LA VORAGINE DELLE BASI MILITARI USA

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ANDREA LICATA intervista CHALMERS JOHNSON

Chalmers Johnson presiede il Japan Policy Research Insitute ed è professore emerito all’Università della California. Nell’ambito delle politica estera Usa e del network di basi militari in particolari è un autorevole esperto. Lo abbiamo intervistato nei giorni scorsi.

1) In Iraq gli USA stanno progettando la costruzione di nuove basi, così come successo in Kosovo e in Afghanistan. Riusciranno secondo lei a mantenere quest’impero o la crisi è cominciata?

Gli Stati Uniti si trovano ad affrontare una crisi reale in Iraq. Non si tratta semplicemente del fallimento delle politiche militari di Bush o del discredito gettato sull’esercito e sui servizi segreti americani corrotti, incompetenti e criminali. Si tratta soprattutto del crescente isolamento e discredito degli Stati Uniti sul piano internazionale a causa del disprezzo che hanno dimostrato verso l’applicazione del diritto.Pur con tutta l’ipocrisia secondo la quale gli USA avrebbero portato la libertà ai popoli dell’Afghanistan e dell’Iraq, molti americani sanno che ciascuno dei cittadini dei paesi venuti in contatto con l’esercito americano che sia sopravvissuto si trova comunque davanti una vita rovinata. La coraggiosa anonima irachena che redige il sito internet “Baghdad Burning” scrive (in data 7 maggio 2004): “A volte ricevo degli e-mail che mi chiedono di proporre soluzioni o dare suggerimenti. Bene. Ecco la lezione di oggi: non violentare, non torturare, non uccidere, e andatevene finché potete – finché sembra ancora che abbiate una scelta… Caos? Guerra civile? Noi ci proveremo, purché voi vi prendiate i vostri fantocci, i vostri carri armati, le vostre armi intelligenti, i vostri stupidi politici, le vostre menzogne, le vostre vuote promesse, i vostri stupratori, i vostri sadici torturatori e ve ne andiate.”
Lo scandalo delle torture nella prigione di Abu Ghraib, la mano segreta di Ahmed Chalabi sull’elaborazione delle politiche americane, le dimissioni del direttore della CIA George Tenet, i profitti derivanti dalla guerra tratti dalla Halliburton Corporation di Dick Cheney, e altri recenti avvenimenti hanno gettato tale discredito sugli Stati Uniti che attualmente essi hanno un’unica scelta: andarsene o farsi buttare fuori. Considerata la loro presa di posizione nel conflitto israelo-palestinese, la fornitura di armi ad alta tecnologia a Israele da usare contro i civili palestinesi, il voto in sede di Assemblea generale Onu contrario a chiedere a Israele di rispettare la decisione della Corte di giustizia internazionale sul muro di Sharon, e la tolleranza riguardo a una “crociata contro i musulmani” portata avanti dai fondamentalisti cristiani negli Stati Uniti, non esiste alcun modo in cui gli USA possano riuscire a pacificare l’Iraq, e tanto meno il resto del Medio Oriente.
Gli USA stanno costruendo quattordici basi permanenti in Iraq, ma non è chiaro se le sapranno mantenere. La ribellione antiamericana potrebbe costringere gli USA a ritirare del tutto il proprio esercito. Ciononostante, il Pentagono sta facendo tutto ciò che è in suo potere per portare avanti le sue nuove basi in Iraq. La loro acquisizione è stata uno degli scopi principali dietro l’invasione del marzo 2003. Alcune di queste basi sono prossime al completamento – una presso l’Aeroporto internazionale di Baghdad, un’altra presso la base aerea di Tallil vicino a Nassiriya, un’altra nel deserto occidentale vicino al confine siriano, un’altra presso il campo di aviazione di Bashur nella regione curda nel nord del paese e una presso Camp Anaconda nel triangolo sunnita. Oltre a questo, gli USA progettano di mantenere sotto il proprio controllo l’intera porzione settentrionale del Kuwait – 1.600 miglia quadrate ovvero un quarto delle 6.900 miglia complessive di quel paese – che gli servono per rifornire il proprio esercito e come luogo di relax per i burocrati americani. Il vicepresidente americano Dick Cheney non riesce a immaginare di rinunciare al petrolio iracheno e il comando supremo dell’esercito americano non riesce a immaginare di rinunciare a queste installazioni permanenti. Se gli USA li abbandoneranno sarà perché l’insurrezione irachena ha obbligato i militari americani a ritirarsi.

