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Lo spettro di Pablo

 

LESLEY GILL
counterpunch.org

Roberto ‘Cubby’ Escobar ha 72 anni ed è un ex-contabile del defunto cartello della droga di Medellin, nonché il curatore del Museo Pablo Escobar,  sua attuale dimora dopo l’uscita di prigione, nel 2006. Il museo onora la memoria del fratello, il più celebre criminale della Colombia. Situato in un vecchio nascondiglio, [la struttura] prospera grazie al crescente flusso di turisti stranieri, che vogliono sempre più notizie sul famoso signore della droga e Cubby, come le bamboline che dicono sempre di si con la testa, è pronto a fornire loro l’immagine edulcorata del suo vecchio boss.

Noto un tempo come il “re della cocaina,” Pablo Escobar, nonostante sia morto nel 1993, è ora più popolare che mai. Il suo nome è associato, a livello mondiale, all’industria del turismo e dello spettacolo, che ha dato una forte spinta alla romanticizzazione e alla mercificazione della sua vita. La sua eredità ha fatto sorgere tensioni fra il governo colombiano, che vuole tenere separata la nazione dall’immagine internazionale della violenza generata dalla droga, e quegli scaltri imprenditori che vogliono invece mettere le mani sui dollari dei turisti, glorificando il suo stile di vita esagerato. Questo contrasto si manifesta in uno scontro sul significato e sulla realtà della vita di Escobar, vita che è solo una parte della, molto più ampia, narrativa riguardante la feroce guerra civile innescata dagli enormi profitti del traffico illegale di cocaina. Questo è un conflitto che bisogna conoscere, perché ha implicazioni internazionali ed è di importanza strategica per la Colombia.

Pubblicizzata come una delle mete turistiche americane più richieste, a solo due ore di volo da Miami, la Colombia attira visitatori allevati a film e telefeim polizieschi, come la serie di Netflix ‘Narcos,’ mentre la guerra civile, che infuriava da decenni, si va, piano piano, spegnendo. Medellin, la seconda città della Colombia, dove Pablo Escobar era cresciuto e aveva iniziato la sua carriera criminale, è la località dove le escursioni turistiche si sono moltiplicate. Si possono scegliere  escursioni alle piantagioni di caffè, in pittoreschi villaggi rurali, e in comunas urbane un tempo violente, dove il fiorire dell’arte di strada fa ben sperare per un futuro pacifico. Ci sono anche visite alle chiese della città, ai musei e agli edifici governativi, ma le attrazioni più richieste sono i cosiddetti ‘narco-tour,” che sono letteralmente esplosi, proprio come un tempo aveva fatto la cocaina, nei giorni folli del cartello di Medellin. Cubby aveva presumibilmente creato la prima [di queste attrazioni]: una visita guidata di 50 minuti di un museo dedicato a Pablo Escobar, caratterizzato da foto, mobili appartenenti alla famiglia e con diversi veicoli usati da Pablo e dai suoi accoliti.

Esiste anche miriade di imitazioni che promettono (ad alto prezzo) una visione privilegiata della vita e della morte di Pablo attraverso la visita dei luoghi, nei dintorni della città, dove il signore della droga aveva lasciato il segno. Tutti insieme, narrano storie in cui l’immaginazione si scontra con la realtà, come un’inversione di temperatura che, creando una fitta nebbia, nasconde una storia oscura e complicata.

