Prosegue la serie di contributi dedicata ai temi in cui più pervasiva ed efficace risulta la strategia totalitaristica delle forze euro-globaliste. Autore dei contributi è il prof. Luca Marini, docente di diritto internazionale alla Sapienza di Roma, dove per vent'anni è stato anche titolare della Cattedra Jean Monnet conferita "Ad Personam" dalla Commissione europea. Tra i più noti studiosi di biodiritto internazionale, il prof. Marini è stato Vicepresidente del Comitato Nazionale per la Bioetica della Presidenza del Consiglio dei Ministri ed è presidente dell'European Centre for Science, Ethics and Law (ECSEL) e del Comitato Internazionale per l'Etica della Biomedicina (CIEB). Durante la pandemia ha pubblicato il volume "Covid. Prove tecniche di totalitarismo" (La Vela, 2021) ed è stato, con Olga Milanese e Francesco Benozzo, promotore del Referendum "No Green Pass". Con riferimento al tema trattato in questo articolo, ricordiamo che il prof. Marini è stato Coordinatore scientifico nazionale del Programma di Ricerca di Interesse Nazionale (PRIN) "Il principio di precauzione" e coordinatore dell'omonimo gruppo di lavoro presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
"Leave the gun, take the cannoli". Anche il cibo può uccidere
Di Luca Marini
Che il cibo sia più importante delle armi ce lo ricordava, già nel 1972, Francis Ford Coppola ne Il Padrino, dove un granguignolesco Peter "Fat" Clemenza, fedele caporegime di Don Vito Corleone, si rivolge al killer che ha appena sparato alla nuca di un traditore della Famiglia e gli ordina: "La pistola lasciala, pigliami i cannoli" rimasti accanto al cadavere.
Dal 1972 in poi molte cose sono cambiate, non foss'altro perché, oggi, anche il cibo può uccidere. E non a tradimento: i consumatori (almeno in parte) lo sanno, o dovrebbero saperlo, ma fanno finta di niente, distratti come sono da un caleidoscopio di emergenzialismi permanenti e convinti che, in fondo, di qualcosa si deve pur morire.
Nel primo di questa serie di contributi, intitolato "Antistoria della PAC", ho ricordato come e perché la politica agricola comunitaria ha sistematicamente distrutto l'agricoltura europea, favorendo di fatto il passaggio del settore nelle mani dell'agro-industria e della finanza transnazionale. Ciò ha prodotto, tra l'altro, l'effetto di azzerare, o quasi, ogni residua capacità di autosussistenza: anche ammesso che ogni agricoltore italiano (al netto degli addetti alla silvicoltura, alla pesca, dei non regolari, ecc.) vivesse "del suo", e quindi consumasse solo ciò che produce, come era vero fino a una generazione fa, la percentuale di popolazione interessata si aggirerebbe, oggi, intorno all'1,5%, a conferma della sostanziale irrilevanza del fenomeno anche ai fini del mantenimento delle necessarie competenze a beneficio delle generazioni successive.
E tutti gli altri italiani? Semplice: vanno al supermercato dove, rompendo una volta per tutte il rapporto fisso agricoltura/prodotti alimentari, restano vittime di un marketing che sempre più spesso fa scopa con una normativa concepita all'ombra delle scrivanie degli stakeholder con l'avallo di politici conniventi.
Vediamo come, esaminando tre casi di scuola: soia, OGM, carne sintetica.
La soia ha avuto un ruolo diabolico nell'evoluzione dell'agricoltura e dell'alimentazione europea. Prodotta su vasta scala dall'agricoltura del midwest americano (lo stesso dove, già nel corso degli anni Venti, lo sfruttamento intensivo dei terreni causò il fenomeno dei Dust Bowls), la soia è una pianta dotata di molteplici impieghi, potendosi estrarre da essa anche un olio vegetale utile alla fabbricazione della margarina: con i residui della lavorazione, infine, si producono alimenti per il bestiame (i famigerati panelli) caratterizzati da costi di produzione bassissimi e in grado di fornire, insieme, calorie e proteine, sostituendo addirittura il siero di latte nell'alimentazione dei vitelli.
L'impiego "miracoloso" della soia in campo zootecnico ha gradualmente aperto la strada, in Europa, al consumo umano, complice anche un certo entusiasmo dovuto alla natura vegetale delle proteine in essa contenute.
Il miracolo, tuttavia, non è a buon mercato: la produzione e il commercio della soia è storicamente controllato da alcune multinazionali agro-alimentari che, da sole, incidono sulla determinazione dei costi di produzione, dei prezzi di vendita e delle politiche commerciali di interi Stati e Organizzazioni internazionali, ciò che si traduce in ricatti più o meno velati a danno dell'economia di taluni Paesi, non necessariamente tra i più poveri.
