Home / ComeDonChisciotte / L'INFLAZIONE E LO SPETTRO DELLA RIVOLUZIONE MONDIALE

L'INFLAZIONE E LO SPETTRO DELLA RIVOLUZIONE MONDIALE

DI JAMES PETRAS
Information clearing house

L’inflazione è qui alla grande”, Charles Holliday, direttore generale, Du Pont. 24 giugno, 2008

la crescita sostenuta del prezzo del petrolio e dei prodotti ha martellato le industrie… e intensificato le paure di una spirale inflazionistica globale – che ha già provocato sommosse in Asia – mentre i produttori passano i costi maggiori ai fabbricanti e ai consumatori”. The Financial Times 25 giugno, 2008. pagina 1

L’inflazione con tutte le sue ripercussioni per i lavoratori salariati e stipendiati, le classi medie con reddito fisso, come pure per i produttori e le industrie dei trasporti, è sbandierata su tutte le pagine finanziarie dei maggiori quotidiani di tutto il mondo. L’inflazione è il grande solvente che dissolve i legami paternalistici tra i datori di lavoro e i lavoratori, tra i proprietari terrieri e gli agricoltori, e tra i governi di clientelismo e i poveri urbani, mettendo in moto violente proteste contro la proprietà privata e i regimi precedentemente eletti in modo popolare. Le differenze storico-religiose, di clan, di partito, etniche, tribali, di casta ed altre sono temporaneamente sospese, mentre gli induisti e i musulmani in India, i comunisti e i cristiani nelle Filippine, gli agricoltori e i lavoratori in Cina, i lavoratori industriali e gli impiegati statali in Egitto, i neri e i mulatti ad Haiti…si uniscono insieme in prolungate proteste di massa contro l’inflazione che erode profondamente e visibilmente il loro tenore di vita di settimana in settimana, in alcuni casi da un giorno all’altro.
Ma la sinistra, la sinistra anglo-americana? Dove e che cosa hanno da dire su questa rivolta mondiale i nostri più prominenti intellettuali pubblici, compresi quelli con agenti di booking, che prendono onorari a cinque cifre per le [loro] lezioni? Non se ne trova neanche una parola in riviste di sinistra o centro-sinistra, siti web e blog. Durante le loro redditizie lezioni, deplorano le immoralità della guerra e del cambiamento climatico. Lanciano imprecazioni contro chi governa e gli sfruttatori e le loro immoralità, e gli interessi bellicosi che rappresentano (con speciale eccezione per l’onnipresente configurazione di potere sionistico). Tuttavia c’è a mala pena un accenno ai fautori del cancro globale che sta letteralmente divorando il pane quotidiano di miliardi di persone. Parlano di un “movimento pacifista”, (che è scomparso); di questo o di quell’altro candidato elettorale dissidente; e si lasciano andare a reminiscenze di rivolte giovanili di 50 anni fa. Ma come gli intellettuali che sorseggiavano il loro vino mentre le masse in rivolta si dirigevano verso la Bastiglia, sono nel migliore dei casi spettatori irrilevanti e impassibili del più grande fermento del nuovo millennio.

I capitalisti bersagliati e i loro governi e le classi medie che si muovono verso la rovina e le masse che affrontano l’indigenza sono molto più consapevoli della centralità dell’inflazione per i loro profitti, il loro tenore di vita e la loro vita quotidiana e delle minacce di sommosse popolari. La sinistra anglo-americana, in tutte le sue varianti, è destinata ancora una volta all’irrilevanza di fronte alle sfide e alle opportunità che segneranno la storia del mondo. Tutto questo è in contrasto con l’intensa preoccupazione per l’inflazione da parte della classe capitalista. È l’argomento centrale delle riunioni settimanali dei banchieri in tutto il mondo. Vuote risoluzioni vengono approvate alle conferenze mensili convocate dalle istituzioni finanziarie internazionali. Ministri dell’economia e della finanza rilasciano dichiarazioni quasi quotidianamente. Tuttavia ci colpisce la compiaciuta indifferenza dei nostri intellettuali.