Al suo culmine, Pablo Escobar non solo dominava il traffico mondiale della cocaina, ma era diventato anche uno degli uomini più ricchi del mondo, che si era offerto di ripianare il debito estero della Colombia in cambio dell’immunità dal trattato di estradizione con gli Stati Uniti. Conosciuto come il patrón, Escobar era stato il mandante dell’assassinio di centinaia di persone. Aveva rapito e torturato i suoi nemici e fatto saltare in aria auto imbottite di tritolo in aree urbane densamente popolate. Nel 1990 aveva fatto esplodere un aereo civile, nel tentativo di uccidere il candidato presidenziale César Gavíria, che non si trovava a bordo, causando però la morte di tutti i 107 passeggeri. Aveva fatto uccidere, in una sola tornata elettorale, altri tre candidati alla presidenza, aveva assassinato un ministro della giustizia che voleva estradarlo negli Stati Uniti e aveva utilizzato un esercito privato di killer prezzolati e pluriomicidi, che aveva seminato il terrore in tutta la Colombia, anche ben oltre la sua morte.

Nonostante questo regno del terrore, una curiosità morbosa circonda la sua vita e la sua morte, e la cosa offre all’industria del turismo e dello spettacolo tematiche molto remunerative per l’intrattenimento di massa, conferendo a Pablo Escobar il ruolo di ultimo rappresentante di una serie di gangsters e di figure del crimine organizzato, da Billy the Kid ad Al Capone, mitizzate ormai da lungo tempo. Il museo di Pablo Escobar è uno strano ingranaggio di questa macchina della finzione. In alto, su una collina boscosa che domina Medellin, lo si trova alla fine di un ripido vialetto d’accesso che inizia da una stradina senza nome, subito dopo un affollato crocevia. Un grosso cancello metallico di colore blu impedisce l’accesso, ma non ci sono cartelli che indichino la presenza del museo. Perdersi è facile, come avevo avuto modo di scoprire insieme all’autista del mio taxi.

Dopo aver suonato alla porta di un ignaro vicino, avevamo avuto le indicazioni per arrivare all’entrata del museo e ci eravamo fatti ricoscere da un invisibile osservatore, che ci consentito l’ingresso. Eravamo entrati nel negozio dei souvenir, dove si era avvicinato Victor, un ex- venditore di biglietti della lotteria di mezza età, con i capelli neri a spazzola. Mi aveva poi informata che, per la non negoziabile somma di 35 dollari, l’equivalente di tre giorni di paga minima colombiana, avrei potuto entrare nel museo e lui mi avrebbe fatto da guida. Non riuscendo a strappare un accordo più favorevole, avevo dato la mia carta di credito ad una giovane cassiera che aveva eseguito la transazione, sotto lo sguardo del cosiddetto ex-membro del cartello. Come tutti i turisti stranieri che gironzolano nei paraggi, riesco ad incassare il colpo di un prezzo troppo alto meglio di tanti Colombiani.

Victor, zoppicando visibilmente, mi aveva fatto strada verso il primo oggetto in mostra, una fotografia formato poster di una targa commemorativa delle nove vittime di un massacro del 1992, dovuto alla polizia di Medellin, che era stato invece attribuito a Pablo. Solo parecchi anni dopo quel bagno di sangue le autorità municipali avevano riconosciuto la responsabilità delle forze di sicurezza e, nel 2002, avevano autorizzato la costruzione di un memoriale per onorare la memoria del ragazzo e degli otto bambini morti. Victor aveva insistito che, proprio come nel caso di quegli innocenti, anche Pablo era stato vittima della corruzione delle forze di polizia. Per ribadire il punto, mi aveva indicato altre foto che mostravano Cubby (in palese sostituzione del fratello) seduto in quel medesimo parco. Tutto intorno le statue a ricordo dei bambini morti.

L’appropriazione del ruolo di vittima è uno degli aspetti del mito di Escobar, che vorrebbe farci credere che Pablo non fosse tanto uno spietato psicopatico, quanto piuttosto una specie di Robin Hood che aiutava i poveri, ingiustamente preso di mira dalle forze di sicurezza dello stato. Victor mi aveva raccontato questa favola con un inarrestabile fuoco di fila di parole, una vera e propria sparatoria verbale. Non si era quasi mai fermato per respirare o per modificare un concetto e fare domande era come cercare di accendere un fiammifero in un uragano. L’umanità di Pablo, la sua vittimizzazione e l’immoralità della polizia erano stati i concetti centrali del discorsetto ben oliato di Victor.

