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LE RIVOLTE GRECHE SONO UN'ANTICIPAZIONE DI QUELLO CHE ACCADRA'?


DI PETER POPHAM
The Independent

Le rivolte greche sono un segno della situazione economica. Altri paesi dovrebbero preoccuparsi, afferma Peter Popham da Atene

Dopo aver lanciato la scorsa settimana 4600 candelotti di gas lacrimogeni, la polizia greca ha quasi esaurito le proprie scorte. Mentre si cercano forniture d’emergenza in Israele e Germania, le bombe Molotov e le pietre dei manifestanti continuano a piovere, con scontri che si sono ripetuti ieri fuori dal Parlamento.

Riunendo giovani da poco ventenni che lottano per sopravvivere in una situazione di disoccupazione giovanile di massa e studenti che sgobanno in vista di esami universitari altamente competitivi che alla fine potrebbero non aiutarli in un mercato del lavoro insidioso, gli avvenimenti della scorsa settimana potrebbero essere definiti come le prime rivolte della crisi finanziaria. Vi sono stati attacchi di solidarietà di dimensioni inferiori da Mosca a Copenaghen, e gli economisti sostengono che paesi con problemi simili di disoccupazione giovanile come la Spagna e l’Italia dovrebbero prepararsi agli scontri.

A seguire: “Alexis Lycoudis, un altro Alexis” (Le Monde).
Apparentemente, il detonatore delle violenze greche è stato lo sparo da parte della polizia ad un ragazzo di quindici anni, Alexis Grigoropoulos. Un rapporto legale trapelato ad un quotidiano greco indicava che egli era stato ucciso da uno sparo diretto, non da un rimbalzo, come sostenuto dall’avvocato del poliziotto. I primi manifestanti sono scesi per le strade di Atene entro 90 minuti dalla morte di Alexis, l’inizio della settimana più traumatica che la Grecia abbia mai sofferto da decenni. La forza distruttrice delle proteste quotidiane, che hanno ridotto in rovine molti negozi della zona commerciale più elegante di Atene e che hanno causato un danno stimato in 2 miliardi di euro (1,79 miliardi di sterline), ha fatto sbalordire la Grecia e lasciato sconcertato il mondo. E non vi è stata una diminuzione ieri [12 dicembre N.d.r], quando giovani arrabbiati hanno ignorato le piogge torrenziali per attaccare la polizia con bombe Molotov e pietre, bloccare le vie principali e occupare la sede di una radio privata.

I loro genitori cercano spiegazioni. Tonia Katerini, il cui figlio diciassettenne Michalis è sceso in strada il giorno dell’assassinio, mette l’accento sulla normalità dei manifestanti. “Non si tratta solo di 20 o 30 persone, stiamo parlando di circa 1000 giovani. Queste non sono persone che vivono nell’oscurità, sono il genere di persone che incontri nei bar. I criminali e i tossicodipendenti sono arrivati dopo, per saccheggiare i negozi. I ragazzi erano così arrabbiati che uno di loro è stato ucciso; e volevano che la società non dormisse sonni tranquilli riguardo a questo fatto; volevano che tutti provassero le stesse paure che aveano loro. Ed esprimevano anche rabbia nei confronti della società, della religione del consumismo, della polarizzazione della società tra pochi ricchi e tanti poveri”.

La protesta è stata a lungo un rito di passaggio per la gioventù urbana greca. La caduta della dittatura militare nel 1974 è popolarmente attribuita ad una sollevazione studentesca; la verità era molto più complicata, ma questa è la versiona che è entrata nella mitologia degli studenti, dando loro un senso permanente del proprio potenziale. Perciò nessuno è rimasto sorpreso dal fatto che la morte di Alexis abbia portato altri adolescenti come lui a scendere nelle strade. Ma perché le proteste sono state così accese e di così lunga durata? “La morte di questo giovane ragazzo è stato un catalizzatore che ha fatto emergere tutti i problemi della società e dei giovani che si sono accumulati in tutti questi anni e che sono stati messi da parte senza soluzioni”, ha sostenuto Nikos Mouzelis, professore emerito di sociologia alla London School of Economics. “Ogni giorno, la gioventù di questo paese viene sempre più emarginata”.