2) Veniamo al tema delle basi militari USA nel mondo: cos’è innanzitutto a suo parere una base militare e come si caratterizza il network delle basi USA in particolare?

Non è facile valutare le dimensioni o il valore esatto dell’impero delle basi americane. I dati ufficiali su questi argomenti sono fuorvianti, seppur istruttivi. Secondo quanto riferisce il rapporto annuale del Dipartimento della Difesa USA “Rapporto sulla struttura delle basi” per l’anno fiscale 2003, nel quale sono elencate tutte le voci di patrimonio immobiliare dell’esercito americano, il Pentagono possiede o affitta attualmente 702 basi estere in circa 130 paesi e altre 6.000 basi all’interno degli Stati Uniti e dei suoi territori. I burocrati del Pentagono calcolano che sarebbero necessari almeno 113,2 miliardi di dollari per ricollocare le sole basi estere — una cifra certamente troppo bassa ma pur sempre superiore al prodotto interno lordo della maggior parte dei paesi — e una somma stimata di 591.519,8 milioni di dollari per ricollocarle tutte. Il comando supremo dell’esercito americano schiera nelle sue basi estere 253.288 unità di personale in uniforme più un numero analogo di dipendenti, spie, appaltatori civili e funzionari civili del Dipartimento della Difesa; inoltre si avvale della collaborazione di altri 44.446 stranieri assunti sul posto. Il Pentagono dichiara che all’interno di queste basi estere sono presenti 44.870 caserme, hangar, ospedali e altri edifici, di cui è proprietario, mentre affitta altre 4.844 strutture.
Queste cifre, per quanto enormi, non coprono nemmeno lontanamente l’insieme delle basi che allo stato attuale gli USA hanno costruito intorno al globo. Il Rapporto sullo stato delle basi (Base Status Report) del 2003, ad esempio, non cita alcuna guarnigione in Kosovo – pur essendo questo il sito che ospita la base più costosa mai costruita dagli USA dai tempi della guerra in Vietnam, l’immenso Camp Bondsteel costruito nel 1999 e successivamente gestito dalla Kellogg, Brown & Root Company. Analogamente, il Rapporto omette di menzionare le basi in Afghanistan, Iraq, Israele, Kuwait, Kyrgyzstan, Qatar, e Uzbekistan, malgrado l’esercito USA abbia stabilito colossali strutture per le sue basi in tutti questi paesi dal momento degli attentati dell’11 settembre 2001.
Per Okinawa, l’isola più meridionale dell’arcipelago giapponese, che da 58 anni continua a essere una colonia militare americana, ingannevolmente il rapporto cita un’unica base navale, Camp Butler, mentre di fatto Okinawa “ospita” dieci basi della Marina militare, compresa la stazione aeronautica della Marina di Futenma, la quale occupa 1.186 acri nel centro di una delle principali città di quella piccola isola (a titolo di paragone, il Central Park di Manhattan nella città di New York ne misura solo 843). A Okinawa sono presenti in tutto 38 basi militari americane. Analogamente, il Pentagono omette di citare tutte le installazioni militari e di spionaggio situate in Gran Bretagna, ognuna del valore di cinque miliardi di dollari, che per lungo tempo sono passate per basi della Royal Air Force. Se si facesse un censimento corretto, le dimensioni effettive dell’impero di basi militari americane supererebbe con ogni probabilità le 1.000 basi nei paesi di altri, ma nessuno, forse neppure il Pentagono, ne conosce il numero esatto con certezza, sebbene sia in netta crescita negli ultimi anni.
