L’Anti-Italia

L’Anti-Italia
Romano Prodi Carlo azeglio Ciampi 1998

Di Antonino Galloni

«La Prima Repubblica per me finisce già nel 1981 col divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia. Lì inizia la mia crociata. Ero sostenuto da Federico Caffè, da Carlo Donat-Cattin, da Craxi e da tanti altri personaggi. C’era anche un gruppetto nel Partito Comunista che poi fu fermato da Ciampi, purtroppo con l’avallo di Berlinguer. All’epoca ero inserito nella “sinistra sociale” della Dc e insegnavo all’Università Cattolica di Milano. C’era stata una campagna di stampa a mio favore, perché avevo avvertito che, dopo il divorzio fra Tesoro e Bankitalia, il debito pubblico sarebbe raddoppiato, superando il Pil, e la disoccupazione giovanile avrebbe superato il 50%».

«Era il 1989 quando Andreotti mi scrisse: “Aveva ragione lei, professore. Ci dà una mano per cambiare l’economia di questo paese?”. Incontrai il suo braccio destro, Paolo Cirino Pomicino, e gli dissi: “Voi mettetemi a capo del ministero del bilancio, poi al resto penso io”. Li lasciai sbalorditi, non immaginavo che accettassero. Invece un giorno mi mandarono a prendere dai Carabinieri mentre ero in vacanza con la famiglia, a Fondi: dovevo precipitarmi a Roma e assumere quell’incarico. Cirino Pomicino mi mise anche a disposizione 27 professori universitari che si erano riavvicinati alle idee keinesiane, abbandonate dall’Accademia e dal mondo politico dalla fine degli anni ’70».

«Il ministro mi spiegò che, per il governo, la priorità era combattere l’inflazione. Per me, ribattevo io, la vera priorità era tornare ad un regime di collaborazione fra Banca d’Italia e pubblica amministrazione, perché questo poi avrebbe avuto anche effetti sull’inflazione stessa. Avrebbe frenato il debito pubblico, perché la banca centrale comprava i nostri titoli: questo era stato il segreto della situazione pre-divorzio fra Tesoro e Bankitalia, il segreto che aveva contribuito a farci diventare la quinta potenza industriale del mondo, la quarta potenza manifatturiera».

«Il cambiamento da me proposto creò allarme all’Università Bocconi di Milano guidata da Mario Monti, con cui si litigò nel settembre, però io dimostrai che il mio piano era necessario per salvare l’Italia: banca centrale e Tesoro dovevano tornare a collaborare. Non era per niente d’accordo la Fondazione Agnelli, né ovviamente la Fiat, né Confindustria. Avevo contro la stessa Banca d’Italia, che pensava di perdere autonomia se si fosse tornati al regime pre-1981. Ma tutte queste pressioni non mi spaventavano, perché sapevo quello che stavo facendo».

«Al che, il cancelliere tedesco Helmut Kohl telefonò al ministro Guido Carli, con cui era in sintonia, chiedendogli che il governo italiano si liberasse di me. Di colpo, intuii di non essere più gradito. Me lo confermò onestamente lo stesso Cirino Pomicino, che nell’ufficio in cui eravamo mi chiese di non parlare, sapendo della presenza di microfoni: comunicammo scambiandoci bigliettini, che poi lui distrusse. Dopo quell’episodio dovetti allontanarmi dal ministero del bilancio. Certo, restavo ben protetto anche da Andreotti, che mi nominò direttore generale al ministero del lavoro».

«Continuammo a dialogare, anche se la politica italiana era finita sotto il controllo di personaggi legati alla Germania. Venimmo a sapere che, per convincere la Francia ad appoggiare la riunificazione tedesca, Kohl aveva proposto a Mitterrand di abbandonare il marco, temuto dai francesi, in favore della moneta unica europea. Francia e Germania dovevano svaltutare continuamente le loro valute per poter reggere la concorrenza industriale italiana. Secondo vantaggio dell’accordo: alla Francia avrebbero lasciato le colonie e il franco africano. L’essenziale era ridimensionare la nostra forza economica e industriale: già col divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia avevano sottratto alla classe politica il potere di decidere gli investimenti pubblici».

«Ecco perché penso che la fine della Prima Repubblica sia l’81, non il ’92: da lì in poi, in Italia, la politica non conterà più. Cirino Pomicino se n’era reso conto e, in forma anonima (con lo pseudonimo di “Geronimo”), s’era messo a scrivere articoli “antisistema”. Resta una domanda: perché Andreotti e tanti altri accettarono che il patto fra Kohl e Mitterrand implicasse necessariamente che l’Italia dovesse venire deindustrializzata? Proprio in questo inserirei l’aspetto più importante della fine di Craxi: Cuccia (Mediobanca) e Confindustria gli proposero la privatizzazione delle nostre imprese a partecipazione statale, ma anche delle imprese pubbliche e dei servizi pubblici. Volevano privatizzare tutto e far passare aziende e servizi sotto Confindustria. Da buon socialista, Craxi non accettò. E il suo rifiuto gli costò la vita».