Benché il tasso di disoccupazione totale della Grecia, pari al 7,4 per cento, si collochi appena al di sotto della media dell’eurozona, l’OCSE stima che la disoccupazione tra i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni sia pari al 22 per cento, nonostante alcuni economisti ritengano che il dato reale si avvicini al 30 per cento.

“A causa della disoccupazione, un quarto di questi under 25 vivono al di sotto della linea di povertà”, afferma Petros Linardos, un economista dell’Istituto del Lavoro dei sindacati greci. “Quella percentuale è cresciuta negli ultimi 10 anni. Vi è una sensazione assai diffusa che non vi siano prospettive. Questo è un periodo in cui tutti hanno paura del futuro a causa della crisi economica. Vi è un sentimento generale secondo cui le cose stanno andando peggio. E non vi è nessuna iniziativa concreta da parte del governo”.

Per i giovani greci come Michalis Katerini, le prospettive occupazionali non sono rosee, ma senza una laurea sarebbero molto peggiori, perciò lui e sua madre stanno facendo grossi sacrifici per ottenere un livello di istruzione più elevato. L’insegnamento nelle scuole superiori pubbliche è così inadeguato che lui, come decine di altri in tutto il Paese, deve frequentare tre ore per sera, cinque sere a settimana, corsi intensivi dopo il normale orario scolastico, per avere la speranza di ottenere i voti alti necessari per essere ammesso al corso di laurea di sua scelta. Sua madre, il cui carico di lavoro come architetto si è ridotto del 20%, deve pagare 800 euro al mese per l’ultimo, cruciale, anno di scuola superiore.

Lei crede che il governo del Primo Ministro Costas Karamanlis rischi di dover affrontare ulteriori turbolenze se fallisce nel comprendere la realtà della scorsa settimana e la liquidasse come una reazione eccessiva e spontanea. “Il governo ha provato con difficoltà a non mettere in relazione quello che sta accadendo con i problemi dei giovani. Il governo dice che un ragazzo è morto, i suoi amici sono arrabbiati, hanno avuto una reazione eccessiva quindi gli anarchici si sono uniti al loro gioco. Ma questa non è la realtà”

Vicky Stamatiadou, insegnante di una scuola materna nei ricchi sobborghi occidentali con due figli adolescenti, è d’accordo. “Fino ad ora, la nostra società era piena di sporcizia ma l’acqua era calma; nulla si muoveva, nulla migliorava, tutti i problemi della nostra società sono rimasti irrisolti per anni. La gente fingeva che tutto stesse andando bene. Ma ora questo quadro irreale è stato mandato in frantumi e ci stiamo confrontando con la realtà”.

Le statistiche riguardanti la disoccupazione giovanile greca non si discostano molto dai tassi di altri paesi europei con un passato di protesta di massa, come la Francia, l’Italia e la Spagna. Con la scritta “L’insurrezione in arrivo” comparsa questa settimana su un muro vicino al consolato greco di Bordeaux, i segni di avvertimento per il resto dei leader del continente sono chiari.

Ha collaborato Nikolas Zirganos

Titolo originale: “Are the Greek riots a taste of things to come?”

Fonte: http://www.independent.co.uk
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13.12.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ANDREA B.

ALEXIS LYCOUDIS: UN ALTRO ALEXIS

DI ELIS VINCENT
Le Monde

Si è messo ad occupare quando l’altro è morto. Un Alexis, come lui. Là, in un ampio cantiere di volantini calpestati e lattine di birra schiacciate. Là, nella sua facoltà di scienze ambientali – ospitata in quella di giurisprudenza -, chiusa, con per tetto i muri graffitati delle aule, l’odore di sudore e di urina nei corridoi. Ad oggi sono passati più di dieci giorni.

L’altro Alexis è stato ucciso tra le 21.01 e le 21.06, il 6 dicembre. È quello che indicano i primi risultati dell’inchiesta che sono giunti alla stampa in seguito ad una fuga di notizie. Cinque minuti confusi, ad Exarchia, un quartiere ateniese appiccicoso e popolato dalla borghesia intellettuale. La colpa attribuita al rimbalzo di un proiettile sparato a terra da un poliziotto che si sentiva minacciato da lanci di pietre. Quando era arrivato, Alexis, quello vivo, non aveva tutti questi dettagli.

