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LA TERRA CAVA: L’ARCHITETTURA COME STRATEGIA MILITARE

DI RON JACOBS
Counterpunch

La recente assunzione del controllo di Gaza da parte di Hamas potrebbe essere ancora più illusoria di come l’hanno rappresentata i media Usa. Come rende chiaro Eyal Weizman nel suo affascinante e dettagliato libro “Hollow Land: Israel’s Architecture of Occupation,” [La terra cava: l’architettura dell’occupazione di Israele n.d.t.] vi sono innumerevoli e spesso invisibili apparati di sicurezza disposti in tutta la regione che assicurano un controllo quasi assoluto della sua superficie, del suo spazio aereo e del suo territorio sotterraneo da parte dell’esercito israeliano [IDF] e di altre forze di sicurezza di Israele. Il libro, che prende l’idea di una architettura dell’oppressione di cui ha scritto Mike Davis nel suo libro City of Quartz e la applica al paranoico regime di sicurezza di Tel Aviv, è un racconto della intenzionale costruzione di uno Stato di sicurezza suburbano. È uno Stato che fornisce una illusoria realtà di piscine e fattorie per gli occupanti e una vita sempre più povera e affollata per gli occupati. Weizman è il direttore del Centre for Research Architecture al Goldsmiths College dell’Università di Londra, perciò conosce bene l’architettura. Il suo lavoro con diverse ONG e organizzazioni per i diritti umani in Palestina gli ha dato l’opportunità di osservare l’attuale campagna di Israele per scollegare (se non sradicare) i palestinesi dalla loro terra. Come spiega il suo libro, questa campagna non è accidentale, né è qualcosa che iniziato solo a causa della lotta armata mossa dai palestinesi contro l’occupazione da parte di Tel Aviv. È, di fatto, sin dall’inizio parte integrante del progetto israeliano. Inoltre questa campagna è stata intrapresa nella sfera militare e in quella architettonica con la collusione delle armate imperiali di Israele–prima di tutto gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.

Con la messa al bando di certi materiali e della costruzione di domicili da parte di certi elementi della popolazione esistente in Palestina gli israeliani sono stati capaci, non solo di allontanare i palestinesi dalle loro terre ancestrali, ma sono anche stati capaci di prendere in prestito i loro metodi estetici per costruire una Gerusalemme e uno Stato di Israele che somigliano alla versione televisiva del vecchio testamento. Nel frattempo, nei territori occupati, i coloni hanno costruito (con milioni di dollari di finanziamenti governativi) suddivisioni suburbane con muri che bloccano i villaggi e i campi che li circondano. Allo stesso tempo, questi insediamenti suburbani adempiono ad un ruolo simile a quello dei forti dell’esercito Usa nel vecchio West. In altre parole forniscono punti di sorveglianza e raggruppamenti avanzati di truppe per mantenere sotto controllo la popolazione indigena occupata.

E’ questa congiunzione di architettura civile e strategia militare che costituisce alcuni dei più interessanti aspetti del lavoro di Weizman. Un lettore dei maggiori giornali Usa probabilmente dà per scontato che i coloni ebrei che allestiscono le loro tende e roulotte in mezzo ad un incrocio usato principalmente dai palestinesi stiano agendo da soli e contro i desideri del governo e dell’esercito israeliano. Di fatto qualcuno probabilmente trova persino piuttosto romantiche le vite di questi coloni, come quelle dei coloni dei territori dei nativi americani in Nord America. Eppure, come spiega Weizman, le cose non sono necessariamente come sembrano. Infatti molti di questi insediamenti sono iniziati esattamente dove si trovano perché la loro presenza serve unicamente ad uno scopo militare. La qual cosa ci riporta a quei forti dell’esercito Usa allestiti attraverso i cosiddetti Territori Indiani nel vecchio West americano. Questi insediamenti sono avamposti militari tanto quanto spazi per vivere. Non sono innocenti sviluppi fatti solamente da persone che vogliono vivere in pace nella terra della loro religione.

A causa della loro situazione sotto occupazione, i palestinesi si ritrovano doppiamente legati. In modo da mantenere una speranza di ritorno loro devono mantenere lo status di rifugiati come è definito dalle Nazioni Unite. Per fare ciò non devono costruire nulla che possa essere considerato permanente. Di conseguenza non c’è mai un senso di permanenza a Gaza e in Cisgiordania. Dall’altro lato questa temporaneità permette a Israele di prendere continue “misure di sicurezza” il cui scopo principale è espandere permanentemente i confini dello Stato di Israele. Questo si è potuto vedere durante i negoziati di Oslo lo negli anni ’90 quando coloni ed esercito continuavano ad appropriarsi di terra proprio mentre andavano avanti i negoziati. È anche un elemento presente nelle incursioni senza fine all’interno di Gaza e della Cisgiordania da parte dell’esercito israeliano (nonostante il presunto ritiro da Gaza nel 2006). Per quel che riguarda queste incursioni, la Knesset israeliana sta attualmente discutendo un provvedimento che dichiarerebbe Gaza una entità straniera. Se passasse, questa legge permetterebbe all’esercito israeliano di fare ciò che vuole a Gaza e ai suoi abitanti senza dovere ad essi un solo schekel di risarcimento. Sotto l’attuale status Tel Aviv dovrebbe ripagare i proprietari delle case che distrugge. Naturalmente ciò non accade molto spesso, né Gaza ha una vera indipendenza. Eppure questa legge renderebbe legale (e senza alcuna ripercussione legale) qualunque cosa faccia Israele proprio come l’espulsione degli ebrei compiuta dai nazisti e l’arresto di immigrati privi di documenti negli Stati Uniti.

