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LA NECESSITA’ DI PORRE FINE ALL’EMBARGO CONTRO CUBA

DI FELIPE PEREZ ROQUE
Ministro degli Esteri della Repubblica di Cuba

Intervento di Felipe Pérez Roque, Ministro degli Esteri della Repubblica di Cuba, sul tema numero 18 dell’agenda dell’Assemblea Generale intitolato “Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba”. New York, 8 novembre 2006

Signora Presidentessa;

Signori Delegati,

Per la quindicesima volta consecutiva, Cuba presenta all’Assemblea Generale il progetto di risoluzione intitolato “Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba”.

Lo facciamo in difesa dei diritti del popolo cubano, ma anche in difesa dei diritti del popolo statunitense e dei diritti dei popoli che voi rappresentate in questa Assemblea.

La guerra economica scatenata dagli Stati Uniti contro Cuba, la più prolungata e crudele mai conosciuta, si qualifica come un atto di genocidio e costituisce una flagrante violazione del Diritto Internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. In questi 48 anni, il blocco nordamericano ha provocato a Cuba danni economici superiori a 86 miliardi di dollari. Sette cubani su dieci, dalla loro nascita, sono vissuti soffrendo e resistendo gli effetti del blocco, che cerca di sottometterci mediante la fame e le malattie.
Il blocco impedisce a Cuba di commerciare con gli Stati Uniti e di ricevere turisti da questo paese. Proibisce a Cuba di utilizzare i dollari nelle sue operazioni estere e di ricevere crediti o realizzare operazioni con banche statunitensi o con le loro filiali in altri paesi.

Il blocco non permette alla Banca Mondiale o alla Banca Interamericana di Sviluppo di conferire a Cuba nemmeno un modesto credito.

Ma ancora più grave è che il blocco degli Stati Uniti impone le sue criminali disposizioni ai rapporti di Cuba con gli altri paesi che compongono questa Assemblea Generale.

Signori delegati, abbiamo visto il rappresentante del Governo degli Stati Uniti ripetere gli stessi fallaci argomenti e le stesse menzogne che ha detto in questa sede negli anni precedenti.

Mente, quando afferma che l’embargo è un tema bilaterale.

Mente, quando assicura che Cuba può commerciare e comprare in altri paesi ciò che gli è vietato acquistare negli Stati Uniti.

Mente, quando sostiene che gli Stati Uniti non perseguitano le navi di altri paesi che cercano di arrivare a Cuba.

Dice inoltre a quest’Assemblea che Cuba utilizza il blocco come pretesto.

Ripeto al distinto delegato ciò che espressi l’anno scorso: Se il Governo degli Stati Uniti ritiene che Cuba usa il tema del blocco come pretesto, perché non elimina il pretesto levando il blocco? Perché non elimina il blocco contro Cuba, se la sua opinione è che Cuba lo usa come pretesto per giustificare il proprio fallimento?

Il blocco impedisce il commercio con Cuba a imprese situate nei vostri paesi, signori delegati, non soltanto a imprese statunitensi bensì a imprese dei paesi che voi rappresentate in questa Assemblea e che sono succursali di compagnie statunitensi. Inoltre, signori delegati, le navi battenti bandiera dei vostri paesi non possono entrare nei porti statunitensi se prima hanno trasportato delle merci da o verso Cuba. È la legge Torricelli, firmata dal Presidente Bush senior nel 1992.

Il blocco statunitense proibisce anche alle imprese del resto del mondo, quelle dei vostri paesi, signori delegati, d’esportare negli Stati Uniti prodotti che contengano materie prime cubane ed impedisce a queste imprese d’esportare a Cuba prodotti o attrezzature che contengano più del 10% di componenti statunitensi. Ecco la verità.

Il blocco, signori delegati, perseguita gli imprenditori di altri paesi, non soltanto quelli statunitensi ma anche i vostri compatrioti, che cerchino di realizzare degli investimenti a Cuba. Sono minacciati con la proibizione, estesa alle loro famiglie, d’entrata negli Stati Uniti, e persino con il sottoporli a processo in tribunali statunitensi. È la legge Helms-Burton del 1996.