Ma quando ha saputo, a fine serata, che un giovane era stato “ucciso da un poliziotto”, non ha tergiversato. Ha preso il suo sacco a pelo. Ha chiamato i suoi amici. Ed è corso ad “occupare” il luogo dove trascorreva, ad ogni modo, i suoi momenti più belli: l’università. Per manifestare. Per richiedere subito le “dimissioni del governo”. Come decine di migliaia di studenti e liceali greci l’hanno fatto da allora.

È pieno di Alexis nelle strade di Atene. L’altro era Alexis Grigoropoulos, 15 anni. Lui è Alexis Lycoudis, sette anni più vecchio. L’altro aveva capelli semilunghi e un viso carino e abbronzato. Lui, invece, sfoggia un pizzetto rossiccio su una pelle d’angelo ed una zazzera di capelli rasta.



[Alexis Grigoropoulos (sinistra) e Alexis Lycoudis (destra)]

Alexis Grigoropoulos era decisamente un ragazzo di buona famiglia. I suoi genitori avevano una gioielleria in centro. Alexis Lycoudis è, invece, figlio di ragionieri, che vivono in un appartamento, senza storia, nel quartiere Pangrati, a venti minuti a piedi dall’università. Figlio della classe media, è l’immagine di tutti quei giovani greci che compongono i cortei che sfilano, ogni giorno, dal 6 dicembre, lungo le vie principali di Atene.

Non c’era nessun legame tra lui e l’altro Alexis, non si conoscevano. A dirla tutta, il fatto che abbiano lo stesso nome non lo emoziona minimamente. È solo la sua morte, per lui, che è stata “la scintilla”. Una di quelle “gocce d’acqua che fanno traboccare il vaso” di una vita “né ricca né povera”, con anche dei viaggi all’estero: Italia, Turchia… Anche in Francia, “ma non mi ricordo nulla, ero troppo piccolo”.

Teme di aver conosciuto una vita ordinaria con un futuro inesistente. Una particolarità greca. Ed è questo, “in fin dei conti”, come ripete spesso, che lo conduce, oggi, ad organizzare l’occupazione della sua facoltà. A svolgere i turni di guardia vicino ai frigoriferi vuoti del bar. A gestire la farmacia, al primo piano, per i feriti. A fare un po’ di pulizie, ogni tanto, in questa babele, con una ventina di altri studenti.

Come tutti quelli della sua generazione, ha ricevuto un’istruzione in un sistema educativo decadente, in particolare a partire dal liceo. I locali vecchi, i professori assenti e spesso inferiori alla norma hanno convinto i suoi genitori ad iscriverlo a dei corsi privati. Durante tutti questi anni, c’era il liceo alla mattina, dalle 8 alle 13.30, e la scuola privata al pomeriggio, dalle 16 alle 19.30. Con corsi di sostegno in quasi tutte le materie, come anche Alexis Grigoropoulos aveva l’età per seguirli.

Come i suoi compagni, era sovraccarico. E, come loro, conserva un ricordo amaro di quella adolescenza. Anche perché questo sistema aveva un costo: diverse centinaia di euro al mese. I suoi genitori si sono dissanguati per pargarli, a lui e a suo fratello, oggi diciannovenne. Tutto questo per superare le panellenies, i difficilissimi esami di ammissione alle università greche.

Lo ammette, uno dei giorni più importanti della sua vita è stato quando ha saputo di essere stato ammesso. Oggi disprezza questo sistema: “Non è fatto per sapere chi è il più intelligente, ma chi ha più soldi”. Perché la scelta del corso di studio e della sua sede dipendono dalla posizione raggiunta in graduatoria. Perché anche anche se sei stato ammesso, “in fin dei conti, sai che avrai problemi a trovare lavoro”.

Quando vengono assunti, lo sono al ribasso, talvolta in nero, e questo complica l’inserimento di studenti come Alexis. Come sarebbe potuto succedere un giorno all’altro Alexis. Viene presa ugualmente in causa l’economia greca, dove i salari dei principianti superano raramente i 750 euro, quando l’affitto di un moderno monolocale ad Atene viene a costare 400 euro. Vengono chiamati la “generazione 700 euro”.

