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L'EUROZONA SI SGRETOLA?

DI MICHAEL HUDSON
Counterpunch.org

Il rifiuto dell’Islanda di essere vessata finanziariamente è un modello per Grecia e Irlanda?

Lo scorso mese l’Islanda ha votato contro l’accettazione delle richieste britanniche e olandesi che avrebbero rimborsato le agenzie di assicurazione bancarie nazionali per aver “salvato” i propri correntisti di Icesave. È stata la seconda votazione contro quest’accordo (con un coefficiente di 3 a 2) e la convinzione degli islandesi di rimanere membri dell’eurozona è scesa al 30 per cento. Il comune sentire è che i politici europei sono intervenuti in soccorso dei banchieri e non degli interessi della società, cosa che gli islandesi pensavano fosse la strada da seguire, come già stabilito nel 1957 con la formazione della Comunità Economica Europea.

Permettendo a Gran Bretagna e Paesi Bassi di mettere a pecora l’Islanda per pagare gli errori di Gordon
Brown e dei suoi colleghi olandesi, l’Europa ha messo in dubbio l’adesione dell’Islanda a causa dell’imposizione dell’austerità finanziaria
e della povertà alla popolazione, tutto questo per farle pagare soldi che legalmente non doveva a nessuno. Il problema è quello di trovare un tribunale imparziale che voglia applicare le leggi esistenti per attribuire le responsabilità a chi effettivamente le ha.

La ragione per cui l’UE ha combattuto così duramente per far prendere al governo islandese la responsabilità dei debiti di Icesave è quello che i creditori chiamano “contagio”. L’Irlanda e la Grecia devono affrontare un ammontare del debito sempre più elevato. La “troika” dei creditori europei – la Banca Centrale Europea (BCE), la Commissione Europea e il FMI – ritiene che la cancellazione del debito e la tassazione progressiva per proteggere le economie interne sia una malattia contagiosa.

Come la Grecia, l’Irlanda ha chiesto
un allentamento del debito per far sì che il governo non fosse obbligato
a tagliare la spesa nel corso di una recessione sempre più acuta. “La
stampa irlandese ha riportato che i funzionari dell’UE “hanno perso
la testa” quando i negoziatori irlandesi hanno chiesto di allargare
la condivisione del peso del debito. La Banca Centrale Europea teme
che una mossa del genere possa provocare un contagio nei mercati del
debito dell’Europa meridionale”, così ha scritto un giornalista, avvertendo che le conseguenze dello sconsiderato incameramento del debito pubblico nel bilancio dello Stato possa minacciare di far fallire l’economia.

L’Europa – in verità, le banche

tedesche e olandesi– si è rifiutata di lasciare che i governi diminuissero

progressivamente i debiti che si erano accollati (eccetto che per minori

e meno politicamente influenti correntisti): “I commenti sono usciti

subito dopo che le autorità dell’UE hanno imposto i tagli alle richieste

degli investitori in Irlanda, rendendo questa una condizione obbligata

per la concessione del pacchetto di prestiti pari a 85 miliardi di euro.

Dublino ha imposto l’80 per cento di tagli ai creditori subordinati

di Anglo Irish Bank ma non intende fare questo con i creditori

privilegiati, che sono considerati intoccabili.” (Ambrose Evans-Pritchard,

Daily Telegraph)

Per portare vantaggi all’Europa

– almeno ai suoi banchieri – c’è un principio da seguire: i governi
devono guidare le proprie economie a beneficio delle banche e dei possessori delle obbligazioni. Dovrebbe “salvare” almeno i creditori
privilegiati delle banche che falliscono (si tratta dei più grossi
investitori istituzionali e degli speculatori) e pagare questi debiti,
pubblici e privati, vendendo le aziende e aumentando le imposte che
colpiscono il lavoro. Per mettere in pareggio i propri bilanci devono tagliere i programmi di spesa, diminuire il numero dei dipendenti pubblici, gli stipendi e aumentare le tariffe dei servizi pubblici, dalla sanità all’educazione.