La tiritera era continuata, man mano che passavamo da un oggetto in mostra ad un altro. Nel museo vi era una foto area del vecchio aereoporto di Medellin, con le piste da cui un tempo partiva la cocaina per tutto il mondo. Diverse automobili, alcune con evidenti fori di proiettile, occupavano molto dello spazio. Fra di esse, un pick-up modificato alla James Bond, in grado di sprigionare un denso fumo nero dai tubi di scarico. Victor mi aveva spiegato che la cortina fumogena veniva prodotta con un liquido speciale fabbricato in Inghilterra.

Poi mi aveva trattenuta per un’altra lezioncina davanti ad un fomontaggio della villa di Escobar, la Hacienda Nápoles, dove, all’apice della ricchezza e del potere, Pablo Escobar aveva importato animali esotici e creato uno zoo personale. Nella narrativa di Victor, questo zoo era stato costruito a beneficio dei figli poveri dei contadini della regione colombiana di Valle Medio del Magdalena e Pablo aveva un tale amore per gli animali da prendersi cura di un elefante malato, fino alla sua guarigione. Victor mi aveva indicato la foto di un elefante con il mafioso sorridente sulla schiena. Simili aneddoti abbelliscono la fiaba di un Escobar passato dalle stalle alle stelle, la storia di un umile emarginato che si era fatto largo a gomitate fra i notabili di sangue blu di Medellin, che aveva costruito quartieri per i poveri, donato soldi per la costruzione di campi di calcio e che aveva vissuto quel genere di vita da nababbi che per tutti gli altri rimane sempre e solo un sogno.

Il momento culminante del tour era arrivato alla fine, quando Victor mi aveva informata che avrei potuto parlare con Cubby. Pochi narco-tour offrono la possibilità di incontrare un importante membro di un cartello, ancora meno il fratello e compagno di avventure di Pablo e la presenza di una tale stravagante curiosità è ciò che distingue questa escursione di lusso da tuttto il resto del ciarpame di fascia bassa.

Noto ai subalterni come “Don Roberto,” il vecchio capo ha un occhio solo e la postura di un punto interrogativo. Era seduto su una sedia vicino al camioncino alla James Bond e stava parlando con un paio di turisti tedeschi, sollecitando una donazione per un ente religioso di beneficenza, presumibilmente sovvenzionato dal museo. In un luogo dove può sentire l’aria che si sposta per fargli spazio, da Roberto emanava una sorridente e truffaldina aura di minaccia. Quando gli avevo chiesto che cosa desiderasse di più che i visitatori europei e nord americani ricordassero della visita, aveva ribattuto: “la verità,” ma aveva rifiutato di spiegarsi meglio, aggiungendo solo che un film, di cui non aveva fatto il nome e che lo aveva raffigurato mentre castrava un somaro e lo lasciava morire dissanguato, aveva raccontato solo bugie. Si sentiva più a suo agio intrattenendo gli ascoltatori con storie sulle imprese dei membri del cartello e con ritratti esagerati di Pablo.

Dal momento che Pablo non ha mai fatto del male ai visitatori del museo e non ha attentato alle loro vite, la distanza, fisica, culturale e nazionale, che lo separa da essi contribuisce a stemperare le passioni e i ricordi che turbano la Colombia, dopo anni di violenza e di guerra civile dovuta alla droga. Le loro ingenue domande sullo zoo di Pablo, sui suoi rifugi, sui suoi killers e la sua ricchezza, tutto il loro darsi da fare nel museo per scattarsi un selfie di fronte al finestrino di un’auto crivellato di proiettili sono un sintomo di attrazione, innocenza e ingenuità. Tutta questa vanità si trasforma subito in veleno, in un paese dove l’impunità è un bene comune quanto l’acqua da bere. Tutti gli assassinati, i deportati, i torturati, gli scomparsi e i terrorizzati (da Escobar, dalle organizzazioni paramilitari  che avevano successivamente preso il posto del cartello e dalle forze di sicurezza dello stato loro alleate) spariscono dalla memoria collettiva di questo boss della droga come tante erbacce strappate. Il loro ricordo rappresenta lo sgradevole lato oscuro della storia colombiana e la romanticizzazione dell’eredità di Pablo Escobar ricostituisce quella schiettezza da cui dipende la credibilità di un passato sterilizzato.