Allora, come molti dei suoi compagni, che sfilano, gridano “Sbirri porci, assassini!” nelle manifestazioni, lanciano pietre, bruciano vetrine e talvolta automobili, l’università è divenuta la sua seconda casa. Nessun limite di età, per convalidare i quattro anni di studi. A 22 anni, non è ancora laureato, e pensa che gli ci vorranno ancora due anni: “Quando sai che non c’è niente alla fine, non sei sotto pressione”. Forse un giorno sarà professore, quello che vorrebbe fare.

Alexis Lycoudis non è un cattivo studente, ma milita. Questo gli sottrae del tempo, naturalmente. “Quello che conta, è il fatto che tutti possano guadagnarci”. Ed è quasi una tradizione, la militanza, nell’università greca. A partire dall’iscrizione, si sceglie il proprio schieramento. È in parte per questo che la mobilitazione è stata così massiccia, dopo la morte dell’altro Alexis.

Lui ha scelto l’EAAK, il Movimento della sinistra indipendente unita. “Una sorte di Lotta Comunista Rivoluzionaria“, racconta. Niente capi, ufficialmente, ma è lui a tenere le chiavi del locale ed è a lui che tutti si rivolgono. Lui che lavora insieme ad un manipolo di altri, all’allestimento di una piccola radio. “Noi vogliamo avere il nostro mezzo di comunicazione”.

La sua prima manifestazione è stata nel 2003, quando era ancora un liceale, per “denunciare la guerra in Iraq”. Poi, è venuto il 2006, e la sua prima occupazione dell’università. Sei settimane a dormire sui tavoli delle lezioni e sulle sedie della mensa. Un vasto movimento che aveva associato liceali e studenti contro una riforma dell’università. E che, a sorpresa, ha raggiunto il proprio obiettivo.

Insomma, stavolta è galvanizzato. Il governo non li sente, e chi se ne importa. Ma guai a evocare una disgregazione del movimento. Egli si vede a metà strada tra le manifestazioni francesi contro il CPE del 2006 e le sommosse delle banlieue del 2005. “La rivoltà della gioventù greca deve andare avanti fino alle dimissioni del governo”. Non soltanto per loro, i giovani, ma anche per Alexis, quell’altro.

Titolo originale: “Alexis Lycoudis : un autre Alexis”

Fonte: http://www.lemonde.fr
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17.12.2008

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ANDREA B.

Pubblicato da Das schloss

  • Tao

    IL SEME DELL’IRA – AD ATENE UNA RIVOLTA DIFFERENTE

    DI MIKE DAVIS
    Il manifesto

    Los Angeles 1992, Francia 2005, oggi la Grecia. Le nostre società sono sature di una rabbia non riconosciuta che all’improvviso si cristallizza intorno a un abuso o a un atto di repressione. Ma gli studenti ellenici, consapevoli di essere una «generazione perduta» e derubata del futuro, mettono in scena una ribellione «dopo Seattle», che non chiede riforme

    Penso che le nostre società siano ormai oltre modo sature di una rabbia non riconosciuta, che può improvvisamente cristallizzarsi intorno a un abuso di polizia o a una repressione di stato. Il seme della rivolta ha già palesemente dato il suo frutto, ma la società borghese a malapena riconosce il suo raccolto.
    A Los Angeles, nel 1992, ad esempio, ogni adolescente in strada (o, inversamente, ogni poliziotto di ronda) sapeva che la battaglia conclusiva stava arrivando. Tra i giovani e il governo cittadino si stava aprendo una spaccatura sempre più ampia, tale da essere ben evidente anche per l’osservatore meno accorto: arresti di massa settimanali, innumerevoli pestaggi di ragazzi disarmati da parte della polizia, la schedatura ingiustificata dei giovani black, l’esercizio vergognoso di una giustizia a due pesi e due misure, e così via. Eppure, una volta arrivati allo scoppio decisivo, sulla scia della sentenza giudiziaria che assolse la polizia colpevole di aver picchiato Rodney King fin quasi alla morte, le élite politiche e mediatiche reagirono quasi come se una forza segreta e imprevedibile si fosse liberata dalle profondità della terra.
    I media (che perlopiù osservavano dall’alto degli elicotteri) in seguito cercarono di far passare nell’opinione pubblica una percezione della rivolta basata sulla drastica semplificazione e stereotipizzazione: gangs di neri appiccavano fuoco nelle strade e depredavano. In realtà la sentenza del caso Rodney King divenne il nucleo attorno al quale istanze di lotta, fra loro molto diverse, coalizzarono. Delle migliaia di arrestati solo pochi erano davvero membri di gang, e addirittura appena un terzo erano afro-americani. La maggioranza era composta di poveri immigrati o dei loro figli arrestati per furto di pannolini, scarpe e televisori nei negozi di quartiere. L’economia di Los Angeles attraversava allora (esattamente come oggi) una forte recessione, che colpiva maggiormente i quartieri «latinos» a sud e a ovest di downtown; ma la stampa non si era mai occupata della loro miseria esistenziale, così l’esistenza di una «rivolta del pane» all’interno del movimento fu quasi completamente ignorata.