Il programma di austerità (il
“salvataggio finanziario”) è arrivato a un punto critico proprio un anno fa quando nel maggio del 2010 fu proposto alla Grecia un pacchetto di salvataggio per 110 miliardi di euro. Insoddisfatta della lentezza con cui si era mossa per sfregiare la propria economia, la BCE ha suggerito
alla Grecia di iniziare a privatizzare un valore di 50 miliardi di euro
entro il 2015. Le prime svendite dovevano essere quelle delle più importanti infrastrutture turistiche e quelle delle presenze del governo nel monopolio delle scommesse (OPAP), del settore postale, dei porti di Atene e di Salonicco, della Compagnia di Fornitura dei servizi di Fognatura e Acqua Potabile di Salonicco e del monopolio dei telefoni. Jean-Claude Juncker, Primo Ministro del Lussemburgo e direttore del gruppo dei ministri delle Finanze dell’Eurozona, ha avvertito che, solo nel caso in cui la Grecia acconsenta alla vendita dei suoi beni (“per consolidare il suo bilancio”), l’UE acconsentirà ad allungare le scadenze dei prestiti concessi per “salvarla” dal default.

Il problema è che la privatizzazione

e la tassazione regressiva alza il costo della vita e quello per fare

gli affari. Tutto ciò rende l’economia meno competitiva e di

conseguenza meno solvibile nel pagare i debiti che stanno accumulando

gli interessi, portando così nella direzione di un default

ancora più marcato.

La risposta da manuale della finanza,

quella di chiedere continuamente dazio, è una condotta predatoria.

I paesi del Terzo Mondo hanno già pagato sulla loro pelle, con

una progressione partita dagli anni ’70, le conseguenze distruttive

dei programmi di austerity del FMI. L’Europa sta adesso ripetendo

lo stesso schema.

Il potere finanziario vuole fare quello

che le conquiste militari hanno ottenuto nel passato. Nel pretendere

di rendere le economie più “competitive”, il vero obbiettivo è

sotto gli occhi di tutti: racimolare abbastanza denaro per far sì che

i possessori delle obbligazioni (e quindi, gli elettori) non siano obbligati

ad affrontare il fatto che molti debiti non siano rimborsabili a meno

che non si renda l’economia totalmente dipendente dal debito, da una

regressione dell’imposizione fiscale e dal peso delle privatizzazione

dei beni pubblici per essere competitivi. I tagli alla spesa e la regressione

dell’imposizione fiscale assottigliano nel lungo termine il capitale

per gli investimenti e la produttività. Queste economie sono guidate

come le aziende che sono rilevate dagli speculatori dei leverage del

debito, che tagliano e esternalizzano la forza lavoro per ottenere fondi

sufficienti per pagare i propri creditori, che arraffano il possibile

e poi scappano. La componente tattica di questo attacco finanziario

non è più lo schieramento aperto delle forze come avveniva in passato,

ma qualcosa di meno impegnativo perché le sue vittime si sottomettono

volontariamente.

Ma ora le vittime designate della finanza

predatoria stanno vendendo cara la pelle. Ma gli attaccanti non stanno

perdendo uomini e eserciti, ma sono i bilanci ad essere messi in pericolo,

e di conseguenza le loro reti di solvibilità. Quando i sindacati greci

– specialmente nelle imprese pubbliche che sono state privatizzate -,

il Partito Socialista al governo e altri partiti minori hanno rigettato

questi sacrifici, i funzionari dell’Eurozona hanno richiesto che il

progetto finanziario venisse posto in essere da tutti i partiti politici

per fissare “un accordo di tutto lo schieramento per una qualsiasi

ipotesi di salvataggio.” In altre parole, la Grecia deve rispondere

all’ondata di scioperi e di proteste di piazza con la sospensione

dell’attività dei partiti e della democrazia economica. “Il governo

e l’opposizione devono dichiarare congiuntamente che si impegnano

nel rispetto degli accordi di riforma con l’UE”, ha spiegato il

signor Juncker a Der Spiegel.

