La società dei codardi

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Nestor halak per Comedonchisciotte,org

Mi trovo spesso a guidare lungo una strada accanto ad una scuola che è piuttosto difficile da percorrere perché sovente ostruita da numerosissime auto, parcheggiate ovunque, di solito con una sola persona a bordo ad aspettare. Si tratta dei genitori (genitore uno oppure due ma forse possono essere tre) o chi per loro, degli studenti che si sentono obbligati e probabilmente lo sono davvero, ad andare a prendere i figli all’uscita per evitare i terribili pericoli che il percorso fino a casa comporta per dei minorenni non protetti. Io che ho frequentato le scuole negli anni 60/70 quando la società era barbara e primitiva e questo salvifico uso non era ancora invalso,  lo so bene chi incontravo per strada.

Si assume infatti che le nostre città siano sommamente insicure anche per i grandi, ma per i giovani i rischi sono ancora maggiori e la televisione e la rete ce li ricordano di continuo: i pedofili, gli spacciatori, gli assassini e i maniaci sempre in attesa con la bava alla bocca, il traffico che sfreccia a trenta all’ora rischiando di investire i pargoli, l’inquinamento dell’aria che gli avvelena i polmoni, i bulli sempre pronti a colpire nei momenti in cui non c’è sorveglianza, i minorenni che per definizione sono un pericolo per loro stessi, almeno finché non scatta il fatidico calendario ed allora diventano magicamente coraggiosi e responsabili.

Chi mai li sorveglierebbe in questo spazio vuoto dalla casa alla scuola se fosse loro permesso di percorrerlo in autonomia, senza neppure, che so, il maestro di danza? Certo, ognuno di loro ha un telefonino, costantemente connesso alla rete, ma sfortunatamente i pargoli sono poco propensi a rimanere in collegamento con i genitori (o magari con la polizia), sovente sono più portati a fare giochini sparatutto o pettegolezzi sui social, per cui restano pericolosi spazi di vuoto anche di interi minuti. Che contatti potrebbero avere in quel percorso, cosa potrebbero dirsi, quali idee tutt’altro che solidali affacciarsi alle giovani menti? Vedete che andare a prenderli in auto è indispensabile anche se dovessero abitare a pochi metri dalla scuola. E’ una questione di sicurezza e di fronte alla sicurezza nient’altro conta, non certo l’autonomia, la libertà, il buon senso, magari neanche la vita stessa. Naturalmente giovani così allevati hanno le migliori probabilità di diventare adulti sani, autonomi e responsabili.

Nell’ufficio dove lavoravo si facevano a cadenza periodica delle “esercitazioni a sorpresa” per essere certi di come comportarsi in caso di incendio. Si dava sommesso preavviso che il giorno tal dei tali si sarebbe svolta l’esercitazione “a sorpresa” così che ognuno si poteva preparare se per caso aveva da sbrigare qualche commissione veloce. L’esercitazione si presentava come complessa e articolata, ma era in realtà molto semplice, consisteva nel far suonare una sirena, allorché tutti dovevano allontanarsi il più velocemente possibile (ma naturalmente senza correre e senza panico), dal posto di lavoro, scendere le scale (mi raccomando di evitare l’ascensore), ed infine ritrovarsi tutti per la strada in punti predisposti a ridacchiare della goffaggine di qualche collega. La semplicità della manovra contrastava con la complicatissima serie di incarichi dai nomi drammatici che venivano affidati a molti, importanti sulla carta, ma che all’atto pratico si risolvevano in nulla.

Ovviamente non si poteva pretendere che tutti la prendessero seriamente dal momento che la gente sapeva che non stava succedendo nulla, però alcuni erano davvero più convinti ed erano invariabilmente quelli più in alto nella scala gerarchica. Non che ci credessero davvero, ma in grazia del mestiere dovevano fingere di sì per fare bella figura. Del resto fingevano pure di credere a tutte le ultime strategie di marketing che le agenzie internazionali (americane), di volta in volta  escogitavano per giustificare la parcella da consulenti.

La probabilità di una vera emergenza era in pratica trascurabile e a memoria d’uomo non era mai accaduto nulla di pericoloso in ufficio, tranne quella volta che un impiegato aveva detto “vado a prendere il caffè” e poi si era buttato sotto un treno alla vicina stazione, ma questo è un altro tipo di rischio. Se il pericolo non c’è ed è altamente improbabile che mai ci sarà, che senso ha preoccuparsene? Se lo facessimo per tutti i pericoli di analoga probabilità, non avremmo tempo per fare altro. Ma nella società dello spettacolo, la recita pare essere indispensabile. La facevamo persino a scuola.