Come raccontare la storia di Pablo Escobar, vissuta tutta nell’ambito di una guerra civile che  era costata la vita a più di 250.000 persone e aveva causato sei milioni di sfollati, è ancora tutto da decidere. Alcuni Colombiani, sopratutto fra i poveri di Medellin, considerano Escobar un benefattore e un eroe. Aveva costruito un intero quartiere di case popolari, chiamato “Barrio Pablo Escobar” e finanziato la costruzione di campi da calcio in sobborghi dimenticati dallo stato. Nel breve periodo passato al Congresso, aveva anche sostenuto programmi sanitari ed educazionali per i poveri. Migliaia di persone gli avevano tributato l’estremo saluto al funerale, nel 1993, e avevano continuato a farlo, per molti anni, nell’anniversario della sua morte. Ancora oggi è possibile incontrare taxisti di Medellin che espongono la suo foto in macchina e alcuni abitanti dei quartieri periferici celebrano il giorno della sua nascita con i fuochi d’artificio.

In ogni caso, per tanti altri (la stragrande maggioranza) Escobar era solo un dispensatore di morte e distruzione. Questa era stata la pura verità per Pedro Lozada, un povero contadino cresciuto nella valle del Rio Magdalena, nella parte centrale del fiume, dove Escobar e gli altri signori della droga avevano grosse proprietà terriere. Aveva fatto parte della prima ondata di contadini costretti a fuggire dai loro appezzamenti, agli inizi degli anni ‘80, quando “Morte ai sequestratori,” uno squadrone della morte finanziato dal cartello di Medellin aveva creato un regno del terrore che avrebbe cambiato per sempre la regione. “Avevano iniziato ad uccidere tutti quelli che appartenevano ad organizzazioni civiche, sindacati o comitati di quartiere,” aveva detto Lozada. “Uccidevano gente ovunque, giorno e notte.” Ricorda come i mercenari sventrassero le loro vittime e ne gettassero i corpi nel Rio Magdalena. Questa tattica del fare terra bruciata aveva distrutto l’essenzialità stessa di quello stile di vita che fungeva da collante sociale. Ripensando al passato di trentacinque anni prima, Lozada ricorda ancora con dolore la trasformazione della regione da “oro verde” a “terra di cannibali.” L’immagine dei cannibali assetati di sangue simboleggia il modo in cui lui e le altre famiglie avevano vissuto quel trauma devastante, quando erano diventati preda di demoni mostruosi.

Il calvario di Lozada era continuato, man mano che i trafficanti acquisivano, come investimento dei loro profitti, grosse estensioni di terreno lungo il Magdalena e si facevano largo a gomitate sulla scala della mobilità sociale. Gli uomini come Pablo Escobar volevano a tutti i costi entrare a far parte dell’oligarchia colombiana, che invece li guardava con disprezzo, alla stregua di pidocchi.

