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L'ECONOMIA E IL QUADRO GENERALE

DI FELICE PACE
Counterpunch

Nessuno dei servizi che ho letto sulla crisi economica spiega agli americani qual è il nocciolo della questione, né fornisce una prospettiva storica che vada oltre a riferimenti semplicistici alla Grande Depressione: questo articolo tenta di fornire l’analisi e la prospettiva mancanti.

Nel 1948 George Kennan, uno dei maggiori architetti della politica estera statunitense del dopoguerra, dichiarò, con una frase poi divenuta famosa, qual era l’obiettivo principale della politica americana dell’epoca: “Deteniamo circa il 50% della ricchezza mondiale ma siamo solo il 6,3 % della popolazione, perciò non possiamo che essere oggetto di invidia e risentimento. Il nostro vero compito nel tempo a venire è pianificare uno schema di relazioni che ci permetta di mantenere questo divario”. La politica estera americana nella seconda metà del Ventesimo secolo si è strettamente conformata ai dettami proposti da Kennan.

Kennan e i suoi colleghi sapevano che gli USA non avrebbero potuto mantenere facilmente, né in modo permanente, il controllo del 50% della ricchezza mondiale. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale la capacità produttiva di Europa e Giappone, e di una buona parte del resto del mondo, era praticamente annientata mentre la produttività degli USA, sostenuta dalle spese di guerra del governo, era florida e consistente. Ma l’Europa e il Giappone sarebbero stati ricostruiti e le aspirazioni economiche sarebbero cresciute nel mondo quando le nazioni, una dopo l’altra, si fossero liberate dal giogo del colonialismo di stampo europeo.

Kennan e gli altri sapevano che alla fine l’Europa e il Giappone e quelli che al tempo erano chiamati paesi sottosviluppati avrebbero rivendicato una porzione significativa della ricchezza mondiale e che ciò avrebbe intaccato l’opulenza statunitense. Decisero dunque che era loro compito ritardare quest’eventualità e limitare la quantità di ricchezza che gli USA avrebbero dovuto perdere a vantaggio di nazioni in via di sviluppo o ricostruzione. Allo stesso tempo, per mantenere le industrie americane in piena attività, il governo degli Stati Uniti prendeva provvedimenti per aumentare considerevolmente la domanda interna e quindi l’agiatezza dei cittadini americani.

Negli anni Sessanta e Settanta gli americani furono indotti a credere che avrebbero mantenuto il loro standard di vita per sempre, mentre Kennan e la classe al potere sapevano che non sarebbe stato così sul lungo periodo. Avevano capito che il dominio militare sul mondo avrebbe solo potuto ritardare l’inevitabile resa dei conti.

Ma il dominio militare richiedeva l’impegno di ingenti capitali e il problema divenne quindi come affrontare queste spese e allo stesso tempo mantenere alti i consumi dei lavoratori americani. La sola soluzione era il consumo di massa a credito, finanziato dalla vendita di obbligazioni oltre oceano. Abbiamo venduto le nostre obbligazioni all’Europa e al Giappone reindustrializzati; più recentemente economie emergenti come la Cina sono state convinte a finanziare l’impresa. Solo con il sostegno dei prestiti gli USA avrebbero potuto mantenere ciò che fu chiamato da allora in poi “lo standard di vita americano”, mentre la porzione di ricchezza reale che detenevano diminuiva costantemente. L’imperativo di nascondere la realtà economica ai cittadini americani e ritardare la resa dei conti spiega perché, a scanso d’ogni retorica, sono stati i Repubblicani i principali fautori del deficit americano nel secondo dopoguerra.

A partire dagli anni Ottanta la maggiore preoccupazione dell’élite al potere è stata assicurarsi che quando la resa dei conti fosse arrivata sarebbero stati i lavoratori e non i ricchi a sostenerne il peso. Ciò richiedeva un trasferimento di ricchezza dalla working class ai ricchi in anticipo rispetto alla resa dei conti. Questo è stato il progetto fondamentale dell’élite al potere dall’elezione di Ronald Reagan in poi.