«Craxi non è stato fatto fuori per lo scontro con gli Usa a Sigonella. È stato eliminato per aver detto di no ai massimi vertici della massoneria di Mediobanca e di Confindustria. A quel tipo di massonerie non puoi dire di no: se rifiuti sdegnosamente, ti fanno fuori. L’epilogo maturò 11 anni dopo con Mani Pulite, il suicidio della Dc e le riforme elettorali che avrebbero inaugurato la Seconda Repubblica, in cui inaspettatamente Berlusconi si impose battendo Occhetto. Mentre il paese da allora s’è impantanato, un certo mainstream media continua a ripetere che le privatizzazioni fecero il bene del paese. A noi raccontavano che i cambiamenti (il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia e poi le privatizzazioni) erano stati introdotti per combattere corruzione e clientelismo».

«Negli anni 80, io avevo proposto una ricetta ben diversa per combattere la corruzione: aumentare la spesa, assumere e fare piena occupazione, facendo funzionare la pubblica amministrazione a favore dei cittadini, perché questo avrebbe ridotto la domanda di favori verso la classe politica. In realtà ci stavano prendendo in giro (sapevano perfettamente che il loro obiettivo non era certo la lotta alla corruzione, ndr).

La cosa era già cominciata con Moro e forse, prima ancora, con Mattei: perché non era ammissibile che l’Italia fosse così importante, nello scacchiere internazionale e soprattutto nel Mediterraneo, quindi bisognava indebolirci».

«Il primo passaggio fu l’uccisione di Moro, il secondo passaggio il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia, il terzo passaggio le privatizzazioni e la svendita delle partecipazioni statali. Il quarto passaggio, le riforme elettorali e Mani Pulite. Siamo stati vittime di un progetto di deindustrializzazione e di indebolimento del paese, che adesso porta a dover scegliere: o accettiamo di continuare a decadere, oppure prendiamo le distanze dall’Unione Europea per creare un’Europa grande e vera. Un’Europa che dialoghi con tutti, dal Portogallo alla Russia, e guardi al Mediterraneo. Sono queste le sfide che abbiamo davanti».

Di Antonino Galloni

03.04.2026

Antonino Galloni. Economista e saggista.

Fonte: https://www.maurizioblondet.it/lanti-italia/

Le opinioni espresse in questo articolo riflettono il pensiero dell’Autore ma non necessariamente la linea editoriale di ComeDonChisciotte.

Commenti (6)

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    1. Scalca 5 aprile 2026

      "creare un’Europa grande e vera. Un’Europa che dialoghi con tutti, dal Portogallo alla Russia, e guardi al Mediterraneo. Sono queste le sfide che abbiamo davanti».

      In queste poche righe il programma politico, tanto semplice quanto arduo. E a ben vedere non si tratta di un semplice sovranismo del cortile di casa, dubito che possa essere inteso correttamente da molti.

      Implica una storica resa dei conti di classe, che la classe media si tolga dalla testa le illusioni di bambagia in cui è sempre vissuta e si allei con le classi popolari. La vedo dura per vari motivi.

    2. maghi 6 aprile 2026

      le classi popolari del sud e la maggior parte degli immigrati al nord non vogliono lavorare, ma solo sussidi e aiuti pubblici. Non penso che queste categorie possano unirsi a una classe media disposta a lavorare per campare, quindi allo stato attuale scordati un'unione di queste classi contro le elite, la cui unica preoccupazione è mantenere le classi inferiori divise per mantenere il potere e lo faranno fintanto che questa nazione non esisterà più. Tanto il "divide et impera" ha sempre funzionato e, se non ha funzionato, come nel 1789 è stato perchè il popolo tutto, dalle classi popolari alla allora ridotta classe media, morivano di fame. Poi è arrivata la rivoluzione industriale con la divisione tra vagabondi e lavoratori grazie alle nuove energie (petrolio ed elettricità in primis), che hanno permesso alle elite di dividere il popolo tra chi aveva voglia di lavorare e chi no. Il giochino finirà, quando non ci sarà più abbastanza energia per farlo andare avanti. Il momento arriverà e potrebbe essere presto coll'attuale blocco di Hormuz, dove i colpi iraniani si moltiplicano contro le navi dei paesi occidentali e delle monarchie del golfo messe lì dagli inglesi e americani, mentre lasciano passare a pagamento o tramite accordi le altre navi. E' un modo come un altro per far razionare l'energia a chi ne spreca troppa per cose futili, come noi occidentali. Mal voluto, non è mai troppo. Ieri a Castiglion della Pescaia c'era il pienone. Ecco, quando non ci potrà andare più nessuno, allora sarà il momento che gli sprechi inutili saranno finiti, ma finchè alle pompe troveranno il carburante per farli, li faranno. Poi dopo aver distrutto la classe media, penseranno a distruggere anche le classi popolari. Si tornerà al 1789, ma stavolta le elite non si faranno trovare impreparate. E in ogni caso anche lì vale la regola, che il potere torna sempre nelle mani o di un tiranno, come ad Atene, o nelle mani di un imperatore, come successe dopo il 1789 con Napoleone o nelle mani di un'oligarchia come col deep state, occidentale dell'UE, del PCC in Cina o di un Putin.o di un capo religioso carismatico come nelle jihad. Insomma il popolo è sempre stato e sempre lo sarà, cornuto e mazziato.