Per risvegliarsi dal torpore intellettuale e dall’irrilevanza politica di fronte alla rivolta di massa contro l’inflazione, è necessario che la sinistra anglo-americana comprenda l’entità, la profondità e il significato dell’accelerazione dell’inflazione dei nostri tempi. L’inflazione è preminentemente un fenomeno politico in ogni senso del termine: è il prodotto di politiche pubbliche che hanno un profondo effetto sui mercati, sulla domanda e sull’offerta, sui consumatori, i produttori e gli speculatori. L’inflazione è il detonatore dell’azione politica di massa ed offre opportunità storiche di ampio spettro di “cambiamenti di regime” e persino di rivoluzioni in modo simile alle guerre imperialistiche distruttive. Come le guerre, l’inflazione devasta vasti settori della società, li mette tutti in una posizione comune di deterioramento e proietta il loro più terribile incubo – una regressione nell’abisso dell’indigenza di massa.


[Una rivolta di piazza in Egitto causata dall’aumento dei prezzi dei generi alimentari]

La centralità dell’inflazione

La sfida più minacciosa per i regimi imperialistici contemporanei e le loro nazioni clienti è l’inflazione incontrollata e il forte incremento dei prezzi dei generi alimentari. Gli intellettuali di sinistra che scrivono della fine dell’impero e si concentrano sulle crisi finanziarie (negli USA), o le crisi energetiche (in Europa), o sul reclamo delle masse di agricoltori in protesta per la corruzione in Cina hanno tralasciato il reclamo che attraversa tutti i governi del mondo (con maggiore o minore intensità, ma che si rafforza dappertutto) e per l’appunto l’inflazione, specie per le necessità vitali quali i costi dei generi alimentari e del carburante.

La prospettiva dei marxisti è limitata alla lotta di classe sul posto di lavoro e alle questioni correlate della disoccupazione e delle deterioranti condizioni lavorative come detonatore del fermento di massa e dell’azione organizzata anti-capitalistica. Per gli ecologisti, il punto di mobilitazione è il cambiamento climatico, il picco del petrolio, il degrado ambientale e il deterioramento dell’esistenza umana che ne risulta. Per gli anti-imperialisti e i relativi attivisti contro la guerra, sono le guerre degli USA, dell’UE e di Israele in Medio Oriente che rappresentano le grandi sfide morali dei nostri tempi e il massimo pericolo per la pace nel mondo.

Mentre queste analisi e prognosi progressiste sono giuste per intento ed hanno degne cause da sostenere, sorvolano sul fatto che non sono i punti di massimo conflitto tra i regimi imperialistici e di clientelismo e la gran parte dell’umanità oggi. La maggior preoccupazione e questione, che ha mobilitato costantemente centinaia di milioni di persone nello scorso anno, è l’inflazione, l’aumento del prezzo dei generi alimentari e del carburante, il declino del tenore di vita, la fame e l’esperienza (e realtà) quotidiana che le condizioni si stanno deteriorando senza prospettiva di miglioramento. Il punto di maggior conflitto oggi non è il posto di lavoro (né il punto di produzione) ma sta nel “mercato”, il luogo di consumo, dove il denaro guadagnato dalla produzione acquista sempre meno di quanto è necessario per vivere.

L’inflazione: detonatore della prima rivolta mondiale sostenuta

In Asia, particolarmente in Pakistan, in India, in Indonesia, nella Corea del Sud, nelle Filippine, nel Nepal, nella Mongolia e in Cina, centinaia di milioni di lavoratori, agricoltori, artigiani e lavoratori indipendenti poco pagati, nonché casalinghe e pensionati si sono impegnati in prolungate proteste di massa, mentre constatano il declino nella qualità e nella quantità degli acquisti di generi alimentari con prezzi alle stelle. In Africa, la fame persegue la terra e si sono verificate grandi risse per il cibo dall’Egitto fino all’Africa subsahariana fino al Sudafrica. Nei Carabi, in America centrale e meridionale, le risse per il cibo hanno portato al rovesciamento dei governi, alle proteste di massa, ai blocchi stradali dall’Argentina e la Bolivia, fino alla Colombia, al Venezuela e ad Haiti.