Non voglio insistere con esempi che provano quanto ho riferito. Il Signor Segretario Generale ha diffuso un ampio rapporto, con il contributo di 96 paesi e 20 organismi ed organizzazioni internazionali, dove si dimostrano inequivocabilmente le sofferenze e le mancanze che il blocco impone alla vita ed allo sviluppo del popolo cubano.

Ci sembra importante, signori delegati, informare l’Assemblea Generale riguardo al piano per la riconquista di Cuba approvato dal Presidente Bush nel maggio del 2004 ed aggiornato a luglio del 2006. Nello stesso si riconosce chiaramente ciò che il governo statunitense farebbe nel nostro paese, se riuscisse ad un certo punto a controllarlo.

Secondo il Presidente degli Stati Uniti, la cosa più importante sarebbe restituire tutte le proprietà di Cuba agli antichi proprietari. Ciò includerebbe, per esempio, espropriare le terre di centinaia di migliaia di contadini che oggi a Cuba sono proprietari delle terre, individualmente o in cooperativa, per ristabilire sulle stesse il latifondo. Implicherebbe inoltre, sfrattare dalle loro abitazioni milioni di proprietari cubani, per restituire gli immobili o i terreni ai loro antichi reclamanti.

Il Presidente Bush ha descritto ciò come un processo accelerato e sotto il controllo totale del governo degli Stati Uniti che a tale scopo creerebbe la cosiddetta Commissione per la Restituzione dei Diritti di Proprietà.

Si creerebbe, inoltre, un’altra struttura, il Comitato Permanente del Governo degli Stati Uniti per la Ricostruzione Economica di Cuba, che guiderebbe il processo per imporre a Cuba un durissimo programma d’assetto neoliberale, comprendente la privatizzazione selvaggia dei servizi educativi e sanitari, e l’eliminazione della sicurezza ed assistenza sociali. Si eliminerebbero le pensioni e si offrirebbe ai pensionati lavoro nelle costruzioni in un cosiddetto Corpo dei Pensionati Cubani.

Il Presidente Bush riconosce nel suo piano che a Cuba “non sarà facile” realizzare questo piano. Perciò, incarica il Dipartimento di Stato di creare “come priorità immediata” un apparato repressivo, che immaginiamo sarà addestrato nelle brutali tecniche d’asfissia, che il Vicepresidente Cheney non ritiene siano torture, per soffocare l’interminabile resistenza del popolo cubano. Si riconosce anche che “sarà lunga” la lista di cubani che saranno perseguitati, torturati e massacrati.


[Il Ministro Felipe Pérez Roque durante il suo appello all’Assemblea Generale dell’ONU]

Il piano prevede persino un Servizio Centrale per l’Adozione di Bambini, per consegnare a famiglie negli Stati Uniti ed in altri paesi i bambini i cui genitori moriranno combattendo o vittime della repressione.

Questo cinico e brutale programma di ricolonizzazione di un paese, dopo averlo distrutto ed invaso, sarebbe diretto da un personaggio, già nominato, il cui ridicolo incarico, che ricorda Paul Bremer, è quello di “Coordinatore per la Transizione a Cuba”. Un certo Caleb McCarry è il signore il cui unico precedente degno di nota, è la stretta amicizia con i gruppi terroristici d’origine cubana che ancora oggi, in totale impunità, progettano ed eseguono da Miami nuovi piani d’assassinio e sabotaggio contro Cuba. Sono gli stessi gruppi che chiedono al Presidente Bush di porre in libertà il terrorista Luis Posada Carriles, autore dell’attentato dinamitardo contro un aereo cubano, mentre dal 1998 sono sottomessi ad una crudele e prolungata detenzione cinque valorosi combattenti antiterroristi cubani.

A due anni dalla sua proclamazione, signori delegati, gran parte del piano è già stato eseguito.

Così, sono state imposte nuove e maggiori restrizioni alle visite familiari a Cuba dei cubani residenti negli Stati Uniti.