Criticando il ritardo del Primo Ministro,

George Papandreou, nella vendita dei beni dello Stato, i leader

finanziari europei hanno proposto l’istituzione di un’agenzia nazionale

per le privatizzazioni che agisca da intermediario per trasferire gli

incassi derivati da queste vendite ai creditori stranieri e per diminuire

il debito pubblico, e di impegnare i propri beni per essere come collaterali

nel caso di un default dei pagamenti verso i possessori dei titoli

di Stato. Nel suggerire che il governo “stili un’agenda per privatizzare

i beni pubblici sulla riga della Treuhandanstalt tedesca che ha

venduto le imprese della Germania Est negli anni ‘90”, il signor

Juncker ha pensato che “la Grecia potrebbe ottenere dalle privatizzazioni

più dei 50 miliardi di euro stimati” (Evans-Pritchard).

I banchieri europei stanno puntando

lo sguardo sulle vendite di circa 400 miliardi di dollari di asset

della Grecia, sufficienti per azzerare i debiti del governo. Se i pagamenti

non verranno effettuati, la BCE ha minacciato di non accettare le obbligazioni

del governo greco come garanzie. Questo impedirebbe alle banche greche

di continuare nella propria attività, distruggendo il sistema finanziario

e paralizzando l’economia. Questa minaccia è stata fatta per approvare

“democraticamente” le privatizzazioni, seguite poi dalla disgregazione

dell’unità sindacale e dall’abbassamento dei salari (“svalutazione

interna”). “Jan Kees de Jager, il ministro delle Finanze olandese,

ha proposto che tutti gli ulteriori prestiti alla Grecia debbono essere

concessi con accordi sui collaterali, per mezzo dei quali le nazioni

europee prestatrici possono rilevare gli asset

della Grecia nel caso di un default.” (Peter Spiegel, Financial

Times).

Il problema è che il default

è in fondo inevitabile per il fatto che il governo è stato messo in

un angolo a causa delle deregolamentazioni del settore bancario e per

i tagli alle tasse di proprietà e alla progressività del sistema fiscale.

Il default diventerà sempre più pressante anche nel caso in

cui la BCE stacchi la spina.

La BCE impedisce ai governi di finanziare

la propria spesa

L’introduzione dell’euro nel 1999

ha esplicitamente vietato alla BCE e alle banche centrali di finanziare

i deficit interni. Questo significa che nessuna nazione ha una banca

centrale che sia in grado di fare quello per cui sono state create le

analoghe banche di Gran Bretagna e degli Stati Uniti: monetizzare il

credito alle banche. Il settore pubblico è ormai dipendente dalle banche

commerciali e dai possessori delle obbligazioni. Per questi ultimi si

tratta di una manna, perché si sono annullati tre secoli di tentativi

per creare un’economia finanziariamente ed economicamente mista con

la privatizzazione del monopolio della creazione della moneta. Gli investimenti

di capitale nei monopoli di Stato sono ora venduti agli speculatori:

nel credito, il vincitore è quello che promette di pagare la maggior

parte degli interessi ai banchieri per assorbire la “tassa all’ingresso”

(“rendita finanziaria”) nel sistema.

La politica è diventata finanziarizzata

mentre le economie sono state privatizzate. La strategia finale era

quella di togliere la progettualità dell’economia dalle mani

dei rappresentanti eletti delle democrazie per centralizzarle in quelle

dei manager della finanza. Ciò che Benito Mussolini definiva

“corporativismo” negli anni ’20 (per dargli una definizione educata)

è stato ora raggiunto dalle più grande banche e istituzioni finanziarie

europee, con l’eufemismo dell’“economia del libero mercato”.

Il linguaggio si adatta per riflettere

la trasformazione politica ed economica (la resa?) in atto. L’”indipendenza”

delle banche centrali è stata dipinta come un “segno della democrazia”,

non come una vittoria delle oligarchie finanziarie. Il compito della

retorica è quello di sviare l’attenzione dal fatto che l’obbiettivo

del settore finanziario non è quello di rendere “liberi” i mercati

ma quello di affidarne il controllo nelle mani dei dirigenti della finanza,

la cui logica è quella di soggiogare l’economia all’austerità

e persino alla recessione, di svendere le aziende e i terreni pubblici,

di far tollerare l’emigrazione e di ridurre il tenore di vita mentre

si realizza una sempre maggiore concentrazione della ricchezza nella

vetta della piramide economica. L’idea è quella di tagliare il numero

dei dipendenti pubblici e gli stipendi dei settore pubblico, per poi

abbassare anche le richieste del settore privato, mentre si tagliano

i servizi sociali.