Per coloro che vi abitano, questi sono luoghi non spiacevoli in cui vivere e lavorare. Oggi, il servizio militare nell’esercito americano è volontario e non ha quasi nessun rapporto con i doveri dei soldati durante la Seconda Guerra mondiale, la guerra in Corea o in Vietnam. La maggior parte delle incombenze come il bucato, la cucina, lo smistamento della posta e la pulizia delle latrine sono state subappaltate a società militari private come Kellogg, Brown & Root, DynCorp, e Vinnell Corporation. Ben un terzo, ovvero 30 miliardi di dollari dei fondi stanziati dal Congresso USA per la guerra in Iraq, ad esempio, andranno i mano a privati americani esattamente per questi servizi. Laddove possibile, tutto è fatto in modo da rendere l’esistenza quotidiana il più simile possibile a una versione hollywoodiana della vita a casa. Il primo Burger King è già sorto nell’enorme base militare installata dagli USA all’Aeroporto internazionale di Baghdad. Sebbene nelle basi americane estere vivano oltre 100.000 donne – che comprendono donne soldato, mogli e parenti del personale militare – la pratica dell’aborto presso gli ospedali militari è proibita, e questo malgrado l’aborto sia (per il momento) legale negli Stati Uniti. Poiché nell’esercito ogni anno si verificano 14.000 casi di violenza sessuale, le donne che rimangono incinte all’estero e desiderano abortire non hanno altra scelta se non ritornare negli Stati Uniti o rivolgersi alla realtà locale, che con ogni probabilità non sarà né semplice né piacevole a Baghdad o in alcune delle altre parti dell’impero delle basi allo stato attuale.
I “missionari armati” degli Stati Uniti vivono in un mondo chiuso in se stesso, autoreferenziale e orientato esclusivamente ai propri interessi e benessere. La versione americana della colonia è la base militare ed è proprio osservando l’evoluzione delle politiche relative alle basi nel mondo che si può comprendere molto sul crescente atteggiamento imperialistico e sul militarismo che aumenta di pari passo. Per arrivare a collocare le forze americane in prossimità di tutte le zone di pericolo nel mondo, il Pentagono ha proposto molte nuove basi. Oltre all’Iraq, fra i paesi che sono stati citati quali siti per ciò che il Segretario di stato USA Colin Powell chiama la nuova “famiglia di basi” americane vi sono: nelle aree impoverite della “nuova” Europa: Romania, Polonia e Bulgaria; in Asia: Pakistan (dove gli USA dispongono già di quattro basi), India, Australia, Singapore, Malesia, Filippine e anche, incredibilmente, Vietnam; in Nordafrica: Marocco, Tunisia e specialmente Algeria (teatro del massacro di circa 100.000 civili dal 1992, quando i militari presero il potere sostenuti dagli USA e dalla Francia per schiacciare un risultato elettorale); e in Africa occidentale: Senegal, Ghana, Mali e Sierra Leone (pur essendo il paese devastato da una guerra civile che dura dal 1991). I modelli per tutte queste installazioni, secondo quanto riferiscono fonti del Pentagono sono la serie di basi costruite dagli USA attorno al Golfo Persico negli ultimi due decenni in autocrazie antidemocratiche quali Bahrain, Kuwait, Qatar, Oman, ed Emirati Arabi Uniti.