    In maniera simile, oggi, in Grecia, un’«ordinaria» atrocità della polizia finisce per scatenare una rivolta che viene etichettata come rabbia inspiegabile e attribuita ad oscuri anarchici: mentre, in realtà, una «guerra civile a bassa intensità» sembra aver caratterizzato da tempo la relazione tra la polizia e diversi strati giovanili.
    Non ho alcuna qualificazione per esprimermi sulla specificità della situazione greca, ma ho l’impressione che ci siano qui importanti discontinuità rispetto alla Francia del 2005. La segregazione spaziale degli immigrati e delle fasce povere giovanili appare meno estrema che a Parigi, mentre le prospettive di lavoro per i figli della piccola borghesia sono considerevolmente peggiori: l’intersezione di queste due circostanze porta nelle strade di Atene una miscela più varia di studenti e giovani disoccupati. Inoltre i giovani greci appartengono a una tradizione di protesta continua e a una cultura di resistenza che è unica in Europa.

    Quali sarebbero le richieste avanzate dai manifestanti greci? Sicuramente percepiscono con chiarezza spietata che la depressione globale preclude le riforme tradizionali del sistema educativo e del mercato del lavoro. Perché dovrebbero aver fiducia in un’iterazione del Pasok e delle sue promesse mancate? Ma è vero anche che si tratta di una tipologia originale di rivolta, prefigurata dagli scoppi precedenti di Los Angeles, Londra, e Parigi, ma derivante da una nuova e più profonda consapevolezza: che il futuro è già stato derubato in anticipo. Infatti, quale generazione nella storia moderna ( a parte i figli dell’Europa del 1914) è mai stata così globalmente tradita dai propri padri?
    Mi angoscio su questo punto perché ho quattro figli, e anche il più giovane di loro comprende che il loro futuro potrebbe essere radicalmente diverso dal mio passato. La mia generazione di «baby-boomers» consegna ai suoi eredi un’economia mondiale collassata, un picco stupefacente di disuguaglianza sociale, guerre brutali combattute sulle frontiere imperiali, e un clima planetario fuori controllo.

    Atene è considerata da molti come la risposta alla domanda: «dopo Seattle, cosa ancora?» Il riferimento è alle dimostrazioni anti-Wto e alla «battaglia di Seattle» del 1991, quando si aprì una nuova era di protesta non violenta e di attivismo civile. L’incredibile popolarità dei social forum mondiali, i milioni scesi in strada nel 2003 contro l’invasione dell’Iraq da parte di Bush, il supporto diffuso al protocollo di Kyoto, tutto ciò aveva alimentato l’enorme speranza che un «altro» mondo fosse possibile

    Eppure la guerra non è finita, le emissioni di gas serra sono aumentate, e il movimento dei social forum sta languendo. Un intero ciclo di proteste è giunto al termine proprio quando le caldaie del capitalismo globale di Wall Street sono esplose, rivelando in un sol colpo problemi radicali insieme a nuove opportunità per il radicalismo.
    La rivolta di Atene mette fine a un lungo periodo di aridità di rabbia. Il suo nucleo sembra insofferente agli slogan speranzosi e alle soluzioni ottimistiche – distinguendosi così dalle spinte utopistiche del 1968 e dallo spirito fiducioso del 1999. L’assenza di domande di riforma, di sicuro, è ciò che scandalizza di più, non i cocktail di molotov o lo vetrine rotte dei negozi. Non somiglia granché alla sinistra studentesca degli anni ’60, né alle rivolte intransigenti dei sottoproletari anarchici di Montmartre alla fine dell’Ottocento, e neanche al «Barrio Chino» di Barcellona durante i primi anni ’30.
    Alcuni attivisti, naturalmente, considerano i fatti di Atene come una riproposizione dello stile di protesta di Seattle, alterato da un certo quoziente di «passionalità mediterranea». Questa interpretazione funziona all’interno del paradigma «Obama-porterà-il-cambiamento», che legge il presente come un ritorno dei movimenti di riforma politica degli anni ’30 e degli anni ’60.
    Ma altri giovani attivisti di mia conoscenza rifiutano questa lettura. Si identificano piuttosto (così come fecero gli anarchici fin de siècle) con una «generazione perduta», e vedono nelle strade di Atene il metro appropriato alla loro rabbia. È sicuramente pericoloso sopravvalutare l’importanza di una rivolta che ha uno specifico contesto nazionale, ma il mondo è diventato infiammabile, e Atene è la prima scintilla.

