L'ERA DEL CIBERFETICISMO

Come Don Chisciotte - Informazione indipendente dal 2003

DI CESAR RENDUELES

Nodo50.org

Il ciberfeticismo - un sottoprodotto della concezione mercificata del vincolo sociale - è l’ipotesi secondo cui le tecnologie della comunicazione e le conoscenze ad essa associata abbiano un significato neutro nel contesto sociale, istituzionale, politico. Da questo feticismo provengono molti degli errori recenti dei media, ad esempio quello di inserire le rivolte politiche all’interno di categorie spurie, come cyber o twitter-rivoluzioni.

Nei giorni precedenti all’invasione dell’Iraq, un quotidiano madrileno pubblicò una vignetta di grandi dimensioni che illustrava i progressi tecnologici nell’equipaggiamento del soldato statunitense. Il marine 2.0 era un cyborg che i cittadini di Baghdad più fortunati avrebbero avuto l’opportunità di ammirare prima di venire da lui arrostiti con l’uranio impoverito. Si tratta di un luogo comune dei film di Hollywood. La più brutale carneficina di un berretto verde risulta accettabile quando è filtrata da occhiali per la visione notturna e da un mirino laser. Non è stato sempre così. Prima della caduta dell’URSS, l’Occidente spesso rivendicava lo sforzo analogico dell’individuo libero rispetto alla tecnologia disumanizzante. In Rocky IV Balboa si allena in una stalla siberiana mentre il suo rivale, il russo Ivan Drago, pompa i muscoli in un sofisticato laboratorio sovietico.

Oggi invece la tecnologia è un’infallibile depuratore ideologico. Secondo un dogma molto diffuso, viviamo in società della conoscenza. Molte persone intelligenti sembrano convinte del fatto che inviare foto con un telefono cellulare implichi un salto evolutivo cruciale, quando invece piantare mais con una zappa di legno sia un lavoro degno di uno scimmione subnormale. In realtà, la parte importante dell’espressione “società della conoscenza” è “società”. Crediamo disperatamente nelle capacità delle nuove tecnologie della comunicazione di poter aumentare e fortificare i vincoli fra le persone. È una cosa molto importante, quando invece la nostra storia recente è segnata da un progressivo indebolimento delle relazioni sociali.

Le scienze umane si sono mostrate quasi unanimi nel mettere in relazione la modernizzazione con la distruzione dei legami comunitari tradizionali. L’industrializzazione, la mercificazione, la crescita delle città - come anche la democratizzazione e l’Illuminismo - tendono a far dissolvere il magma simbolico che una volta orientava le vite individuali e le decisioni collettive. È un processo profondamente ambiguo: ha generato ansia e disorientamento, ma ci ha anche liberati delle catene della tradizione: Marx o Durkheim cercarono di affrontare questo dilemma attraverso scommesse politiche. Gli ideologi del nostro tempo, invece, pensano che la tecnologia semplicemente dissolva il problema, creando, da un lato, un circolo virtuoso di libertà e creatività, e dall’altro un nuovo tipo di densità comunitaria non oppressiva. Viviamo nell’era del ciberfeticismo.

Non è una cosa frivola che i tutti i mezzi di comunicazione si affannino a cercare una spiegazione tecnofila alle sollevazioni popolari in Egitto o in Tunisia nel 2011. Se uno dà credito al New York Times, il Lenin del Maghreb era un blogger della classe media esperto nei social network. Alcuni intellettuali di sinistra sono arrivati a pensare che sia stata una strategia deliberata per nascondere la relazione di queste rivolte con la controrivoluzione liberale degli anni ’70. Io credo che sia stato un modo inconscio di depurare questi movimenti sociali dal loro inquietante atavismo. La morale ricavata dai ciberfeticisti è che la potenza rivoluzionaria di Facebook riesce a penetrare anche in un contesto culturale marcato da un immobilismo allo stadio terminale. In modo davvero sintomatico, la valutazione che i mezzi di comunicazione, e di sicuro anche molte persone di sinistra, hanno fatto delle rivolte in Libia - dove solo il 5% della popolazione ha accesso a Internet - è stata molto ambigua: “I libici rifiutano la democrazia; a loro piace avere un capo forte che sia capace di impedire lo scoppio di rivalità fra tribù. Ma non amano molto il loro capo attuale”, scriveva Andrew Solomon su El País. Sembra che Twitter ancora non abbia rivelato ai libici la natura di una genuina emancipazione. In realtà, accade proprio il contrario. È invece assodato che solo il 21% degli egiziani ha accesso a Internet. Se i cittadini di questi paesi hanno fatto un simile salto politico è perché la loro fraternità - il terzo valore repubblicano - continua a essere nutrita da famiglie allargate, comunità religiose, circoli di affinità, impegni sindacali e relazioni culturali dense.