3) Che tipo di destino hanno a suo parere le basi USA in Italia, come quella di Aviano, una struttura che si trova nella regione del nord est dell’Italia?

Secondo quanto riferito dal Rapporto Worldwide Manpower del Dipartimento della Difesa americano del 31 marzo 2003 (il più recente disponibile), gli Stati Uniti stazionano in Italia complessivamente 13.238 unità di personale militare del proprio esercito. Questi dati vanno usati con cautela poiché i rapporti del Dipartimento della Difesa non coincidono fra loro. Così ad esempio, al contrario del rapporto Worldwide Manpower il rapporto sulla struttura delle basi del 2003 riferisce che in Italia si trovano 15.510 unità di personale in uniforme più altri 4.447 civili e appaltatori che lavorano per i militari per un totale di 19.957 unità di personale. Secondo il rapporto Worldwide Manpower del 30 settembre 2002 i militari americani in Italia si avvalgono di 5.829 collaboratori civili americani (inclusi gli appaltatori) e offrono alloggio, istruzione e strutture di ricreazione ad altri 12.472 dipendenti e accompagnatori. Nell’autunno del 2002 il totale ammontava a 30.767 stranieri collegati con i militari americani in Italia.
Fra questi, la maggior parte del personale in uniforme apparteneva alla Marina USA, 5.370 unità, seguivano l’Aeronautica con 4.660 e l’Esercito con 3.143. In Italia sono presenti un totale di cinquantacinque installazioni militari USA: 14 sono basi aeree, 12 basi dell’Esercito, quattro basi della Marina, mentre le altre 25 non sono specificate in quanto hanno “valori di ricollocamento impianto” inferiori ai 10 milioni di dollari ciascuna o perché sono più piccoli di dieci acri. La più grande di queste basi italiane, stando alle statistiche del Pentagono, è la base aerea di Aviano, divisa in circa nove aree distinte nella zona di Aviano (Pordenone) nella parte nordorientale del paese. È il quartier generale del 16. Air Force e 31. Fighter Wing e si ritiene abbia un “valore di ricollocamento impianto” (PRV) di 764 milioni di dollari. Molto vicino, al secondo posto si colloca la stazione navale aerea di Sigonella in Sicilia con un PRV di 752,1 milioni di dollari. Questa ospita 4.167 unità di personale militare americano più appaltatori. La principale base dell’esercito USA è Camp Ederle presso Vicenza, che comprende 237 edifici per 2.111 unità di personale militare. Segue l’immenso deposito di munizioni di Camp Darby vicino a Pisa. Fra le altre strutture principali compaiono i bacini di revisione per sottomarini nell’isola della Maddalena in Sardegna, la stazione aerea di San Vito dei Normanni vicino a Brindisi, che è stata in realtà una stazione di spionaggio, e l’imponente base navale di Napoli con annesso complesso ospedaliero.
Tutte queste strutture sono state in mani americane sin dalla fine della seconda guerra mondiale. Non hanno alcuna funzione strategica importante. Sono una manifestazione dell’imperialismo e del militarismo americano. Le forze USA apprezzano il fatto di vivere in Italia e di avere accesso a tante splendide strutture ricreative quali la spiaggia riservata accanto a Camp Darby sulla Riviera italiana. Fintanto che il governo e il popolo italiano rimarranno docili seguaci della politica estera americana gli Stati Uniti vi manterranno le loro basi. Ma se l’Italia decidesse di perseguire una politica estera più indipendente, come è stato il caso della Germania e della Corea del sud nel 2002 e 2003, gli Stati Uniti ricambierebbero il favore spostando le proprie basi in un sito dove avrebbero un miglior controllo. Come è noto, le basi americane portano sovente disgrazie alle comunità che li ospitano. Nel febbraio 1998 un aereo militare USA di Aviano, che per sua stessa ammissione stava volando troppo veloce e a quota troppo bassa, tranciò il cavo di una funivia nei pressi della località turistica di Cavalese facendola precipitare e provocando la morte di venti persone. I piloti responsabili di questa tragedia sono stati processati non in Italia, bensì in una base militare americana della Nord Carolina, che li ha prosciolti dichiarando che le morti erano state provocate da un “incidente in fase di addestramento”.

4) Quanto sono in grado a suo parere i movimenti contro la guerra ed in particolare contro le installazioni militari di condizionare il ricollocamento delle basi? Quanto di opporsi alla costruzione di nuove strutture?
Quanto invece il cambio di una coalizione politica al governo può oggi portare a un atteggiamento critico sulla presenza e sviluppo delle basi militari?