Nel frattempo i governanti hanno trovato il modo di minimizzare la redistribuzione della ricchezza mondiale. La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno fatto la loro parte ma lo strumento principale sono stati gli accordi del cosiddetto “libero scambio”. Se gli Stati Uniti e l’Europa avessero potuto convincere il resto del mondo a permetterci di essere i loro banchieri, avremmo potuto utilizzare il dominio bancario per mantenere la presa su una fetta maggiore della ricchezza mondiale.

Questo progetto è andato incontro a notevoli ostacoli. Le potenze manifatturiere emergenti, guidate dall’India e dal Brasile, hanno chiesto che, in cambio dell’accesso ai loro mercati finanziari, gli Stati Uniti smettessero di sovvenzionare la propria produzione agricola e quella di alcune industrie. Ma queste industrie si sono opposte e per il momento sono per lo più riuscite nei loro intenti. Ad ogni modo le grandi imprese agricole credono che alla fine i banchieri vinceranno la partita e che i sussidi diretti alle coltivazioni finiranno. Ciò contribuisce a spiegare perché i sussidi agricoli si stiano spostando dalle coltivazioni alla conservazione. Ma questa è un’altra storia…

Al tempo della prima elezione di Bush Secondo, il governo aveva un surplus notevole, almeno sulla carta. L’élite al potere aveva cominciato a preoccuparsi che la strategia del libero scambio non avrebbe funzionato. L’urgenza di assicurarsi che il contraccolpo ricadesse sui lavoratori – e non sui ricchi- si fece ancora più pressante. Lo strumento per raggiungere questo fine fu la trasformazione del surplus dei conti correnti federali in un enorme deficit.

Nel suo discorso al Congresso del 24 febbraio il Presidente Obama ha riconosciuto che durante la presidenza di George W. Bush “un surplus era una scusa per trasferire ricchezza ai ricchi invece che un’opportunità di investire nel nostro futuro”.

I dati sul reddito individuale suggeriscono che il progetto di trasferimento della ricchezza messo in atto dalla classe al potere sia riuscito perfettamente. Secondo l’Ufficio Bilancio del Congresso, che può essere considerato imparziale, il reddito della metà più povera delle famiglie americane è aumentato del 6% dal 1979 ma, solo durante il 2005, il reddito della fascia più alta è andato alle stelle, aumentando del 228 %. Il Wall Street Journal riporta che nella fascia più alta della classifica reddituale si trova lo 0,1 % della popolazione, ovvero 14.000 famiglie, che detengono il 22,2% della ricchezza nazionale, mentre nella parte più bassa si trova il 90%, ovvero 133 milioni di famiglie, con appena il 4%.

Mentre le disparità di reddito e ricchezza si sono mantenute durante le amministrazioni Clinton, Bush 1 e Reagan, il trasferimento di ricchezza negli otto anni della presidenza di Bush Secondo è stato caratterizzato da un’ampiezza e un’audacia senza precedenti.

La cosiddetta “crisi dei mutui” è la prova che “chi semina vento raccoglie tempesta”. Buona parte dei consumi sostenuti dal prestito facevano riferimento al mercato immobiliare. Il risultato è stata un’inflazione enorme.

La crisi del credito scatenata dalla crisi dei mutui è uno degli aspetti della resa dei conti. Per fortuna della classe al potere, le Presidenze Bush 1 e 2, Clinton e Reagan sono state usate per far sì che la perdita di ricchezza associata al crollo del credito ricadesse sproporzionatamente sulle spalle dei lavoratori rispetto alla classe dominante. Com’era prevedibile, ad ogni modo, l’avidità l’ha spinta a puntare troppo in alto. Messa di fronte all’ascesa di un nuovo presidente, la cui fedeltà
ai suoi stessi valori non era certa, non ha potuto astenersi dal cibarsi ancora una volta alla pubblica mensa.

Quest’ultimo pasto è conosciuto come il “Salvataggio delle Banche”. Secondo gli investigatori del Congresso, le azioni date dalle banche al governo valevano, nel momento in cui le transazioni sono state perfezionate, solo il 69% dei pagamenti ricevuti dal governo stesso. Si è trattato di un trasferimento di 78 miliardi dai contribuenti ai ricchi proprietari delle banche. Il valore di mercato delle azioni è al momento ulteriormente diminuito.