    Mike Davis
    Fonte: http://www.ilmanifesto.it/
    Link: http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20081219/pagina/09/pezzo/237646/
    20.12.08

    Traduzione a cura di NICOLA VINCENZONI

  • giovannig

    A Genova, durante il g8, la polizia sparò oltre seimila fumogeni, tanto per paragone.(Notizia del Secolo XIX di oggi 22 dicembre 2008). Ma devono aver finito le scorte, perchè, continua l’articolo,-constatatone la pericolosità,in futuro la polizia ricorrerà agli idranti per sedare le manifestazioni violente. Bontà loro.

  • Tao

    LA NEW SCHOOL E LA DICHIARAZIONE DEI SOLDATI GRECI

    Oggi, come esercizio, ho deciso di mettere in evidenza due eventi che avvengono simultaneamente che illustrano ampiamente le differenze tra il resto del globo e gli USA.

    In primo luogo, un’azione in questo momento alla New School di NYC. Un’occupazione studentesca, una presa di controllo. Fornirò in un momento alcuni collegamenti. Qualunque cosa possiate pensare di questo evento, io, situato negli USA, non troppo lontano ma NON entro una distanza percorribile a piedi di NYC, devo ottenere le mie informazioni su ENTRAMBE la Grecia e la NYU DA UN PAESE STRANIERO su Internet!!

    Vi è di fatto l’oscuramento delle notizie. Molta poca cronaca affatto, se mai ve ne è, sulla Grecia e/o la NYU. Questo oscuramento delle notizie proviene da TUTTE le parti, qui, negli USA, dalle nostre fonti, gruppi, singoli, siti web della fasulla, statale, finanziata dalle fondazioni, alternative, dei media di “sinistra” e da quelle commerciali ovvie.

    Pertanto, qui vi è qualcosa sulle attività della NYU per quelli negli USA esigenti sull’informazione:

    Innanzi tutto:
    http://www.marxist.com/usa-students-occupy-new-school.htm

    Quindi, un seguito:
    http://libcom.org/news/update-new-school-exile-occupation-19122008

    Il seguito, sopra, non menziona le richieste e la dichiarazione di posizione nel rapporto iniziale per l’istruzione superiore GRATUITA, l’eliminazione del debito studentesco ecc.

    Questo POTREBBE essere semplicemente una svista di cronaca o una mancanza nel comunicare adeguatamente dall’estero. Non lo so. Ma E’ certamente importante. Ed ha bisogno di chiarificazione e di nuova enfasi.

    Comunque, posso rivelarvi immediatamente che, diversamente dalla Grecia, a NYC gli studenti non riceveranno NESSUN ulteriore appoggio dalla leadership sindacale dei nostri sindacati organizzati guidati da fascisti e dalla falsa sinistra.

    Come conseguenza, la loro azione non crescerà, non si estenderà, non crescerà a valanga, non maturerà, non si amplierà come in Grecia ed altrove, comprendendo file sempre più ampie della popolazione e della classe lavoratrice e nessuna delle loro richieste più importanti verrà soddisfatta, certamente non l’educazione superiore gratuita e l’eliminazione del debito.

    E penso di aver spiegato fino alla nausea in questo blog le ragioni del perché. Come conseguenza, al meglio potrebbero finire con un compromesso simbolico. Così, ancora una volta, paragonate gli USA agli eventi in Grecia ed altrove.

    Per la Grecia, ho riprodotto il seguente da tapesgoneloose.blogspot.com.