I movimenti contro la guerra e l’imperialismo americano sono la principale speranza per la pace. Poco più di un anno fa milioni di persone in tutte le democrazie sane del mondo hanno manifestato contro la guerra in Iraq, contro George Bush e per la democrazia. Fra queste si è avuta la più grande dimostrazione nella storia britannica – 1.750.000 persone a Londra – ma anche 400.000 persone a New York City, oltre un milione sia a Madrid che a Roma, 700.000 a Parigi e mezzo milione a Berlino. Alla fine di aprile di quest’anno Washington DC ha visto una grandissima dimostrazione di oltre un milione di persone mobilitate per spingere le giovani donne a votare e a difendere il diritto all’aborto. Mezzo milione di persone hanno manifestato a Roma il 4 giugno 2004 contro una visita alla città da parte di Bush.
La prima vittoria del movimento democratico si è avuta il 14 marzo 2004 con l’elezione del primo ministro spagnolo José Zapatero. Se la democrazia ha un senso è proprio il peso dell’opinione pubblica. Zapatero ha capito che l’80 per cento della popolazione spagnola era contraria alla guerra di Bush in Iraq e ha immediatamente ritirato tutte le truppe spagnole. È un gran peccato che il senatore John Kerry negli USA si sia unito a Bush nella critica a Zapatero per questo gesto. Abbiamo b
isogno di replicare la vittoria spagnola anche nella Gran Bretagna di Tony Blair, nell’Italia di Silvio Berlusconi, nel Giappone di Junichiro Koizumi e negli Stati Uniti di George W. Bush.
Durante le conferenze del World Social Forum di Bombay, in India, nel gennaio 2004, uno dei principali obiettivi proposti dai delegati è stato quello di chiudere le basi militari americane già esistenti e di impedire la costruzione di nuove basi. Il Forum ha introdotto lo slogan “Nessuna base = Nessun impero = Nessuna guerra” (“No Bases = No Empire = No War.”) Questo principio andrebbe applicato in tutti gli avamposti dell’impero americano nel mondo, Italia compresa.

5) Esiste un dibattito nelle università USA sulle basi militari? Esiste negli USA un problema di presenza e crescita di studi di tipo militare?

L’estensione dell’impero di basi militari americane all’estero è ben poco conosciuta fra gli americani, perché il Pentagono fa tutto il possibile per tenerle segrete. Ne risulta che la questione delle basi militari raramente viene discussa in seno alle università americane. Gli Stati Uniti hanno abolito il servizio militare di leva nel 1973. Non essendo più minacciati dalla possibilità di un servizio militare contro la propria volontà, gli studenti universitari non prestano molta attenzione all’imperialismo americano. Molte università americane dipendono dalla ricerca militare finanziata dal Pentagono, e gli stati (province) in cui sono situate dipendono dalle basi militari e dalle fabbriche di munizioni come posti di lavoro per i propri abitanti. Gli Stati Uniti sono di gran lunga i maggiori esportatori di armi e munizioni fra tutti i paesi del mondo e la loro economia è fortemente influenzata dal complesso militar-industriale. Per questo motivo il popolo americano sta prendendo coscienza solo lentamente delle dimensioni dell’impero USA e delle contraddizioni insite in esso.

6) Giudica utili i tentativi delle comunità locali di elaborare e promuovere progetti di conversione delle basi dal militare al civile?

In base allo slogan “Nessuna base = Nessun impero = Nessuna guerra” le basi militari americane andrebbero chiuse e le loro strutture convertite per uso civile. Per le comunità locali che dipendono economicamente dalle basi militari è dunque importante cercare di ridurre tale dipendenza e cercare di prepararsi al giorno in cui quelle inutili e pericolose strutture verranno chiuse. I progetti per la conversione delle strutture militari sono indispensabili.

7) Quali letture ci consiglierebbe per approfondire i temi del militarismo e le forme di lotta per contrastarlo?

L’unico trattato esistente di una certa ampiezza sulla questione delle basi militari americane nel mondo è Chalmers Johnson, The Sorrows of Empire: Militarism, Secrecy, and the End of the Republic (2004) (“I dolori dell’Impero. Militarismo, segretezza e la fine della Repubblica”), che sarà pubblicato nella versione tradotta in italiano per Garzanti nel corso del 2004. Una nota bibliografica sui libri e i siti web relativi a questo argomento si possono trovare in Chalmers Johnson, Gli Ultimi Giorni dell’Impero Americano (Milano: Garzanti, 2001), pp. 335-43.

Andrea Licata intervista Chalmers Johnson
Fonte: http://www.nonluoghi.info/
Link
15.09.2004

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