Tutti sanno che prevenire è meglio che curare e tutti i professionisti del settore consigliano di controllare continuamente il proprio stato di salute al fine di poter intervenire per tempo nel caso insorga qualche malattia senza annunciarsi. Oggi la medicina è estremamente specializzata e noi abbiamo molti organi diversi. Se vogliamo controllarli tutti, periodicamente, uno alla volta, vedrete che saremo costantemente occupati a saltare da una visita all’altra, anche perché non è improbabile che qualche cosetta da approfondire con ulteriori esami, venga fuori. Va da sé che, per quanto possiamo impegnarci, un giorno una malattia ci ucciderà comunque ed è anche questo un fatto da tenere in considerazione.

Dobbiamo dunque vivere in una costante ricerca di eventuali patologie? Oppure controllare solo di tanto in tanto e parzialmente la nostra salute? E nel caso, dobbiamo farlo nella misura suggerita dal medico curante (se riuscite a rintracciarlo), dalla televisione, dalla Pfizer , dall’organizzazione mondiale della sanità? O magari come ci pare a noi che però siamo incompetenti e, come ribadivano sempre le Virostar pandemiche, non dovremmo neppure aprire bocca senza in carenza dei prescritti titoli.

Certo che a rigore questa non è prevenzione, ma controllo. La prevenzione dovrebbe consistere nell’adottare uno “stile di vita”, come va di moda dire,  che eviti, per quanto possibile, le malattie, non nello scoprirle quando già ci sono. Solo che uno stile di vita salutare e sicuro è spesso meno piacevole e comporta delle rinunce che possono essere più o meno importanti a seconda della psicologia delle persone che sono chiamate a farle. E, ancora una volta, per quanto salutare possa essere il nostro stile di vita, ci da solo una probabilità maggiore di una vita più lunga e sana, ma non ci garantisce nulla ed è comunque  certo che qualunque cosa facciamo soccomberemo. Nemini parcetur.

Ma allora qual è la giusta misura, il giusto compromesso del vivere bene? Chi lo decide? In anni recenti abbiamo avuto ottimi esempi di cosa succede quando a decidere sono i vertici della società della paura: il governo ha ritenuto opportuno prima metterci ai domiciliari, poi imporre un medicinale obbligatorio a tutti i sani, medicinale che, lo ricordo, non era in realtà un vaccino, dato  che per vaccino s’intende qualcosa che impedisca di prendere la malattia, cosa che, per esplicita ammissione dei produttori, il medicinale in questione non faceva. Certo che se poi decidiamo convenzionalmente di chiamare “vaccino” mia nonna, anche lei diventa un “vaccino”, ma così le parole non hanno più un senso.  Ci si chiede: a conti fatti, era più pericoloso il medicinale imposto, o la malattia che intendeva attenuare? Chissà. Forse dipende dalla persona, dalla situazione, ma non mi risulta che nulla di tutto ciò sia mai stato preso in considerazione.  E la paura, tanto generosamente sparsa dai media, serviva a salvaguardare la salute pubblica o più banalmente a vendere il medicinale con bustarella ai competenti uffici?

La paura, si sa, fa miracoli e la sicurezza è un’ottima scusa per vendere i gadget più vari, specie se, con un piccolo aiuto istituzionale, si rendono obbligatori, dai gilet arancioni alle catene da neve, dai ripetuti buchi nei muri delle cucine, alle ossessive “revisioni” delle caldaie e alle “linee vita” che ho scoperto non sono assicurazioni, ma cavi tesi sui tetti. Sicurezza prima di tutto. Eppure continuiamo a sentire dai telegiornali notizie di numerose morti sul lavoro che, guarda caso, non si verificano mai negli uffici dove si fanno le esercitazioni e il rischio è zero (no, zero non è un caso che si verifica in natura, ma quasi zero), ma piuttosto nei luoghi dove il rischio c’è davvero, ma non ci sono le esercitazioni.

Ultimamente hanno preso a metterci in guardia contro un altro insidioso pericolo, questa volta psichico: le notizie false, che portano la gente a credere, guarda un po’,  a ciò che non è vero. Come fosse un caso nuovo. In astratto eliminare le notizie false sembrerebbe un’idea mica male (ma chissà che fine farebbero i giornalisti!), purtroppo il problema di fondo resta sempre lo stesso direi da millenni: come si fa decidere se una notizia è falsa o meno? E soprattutto, chi lo decide? Di fatto nessuno è mai riuscito a rispondere in maniera convincente a queste domande per cui  l’unico rimedio razionale sembra quello di non censurare nessuna notizia. Tuttavia nella società della super sicurezza esporre le fragili menti dei cittadini ad ogni soffio è ritenuta un’opzione eccessiva, per cui si preferisce evitare voci dissonanti da quelle di chi, per definizione, lavora per il nostro bene, e finiamo per ascoltare solo la voce del salumiere che ci assicura che il salame che vende è il migliore. Anzi l’unico.