In ciò che può essere solamente definito un tentativo postmoderno di controllare tutte le dimensioni dello spazio, gli israeliani hanno costruito un sistema multilivello di strade, checkpoint e muri dentro e attorno ai territori occupati. Queste strade sono ristrette al traffico israeliano e permettono a chi le usa di disporre di un mezzo per andare da un insediamento ad un altro senza dover mai vedere un palestinese. Nel frattempo la costruzione di quello che i detrattori definiscono muro dell’apartheid spesso impedisce ai palestinesi di occuparsi dei loro raccolti e di visitare la loro famiglia che vive dall’altra parte della barriera costruita da Israele. Naturalmente, per costruire il muro, gli israeliani hanno trovato necessario distruggere qualunque casa e campo che giacesse lungo il tracciato che avevano deciso per la sua costruzione. D’altra parte questo è un tracciato che cambia continuamente a seconda dei bisogni dell’esercito israeliano e di varie imprese commerciali che sperano di sviluppare certe aree che non si trovano attualmente sul lato israeliano.

In aggiunta al muro, i palestinesi si ritrovano a dover aspettare ore presso i checkpoint itineranti allestiti dall’esercito israeliano, spesso per nessuna evidente ragione che non sia ricordare ai palestinesi il controllo israeliano. Dal momento che il palestinesi non possono usare le strade israeliane vengono scavati dei tunnel sotto le strade in modo che possano andare da un punto ad un altro senza mettere piede sulla strada. Dei tunnel sono anche stati scavati dai palestinesi con il diretto scopo di oltrepassare la sicurezza israeliana. È per trovare questi tunnel che gli israeliani distruggono case a Gaza. Perciò, come le forze dell’NLF [fronte di liberazione nazionale n.d.t.] in Vietnam durante la guerra Usa contro il loro paese, i palestinesi si sono rivolti ad una rete sotterranea per combattere la loro resistenza. Questo fatto ha aumentato la percezione di una battaglia multidimensionale—il concetto postmoderno di spazio di cui si parlava sopra.

Per quel che riguarda il postmodernismo, Weizman sottolinea che i teorici israeliani dietro a molte delle recenti costruzioni in Israele e nei territori sono studenti di quei pensatori postmoderni come Gilles Deleuze e Guy Debord, i cui concetti di non-linearità e critica del post colonialismo sono stati capovolti dall’esercito israeliano e usati per sconfiggere la asimmetria della resistenza palestinese e rinforzare l’occupazione delle terre palestinesi. In breve, i militari hanno preso alcuni dei principi di questi critici sociali e culturali e li hanno rielaborati in modo che servano ai loro bisogni.

Il testo di Weizman è un denso seppur leggibile lavoro. Mentre per comprendere le sue affermazioni è utile anche se non essenziale una familiarità con l’occupazione israeliana e la sua storia. Né è necessario che il lettore abbia dei solidi fondamenti di teoria dell’architettura. Affascinante nei suoi dettagli e spesso diretto in modo allarmante nelle sue conclusioni, Hollow Land mostra apertamente l’intelligente brutalità dell’occupazione israeliana della Palestina e la sua ingegneria architettonica. Inoltre, rivela la natura di tale occupazione—una natura che può essere meglio descritta prendendo in prestito il titolo di un libro scritto da Hannah Arendt su di un altro tipo di ingegneria. Ciò che Weizman descrive in dettaglio in queste pagine è niente di meno che un esempio moderno di ciò che è la Arendt definì in modo così calzante come la “banalità del male”.

Ron Jacobs è autore di The Way the Wind Blew: a history of the Weather Underground, che è appena stato ripubblicato da Verso. Il saggio di Jacobs su Big Bill Broonzy fa parte della raccolta di CounterPunch su musica, arte e sesso, Serpents in the Garden. Il suo primo romanzo, Short Order Frame Up, sta per uscire presso la Mainstay Press. Può essere contrattato al seguente indirizzo: [email protected]

Titolo originale: “Hollow Land.
Architecture as Military Strategy”

Fonte: http://www.counterpunch.org
Link
15.07.2007

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

Pubblicato da Das schloss

  • Bazu

    Chissà perché, ma anche le basi USA in Italia mi fanno venire in mente quei forti allestiti dall’esercito Usa nei Territori Indiani del vecchi West.

  • Ezechiele

    Esiste una sola definizione calzante per questa ingegneria architettonica israeliana a Gaza e nei territori occupati. Campo di concentramento.

  • Alexis

    Ma campo di concentramento de che?!?! Visto ciò che dici neanche sai cos’è un campo di concentramento!

  • Hassan

    Diccelo tu com’è fatto… Alexis… è una prigione a cielo aperto dove i caccia israeliani fanno tiro a bersaglio sparando sui prigionieri (i palestinesi) e affamandoli bloccandogli ogni via d’uscita, e controllandone le risorse. Ma forse ai corsi di propaganda sionista queste cose non te le insegnano, eh caro Alexis ?

  • Ezechiele

    E’ bello, vero, vivere nel mondo dei sogni caro Alexis!

  • Hassan

    Alexis è un povero coglione ignorante. Bisogna compatirlo.