Riconoscendo il potenziale rivoluzionario della “politica della fame” indotta dall’inflazione, persino i governi di destra, nonché di centro-sinistra, hanno tentato di limitare il fermento attraverso (1) le sovvenzioni per gli alimenti, (2) aumentando i tassi d’interesse e riducendo la spesa pubblica per rallentare l’economia e diminuire l’inflazione (Brasile), (3) riducendo le esportazioni di generi alimentari in modo da fornire i consumatori locali (Vietnam, India, Indonesia), (4) promulgando leggi speciali contro gli speculatori e gli incettatori (Filippine), e (5) reprimendo le proteste di massa (Haiti, Egitto). Nessuna di queste misure correttive locali a breve termine ha funzionato: i controlli sulle esportazioni non hanno diminuito l’inflazione importata e i venditori all’ingrosso/al dettaglio non hanno osservato i controlli sui prezzi e si sono coinvolti in attività di mercato nero e incette. Mentre la produzione agricola è salita, la crescita di prodotti non alimentari (etanolo per biocombustibile) è aumentata ancora più rapidamente. L’inefficacia di queste “riforme” riflette il fiasco delle politiche agricole degli ultimi cinquant’anni, che si sono concentrate sul finanziamento di speciali colture agricole da esportazione su vasta scala e su complessi urbani-di servizi-industriali, trascurando la produzione del cibo di base di famiglie di agricoltori per il consumo locale. Paesi così diversi tra loro come Cuba, l’Egitto, la Cina e le Filippine hanno abbandonato l’agricoltura [ripiegando] sui servizi (il turismo a Cuba), strutture ricreative per ricchi (campi da golf), agro-esportazioni (Brasile), proprietà immobiliari (Cina), centri tecnologici e i centri commerciali (Filippine e India). Così facendo hanno soppiantato i piccoli agricoltori che producevano cibo, privandoli di crediti, incentivi sui prezzi e infrastrutture – per non parlare della confisca di ricchi terreni agricoli degli agricoltori indebitati per convertirli in campi da golf, lottizzazioni esclusive e centri commerciali.

Il risultato è la convergenza di continue proteste da parte di agricoltori e allevatori espropriati, che subiscono la mancanza di accesso alla terra, di irrigazione, di crediti agricoli, e masse di poveri consumatori urbani che subiscono l’inflazione dei prezzi dei generi alimentari. Quello che è sbagliato non sono solamente i prezzi, ma le relazioni sociali di produzione. Le priorità dello stato e la configurazione del potere di classe, che controlla lo stato e decreta le strategie economiche, ha riorganizzato l’economia alle spese della produzione di cibo disponibile, a basso costo e locale. Nessuna delle misure correttive adottate dagli attuali governi hanno nemmeno sfiorato le radici strutturali della crisi dell’inflazione.

L’inflazione e la vulnerabilità strutturale

L’inflazione ha un effetto talmente devastante oggi – persino più che in passato – a causa di svariati e profondi cambiamenti dell’organizzazione occupazionale e sociale dell’economia. In tutto il mondo i sindacati di classe sono diminuiti per numero e capacità di salvaguardare gli interessi della manodopera salariata urbana e rurale. Parallelamente a questa riduzione è arrivata l’abolizione dell’indicizzazione dei salari, una scala variabile dei salari, che permette ai lavoratori di mantenersi al passo con l’aumento dei prezzi.

In secondo luogo, la notevole crescita dei lavoratori informali e del settore dei servizi non è organizzata per poter aumentare i salari in risposta all’aumento del prezzo dei generi alimentari. L’aumento dei pensionati con un reddito fisso ha accresciuto la loro vulnerabilità nei confronti dei prezzi inflazionati, portando a nette riduzioni del potere di acquisto. La proliferazione della manodopera a contratto, contratti di lavoro precari, ha minato tutte le possibilità di negoziazione dei contratti che consentano ai lavoratori stipendiati e salariati di tenere il passo con l’inflazione.