    1. PietroGE 5 aprile 2026

      Un articolo interessante, condivisibile però solo in parte. Che ci sia stato un disegno di privatizzazione e finanziarizzazione dell'economia italiana è fuor di dubbio, ma questo c'era già in altri Paesi. È stato il processo che ha permesso all'Asia di diventare la manifattura del mondo e ora ne vediamo le conseguenze. Da quel che ricordo io, è stato Mitterand a chiedere a Kohl (che all'inizio non voleva saperne) di lasciare il DM a favore di una moneta europea come prezzo da pagare alla Francia per la riunificazione, lui infatti credeva, sbagliando, che l'economia tedesca fosse fortissima perché aveva una moneta forte. Era vero il contrario, come la Francia se ne accorse in seguito, ma troppo tardi. L'Italia avrebbe in teoria potuto continuare sulla strada del Paese manufatturiero, ma con alcuni grossi problemi : la dipendenza dell'economia italiana da quella tedesca, l'inflazione troppo alta e il debito pubblico che stata esplodendo. Inoltre l'Italia stava iniziando a perdere la battaglia della innovazione tecnologica, unica speranza per l'aumento delle produttività e quindi dei salari reali, al netto dell'inflazione. I capitani di industria italiani, sempre pronti a fare intrallazzi nei corridoi del potere politico, hanno preferito all'innovazione tecnologica l'immigrazione di massa e la stagnazione dei salari per mantenere un minimo di competitività. La perdita della posizione nella scala dei Paesi manufatturieri va vista in questo contesto complesso, poi ci sono stati anche eventi criminali e tragici con massoneria, influenze esterne, disegni andati in porto di manipolazione delle istituzioni e delle componenti politiche dello stato, come mani pulite, la rimozione di Moro e Craxi e la fine della DC. Una analisi approfondita però richiederebbe molto spazio, non si può fare in un articolo e tanto meno in un commento.

    2. Scalca 5 aprile 2026

      Si, la dinamica è stata generale: perchè stare ad avere a che fare con investimenti reali e una classe operaia solida se era possibile delocalizzare, fare soldi con i finanziamenti al consumo e importare sfruttati per creare una divisione etnica nelle classi subalterne?

      Purtroppo questa gente continua, con le guerre e una politica estera suicida.

      Ma parecchi "contestatori" attuali hanno portato gli araldi ideologici del neoliberismo e continuano a farlo.

    1. AlbertoConti 5 aprile 2026

      Splendida sintesi di un protagonista dell'economia-politica del nostro disgraziato Paese. Il divorzio tesoro-BdI è stato chiaramente l'esito di un comando eterodiretto, interpretato da ciampi e andreatta nel ruolo più delle comari che degli statisti. Tuttavia s'inserisce nel quadro delle privatizzazioni bancarie dietro il mito della "indipendenza dellaBC", che non riguarda solo l'Italia evidentemente. La stessa massoneria non è il vertice ultimo della cupola mafiosa dei "padroni universali", ma un tramite come tanti altri. Ancora oggi nessuno si azzarda a spiegare "indipendente da che?", essendo la risposta tanto ovvia quanto proibita, cioè da chi dipende veramente la BCE, la FED, le BC degli altri paesi che contano (sempre meno si spera).
      Quanto alla sfida di creare un Europa vera, alternativa alla pagliacciata detta UE, la vedo dura. Francia e Germania sono ancora galletti nel pollaio che vogliono cose un po' diverse. Per non parlare della perfida albione che si è sfilata a suo tempo ma non certo per astenersi dal tramare pro domo sua e dei suoi amici storici.
      Forse un crollo verticale dell'occidente collettivo potrebbe sbloccare la situazione.

    2. maghi 5 aprile 2026

      il crollo ci sarà, ma non so se farà sbloccare la situazione.

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