    E’ stato tradotto in inglese sul loro/suo blog apparentemente dal sito web di Indy greco ed in inglese non lo ho visto altrove. Altri siti web con ulteriori informazioni sotto il seguente:

    Letter from army camps refuting the army’s repressive role (indy.gr, Wednesday)

    Centinaia di soldati dei 42 campi dell’esercito dichiarano: CI RIFIUTIAMO DI DIVENTARE UNA FORZA DI TERRORE E DI REPRESSIONE CONTRO LE MOBILITAZIONI; APPOGGIAMO LA LOTTA DEGLI STUDENTI DI SCUOLA/UNIVERSITA’ E DEI LAVORATORI.

    Siamo dei soldati da ogni parte della Grecia [è necessario qui osservare che in Grecia è ancora in vigore la coscrizione e che riguarda tutti i greci maschi; la maggior parte o forse anche tutte le persone che firmano questo sono legati al popolo che al momento stanno servendo nel servizio militare obbligatorio – non reclute dell’esercito]. Soldati ai quali, a Hania, è stato ordinato di opporsi a studenti universitari, lavoratori e combattenti del movimento movimento antimilitarista portando le nostre armi e poco tempo fa. [Soldati] che portano il peso delle riforme e della “preparazione” dell’esercito greco. [Soldati che] vivono tutti i giorni attraverso l’oppressione ideologica del militarismo, del nazionalismo dello sfruttamento non retribuito e della sottomissione ai “[nostri] superiori”. Nei campi dell’esercito [nei quali serviamo], sentiamo di un altro “incidente isolato”: la morte, provocata dall’arma di un poliziotto, di un quindicenne di nome Alexis. Sentiamo di lui negli slogan portati sopra le mura esterne del campo come un tuono lontano. Non sono stati chiamati incidenti anche la morte di tre nostri colleghi in agosto? Non è stata pure chiamata un incidente isolato la morte di ciascuno dei 42 soldati che sono morti negli ultimi tre anni e mezzo? Sentiamo che Atene, Thessalonica ed un sempre crescente numero di città in Grecia sono diventate campi di agitazione sociale, campi dove viene recitato fino in fondo il risentimento di migliaia di giovani, di lavoratori e di disoccupati. Vestiti con uniformi dell’esercito ed “abbigliamento da lavoro”, facendo la guardia al campo o correndo per commissioni, facendo i servitori dei “superiori”, ci troviamo ancora lì [in quegli stessi campi]. Abbiamo vissuto, come studenti universitari, come lavoratori e come disperatamente disoccupati, le loro “pentole d’argilla”, i “ritorni di fiamma accidentali”, i “proiettili deviati”, la disperazione della precarietà, dello sfruttamento, dei licenziamenti e dei procedimenti giudiziari. Ascoltiamo i mormorii e le insinuazioni degli ufficiali dell’esercito, ascoltiamo le minacce del governo, rese pubbliche, sull’imposizione dello “stato d’allarme”. Sappiamo molto bene cosa ciò significhi. Viviamo attraverso l’intensificazione [del lavoro], aumentate mansioni [dell’esercito], condizioni estreme con un dito sul grilletto. Ieri ci è stato ordinato di stare attenti e di “tenere gli occhi aperti”. Ci chiediamo: A CHI CI AVETE ORDINATO DI STARE ATTENTI? Oggi ci è stato ordinato di stare pronti ed in allarme. Ci chiediamo? VERSO CHI DOVREMMO STARE IN ALLARME? Ci avete ordinato di stare pronti a far osservare lo stato di ALLARME: • Distribuzione di armi cariche in certe unità dell’Attica [dove si trova Atene] accompagnata anche dall’ordine di usarle contro i civili se minacciate. (per esempio, una unità dell’esercito a Menidi, vicino agli attacchi contro la stazione di polizia di Zephiri) • Distribuzione di baionette ai soldati ad Evros [lungo la frontiera turca] • Infondere la paura nei dimostranti spostando i plotoni nell’area periferica dei campi dell’esercito • Spostare per protezione i veicoli della polizia nei campi dell’esercito a Nayplio-Tripoli-Korinthos • Il “confronto” da parte del maggiore I. Konstantaros nel campo di addestramento per reclute di Thiva riguardo l’identificazione di soldati con negozianti la cui proprietà è stata danneggiata • Distribuzione di proiettili di plastica nel campo di addestramento per reclute di Corinto e l’ordine di sparare contro i nostri concittadini se si muovessero “minacciosamente” (nei riguardi di chi???) • Disporre una unità speciale alla statua del “Milite ignoto” giusto di fronte ai dimostranti sabato 13 dicembre come pure mettere in posizione i soldati del campo di addestramento per reclute di Nayplio contro la manifestazione dei lavoratori • Minacciare i cittadini con Unità Operazioni Speciali dalla Germania e dall’Italia – nel ruolo di un esercito di occupazione – rivelando così il vero volto anti-lavoratori/autoritario della U.E. La polizia che spara prendendo a bersaglio le rivolte sociali presenti e future. E’ per questo che preparano un esercito che assuma i compiti di una forza di polizia e la società ad accettare il ritorno all’esercito del totalitarismo riformato. Ci stanno preparando ad opporci ai nostri amici, ai nostri conoscenti ed ai nostri fratelli e sorelle. Ci stanno preparando ad opporci ai nostri precedenti e futuri colleghi al lavoro ed a scuola. Questa sequenza di misure dimostra che la leadership dell’esercito, della polizia e l’approvazione di Hinofotis (ex membro dell’esercito professionale, attualmente vice ministro degli interni, responsabile per “agitazioni” interne), del QG dell’esercito, dell’intero governo, delle direttive della U.E., dei negozianti-come-cittadini-infuriati e dei gruppi di estrema destra mirano ad utilizzare le forze armate come un esercito di occupazione – non ci chiamate “corpo di pace” quando ci mandate all’estero a fare esattamente le stesse cose? – nelle città dove siamo cresciuti, nei quartieri e nelle strade dove abbiamo camminato. La leadership politica e militare dimentica che siamo parte della stessa gioventù. Dimenticano che siamo carne della carne di una gioventù che sta di fronte al deserto del reale all’interno ed all’esterno dei campi dell’esercito. Di una gioventù che è furibonda, non sottomessa e, ancora più importante, SENZA PAURA. SIAMO CIVILI IN UNIFORME. Non accetteremo di diventare strumenti gratuiti della paura che alcuni cercano di instillare nella società come uno spaventapasseri. Non accetteremo di diventare una forza di repressione e di terrore. Non ci opporremo al popolo con il quale dividiamo quegli stessi timori, bisogni e desideri/lo stesso futuro comune, gli stessi pericoli e le stesse speranze. CI RIFIUTIAMO DI SCENDERE IN STRADA PER CONTO DI QUALSIASI STATO D’ALLARME CONTRO I NOSTRI FRATELLI E SORELLE. Come gioventù in uniforme, esprimiamo la nostra solidarietà al popolo che lotta e urliamo che non diventeremo delle pedine dello stato di polizia e della repressione di stato. Non ci opporremo mai al nostro popolo. Non permetteremo nei corpi dell’esercito l’imposizione di una situazione che ricordi i “giorni del 1967” [quando l’esercito greco ha effettuato il suo ultimo colpo di stato].