La contraddizione interna (come direbbero

i marxisti) è che la massa del peso degli interessi deve sempre

crescere, interessi che vengono poi reinvestiti per ottenerne altri.

Questa è la “magia” o il “miracolo” degli interessi composti.

Il problema è che il pagamento degli interessi sposta il denaro al

di fuori del flusso circolare tra la produzione e il consumo. La legge di Say dice che le somme versate dai produttori (ai

dipendenti o ai fornitori di beni materiali) devono essere spesi, in

aggregato, per comprare quello che il lavoro o il capitale tangibile

produce. Altrimenti c’è una saturazione del mercato e gli affari

si riducono, con la rete del debito del settore finanziario che fa la

parte del leone.

Il sistema finanziario si intromette

in questo flusso circolare. Le quote spese per pagare i creditori non

vengono impiegate nei beni e nei servizi; sono reinvestite in nuovi

prestiti, o in azioni e obbligazioni (che sono beni finanziari o diritti

di proprietà a carico dell’economia) o per aumentare la “scommessa”

(il “toto-capitalismo” dei derivati), il carry trade internazionale (ossia l’arbitraggio tra i tassi di cambio e i tassi d’interesse)

e altre pratiche finanziarie che sono indipendenti dall’economia della

produzione e del consumo. Così, mentre gli asset

finanziari accumulano interessi – sostenuti dalla nuova creazione

di credito dalle tastiere dei computer delle banche commerciali e delle

banche centrali– il rastrellamento finanziario dall’economia “reale”

aumenta.

L’idea di rimborsare i debiti senza

tener conto dei costi sociali si affida su modelli matematici complessi

come quelli usati dai fisici per progettare i reattori nucleari. Ma

hanno comunque dei vizi di forma abbastanza semplici da essere compresi

anche da uno studente di matematica delle superiori: si dà per scontato

che le economie possano sostenere i debiti che crescono esponenzialmente

a un tasso più alto di quanto aumentino la produzione o le esportazioni.

Solo ignorando la capacità di pagare – creando un surplus economico

che va oltre il punto di equilibrio – si può credere il leverage del debito possa produrre abbastanza profitti

“di bilancio” finanziari per pagare le banche, i fondi pensioni

e altre istituzioni finanziarie che riciclano i propri interessi in

nuovi prestiti. Ci si attende che l’ingegneria finanziaria faccia

da guida alla società post-industriale per fare i soldi dai soldi (o

piuttosto dal credito) alzando continuamente i prezzi dei beni immobiliari,

delle azioni e delle obbligazioni.

Sembra molto più semplice rispetto

all’ottenere profitti da investimenti tangibili per produrre e commerciare

beni e servizi, perché le banche possono innescare un’inflazione

delle quotazioni degli asset

con la semplice creazione elettronica del credito dalle tastiere dei

propri computer. Fino al 2008 molte famiglie in tutto il mondo hanno

visto crescere il prezzo delle proprie case molto più di quanto avrebbero

mai guadagnato in una vita di lavoro. Tutto ciò taglia fuori il complesso

ciclo M-C-M (usare il capitale per produrre beni

da vendere con un profitto) in un ciclo M-M (comprare immobili o beni

già realizzati, o azioni e obbligazioni già emesse, e aspettare che

le banche centrali spingano in alto i prezzi abbassando i tassi d’interesse

e detassando i capitali per permettere agli investitori facoltosi di

aumentare la loro richiesta di garanzie finanziarie o di assicurazioni

sulle proprietà).

Il problema è che il credito

corrisponde a un debito, e i debiti vanno pagati con gli interessi.