Ecco a che punto ci troviamo oggi.

Molti americani hanno votato per il Presidente Obama credendo che potesse portare un vero cambiamento in America. Questi elettori vogliono giustizia economica e politica. Le prime azioni dell’Amministrazione Obama sono piuttosto ambigue. Ha affermato di voler alzare le tasse ai ricchi ma ha ignorato le richieste di un controllo pubblico sui fondi di salvataggio ricevuti dalle banche. Persino le pressioni a limitare i compensi dei manager sembrano essere decisamente retoriche. Il sistema dei bonus, che incoraggia la speculazione dando ai manager ingenti retribuzioni aggiuntive quando prendono rischi estremi, apparentemente non cambierà. Le proposte dell’amministrazione Obama per continuare i salvataggi sono piene di buchi attraverso cui si potrebbe far passare una flotta di grandi e nuovi yachts.

Se gli elettori fossero stati meno ipnotizzati dalla retorica di Barack Obama, avrebbero realizzato che i cambiamenti che intende favorire sono pensati per sostenere l’attuale sistema economico, piuttosto che riformarlo alla base. Il Presidente sottoscrive l’affermazione che queste istituzioni finanziarie sono “troppo grandi per fallire”. Un vero riformatore avrebbe concluso che le istituzioni troppo grandi per fallire devono essere dissolte.

Teddy Roosvelt sfruttò lo tsunami politico dell’ Età Progressista [1] per spezzare i cartelli monopolistici. La classe al potere da allora ha lavorato instancabilmente per ricostruirli, sebbene sotto nuove forme. Dobbiamo liberarci dei cartelli monopolistici come fece Teddy Roosvelt e dobbiamo farlo ora, mentre la classe al potere è indebolita e i lavoratori americani sono impazienti di vedere un cambiamento.

Barack Obama sarà il nostro Teddy Roosvelt? I segnali che abbiamo avuto fino ad ora dicono di no.

NOTA DEL TRADUTTORE

[1] L’Età Progressista (Progressive Era, 1890-1920), nella storia degli Stati Uniti, è un periodo di importanti riforme politiche, economiche e sociali.

Felice Pace ha studiato economia a Yale. Osservare il comportamento del compagno di studi G. W. Bush ha giocato un ruolo fondamentale nel convincerlo a ritornare alla classe lavoratrice e ad adoperarsi per una riforma politica ed economica radicale.

Titolo originale: “The Economy and the Big Picture”

Fonte: http://www.counterpunch.org
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01.03.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MAURA PARISI

Pubblicato da Das schloss

  • AlbaKan

    “”Ma il dominio militare richiedeva l’impegno di ingenti capitali e il problema divenne quindi come affrontare queste spese e allo stesso tempo mantenere alti i consumi dei lavoratori americani”” Finchè questo sistema non cambierà, ci ritroveremo sempre allo stesso punto. Chi può pensare che chi ha causato la crisi ora trovi le soluzioni? Se sono competenti, si sarebbero accorti prima di ciò che stata succedendo, se invece lo sapevano, ma sono solo dei truffatori…..ci trufferanno ancora per l’ennesima volta. Inoltre le aziende chidono…pensate che chiuderanno anche le aziende sempre floride come quelle di armi?……””In questi giorni di crisi economica, di eccesso della spesa di bilancio, di stanziamenti, svariati milioni di dollari di riscatto, quando gli americani sono costretti a tirare la cinghia, uno degli stanziamenti più automatici – un salvataggio che si nota subito – va a un governo straniero, ma è poco conosciuto dalla maggior parte degli americani. L’ aiuto militare degli Stati Uniti a Israele è stimato in incrementi annui di miliardi di dollari, ma praticamente non sono in discussione, mentre altri esborsi fiscali sono drasticamente tagliati.