Sono stati perseguitati con rabbia gli statunitensi che hanno viaggiato a Cuba. Negli ultimi due anni sono state multate oltre 800 persone, accusate di essersi recate nel nostro paese.

In pratica, sono stati eliminati gli interscambi accademici, culturali, scientifici e sportivi.

Dal 2004 sono state multate 85 compagnie per ipotetiche violazioni del blocco contro Cuba.

È stata intensificata la feroce persecuzione contro le operazioni finanziarie ed il commercio del nostro paese. Sono visibili i risultati del demenziale controllo su scala globale che il cosiddetto Gruppo d’Individuazione dei Beni Cubani realizza su tutto quanto sembra essere un pagamento da e verso Cuba.

Insieme al rafforzamento del blocco, Il Presidente Bush ha approvato, in maggio del 2004, altri 59 milioni di dollari per pagare i suoi scarsi e fiacchi mercenari a Cuba, allo scopo di creare un’inesistente opposizione interna e per pagare campagne di propaganda e trasmissioni radiofoniche e televisive illegali contro Cuba.

Tuttavia, tutto è stato inutile. Il Presidente Bush ha visto come trascorreva il tempo senza che potesse compiere le promesse fatte ai gruppi estremisti cubani nella Florida. I suoi problemi interni ed esteri crescevano e crescevano e Cuba socialista continuava lì, salda e invitta.

Allora, il 10 luglio 2006, il Presidente Bush ha aggiunto nuove misure al suo piano.

Una rilevante particolarità di questa nuova mostruosità di 93 pagine è che contiene un allegato segreto, con azioni contro Cuba che non si rendono pubbliche “per raggiungerne l’effettiva realizzazione” e “per ragioni di Sicurezza Nazionale “. Saranno nuovi piani d’assassinio contro i dirigenti cubani, altri atti terroristici, un’aggressione militare? Da questa tribuna nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite invitiamo oggi il Presidente George W. Bush a rendere pubblico il contenuto di questo documento, che fino ad oggi non ha avuto il coraggio di svelare.

Nel piano sono compresi, naturalmente, nuovi stanziamenti di soldi. Questa volta sono 80 milioni di dollari in due anni e non meno di 20 milioni ogni anno fino alla sconfitta della Rivoluzione cubana. In sostanza, per sempre.

Aumentano anche le trasmissioni radiotelevisive contro Cuba, in aperta violazione delle norme dell’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni.

D’altra parte, si realizzano nuovi sforzi per creare la cosiddetta “coalizione” tra paesi per appoggiare il denominato “cambio di regime” a Cuba.

Nel piano di Bush si evidenzia particolarmente l’applicazione extraterritoriale della guerra economica contro Cuba.

Così si stabiliscono nuovi meccanismi per perfezionare l’applicazione delle disposizioni del blocco e si adottano nuove sanzioni, tra cui spicca, per la sua novità, il processo penale contro i trasgressori.

Si annuncia, in virtù del Titolo III della Legge Helms-Burton, l’autorizzazione a promuovere istanze nei tribunali statunitensi contro gli investitori stranieri a Cuba, ed in particolare quelli provenienti da paesi che sostengano con continuità la Rivoluzione cubana.

Si stabilisce inoltre un’applicazione più rigorosa del Titolo IV, che nega agli investitori a Cuba ed ai loro familiari l’ingresso negli Stati Uniti, ma indirizzando la persecuzione, in particolare, contro coloro che investano nell’esplorazione ed estrazione del petrolio, nel turismo, nel nichel, nel rum e nel tabacco.

Come strumento per la persecuzione delle vendite di nichel cubano ad altri mercati –non più al mercato statunitense, ma per perseguitare le vendite cubane a imprese situate nei paesi che voi rappresentate in questa Assemblea–, si crea la cosiddetta “Forza Interagenzie per il controllo del Nichel Cubano”.

Si perfeziona anche l’assedio contro l’interscambio tra le chiese nordamericane e cubane e si proibisce l’invio di donazioni umanitarie ad organizzazioni religiose cubane.