Il feticismo cibernetico è, in fondo, un sottoprodotto mercificato del vincolo sociale. Più di duecento anni fa Montesquieu coniò l’espressione “dolce commercio” per designare il modo in cui gli affari potessero fomentare un tipo di relazione sociale superficiale, ma amabile e serena. Credeva che il mercato fosse un’alternativa alle grandi passioni politiche e religiose che per secoli avevano trasformato l’Europa in un campo di battaglia. Altri autori hanno radicalizzato questa prospettiva fino ad arrivare a concepire la socialità non come un fatto primario - una caratteristica essenziale degli esseri umani -, ma come un fenomeno derivato dalle relazioni volontarie e considerate mutuamente utili. Nell’era del capitalismo da casinò, è difficile continuare ad avere questa fiducia nel potere sociale del mercato. Internet rappresenta un sostituto adatto. Secondo un’opinione molto diffusa, oggi il cemento delle nostre società fa presa su uno spazio telematico nel quale si incontrano individui autonomi senza nessun’altra relazione che i loro interessi comuni.

La verità è che la mercificazione e i suoi surrogati telematici distruggono i vincoli sociali, non li creano. Nessuna società può sopravvivere all’ostilità generalizzata. Per questo la maggior parte delle culture hanno posto forti limitazioni all’atteggiamento competitivo tipico del commercio, in cui si cerca di ottenere sistematicamente vantaggi sul nostro concorrente. Di fatto, il mercato è uno dei pochi spazi della nostra società illuminata in cui si accetta l’aggressività estrema. Altri due sono Internet e le autostrade. Secondo alcuni studi, e a dispetto di ciò che ci si poteva aspettare, le auto decappottabili ricevono meno insulti dal resto dei guidatori rispetto a qualsiasi altro veicolo. La ragione sembra essere il contatto visivo diretto con la persona che guida la decappottabile: nel più profondo delle nostre menti, la socialità e l’empatia si muovono a un livello paleolitico precedente alle autostrade e a alle chat. La cosa più simile a una decappottabile che abbiamo nel mondo delle tecnologie sono i movimenti in favore della libera circolazione della conoscenza.

Tuttavia, il ciberfeticismo è molto presente in questi movimenti cooperativi. Molto di frequente, i partigiani del copyleft (ndt: talvolta tradotto in italiano come permesso d’autore) centrano la loro attività esclusivamente nell’eliminazione delle barriere che impediscono la libera circolazione dell’informazione: monopoli, DRM (Digital Rights Management), censura, tasse… La cooperazione va intesa come la concorrenza in uno spazio comunicativo depurato all’estremo, composto da individui uniti solo da interessi simili, fondamentalmente uno spazio neutrale rispetto ai contenuti. L’informazione deve fluire, non importa se si tratta della Critica della ragion pura o di un episodio di Dragon Ball. Non mi meraviglio se le soluzioni che viene di solito proposte per le esternalità negative generate dalla liberalizzazione dei contenuti digitali - come la remunerazione degli autori o il finanziamento di progetti molto costosi – sono di solito dogmi anarcoliberali maldigeriti. Semplicemente, si dice che i creatori di copyright vivono di un’industria obsoleta che il mercato darwiniano si occuperà di depurare se si eliminano le regolamentazioni.

Per questo, durante l’estenuante polemica nata attorno alla Legge Sinde, praticamente nessuno ha proposto qualcosa di talmente semplice come l’eliminazione di questo retaggio medievale che sono gli enti privati di riscossione delle tasse. La creazione di un ente pubblico di gestione dei diritti che sostituisca la SGAE (Sociedad General de Autores y Editores), la VEGAP (Visual Entidad de Gestión de Artistas Plasticos) o il CEDRO (Centro Español de Derechos Repográficos) potrebbe assicurare la remunerazione degli autori evitando gli abusi attuali, per esempio mediante un limite ragionevole alla quantità che un autore può riscuotere o con un sistema generoso di eccezioni (mai più asili denunciati per aver cliccato “Al corro de la patata”!) Un’organizzazione come questa potrebbe potenziare le libere licenze mediante incentivi fiscali e potrebbe ridistribuire una parte dei soldi riscossi investendo in progetti culturali. Di fatto potrebbe dare il via a un forte coinvolgimento delle istituzioni in difesa della libera conoscenza, creando case editrici, piattaforme di sviluppo software, studi di registrazione, scuole e archivi digitali pubblici che creino impiego per i lavoratori del settore e garantiscano, inoltre, che le produzioni culturali minori, ma di alto valore artistico, abbiano i mezzi adeguati al loro sviluppo.