L’odio per i guerriglieri di sinistra, anch’essi operanti nella valle del Magdalena, era stato il collante che aveva unito i neo-arricchiti narcos e la borghesia di sangue blu. I guerriglieri avevano preso di mira i signori della droga e l’oligarchia colombiana con tentativi di estorsione, furti di bestiame e rapimenti a scopo di riscatto. Temendo per le loro vite e impossibilitati ad accedere alle loro proprietà rurali, gli oligarchi avevano messo da parte le loro ansie sociali e avevano dato il benvenuto alle apparentemente illimitate risorse finanziarie e alle armi dei narcos. Come risultato, si era costituita una empia alleanza fra narcotrafficanti arricchiti, allevatori, esercenti urbani, gruppi politici e la Texas Petroleum Company, una filiale della Texaco, sodalizio che aveva dato origine all’organizzazione paramilitare “Morte ai sequestratori.” Questa forza mercenaria sarebbe servita da modello per quelle organizzazioni paramilitari che, negli anni ‘90, si sarebbero trasformate in veri e propri eserciti. I rappresentanti ufficiali delle forze armate avevano dato a questo gruppo paramilitare carta bianca per portare a termine azioni di ‘guerra sporca,’ asserendo allo stesso tempo di non conoscerne l’esistenza, in modo da evitare le accuse di violazione dei diritti umani. I mercenari raccoglievano informazioni sui sindacati, sui partiti di politici all’opposizione e sulle organizzazioni contadine e poi attaccavano, con la supervisione dell’esercito, i loro sostenitori e i loro leaders.

I detentori regionali del potere e i capitalisti della cocaina non solo detestavano la guerriglia, ma condividevano anche un’ostilità di fondo per le organizzazioni sociali e per gli appelli popolari in favore di una distribuzione più equilibrata della ricchezza, in pratica le richieste dei contadini per la terra e il credito o i comitati urbani che si battevano per alloggi, scuole ed infrastrutture migliori o le petizioni dei lavoratori per salari più alti. Queste richieste si erano fatte sempre più insistenti negli anni ‘80, quando le riforme governative avevano fatto si che al sistema elettorale potessero accedere gruppi e partiti politici fino ad allora esclusi. L’auto-organizzazione delle classi sociali più umili aveva particolarmente irritato gli oligarchi. Immaginare che i lavoratori potessero liberarsi dalle pastoie imposte loro da chi si riteneva migliore era un pensiero che disturbava allo stesso modo patrizi e neo-ricchi, perché costituiva una minaccia al loro potere ed evocava un mondo in cui essi erano irrilevanti.

La repressione scatenata da “Morte ai sequestratori” aveva danneggiato i guerriglieri in misura minore rispetto ai civili disarmati, come Pedro Lozada, un leader contadino di una certa importanza e membro dell’amministrazione comunale della piccola cittadina fluviale di Puerto Berrío. Già messo in allarme, nel 1982, da voci di massacri lungo il Rio Magdalena, aveva poi saputo di essere diventato lui stesso un bersaglio. Senza fermarsi a mettere in ordine le proprie cose, Lozada, con la moglie e il figlio, era fuggito in barca, portando con sè solo gli abiti che indossava e nessuna idea di dove poter andare. La famiglia si era alla fine persa nella baraccopoli di una città colombiana, dove avevano già cercato rifugio legioni di altri contadini terrorizzati. Le proprietà terriere degli sfollati erano passate nelle mani dei narco trafficanti, dei loro prestanome e dei signorotti locali, e mandrie di bestiame e piantagioni di palme africane si erano diffuse sui terreni destinati un tempo alla produzione alimentare.

La Colombia era stata teatro di una massiccia riforma agraria, però al contrario. Anche se, a livello regionale, la guerra si era svolta con modalità differenti, le conseguenze erano state comunque devastanti: espropri e concentrazione delle terre, moltiplicazione delle baraccopoli, disoccupazione e violenza tra bande nelle periferie urbane. Accuse di collusione con Pablo Escobar continuano a perseguitare anche gli uomini politici più in vista della Colombia, come l’ex-presidente e attuale senatore, eminenza grigia della destra, Álvaro Uríbe Vélez, che aveva aiutato i membri del cartello ad ottenere le licenze per le loro piste di atterraggio, quando, negli anni ‘80, era stato al vertice dell’aviazione civile. Come anche altre nazioni dell’America Latina uscite da un periodo conflittuale, la Colombia ha compiuto finora passi incerti verso la condanna dei veri colpevoli, il riconoscimento delle richieste delle vittime e l’edificazione di una narrativa nazionale che riconosca il proprio passato violento. A tal fine, il Centro Nazionale per la Memoria Storica, creato dal governo nel 2011, va alla ricerca delle cause della guerra civile attraverso la testimonianza delle vittime e diffonde rapporti pubblici che fanno luce sul passato. A Medellin e a Bogotà, la capitale, sono anche stati inaugurati e aperti al pubblico memoriali alle vittime di guerra. Ma i turisti sono molto più interessati alle icone popolari, come Pablo Escobar.