Ma c’è anche una nuova misura del blocco, approvata dal Presidente Bush, che merita un commento a parte. Nel documento si stabilisce che gli Stati Uniti negheranno tutte le esportazioni riferite ad attrezzature mediche che possano essere usate nei programmi d’assistenza a pazienti stranieri.

Vale a dire, il governo degli Stati Uniti, che ha sempre fatto l’impossibile per rendere vani i programmi di cooperazione medica internazionale che Cuba porta avanti, riconosce adesso che la sua persecuzione può anche arrivare a cercare d’impedire che Cuba acquisti nel mondo l’equipaggiamento necessario.

Insisto su quanto ho detto riguardo al fatto che il blocco è arrivato sul punto di vietare lo scambio tra le chiese degli Stati Uniti e le chiese cubane; di vietare alle chiese degli Stati Uniti di inviare alle chiese a Cuba doni umanitari, sedie a rotelle, medicamenti o prodotti per uso umanitario. Il blocco del presidente Bush contro Cuba porta anche a dichiarare la guerra alle chiese statunitensi e cubane; cerca persino di bloccare il mandato di Dio. E, in secondo luogo, cerca d’impedire che Cuba acquisti attrezzatura medica per programmi di cooperazione medica internazionale.

Sono imprescindibili alcune premesse sul tema:

– Dal 1962, anno in cui i medici cubani prestarono per la prima volta aiuto all’estero, in Algeria, quasi 132.000 medici, infermieri e tecnici della salute cubani hanno prestato servizio in 102 paesi.

– Attualmente, 31.000 collaboratori della sanità cubana, di cui 20.000 sono medici, prestano servizio in 69 paesi. Ripeto: in 69 paesi lavorano oggi 31 000 collaboratori cubani della salute, in molti dei paesi rappresentati in questa sede da alcuni di voi.

– Signori delegati, un contingente medico specializzato in catastrofi e situazioni d’emergenza è stato fondato il 19 settembre 2005, proprio durante il flagello abbattutosi su 2 milioni di poveri e neri del Sud degli Stati Uniti per l’effetto combinato dell’uragano Katrina e dell’irresponsabilità e insensibilità del loro governo. È integrato da 10.000 effettivi adeguatamente preparati ed equipaggiati e porta il nome di un giovane nordamericano, Henry Reeve, morto gloriosamente nel 1873 nei campi di battaglia di Cuba, con il grado di Generale del nostro Esercito di Liberazione. Nel momento dell’uragano, oltre 1.500 medici cubani erano pronti a partire verso le zone più colpite per salvare chissà quante vite, andate perse per la riposta negativa del Presidente Bush.

– 2564 membri di questo contingente hanno lavorato 8 mesi in Pakistan dopo il terremoto. Hanno montato 32 ospedali che sono stati poi donati a questo popolo fratello. Hanno assistito 1 milione 800 mila pazienti ed hanno salvato 2.086 vite. Altri 135 medici cubani hanno prestato servizio in Indonesia e hanno allestito due ospedali, anch’essi donati. Hanno assistito 91 mila pazienti e realizzato 1.900 interventi chirurgici.

– Medici cubani avevano già lavorato durante le catastrofi naturali accadute nel Perù nel 1970, nel Venezuela nel 1999, in Sri Lanka ed Indonesia nel 2004 e nel Guatemala nel 2005, solo per citare alcuni esempi.

Se il Presidente Bush riuscisse nel suo cinico piano, a Cuba sarebbe impedito di offrire ad altri popoli rappresentati in questa sede da molti di voi, signori delegati, il suo modesto e generoso sforzo in un ambito in cui nessuno nega il nostro sviluppo e la nostra esperienza.