In terzo luogo, l’ideologia dominante, promossa da tutti gli economisti capitalistici e accettata da molti funzionari sindacali, sostiene che gli aumenti salariali, e l’indicizzazione dei salari inducono la pressione dell’inflazione. Questo porta ad una collusione tra “forza lavoro e capitale” nel creare uno “sfasamento” tra l’aumento dei prezzi e gli aggiustamenti salariali, sfociando nel declino del tenore di vita. Inoltre questa perniciosa e fallace dottrina deflette l’attenzione dalle reali cause dell’inflazione – la diminuzione dell’investimento dei capitalisti sull’economia produttiva, l’ampio aumento di capitale che abbonda nell’economia di carta, gli enormi aumenti dei profitti e i salari grotteschi, gli incentivi e le remunerazioni premio per i grossi dirigenti, totalmente indipendenti dal loro “rendimento”. Ne risulta che si verifica una riduzione della produzione e della circolazione dei beni di consumo di massa. La crescita di un ampio “settore dei servizi” parassita con denaro che dà la caccia ad un minor numero di beni effettivamente disponibili ha portato all’aumento dei prezzi.

La maggior parte delle classi benestanti (il superiore 20%) si può permettere i prezzi più alti, in parte perché possono addossare i costi aggiuntivi alle masse della classe lavoratrice e ai poveri urbani e rurali. In altre parole, nell’economia odierna, l’inflazione favorisce i ricchi in parte perché pagano i propri lavoratori con una valuta debole, mentre possono trarre vantaggio dall’inflazione per alzare ulteriormente i prezzi, e poi il reddito. In altre parole i ceti più alti hanno consolidato le proprie posizioni economiche per tener conto dell’inflazione mediante il loro potere su prezzi, reddito e altri compensi in un modo non possibile per i lavoratori salariati e le persone con reddito fisso e altri settori vulnerabili. I banchieri proteggono i loro prestiti per mezzo dei tassi di interesse aggiustabili. Chi possiede il monopolio di una risorsa alza i prezzi per far profitto. I venditori all’ingrosso arrotondano i prezzi per compensare ai prezzi più alti della merce. I venditori al dettaglio su ampia scala sfruttano i consumatori finali – la grande maggioranza alla fine della catena di produzione e distribuzione.

L’inflazione: i bersagli della rivolta

Le rivolte della massa di consumatori vulnerabili sono dirette ai venditori al dettaglio, ai venditori all’ingrosso e al governo, che sono ritenuti responsabili per i prezzi più alti. I governi vengono accusati di deregolamentare l’economia, sovvenzionare gli speculatori, promuovere l’affarismo, di complicità con i monopoli, di imporre restrizioni dei salari e degli stipendi senza un controllo proporzionato sui prezzi e le necessità basilari. Dove sono approvate alcune sovvenzioni o alcuni controlli sui prezzi, non vengono coerentemente implementati o fatti osservare. E ancora peggio, abbondano l’evasione diffusa, le incette e il mercato nero a causa della complicità ufficiale e della corruzione. Secondo i burocrati di regime è più “facile” controllare i salari che i prezzi – ne consegue l’applicazione ingiusta e impari. Per di più i produttori capitalisti disinvestono frequentemente o trattengono i prodotti, specie di prima necessità dal mercato come un’arma efficace contro i controlli sui prezzi, forzando la scarsità e provocando il malcontento popolare con il governo in carica. Le politiche riformiste e i governi sono dunque costretti a scegliere tra “eliminare i controlli” per accrescere i profitti e i prezzi o mantenere i controlli e far fronte all’ira delle masse che fanno i conti con gli scaffali vuoti. Pochi o nessuno dei governi contemporanei sono intenzionati a porre minacce credibili per intervenire nei settori economici o anche in imprese, trattenendo beni o investimenti. Ancor meno probabile è che i regimi vogliano effettivamente mobilitare i lavoratori, gli allevatori e i consumatori per prendere il controllo di settori economici vitali al consumo popolare.