    Per MOLTA cronaca ulteriore sugli eventi greci, come l’occupazione dei militanti dell’Ufficio Centrale del Lavoro greco e di scioperi altrove, il blog suddetto e:

    http://www.tapesgoneloose.blogspot.com
    http://www.libcom.org
    http://www.occupiedlondon.org/blog
    http://www.marxist.com

    Nel frattempo, terminerò con un’altra tra le molte, molte azioni militanti in corso dei lavoratori turchi nelle ultime settimane contro le privatizzazioni, ancora totalmente e completamente ignorate negli USA.

    This time, Turkish worker occupation of a tire factory, partially owned by Sabanci, in turn, partnered with Citigroup through Akbank:

    Questa volta, l’occupazione da parte dei lavoratori turchi di una fabbrica di pneumatici, parzialmente di proprietà della Sabanci, a sua volta associata alla Citigroup tramite la Akbank:

    http://www.hurriyet.com.tr/english/finance/10596945.asp?scr=1

    Versione originale:

    Fonte: http://karlmarxwasright2.blogspot.com
    Link: http://karlmarxwasright2.blogspot.com/2008/12/new-school-and-greek-soldiers-statement.html
    19.12.08

    Versione italiana:

    Fonte: http://freebooter.interfree.it/
    21.12.08

    Traduzione a cura di Freebooter