Prima che i narco-tour iniziassero a romanzare la sua vita e gli ex-membri del cartello diventassero delle grosse attrazioni turistiche, il governo aveva scelto di ignorare l’eredità di Escobar. La cosa si era però fatta complicata quando i curatori d’immagine cittadini avevano perorato la causa della trasformazione di Medellin da capitale mondiale dell’omicidio a paradiso del capitalismo, e quando il killer prezzolato del cartello, Jhon Jairo, detto “Braccio di Ferro” Velasquez, aveva iniziato a farsi vedere al museo Pablo Escobar a fianco di Cubby. Dopo aver ucciso circa 300 persone e trascorso 23 anni in prigione per aver assassinato il candidato presidenziale Luis Carlos Galán, Braccio di Ferro era uscito dal carcere nel 2014 ed aveva iniziato a far soldi vendendo CD in cui raccontava gli aneddoti del suo lavoro di killer. Era subito diventato una celebrità su Youtube e i video dei suoi colloqui con i turisti erano diventati virali. Anche se Braccio di Ferro è ritornato in prigione, nel maggio scorso, per aver fatto comunella con dei trafficanti, cercato di estorcere denaro agli ex-complici e aver ripetutamente proferito minacce via Twitter, le autorità colombiane rimangono diffidenti nei confronti dello spettro di Pablo. A settembre avevano temporaneamente chiuso il museo, ufficialmente perché non aveva le autorizzazione necessarie alle attività turistiche.

Ci si può rendere conto, in modi sottili e meno sottili, nelle escursioni turistiche nei dintorni di Medellin, dello scontro fra l’appariscente eredità del signore della droga e il desiderio dello stato di sopprimerla. Ad un costo leggermente superiore a quello di una corsa in taxi, queste spedizioni fanno tappa al nascondiglio dove gli agenti di polizia avevano ucciso Escobar, al luogo dove è sepolto, alla sua casa-bunker, alla prigione “La cattedrale,” alla sua fattoria e alla chiesa dove pregava e dove i suoi killer prezzolati cercavano la benedizione per le loro pallottole. In nessuno di questi siti si trovano targhe ufficiali o tabelle esplicative e molti sono cambiati radicalmente da quando Escobar li frequentava, costringendo i visitatori ad usare la loro immaginazione per colmare i vuoti.

L’ex-nascondiglio in cui Escobar aveva trovato la morte è attualmente una scuola spagnola. Il nuovo proprietario ha aggiunto un piano di abitazione, messo un cartello con il nome della scuola alla porta di ingresso e murato la finestra posteriore, quella da cui Escobar aveva cercato di scappare. Per i turisti, costretti a rimanere sul marciapiede, non è facile immaginare gli ultimi istanti di vita del re della cocaina riverso sulle tegole del tetto, ma le guide, sorridendo con l’autocompiacimento dei cacciatori di professione, li assistono con opuscoli e foto a colori che ne ritraggono il corpo riverso sul tetto, circondato dalla polizia e dagli agenti della DEA. Un’altra attrazione di questi tour è il palazzo Monaco, una specie di fortezza di sei piani con attico, dove avevano vissuto Escobar e la sua famiglia fino all’attentato dinamitardo ad opera dei suoi rivali, nel 1988. L’edificio incombe su un marciapiede pieno di crepe ed è in uno stato di completo abbandono. Nelle fessure del cemento cresce l’erba e sul vialetto d’ingresso dorme un cane randagio. Un cartello sulla recinzione metallica informa che l’edificio è di proprietà della polizia nazionale e che è destinato alla demolizione. Il sindaco pensa di erigere al suo posto un monumento alle vittime di Escobar, un gesto che, come aveva detto in un’intervista al New York Times, dimostrerà la rinascita della città, dove la legge trionferà sul caos e la continua ripetizione delle gesta di Escobar avrà finalmente termine. La mia giovane guida, Jairo, pensa che il memoriale sia una pessima idea. Visto il valore immobiliare del quartiere, è convinto che esistano opzioni molto più remunerative.