C'è poi la questione della sicurezza alimentare (come intesa a casa nostra, ovviamente, e non nel mondo anglosassone, dove per food security si intende la sicurezza degli approvvigionamenti e quindi la quantità, e non la qualità, del cibo): la soia che arriva sulla tavola degli italiani, infatti, anche sotto forma di latte, formaggi e carne derivati da animali nutriti con i panelli di cui sopra, è quasi tutta geneticamente modificata , ciò che suscita dubbi legittimi in quanti desiderino (per motivi anche diversi da quelli scientifici) astenersi dal consumare prodotti alimentari contenenti, costituiti o derivati da OGM.

E veniamo così al secondo degli esempi prima citati. Forse non tutti sanno che, in Europa, l'immissione in commercio degli alimenti geneticamente modificati formò oggetto di una moratoria avviata alla fine degli anni Novanta e bruscamente interrotta nel 2003, a seguito - si disse allora - delle pressioni esercitate sull'UE dagli Stati Uniti d'America e del relativo contenzioso avviato in seno alla World Trade Organization (WTO).
In realtà, alla conclusione della moratoria non fu certamente estranea l'importanza strategica, particolarmente avvertita dalla Commissione europea, di erodere ulteriormente il rapporto tra mondo contadino e rurale, da una parte, e produzione del cibo, dall'altra (rapporto già compromesso dalla, allora recente, riforma della PAC), modificando le abitudini dei cittadini europei al punto da scardinare definitivamente le fondamenta culturali e antropologiche del ciclo alimentare.
Ma a chiudere la moratoria contribuì più di ogni altra cosa il dibattito sul ruolo e le prospettive delle biotecnologie che, in quegli anni, costituivano la punta di diamante della cosiddetta rivoluzione biomedica.
È innegabile, infatti, che la liberalizzazione delle biotecnologie vegetali e agro-alimentari abbia aperto la strada alla sperimentazione sull'essere umano, a cominciare dal suo stadio iniziale di sviluppo, ed è altrettanto innegabile che la sperimentazione sull'embrione (enfatizzata, all'epoca, da una capillare e pervasiva opera di propaganda volta a esaltare le ricadute attese dalla ricerca sulle cellule staminali), ha costituito il primo passo sul pendio scivoloso di quel transumanesimo di cui, oggi, tanto si parla.
Non si tratta, ovviamente, di riesumare le strumentalizzazioni semantiche concernenti l'identità, la dignità e la corporeità umana, né di riaprire la contrapposizione ideologica, confessionale e politica relativa allo statuto embrionale (mero ammasso di cellule? vita umana?) in cui è stato fatto appositamente annegare il dibattito bioetico in Italia, ma di riconoscere un fatto di palmare evidenza: e cioè che gli sponsor politici della ricerca sull'embrione erano, in quel momento, gli stessi che supportavano gli OGM, e viceversa, come ricorda bene chi ha rivestito incarichi istituzionali nel campo della bioetica.
Una specie di cartina di tornasole utile a individuare le responsabilità di quegli schieramenti che, già allora, tacciavano di antiscientismo chi sollevava dubbi in merito alle rutilanti meraviglie del biotech e che, di lì a breve, avrebbero gettato la maschera per abbracciare la retorica euro-globalista (in seguito demo-woke-nazi-arcobaleno) concepita dal capitalismo ultra-finanziario di matrice giudaico-massonica.
In ogni caso, nel 2003, Consiglio dell'Unione e Parlamento europeo (quella simpatica istituzione che i cittadini italiani si ostinano a eleggere entusiasticamente ogni cinque anni) adottarono un pacchetto di regolamenti che, seppellendo una volta per tutte la moratoria, liberalizzò la commercializzazione degli alimenti in parola, a condizione che questi ultimi contenessero non più dello 0.9% di materiale geneticamente modificato: al di sotto di questa soglia "di tolleranza" - la cui determinazione è puramente convenzionale, non essendo basata su alcun dato scientifico - l'etichetta commerciale può omettere tout court la presenza di OGM nell'alimento considerato, rendendo così il consumatore cieco, sordo e muto.
Fondati sullo scellerato principio della contaminazione accidentale, secondo cui l'inevitabile condivisione delle medesime linee produttive da parte dell'agricoltura convenzionale, di quella biologica e di quella transgenica fa sì che tutti i prodotti alimentari, indipendentemente dal metodo agricolo utilizzato, contengano tracce più o meno rilevanti di materiale geneticamente modificato, quei regolamenti hanno sacrificato al feticcio biotech le garanzie poste a tutela di esigenze generali quali salute, ambiente, sicurezza alimentare, protezione dei consumatori, lealtà delle transazioni commerciali.