E quando un’economia paga gli interessi, meno denaro rimane per essere

speso in beni e servizi. E così il mercato si stringe e le vendite

calano, i profitti precipitano e ci sono meno soldi per pagare interessi

e dividendi. La disoccupazione si diffonde, gli affitti diminuiscono,

i mutuatari non sono in grado di pagare le rate e il settore immobiliare

deve affrontare la discesa dei prezzi.

Quando i prezzi dei beni vanno in picchiata,

i debiti rimangono ancora al loro posto. Quando le bolle dell’economia

diventano un incubo, i politici portano le (spesso fraudolente) perdite

delle banche private nelle pagine del bilancio dello Stato. Tutto ciò

sta dividendo i politici e minaccia la frantumazione dell’Eurozona.

Lo scioglimento dell’Eurozona?

Ai paesi del Terzo Mondo, dagli anni

’60 fino agli anni ’90, fu suggerito di svalutare la propria moneta

per ridurre il potere d’acquisto dei lavoratori, per poi provocare

importazioni di cibo, della benzina e di altri beni di consumo. Ma i

membri dell’Eurozona sono imprigionati dall’euro, avendo solo l’opzione

della “svalutazione interna”, l’abbassamento degli stipendi per

indirizzare i pagamenti verso i creditori che sono in cima alla piramide

economica europea.

La Lettonia è spesso citata come

un modello di successo. Il suo governo ha tagliato la disoccupazione

e gli stipendi nel settore pubblico sono scesi del 30 per cento tra

il 2009 e il 2010. I salari del settore privato hanno seguito questo

declino. Tutto ciò è stato plaudito come una “storia di successo”

e come un’ “accettazione della realtà”. E ora il governo ha approvato

un “emendamento alla legge di bilancio” per attuare una tassazione fissa sul lavoro (circa il 59 per cento – ndt:

da varie fonti risulta essere il 25 -, con solo l’1 per cento di tassazione

sugli immobili). L’ex candidato neoliberista alla presidenza degli

USA, Steve Forbes, lo considera sicuramente un paradiso economico.

“Salvare l’euro” è un eufemismo

per il salvataggio da parte del governo del ceto finanziario, e con

esso viene salvata una dinamica del debito che è vicina alla sua fine,

indipendentemente da cosa verrà fatto do. Lo scopo è quello di preservare

il valore dei debiti di Germania, dei Paesi Bassi, della Francia e delle

istituzioni finanziarie (ora consorziate nei fondi predatori). Non ci

saranno tagli per loro. Il prezzo dovrà essere pagato dal lavoro e

dall’industria.

Le autorità di governo sono quelle

che hanno più da perdere. Mentre il demanio pubblico è suddiviso

e venduto per pagare i creditori, le politiche economiche sono state

tolte dalle mani delle persone democraticamente elette e messe nella

mani della BCE, della Commissione Europea e del FMI.

Il tasso di disoccupazione in Spagna

è del 20 per cento, appena più di quello dei paesi baltici,

ma è il doppio tra i neo-laureati. Ma, come sembra che abbia detto

William Nassau sr. dopo che gli era stato riferito che un milione di

irlandesi erano morti per la carestia delle patate: “Non è abbastanza!”

Ci potrà mai essere qualcosa

che sia abbastanza, un qualcosa che funzioni un po’ più a lungo del

breve termine? Quello che ora “aiuta la Grecia a rimanere solvibile”

consiste nell’evitare di tassare il valore (i ricchi non stanno pagando)

e nel far arretrare gli stipendi mentre si aumentano le imposte sul

reddito e il governo (i “contribuenti”, ossia i lavoratori) svendono

il territorio e le imprese pubbliche per “salvare” le banche straniere

e i possessori di obbligazioni mentre si abbatte la spesa sociale, i

sussidi alle industrie e gli investimenti in infrastrutture pubbliche.