Si ha una visione completa della battaglia per lo spettro di Pablo a La Catedral, una prigione sulla cima di una collina che domina Medellin che il signore della droga aveva costruito per se stesso, dopo un accordo, stipulato con il governo colombiano nel 1991, per la sua resa ed un periodo detentivo di cinque anni, in cambio dell’esenzione all’estradizione negli Stati Uniti. Attualmente, una parte dell’ex-prigione ospita un centro per anziani. Su un’altra sezione dell’edificio si estende un’impalcatura, che delinea la struttura di un museo che il municipio di Envigado aveva pensato di costruire, prima che l’indignazione popolare mandasse a monte il programma. Questo progetto, ormai fallito, avrebbe mitizzato i 13 mesi trascorsi da Escobar nella struttura, che era dotata di una vasca da idromassaggio, una cascata e di un letto girevole. Ora sull’impalcatura c’è uno striscione, messo da un prete, che informa i turisti sul fatto che le notizie che ricevono dalle loro guide possono non essere giuste al 100%, con in più l’ammonimento che “un popolo che non conosce la propria storia è pronto a ripeterla.”

Nato dopo il crollo del cartello, Jairo riconosce che esiste una controversia riguardante i narco-tour, ma afferma che lui e il suo capo (un quarantenne colombiano-americano che aveva evitato gli anni peggiori della violenza vivendo a Los Angeles) forniscono un servizio pubblico, facendo conoscere agli stranieri un periodo doloroso della storia colombiana. “Non è una bella storia,” mi spiega in un inglese stentato, imparato durante una visita di sei mesi ad una zia di Miami, “ma è una storia che la gente deve conoscere.” Durante i 30 minuti di viaggio per il centro di Medellin mi fa ascoltare un podcast [registrazione radiofonica in Mp3] della BBC che fa il punto sulla venerazione popolare di Pablo in alcuni dei quartieri più poveri della città.

Una fiorente industria turistica, che gonfia e distorce l’eredità di Escobar e strofina sale sulle ferite ancora aperte delle vittime e dei sopravvissuti mette in ombra tutti i tentativi di comprendere il passato. Allo stesso modo, i compromessi e le collusioni che avevano consentito ad Escobar di salire al potere accentuano le difficoltà di un chiarimento storico, perché rimangono nascoste alla vista. Mentre lo spetto di Pablo ingrassa con i dollari dei turisti, non è chiaro se l’insistenza dello stato nel cancellare le tracce fisiche dell’esistenza del signore della droga e il rifiuto di parlare di lui saranno in grado di scacciare il suo malefico spirito. Fare piena luce nelle pieghe oscure della società colombiana, dove ancora risiedono fantasmi, potrebbe però ridare forza a tutti quelli che avevano sofferto in nome delle loro verità.

Lesley Gill

Fonte: counterpunch.org
Link: https://www.counterpunch.org/2018/11/06/pablos-ghost/
06.11.2018
Tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Pubblicato da Markus

Un biologo, appassionato di montagna e di fotografia, che cerca, come può, di combattere contro i mulini a vento.