Le rivolte anti-inflazionistiche e le politiche extraparlamentari

Data la totale dominanza dell’ideologia del “libero mercato” non regolamentato e non ostacolato tra tutti i principali partiti politici e all’interno dei settori esecutivo, legislativo e amministrativo del governo, non esistono veicoli politici istituzionali per mezzo di cui i consumatori possano agire per arrestare il declino del loro tenore di vita, la loro sempre minore capacità di far fronte alle necessità basilari e in molte regioni di evitare la crescente malnutrizione e la fame. A causa della potente e diffusa stretta del capitalismo del libero mercato tra tutti coloro che hanno potere decisionale a livello nazionale e internazionale, i convegni convocati dalle organizzazioni internazionali per affrontare la “crisi alimentare” (definita in senso stretto come “fame” causata dalla scarsità e dai prezzi esorbitanti dei generi alimentari) hanno ripetutamente fallito nel trovare soluzioni pratiche e attuabili. Nel migliore dei casi si limitano a promettere fondi per aiuti alimentari temporanei, sovvenzioni e proposte di aiuto tecnico o di mercato. Nessun convegno sfida il potere delle corporazioni agricole di alzare i prezzi, adibire gli investimenti ad un uso più redditizio come il combustibile piuttosto che il cibo; nessuna unità di crisi suggerisce notevoli cambiamenti [nella assegnazione] dei crediti dagli agro-esportatori in favore delle famiglie di agricoltori; non viene fatto alcuno sforzo per mettere fine alla truffa dei prezzi da parte dei venditori all’ingrosso e al dettaglio. In altre parole, coloro che gestiscono le crisi appartengono alla stessa classe dei beneficiari dei prezzi alti e dei produttori di scarso cibo – e pertanto operano entro le stesse regole di mercato, che perpetuano i profitti più alti e il peggioramento del tenore di vita.

Dati gli insuccessi delle politiche ufficiali e l’assenza di qualsiasi soluzione istituzionale di rimedio, l’unica valvola di sfogo per le masse che vanno verso la rovina è l’opposizione extra-parlamentare; saccheggiare treni, negozi e magazzini all’ingrosso; far cadere i governi in carica o votare per destituirli; bloccare i trasporti e occupare gli edifici governativi; le marce e le dimostrazioni di massa di fronte alle sedi dell’esecutivo e del parlamento. Dappertutto i governi in carica temono di essere ripudiati in massa alle prossime elezioni, anche se i loro opponenti “populisti” non forniscono alcuna alternativa sistematica. Fino ad ora le proteste in massa dei consumatori, pur attingendo largamente dalle famiglie di lavoratori, devono ancora coinvolgere la classe lavoratrice organizzata nel proprio punto di produzione. I lavoratori organizzati si sono impegnati solo in rare occasioni in “scioperi generali” contro gli aumenti dei prezzi dei generi alimentari basilari. Il processo di collegamento dei settori dei produttori e dei consumatori non è tuttavia lontano dall’orizzonte, con il verificarsi di azioni concertate locali che contestano il fare affidamento su mercati non soggetti a restrizioni. I giornalisti borghesi, alcuni scrittori editoriali finanziari ed alcuni consiglieri governativi sono consapevoli del crescente pericolo per il sistema capitalistico che rappresentano l’inflazione, i crescenti prezzi del cibo e il divario tra profitti e salari e chiedono politiche contro l’inflazione e regolazione pubblica. Di fronte all’approfondirsi della crisi finanziaria che risulta dal crollo speculativo e dalla necessità dell’intervento e di salvataggi da parte dello stato su larga scala e per il lungo termine, anche alcuni settori della classe capitalistica chiedono una maggiore supervisione statale e controlli più stretti su truffe istituzionali nascoste (non ufficiali).