Un mio coetaneo amico greco mi ha

detto che la sua pensione privata (di una compagnia informatica) era

stata tagliata dal governo. Quando suo figlio è andato a riscuotere

l’assegno di disoccupazione, era stato ridotto alla metà, perché

si pensa che i genitori abbiano comunque il denaro per aiutarlo. Il

prezzo della casa che hanno acquistato pochi anni fa è precipitato.

Mi hanno detto che non hanno intenzione di rimanere nell’euro più

di quanto abbiano dimostrato gli elettori danesi nel voto del mese scorso.

Gli scioperi proseguono. La rabbia

cresce. Quando il prossimo direttore del FMI, Christine Lagarde, era

ancora ministro del Commercio, suggerì che “la Francia doveva aggiornare

il suo metodo di lavoro. I sindacati e gli altri ministri erano riluttanti,

e così la signora è ritornata sui suoi passi, dicendo che aveva solo

espresso un’opinione personale.” Quest’opinione sta per diventare

una politica ufficiale, con il FMI che fa la parte del “poliziotto

buono” contro la BCE che fa “il poliziotto cattivo”.

Io credo che la gente debba comprendere

che le dinamiche in gioco rendono vani tutti questi tentativi. I creditori

sanno a che partita si sta giocando. Tutto quello che possono fare è

arraffare il più possibile, fino a quando sarà possibile, pagandosi

lauti bonus che non possono essere intercettati dai pubblici ministeri,

e correre nelle proprie collocazioni bancarie offshore.

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Fonte: http://counterpunch.org/hudson05272011.html

27.05.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

Pubblicato da supervice

7 Commenti

  1. bel quadro vero ?
    e il convitato di pietra, cosa fà ? cosa pensa ?
    chi é ? ma il governo no ? non sono forse tutti governi “democraticamente eletti” ?ah….ah…. non sono forse tutti “espressione del popolo sovrano”….uh … uhhhh. …. muoio dal ridere al pensare aquante volte ho scritto di smetterla di badare alle false soluzioni e concentrarsi sul problema principale.
    se ci sono debiti ci sono anche i crediti.
    siano di privati o di banche (si, ma le banche di chi sono ? chi sono i loro proprietari ?)i soldi ci sono, basta prenderli dove sono, anch eperchè sono stati accumulati grazie a distorsioni di quello che è il metodo della partecipazione allo stato. troppi vantaggi per pochi a carico dei soliti muli da soma.
    a quando un sonoro risveglio ? o dovremo aspettare i carri armati perchè ci si renda conto di quanto effimero è il poco benessere che ci è stato finora concesso.
    mi lasciano rubare 10, perchè così non protesto se qualcun altro ruba 10000, siamo ladri tutti e due, e allora mi tocca anche difenderlo per difendere me stesso.
    questa è la politica portata avanti da decenni. sveglia !!!!

  2. sveglia sveglia, sveglia si ma chi è che ci fa svegliare?Guarda, io penso che ormai siamo in centinaia di migliaia a conoscere come stanno le cose, ma chi è che organizza una indignados italiana?Se ho ben capito, in tutte le piazze spagnole ove gli indignados protestavano, sono ammontate a circa 4 milioni le persone incazzate.I media non ne parlano più, mentre invece dovrebbero parlare e dire quali sono le motivazioni della protesta e contro chi, la gabanelli potrebbe farlo, ma in una intervista su youtube da delle scusanti puerili, se non andiamo in modo autonomo nelle piazze a dire le cose come stanno, “addaspettà baffò”.

  3. MANIFESTAZIONE NAZIONALE ROMA 16 -06-11

    Equitalia Usura di Stato

    MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO I SOPRUSI MAFIOSI DI EQUITALIA CON FEDERCONTRIBUENTI, ANTIEQUITALIA E SNARP PER DIRE BASTA ALLE VESSAZIONI DI EQUITALIA E ALLO STRAPOTERE DELLE BANCHE.
    MANIFESTAZIONE IN PIAZZA DEL POPOLO E CORTEO DA PIAZZA DELLA REPUBBLICA 0RE 15,00. ADERITE! NON CI AVRANNO MAI(MORTI DI FAME)COME VOGLIONO LORO ! – DIFFONDETE –
    Per info sul 16 giugno il telefono organizzazione è TEL. 327 1026755

    In un paese dove le banche e le grandi aziende vengono salvate con procedure ordinarie e straordinarie, e nel quale un precario per un rata da poche decine di euro può vedersi magari pignorare il mezzo di trasporto e conseguentemente la possibilità di lavorare, è il momento di INDIGNARSI”.