    Stati Uniti e Israele firmarono nel mese di agosto 2007 un “Memorandum of Understanding” (Memorandum d’intesa), impegnandosi a dare ad Israele 30 miliardi di dollari in aiuti militari nel corso del prossimo decennio. Si tratta di un assegno versato in contanti all’inizio di ogni anno fiscale. L’unica clausola sull’uso di tale dono in denaro a Israele è che spenda il 74% per l’acquisto di beni e servizi militari statunitensi””” CI SONO TUTTI QUESTI SOLDI PER LO STATO TERRORISTA DI ISRAELE E NON PER CHI MUORE DI FAME?…
    http://www.vocidallastrada.com/2009/03/crisi-economicaaiuti-militari-ad.html

  • PIEROROLLA

    “Terminato l’evento su Globalizzazione e Sviluppo con la presenza di oltre 1500 economisti, famose personalità scientifiche e rappresentanti di organismi internazionali riunitisi a L’Avana, ho ricevuto una lettera ed un documento di Atilio Boron, Dottore in Scienze Politiche, Professore Titolare di Teoria Politica e Sociale, direttore del Programma Latinoamericano d’Educazione a Distanza in Scienze Sociali (PLED), oltre ad altre importanti responsabilità scientifiche e politiche. Atilio, solido e leale amico, aveva partecipato giovedì 6 al programma “Mesa Ridonda” della Televisione Cubana, insieme ad altre personalità internazionali che hanno partecipato alla Conferenza su Globalizzazione e Sviluppo.
    Ho saputo che sarebbe partito domenica ed ho deciso di invitarlo ad un incontro alle 5 del pomeriggio del giorno successivo, sabato 7 marzo.
    Avevo deciso di scrivere una riflessione sulle idee contenute nel suo documento. Utilizzerò in sintesi le sue stesse parole:
    “… Ci troviamo in presenza di una crisi capitalista generale, la prima di una grandezza paragonabile a quella esplosa nel 1929 ed alla cosiddetta “Grande Depressione” del 1873-1896. Una crisi integrale, della civiltà, multi-dimensionale, la cui durata, profondità e portata geografica saranno sicuramente di maggiore ampiezza delle precedenti.
    “Si tratta di una crisi che trascende abbondantemente l’aspetto finanziario o bancario e colpisce l’economia reale in tutti i suoi aspetti. Danneggia l’economia globale e oltrepassa le frontiere statunitensi.
    “Le cause strutturali: è una crisi di sovrapproduzione e contemporaneamente di sottoconsumo. Non a caso è esplosa negli USA, perché questo paese è da oltre trent’anni che vive artificialmente del risparmio esterno e del credito esterno; queste due cose non sono infinite: le imprese si sono indebitate al di sopra delle loro possibilità; inoltre lo Stato si è indebitato non solo al di sopra delle sue possibilità per affrontare non solo una, ma due guerre, senza aumentare le tasse, ma riducendole; i cittadini sono spinti sistematicamente dalla pubblicità commerciale ad indebitarsi per sostenere un consumismo esagerato, irrazionale e sprecone.
    “Però a queste cause strutturali bisogna aggiungerne altre: l’accelerata finanziarizzazione dell’economia, l’irresistibile tendenza all’incursione in operazioni speculative sempre più rischiose. Scoperta la “fonte della giovinezza” del capitale grazie a cui il denaro genera ancora più denaro, prescindendo dalla valorizzazione apportata dallo sfruttamento della forza lavoro e considerando che enormi quantità di capitale fittizio possono essere ottenute in pochi giorni, al massimo settimane, l’assuefazione da capitale porta a trascurare qualsiasi calcolo o qualsiasi scrupolo.
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    continua
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    http://ildirittodisapere.blogspot.com/

  • adriano_53

    La lotta di classe, esorcizzata in questi decenni di supremazia borghese, ritorna ad essere la chiave di lettura per capire il divenire della società capitalista. Il vento che l’annuncia nel frattempo ripulisce il linguaggio perchè riduce lo scarto tra parola e senso e riorganizza il pensiero perchè riavvicina l’astratto e il concreto. Per la riorganizzazione del rapporto tra teoria e prassi, la politica, staremo a vedere.