– Dal 2004, Cuba ha promosso l’Operazione Milagros, in virtù della quale sono stati operati gratuitamente ed hanno recuperato la vista quasi 400 mila pazienti di 28 paesi, nonché circa 100 mila cubani.
Seppure il nostro paese non potrebbe, da solo, sostenere tutte le spese pertinenti, oggi i medici, i tecnici, la tecnologia e le attrezzature cubane hanno creato le capacità per operare un milione di latinoamericani e di abitanti dei Caraibi ogni anno.
Se l’offensiva nordamericana riuscisse a paralizzare questo sforzo, un numero equivalente di persone vittime di oltre 20 patologie oftalmologiche, perderebbero la vista. Il governo degli Stati Uniti lo sa, ma ciononostante non rinuncia al suo macabro piano di asfissiare Cuba. E mi riferisco soltanto ai pazienti trattati per problemi alla vista e non alle centinaia di milioni di persone che beneficiano dei programmi integrali di salute forniti dai medici internazionalisti cubani.
Cuba non presta solo servizi medici; attualmente si formano a Cuba o nei paesi d’origine quasi 43 mila giovani studenti di medicina, di 82 nazioni del Terzo Mondo.

Signora Presidentessa, signori delegati, Cuba non si arrenderà, né attenuerà la spinta di questi piani umanitari, simboli del fatto che un mondo di pace, giustizia e cooperazione è possibile. L’impegno di Cuba con i diritti d’ogni nullatenente del pianeta è più forte dell’odio dei boia.

Signori delegati,

Milioni di cubani stanno ora aspettando la decisione che voi prenderete. Vi preghiamo di sostenere oggi il rispetto del diritto di Cuba, che è pure il rispetto dei diritti dei popoli che voi rappresentate. Vi chiediamo di votare a favore del progetto di risoluzione “Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba.”

Lo facciamo a fronte alta, ottimisti e sicuri, nella speranza di ripetere i versi del poeta della nostra generazione, perché a Cuba, signori delegati,


Nessuno morirà, la vita intera

è il nostro talismano, è il nostro manto.

Nessuno morirà, tanto meno adesso

che il canto della Patria è il nostro canto.

E se c’impongono la guerra, non basteranno i soldati degli Stati Uniti per coprire le perdite che soffriranno di fronte ad un paese che ha resistito e si è preparato alla difesa per oltre 45 anni.

Signori delegati,

Ho finito il discorso che avevo preparato per presentare il nostro progetto di risoluzione. Tuttavia, un fatto inedito in questa sede mi costringe a dire alcune parole aggiuntive. Per la prima volta da quando nel 1992 l’Assemblea cominciò a considerare il tema del blocco contro Cuba, il Governo degli Stati Uniti cercherà di sabotare, mediante un emendamento, questa votazione.

Dopo varie settimane esercitando brutali pressioni, gli Stati Uniti hanno capito che non potevano sovvertire l’imponente appoggio suscitato dal presente progetto di risoluzione. Hanno cercato allora l’astensione di un gran numero di delegazioni e non ci sono riusciti. Dopo hanno minacciato e ricattato affinché si ritirassero i delegati e ancora una volta hanno fallito.

Alla fine, hanno deciso di boicottare la votazione, distrarre l’attenzione dal tema principale, che è il blocco contro Cuba, violazione flagrante del Diritto Internazionale, e hanno deciso che la delegazione dell’ Australia presentasse il progetto d’emendamento elaborato a Washington.

Ho in mio possesso, signori delegati, le note distribuite dagli Stati Uniti da lunedì 6 novembre, con la richiesta di appoggiare un emendamento che l’Australia non ha presentato fino a ieri sera, martedì 7 novembre. E’ curioso che la delegazione degli Stati Uniti nel suddetto documento chiedesse appoggio per un emendamento che l’Australia non aveva ancora deciso di presentare. Gli Stati Uniti hanno cercato di far si che fosse presentato da qualche paese dell’Unione Europea e non ci sono riusciti. Finalmente, una telefonata da molto in alto da Washington al Ministro degli Esteri australiano ha ottenuto che l’Australia si prestasse a fare il prestanome per l’emendamento degli Stati Uniti.

E’ veramente, signori delegati, questo emendamento espressione d’una genuina preoccupazione dell’Australia? No, è soltanto una prova della sua abietta sottomissione al Governo degli Stati Uniti.

Inoltre, l’Australia non ha autorità morale neanche per tentare di far riferimento alla situazione dei diritti umani a Cuba.