Dietro lo slogan in voga in quegli anni ("dalla separazione alla coesistenza" dei metodi agricoli), propagandato dai supporter degli OGM in nome dell'asserita insostenibilità economica che sarebbe derivata dal mantenimento di linee produttive diversificate, si celava poi un omicidio premeditato: è infatti evidente che, spalmando gli OGM (nella percentuale dello 0.9) su qualsiasi alimento o materia prima alimentare, il principio della contaminazione ha fatto piazza pulita dei dubbi e delle incertezze scientifiche in ordine alla sicurezza di ciò che, fino a pochi anni prima, era comunemente definito "il cibo di Frankenstein" e ha contestualmente immolato sull'altare dell'innovazione tecnologica un principio generale di diritto internazionale che aveva conosciuto un favore crescente nel corso degli anni Ottanta e Novanta e che, invece, a partire dal 2003, semplicemente scompare dalle fonti normative dedicate alla sicurezza alimentare, ambientale e sanitaria. È ovvio il riferimento al principio di precauzione, la cui estinzione si rivelerà perfettamente funzionale, quindici anni dopo, alla pseudo-campagna vaccinale anti-Covid.
Pensando al sussulto di consapevolezza critica che, dopo l'affaire OGM, ha portato l'opinione pubblica a mostrare una buona dose di scetticismo nei riguardi delle nuove derive transumaniste in campo alimentare (si pensi, di recente, al caso degli insetti), potremmo eufemisticamente affermare che non tutti i mali vengono per nuocere.
Ci sono, però, due buone ragioni per non essere eccessivamente ottimisti: anzitutto, perché l'azione di lobby che gli stakeholder esercitano sui decisori politici e sui processi normativi è, diciamo così, tradizionalmente indifferente alle sollecitazioni della società civile; e in secondo luogo perché, seppure quelle sollecitazioni arrivassero all'attenzione delle istituzioni politiche, non è detto che queste ultime saprebbero esattamente dove andare a parare.
La conferma delle ambiguità appena evocate si ricava proprio dal caso della carne clonata o sintetica, per venire all'ultimo degli esempi citati, rispetto alla quale, come si ricorderà, un ministro del Governo in carica ha recentemente invocato provvedimenti restrittivi sulla base della sbandierata esigenza di proteggere gli allevatori italiani e l'eccellenza alimentare "Made in Italy".
Ora, delle due l'una: o quel ministro ignora che provvedimenti come quelli invocati, in sé tipicamente protezionistici, sono destinati a cadere più facilmente sotto la scure delle organizzazioni internazionali preposte alla liberalizzazione degli scambi commerciali (dal WTO all'UE); o non lo ignora e fa finta di niente, per scopi tutti da chiarire. In ogni caso è evidente che, per scongiurare il rischio di cadere nella trappola di un mainstream che risponde alle stesse élites giudaico-massoniche cui fanno capo le lobby del biotech, pochi hanno il coraggio di denunciare pubblicamente le incertezze scientifiche che circondano la carne clonata, preferendo ridurre la questione alla difesa di più comodi (e corporativi) interessi di bottega.
Ma non basta, perché l'ambiguità di cui sopra è funzionale anche a un altro risultato: una volta lanciato il sasso nello stagno e dato vita al dibattito sulla carne sintetica, più o meno pilotato dai soliti scienziati da salotto televisivo, c'è da scommettere che, come accaduto con gli OGM, sarà proprio il legislatore europeo a intervenire per sciogliere il nodo gordiano costituito da evidenze scientifiche controverse e contraddittorie, magari imponendo soluzioni allineate alle esigenze degli stakeholder e alle tesi da essi sostenute.
In tal senso, del resto, soccorre da tempo un principio cardine del diritto europeo, il principio del mutuo riconoscimento, secondo cui qualsiasi prodotto legalmente fabbrica in un Paese membro dell'UE deve poter circolare liberamente nel territorio degli altri Paesi membri: perciò, se nel Paese X si fabbricasse, legalmente, il formaggio all'uranio (o la carne clonata), la sua esportazione negli altri Paesi non potrebbe essere impedita a meno di dimostrare che, da ciò, derivi la lesione delle esigenze generali già ricordate (protezione della salute, dell'ambiente, dei consumatori, ecc.). Serve dire altro sulla natura diabolica di tale principio?
Del resto, gli interessi tecnologici, industriali, produttivi, commerciali e biopolitici che ruotano intorno all'alimentazione hanno fatto nascere miti che continuano a essere diligentemente ossequiati da generazioni di "scienziati" e di medici formatisi, probabilmente, all'ombra delle scrivanie di cui sopra.
Dal consumo dei latticini per prevenire l'osteoporosi in menopausa all'alimentazione carnea dei neonati e divezzi, dall'impiego di margarine e olii di semi per ridurre il colesterolo alle vitamine per la prevenzione dei tumori, buona parte degli studi scientifici relativi sono incompleti, lacunosi o, tout court, manipolati allo scopo di foraggiare certi filoni di ricerca, pianificare la carriera di certi scienziati, orientare certi consumi o creare certi mercati: e chiunque lavori nel mondo accademico sa bene come certi studi vengono pubblicati su certe riviste scientifiche.
Ancora una volta tutto è perduto? Neppure per idea. Occorre solo più etica. E di questo parleremo nel prossimo contributo.
Di Luca Marini
21.08.2026
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