  4. La Gabanelli è una delle poche giornaliste in gamba che abbiamo in italia e sa raccontare bene i furti che si compiono quotidianamente in nel pubblico , però oltre a raccontare il furto bisogna saper dire perchè non è lecito rubare e avere delle convinzioni etiche profonde che solo una vera destra può avere …

  5. la gabanelli è una spudorata, nella intevista al lnk che ti mando, dice che il signoraggio è da discussione non da inchiesta, ma ti rendi conto.Mi chiedo se lo fa da scema oppure lo è proprio ed allora la capisco.Qualche anno fa fece una inchiesta sulla SACE un ente pubblico che assicura le nostre aziende quando vanno a lavorare nei paesi a rischio. Cioè se l’affare va male, la Sace indennizza, usando, com’è giusto denaro pubblico. L’inchiesta si fondava sul dubbio che le centinaia di milioni di euro a disposizione della Sace potevano, senza che l’opinione pubblica ne sappia niente, andare a vantaggio solo di alcune imprese e non di altre, oppure che i fondi pubblici potevano garantire anche esportazioni di armi, come in effetti confermò il direttore della Sace. Continuiamo con la gabanelli, copiato non ricordo da dove.


    «Ilisu è una località nel Kurdistan turco, dove il governo di Ankara aveva deciso di far costruire una gigantesca diga. La realizzazione era stata offerta ad un consorzio di grandi imprese europee, tra le quali l’italiana Impregilo. I lavori però non potevano iniziare senza le garanzie delle varie agenzie europee di credito all’esportazione, tra cui la Sace.
    Siccome però alla Sace non ci avevano voluto dire se questa operazione la garantivano oppure no, sempre per via della privacy, ci era toccato andare a vedere di persona.
    Si era visto che la costruzione della diga di Ilisu avrebbe comportato l’evacuazione di 100 villaggi kurdi, la sottrazione di acqua alla Siria e all’Iraq e anche l’allagamento delle rovine di Hasankeyf, un sito archelogico antico di 7000 anni.
    Il tutto sarebbe stato possibile solo grazie ai soldi dell’ignaro contribuente europeo.
    Poi il ministero del Tesoro ci ha informati che il progetto in Italia non era stato approvato, ma che comunque se lo fosse stato, noi non l’avremmo potuto sapere.»

    mi fermo quì perchè dovrei riempire pagine e pagine su questa brava signora.Dunque per la SACE che ci spennava era una questione di inchiesta, il signoraggio (ma non solo, non sono quì a fare il complottista per forza) non lo è, nooooo, macchè.E’ proprio brava questa signora a fare il gioco delle tre tavolette, si gira le parole come vuole lei.Per carità, la capisco, ma almeno dica “tengo famiglia”, chiuso.

    http://www.youtube.com/watch?v=ZhGcWdcU_dY

  6. A commento di questo noiosetto seppur utile articolo mi viene da scrivere:
    Li buon’ parenti, dica chi dir vòle,
    a chi ne pò aver, sono i fiorini:
    que’ son fratei carnali e ver’ cugini,
    padre, madre, figliuoli e figliuole.
    Que’ son parenti che nessun se’n dole:
    bei vestimenti, cavalli e ronzini;
    per cui t’inchinan franceschi e latini,
    baroni e cavalier’, dottor’ de scole.
    Que’ te fanno star chiaro e pien d’ardire,
    e venir fatti tutti i tuo’ talenti,
    che se pòn far nel mondo né seguire.
    Però non dica l’omo: “E’ ho parenti”;
    che s’e’ non ha dinari, e’ pò ben dire:
    “E’ nacqui come fungo a ombre e venti”.

  7. fonte: wall street italia [www.wallstreetitalia.com]