Di certo, nessun incantesimo tecnologico, giuridico o commerciale garantirà il successo di un progetto simile. Potrebbe convertirsi in un disastroso mostro burocratico corrotto e arbitrario. Se così non fosse, ciò dipenderebbe da compromessi pragmatici estremamente fragili. Dipenderebbe dalla supervisione e dall’esigenza continua da parte dei cittadini. Insomma, dipenderebbe da quella che comunemente chiamiamo politica.

**********************************************

Fonte: La era del ciberfetichismo

29.12.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di M. L. SABATINO

Commenti (1)

Per commentare accedi all area riservata con un account abilitato.

Mostra commenti 1 caricati
    1. Santos-Dumont 24 gennaio 2012

      Cito:

      Tuttavia, il ciberfeticismo è molto presente in questi movimenti cooperativi. Molto di frequente, i partigiani del copyleft (ndt: talvolta tradotto in italiano come permesso d’autore) centrano la loro attività esclusivamente nell’eliminazione delle barriere che impediscono la libera circolazione dell’informazione: monopoli, DRM (Digital Rights Management), censura, tasse… La cooperazione va intesa come la concorrenza in uno spazio comunicativo depurato all’estremo, composto da individui uniti solo da interessi simili, fondamentalmente uno spazio neutrale rispetto ai contenuti. L’informazione deve fluire, non importa se si tratta della Critica della ragion pura o di un episodio di Dragon Ball. Non mi meraviglio se le soluzioni che viene di solito proposte per le esternalità negative generate dalla liberalizzazione dei contenuti digitali - come la remunerazione degli autori o il finanziamento di progetti molto costosi – sono di solito dogmi anarcoliberali maldigeriti. Semplicemente, si dice che i creatori di copyright vivono di un’industria obsoleta che il mercato darwiniano si occuperà di depurare se si eliminano le regolamentazioni.

      Non so bene se arrabbiarmi o ridergli in faccia. Forse entrambi.

      Questo tipo di gente deve capire che, esprimendosi icasticamente, non c'è più trippa per gatti. E se si vuole capirlo fino in fondo, ossia intuire quale sia l'unica alternativa (naturalmente se qualcuno ne conosce altre che non implichino una repressione intollerabile, oltre che inefficace, sono tutto orecchie), basta informarsi su quanto accadde qualche anno fa con il software Blender. Cito nuovamente per vostra comodità da Wikipedia [it.wikipedia.org]:

      In origine, il programma è stato sviluppato come applicazione interna dallo studio di animazione olandese NeoGeo. L'autore principale, Ton Roosendaal, fondò la società Not a Number Technologies (NaN) nel 1998 per continuare lo sviluppo e distribuire il programma che inizialmente fu distribuito come software proprietario a costo zero (freeware) fino alla bancarotta di NaN nel 2002. I creditori acconsentirono a rilasciare Blender come software libero, sotto i termini della licenza GNU General Public License, per il pagamento una-tantum di € 100.000,00. Il 18 giugno 2002 fu iniziata da Roosendaal una campagna di raccolta fondi e il 7 settembre 2002 fu annunciato che l'obiettivo era stato raggiunto e il codice sorgente di Blender fu rilasciato in ottobre. Ora Blender è un progetto open source molto attivo ed è guidato dalla Blender Foundation; l'ultima versione, rilasciata il 19 ottobre 2011, è la 2.60.

      In sintesi, fine della mungitura pluriennale degli "utenti": percepisci la tua sacrosanta una tantum fissata a piacere come condizione irrinunciabile per la distribuzione dell'opera dell'intelletto, e poi tanti saluti; successivamente l'unica garanza sarà il riconoscimento del diritto morale d'autore.
      Se vi pare iniquo, domando: per caso ogni operaio, funzionario, etc della Fiat percepisce emolumenti in base al numero di veicoli venduti? O un chirurgo plastico, riceve diritti d'autore per ogni seno rimodellato (sempre estetica é)?

      Certo che per chi é abituato a campare di "interessi", la prospettiva non é allettante... C'est la vie.

Visualizzati 1 di 1 commenti approvati.