Curiosamente, nonostante il sistema si vanti di tentare di farci salvi da tanti rischi, persino da quelli piuttosto remoti come il percorso da casa a scuola o una nevicata novembrina a Palermo o magari una interpretazione non talmudica sul massacro dei palestinesi, pare non trovi affatto necessario tutelarci da rischi più probabili e concreti, come quello di rimanere senza lavoro o senza casa, oppure senza un accesso facile e tempestivo alle cure mediche. Non è rischioso vivere per strada e ripararsi dietro ai cartoni cosa che succede sempre più spesso nelle città occidentali?

Ma il massimo della discrepanza tra la tutela da rischi trascurabili (ma molto utili per il controllo sociale e/o per arricchire certe categorie di privati che sono poi quelli che realmente spadroneggiano la cosa pubblica), e la tutela da rischi molto più consistenti, è stato raggiunto, mi pare, ultimamente: a quanto pare tutti i governi occidentali, che poi sembrano uno solo, tanto poco si differenziano l’uno dall’altro, sono fermamente decisi a portarci in guerra (di nuovo), contro la Russia, che non è proprio San Marino, ma probabilmente la maggiore potenza militare (e nucleare) al mondo. Ma non sarà pericolosa questa iniziativa? Non potrebbe esporci ad un rischio persino superiore a quello di non avere le catene da neve a bordo da novembre ad aprile? A qualcuno potrebbe sembrare di sì, ma probabilmente si tratta di terrapiattisti e teorici del complotto.

Comunque non sarebbe male se ci spiegassero qual è il reale interesse del popolo italiano (ed europeo) ad imporre alla Russia sanzioni che hanno come risultato immediato quello di continuare a comprare petrolio russo, ma questa volta da terzi e a prezzo raddoppiato, magari fingendo di non sapere l’origine del prodotto. Qual è l’interesse italiano (o europeo) ad inviare armi, denaro e cannoni (contro la nostra stessa costituzione) in difesa di un governo golpista creato in una provincia russa da un complotto della Cia all’unico scopo di permettere all’elite statunitense di continuare a comandare il mondo? Non è spiacevole la prospettiva non troppo remota di finire vaporizzati in un conflitto nucleare che si svolgerebbe principalmente sul suolo europeo? Non è più preoccupante il rischio di un’esplosione nucleare su una delle numerose basi dell’esercito americano vicine alle nostre città rispetto a quello di trovarsi, Dio non voglia, senza una veste arancione in caso ci si guasti la macchina in una strada trafficata?

Eppure nessuno o quasi nessuno sembra accorgersi dell’assurdità di tutto ciò: quasi tutti credono alla verità collettiva predicata dai media o dai saggi della tribù per quanto incredibile tale verità possa essere. Sarebbe infatti sufficiente pensarci su un momento in modo razionale,  provare, con un pizzico di umiltà, a smettere di dare per scontato ciò a cui vogliamo credere solo perché ci fa comodo crederlo e contemplare più oggettivamente le cose.

Purtroppo non è così: se questo fosse davvero il comportamento degli individui e soprattutto delle masse, di certo non si continuerebbe a credere che l’Italia è stata liberata e non occupata da un esercito col quale il nostro governo di allora ha firmato una resa incondizionata. Un esercito che a settant’anni dall’invasione è ancora qui e ha provveduto ad istallare basi militari dappertutto e continua a dettarci una politica estera e una interna che sono oramai palesemente a nostro danno,  servendosi di una classe dirigente a questo punto di livello intellettuale francamente imbarazzante all’uopo corrotta. Né, per altro, si crederebbe più a Cappuccetto Rosso o alle statue che piangono sangue.

Cinquant’anni fa almeno si facevano rumorosi cortei contro la guerra in Vietnam, che pure non ci coinvolgeva direttamente, oggi quasi nessuno sembra avere da ridire su una guerra che ci coinvolge eccome, se non altro perché le nostre tasse vanno a pagare le armi per uccidere i russi (fateci caso, la sanità pubblica non ce la possiamo permettere ma i soldi per Zelensky si sono trovati immediatamente). Anzi, la possibilità di un uso “limitato” delle armi atomiche comincia oramai ad essere una possibilità contemplabile, sdoganata, per così dire. Tutto sommato pare più importante chiamare gli africani Neri anziché Negri, e fingere di essere ecocompatibili, sostenibili, solidali e di sesso variabile come i pesci.

Non è bizzarro che la società dei codardi che si terrorizza per un raffreddore, non abbia paura di far la guerra alla Russia? Non andrà tutto bene.

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