La percezione popolare dei salvataggi massicci di banche da parte dello stato e le proposte di nuove regolazioni per salvare il sistema finanziario ha rinforzato l’idea che lo stato può ugualmente (o con maggior giustizia) interferire per regolare i prezzi dei generi alimentari e del carburante per sostenere il tenore di vita in declino.

L’inflazione e la transizione dalla protesta alle sommosse popolari

L’inflazione e gli alti livelli di coinvolgimento dello stato per salvare il capitalismo hanno trasformato il malcontento di massa da una protesta locale contro i truffatori dei prezzi e gli speculatori locali a una protesta politica nazionale contro uno stato con preferenze di classe, che non tiene conto del deterioramento del livello di vita e che si preoccupa solamente dei più ricchi.

I lavoratori che erano prima apolitici o persino conservatori, gli agricoltori e le famiglie che hanno tratto guadagni incrementali e cumulativi del tenore di vita dalle lunghe ore lavorative e dal numero molteplice di persone della famiglia che lavorano, constatano ora il declino dei loro mezzi di sostentamento. I loro guadagni sono svalutati. Si deteriora la loro capacità di soddisfare le proprie esigenze basilari. La sensazione di “andare all’indietro” o di perdere il controllo sulle loro vite quotidiane e della mobilità verso il basso sta fomentando la rabbia collettiva di massa. Lo sforzo del lavoro aggiuntivo senza ricompense, rispetto o riconoscenza viene rinforzata quotidianamente dai costi addizionali dei beni di consumo di tutti i giorni. L’inflazione destabilizza tutte le circolazioni, non solo per il futuro, ma anche per la vita quotidiana: cosa comprare o non comprare. Cosa pagare e cosa liquidare. L’incertezza su ciò che ci si può permettere oggi e non un domani. L’incertezza si propaga dai più poveri ai “lavoratori stabili”, dai pensionati con “reddito fisso” ai “dipendenti statali sicuri”. Il dilagare a livello globale dell’inflazione mina il tenore di vita in Europa e nelle Americhe, in Asia e in Africa e con essa, il malcontento erode le fedeltà di partito e la fiducia nella legittimità elettorale e/o di governo. Storicamente niente insidia la sicurezza pubblica nella valuta, le banche, i politici e l’esistente ideologia di mercato quanto l’inflazione che arranca quotidianamente. La più grande di tutte le paure è il senso che una vita di sforzi vada a finire nella “perdita di tutto” – la casa, il mezzo di trasporto, la salute e l’istruzione – mentre i prezzi crescono più rapidamente del reddito. Prima o poi l’inflazione dilagante porta ad una regressione totale e con questa ad una rottura con tutte le precedenti lealtà e impegni.

Conclusione

L’inflazione, mentre accelera, in passato e oggi, è il grande solvente delle abitudini e delle politiche quotidiane incrementali: oggi insidia i politici in carica; domani potrà mettere in questione i governi e gli ordini sociali.

In passato, i disordini inflazionistici e la disperazione hanno portato in primo piano i demagoghi di destra che si specializzano nell’imposizione dell’ordine e della stabilità. Non è opportuno che la sinistra ignori ancora una volta gli effetti distruttivi dell’inflazione, le richieste di ordine e stabilità e lo scontento di massa dei consumatori. Le paure dell’inflazione sono altrettanto radicate delle questioni di classe e della proprietà. Combattere l’inflazione, specialmente gli aumenti dei prezzi basilari è centrale per qualsiasi prospettiva di trasformazione sociale, che rivendichi di portare beneficio ai lavoratori salariati e stipendiati, a coloro che abitano in città o in zone rurali, ai poveri, alle minoranze, ai consumatori e ai produttori.

Il prossimo libro del Professor Petras è “Sionismo, militarismo e il declino del potere USA” (Clarity Press. Ste 469, 3277 Roswell Road, Atlanta, GA 30305).

Titolo originale: ” Inflation and the Specter of World Revolution”

Fonte: http://www.informationclearinghouse.info
Link
20.07.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI

Pubblicato da Das schloss