolamentano l’utilizzo della terra. Non verranno cambiate, verranno semplicemente ignorate. Ritorneremo al modo più tradizionale di abitare le terre, occupandole, perché non avremo più la scelta di farlo nello stile del 20° secolo. Scopriremo nel modo peggiore che i Nuovi Urbanisti avevano ragione. Non verrà più chiamato “Nuovo Urbanesimo” semplicemente perché non sarà più in opposizione ad altre ideologie pragmatiche come il suburbanesimo o il Modernismo. Avremo soltanto il semplice urbanesimo – e correlate discipline di progettazione.

Gli architetti dovrebbero prepararsi ad un ritorno ai materiali locali tradizionali. Pannelli modulari ad incastro e prefabbricati saranno via via sempre meno disponibili a causa dei proibitivi costi di fabbricazione, così come il costo di metalli esotici come quello preferito da Franl Gerhry, il titanio. E’ difficile dire quanto questo problema potrebbe diventare serio – sicuramente nascerà un’intera nuova industria dedicata al disassemblaggio delle vecchie strutture e al recupero dei materiali – ma personalmente direi che la maggior parte dell’edilizia verrà tagliata fuori a favore del nuovo e migliore modo di costruire. Dovrà necessariamente essere di gusto regionale o locale, e richiederà metodi architettonici tradizionali di assemblaggio – il che implica necessariamente almeno un ritorno ad un classicismo metodologico.

Ciò che rimane, per ora, è una tremenda grandiosa inerzia tra le persone che veramente dovrebbero conoscere più a fondo i leader della nostra cultura. La punta di diamante che dovrebbe indicare la direzione, fungere da guida, è diventata uno strumento spuntato inadatto a formare i modelli del futuro. Tutto ciò che noi faremo a partire da ora dovrà essere molto buono in quantità, qualità e carattere. Esercizi di ironia non saranno più apprezzati poiché non ci sarà un premio per esserci resi ridicoli. Il localismo del futuro non sarà una questione di moda. Sarà nel cibo che mangiamo e nell’aria che respiriamo, e faremmo meglio a cominciare a prestare attenzione.

Titolo originale: “LOCALISM”

Fonte: http://carolynbaker.net
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05.03.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DANIELA FANTONI

Pubblicato da Das schloss