Il Governo dell’Australia è complice dell’imperialismo statunitense. E’ una specie di “imperialismo tascabile”, sempre pronto nel Pacifico a seguire i mentori di Washington. In questo modo, non ha soltanto collaborato ed inviato truppe, insieme all’esercito statunitense, alla guerra nel Viet Nam, in cui morirono 4 milioni di vietnamiti, ma partecipò anche con entusiasmo, con più di 2 mila soldati, all’invasione all’Iraq, una guerra preventiva assolutamente illegale. Ancora oggi 1300 soldati australiani sono lì malgrado il fatto che appena il 22% della popolazione australiana appoggia quest’avventura.

Il Governo australiano, che sottopone la popolazione aborigena del paese a un vero regime d’apartheid, non ha autorità morale per criticare Cuba. Il Governo australiano, che appoggia il centro di tortura che gli Stati Uniti mantengono a Guantánamo e che ha appoggiato i processi sommari nei tribunali militari ai prigionieri umiliati e torturati lì, compresi gli australiani, non ha autorità morale per criticare Cuba.

E tanto meno gli Stati Uniti. Abbiamo visto le terribili immagini della prigione di Abu Ghraib, le terribili immagini di Guantánamo. Sappiamo che hanno organizzato e mantengono carceri clandestine e voli segreti in cui hanno trasportato prigionieri drogati e ammanettati. Abbiamo visto le orrende immagini dell’uragano Katrina, quando sono stati condannati a morire esseri umani perché erano neri e poveri. Dopo tutto quanto sappiamo, questa Assemblea non può essere ingannata né manipolata.

Per tanto, in nome di Cuba, vi chiediamo, signori delegati, di votare prima in favore della Mozione di Non Azione che presenteremo per far fronte all’emendamento proposto dall’Australia e votare poi in favore del progetto di risoluzione L.10 presentato da Cuba.

Il delegato degli Stati Uniti ha invocato in questa Assemblea il sacro nome di José Martí, Apostolo dell’Indipendenza di Cuba; nell’intervento insudicia il nome glorioso per i cubani dell’uomo che disse che la guerra che organizzava a Cuba per l’indipendenza era per impedire in tempo che gli Stati Uniti d’America si abbattessero con una forza in più sulle Antille. Offende la nostra delegazione che s’invochi il nome di José Martí per giustificare il blocco.

Ricordo all’Assemblea e alla delegazione statunitense in particolare, che José Martí disse anche che “le trincee di idee valgono più delle trincee di pietra” e sono proprio le trincee di idee quelle che rendono invincibile il popolo nobile, generoso ed eroico che rappresento in questa sede.

Grazie (Applausi).

Felipe Perez Roque

Fonte: http://www.granma.cu/

Link: http://www.granma.cu/ingles/2006/noviembre/juev9/46felipe.html

08.11.2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DIOTIMA

Pubblicato da Das schloss

  • bstrnt

    Gli USA sono la più grande "democrazia" del mondo: è un mantra che si sente ripetere all’infinito, e , come diceva un tal Adolf Hitler: "Una bugia per quanto incredibile, se ripetuta continuamente, viene ritenuta verità, anche qualora fosse scoperta, lascerà sempre traccia dietro di se".
    Sì, gli USA sono una democrazia che esporta armi e soldati, per il bene degli altri, si intende!
    Cuba è una dittatura, bieca, che esporta medici e ospedali… ops!
    Forse qualcosa non va? 
    Questo è il mondo al contrario!?!
    O forse la democrazia, per quanto con alcune pecche (forse dovute principalmente a quell’embargo che con tanto zelo i "democratici" USA elargiscono a loro piacimento al resto del mondo (vedi Iraq con oltre 1,5 milioni di morti a causa di questo), è proprio quella di Cuba!
    Quando una persona con un minimo di raziocinio pensa a una società orwelliana, a chi pensa?  A Cuba o agli USA?
    Certo grazie a continui sabotaggi, atti di terrorismo e criminali embarghi la democrazia di Cuba è costretta a presentare un’epidermide autoritaria, ma che dire del rinato Terzo Reich con epidermide,molto sottile, di democrazia, non è soggetto a embarghi, sabotaggi e terrorismo, lui li fa!
    Preserviamo Cuba e la sua splendida biodiversità, facciamo si che attecchisca in altre parti del mondo, un giorno, forse non molto lontano, il mondo occidentale avrà bisogno di questa diversità!

  • Tao

    Fidel Castro da sempre ha celebrato le sconfitte prima che i successi. Non è un caso che la festa politica più importante a Cuba sia il 26 luglio, anniversario del fallimentare assalto alla caserma Moncada del 1953, dove coloro che non morirono finirono nella prigione dell’Isola dei Pini; da dove il giovane avvocato uscì dopo aver pronunciato la famosa autodifesa «la storia mi assolverà». Anche la missione del Granma, esattamente 50 anni fa, finì con l’uccisione della gran parte dei componenti la spedizione, attesi allo sbarco dai soldati del dittatore Batista. Ma stavolta l’ottantenne leader cubano ha fatto sapere che le sue condizioni fisiche non gli permetteranno di assistere ai festeggiamenti delle gesta di quei superstiti, fra essi il Che, che portarono poco più tardi, il primo gennaio del ’59, al trionfo rivoluzionario. Può essere che il crepuscolo fisico di Castro coinciderà con il tramonto della Cuba che conosciamo. Una Cuba (e a poco serva da attenuante il quarantennale embargo) che sta mostrando in modo drammatico come, in un’epoca globale di ansia di consumi, in un paese del sud del mondo non sia possibile conciliare livelli importanti e prolungati di istruzione, salute ed equità, con le libertà individuali di tutti. E’ che Cuba è soggetta, da quando c’è Fidel, a una particolare lente di ingrandimento; tanto da parlarne ossessivamente (male) ogni momento, a tutte le latitudini. Sarà una visione latinoamericana; ma viene da chiedersi: senza mezzo secolo di rivoluzione e di resistenza cubana l’America latina, che ha sempre guardato l’Avana con ben più rispetto di quanto non si sappia, sarebbe oggi quella che è? Piena di fermenti, radicali o moderati che siano; e in clamorosa rivolta verso il gigante Usa che l’ha tenuta sottomessa per 150 anni? Quella stessa America latina che ora ha ripreso Cuba appieno nel suo seno. Come alle origini della rivoluzione (che non dimentichiamolo, si ispirava a Josè Martì) non si tratta più tanto di una questione solo ideologica; ma della lotta per la sopravvivenza di un subcontinente che vuole recuperare la propria dignità e che sta rialzando la testa. Come l’ha tenuta alta per mezzo secolo, a caro prezzo, la Cuba di Fidel ad appena 90 miglia dalle coste del mostro imperiale.

    Il Che, l’unica figura che abbia avuto un rapporto alla pari con Castro, si separò da Cuba con una lettera dove non volle procurare danni al nuovo corso. Quella dello statista non era la sua vocazione. E andò a morire su un altro fronte di lotta. Lasciò a Fidel tutto il compito di navigare fra gli squali del pianeta; il lider maximo a sua volta ha mostrato tutti i denti; occupandosi anche di quella quota di faccende sporche che toccano a ogni governante. Certo, appare insensato che una persona resti alla guida di un paese e di un popolo per mezzo secolo. Ma tant’è. Sta di fatto che è una sonora sconfitta per tutti coloro che dovranno attendere la sua scomparsa fisica per liberarsene. Alla fine si dirà che il Che, assurto da tempo a mito intramontabile, perdurerà a motivare quegli uomini e donne di buona volontà mossi dall’utopia di voler cambiare in meglio le cose per tutti e di dare un altro senso alla propria vita. Mentre Fidel, nel bene e nel male, sarà consacrato (anche dai suoi peggiori detrattori) come uno fra i più abili e carismatici capi di stato della storia universale; seppur alla guida di una piccola isola.

    Gianni Beretta
    Fonte: http://www.ilmanifesto.it
    1.12.06