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LA MORTE DEL GIORNALISMO


DI CHRIS HEDGES
Truthdig

Ho visitato la Hartford Courant quando ero uno studente liceale. Era la prima volta che mi trovavo in una sala stampa. La sala stampa del quotidiano del Connecticut, grande quanto un palazzo, era piena di file di scrivanie di metallo, in gran parte sovrastate da mucchi di giornali e di blocchi di appunti. I giornalisti battevano furiosamente sulle pesanti macchine da scrivere poste tra intrecciati cavi telefonici, portacenere traboccanti, tazze da caffè sporche e cumuli di carte, molte delle quali erano in mucchi che pendevano verso il pavimento. Il chiasso e il clamore, i telefoni che suonavano incessantemente, la foschia di fumo di sigarette e pipe che aleggiava su questo febbricitante alveare, sulle urla rauche, l’andirivieni dei reporter, in gran parte con cappotti e cravatte in disordine, lo faceva sembrare un esotico organismo vivente. Ero inebriato. Sognavo di entrare in questa fraternità, ed infine l’ho fatto, per più di due decenni, scrivendo per il Dallas Morning News, il Washington Post, il Christian Science Monitor, ed infine per il New York Times, dove ho trascorso la gran parte della mia carriera come un corrispondente dall’estero.

Le sale stampa oggi sono deserti derelitti. Sono stato recentemente nella sala stampa del Philadelphia Inquirer e le varie parti del piano, anch’esse grandi quanto palazzi, erano spazio libero oppure occupati da file di scrivanie vuote. Queste istituzioni stanno facendo la fine delle enormi rotative che stavano nascoste come mostri sottomarini nelle viscere degli edifici dei quotidiani, risvegliandosi ruggendo la notte. Questi bestioni pesantemente oleati, che sputavano fuori fogli di giornale alla velocità di un lampo, hanno un tempo dato potere e ricchezza ai proprietari dei quotidiani, che per alcuni lucrativi decenni hanno avuto il monopolio nel mettere in contatto i venditori con gli acquirenti. Adesso che questo monopolio è finito, adesso che i venditori non hanno più bisogno della carta stampata per raggiungere gli acquirenti, le fortune dei quotidiani si stanno decimando tanto velocemente quanto il numero di pagine dei quotidiani.

I grandi quotidiani hanno sostenuto giornalisti leggendari come I.F.Stone, Murray Kempton e Homer Bigart, che hanno scritto articoli che hanno rovinato malversatori, imbroglioni, truffatori e mentitori, che hanno fatto la cronaca di guerre e conflitti, che ci hanno raccontato le carestie in Africa e le peculiarità dei Francesi, o cosa significasse essere povero e dimenticato nei nostri bassifondi urbani, e gli Appalachi. Queste stampatrici sfornavano elenchi non elaborati di dati, dai risultati delle partite ai prezzi delle azioni. I quotidiani ci hanno portato in parti della città o del mondo che non avremmo altrimenti mai visto o visitato. I giornalisti e i critici hanno fatto recensioni di film, libri, spettacoli di danza, teatro e musica e hanno fatto la cronaca degli eventi sportivi. I quotidiani stampavano il testo dei discorsi del presidente, mandavano gli inviati a fare la cronistoria degli ingranaggi interni del municipio e seguivano i tribunali e la polizia. I fotografi e i giornalisti correvano per fare il reportage del lurido e del macabro, dai colpi della Mafia ai delitti passionali.

Stiamo perdendo una cultura ed un’etica peculiari. Questa perdita sta impoverendo il nostro discorso civile e ci fa restare sempre meno in contatto con la città, la nazione e il mondo attorno a noi. La morte della carta stampata rappresenta la fine di un’era. E la raccolta delle notizie non sarà rimpiazzata da internet. Il giornalismo, per lo meno sulla larga scala delle vecchie sale stampa, non è più commercialmente possibile. Il giornalismo consuma tempo ed è un lavoro intensivo. Richiede di andare fuori e parlare alla gente. Vuol dire farlo tutti i giorni. Vuol dire cercare costantemente fonti, suggerimenti, tracce, documenti, informatori, persone che denuncino frodi, nuovi fatti e nuove informazioni, notizie e storie ancora non raccontate. I giornalisti spesso passano giorni a trovare poco o niente di significativo. Il lavoro può essere tedioso ed è costoso. E con la riduzione dei budget dei grandi quotidiani metropolitani, il mestiere stesso del reporter è in declino. La gran parte dei quotidiani cittadini al loro apice davano lavoro a molte centinaia di giornalisti ed editori ed avevano dei bugdet operativi sulle centinaia di milioni di dollari. Il costante declino dei quotidiani vuol dire che stiamo facendo sprofondare parti sempre più grandi della nostra società in buchi neri e stiamo aprendo la strada a maggiori opportunità di corruzione senza controlli, disinformazione e abuso di potere.

Una democrazia sopravvive quando i suoi cittadini hanno accesso a fonti di informazione affidabili e imparziali, quando può discernere le menzogne dalla verità, quando il discorso civico è fondato su fatti verificabili. E con la decimazione del giornalismo queste fonti di informazione stanno scomparendo. La crescente fusione tra le notizie e l‘intrattenimento, l’ascesa di una classe di giornalisti celebri in televisione che definiscono il giornalismo per mezzo del loro accesso ai famosi e ai potenti, la ritirata di molti lettori nei ghetti ideologici di internet e l’impeto spietato delle corporazioni di distruggere il sistema informativo tradizionale ci stanno lasciando sordi, muti e ciechi. L’assalto incessante alla “libera stampa” da parte di fonti propagandistiche di destra come la Fox News o la destra Cristiana è in effetti un assalto ad un sistema di informazione fondato su fatti verificabili. E quando questo fondamento di discorso civile sarà stato eradicato le persone saranno libere, come lo sono già in molte, di credere quello che vorranno credere, di scegliersi quali fatti e quali opinioni sono più congeniali al loro mondo e quali invece non lo sono. In questo nuovo mondo le menzogne diventeranno la verità.

Io come molti altri a cui importa più la verità che la notizia, sono stato costretto a lasciare il New York Times, specificamente per la mia espressa e pubblica opposizione alla guerra in Iraq. Non è una storia nuova. Quei giornalisti che sfidano persistentemente l’ortodossia del credere, che mettono in questione ed esaminano le regnanti passioni politiche, sempre tacitamente sposate dai media commerciali, sono spesso messi al bando. C’è una costante battaglia nelle sale stampa tra i direttori, quelli che servono gli interessi dell’istituzione e le esigenze dei pubblicitari , e i giornalisti la cui lealtà è ai lettori. Ho un grande affetto per i giornalisti che nascondono il loro idealismo dietro un sottile velo di cinismo e mondanità. Nutro anche una profonda sfiducia e persino disprezzo per i carrieristi che salgono la catena alimentare fino a diventare direttori ed editori.

Sydney Schanberg per poco non è stato ucciso in Cambogia nel 1975, dopo essere stato lì per il New York Times per fare la cronaca della conquista di Phnom Penh da parte di Khmer Rouge, una cronaca per cui ha vinto il Premio Pulitzer. In seguito è tornato a New York dalla Cambogia e ha diretto la sede della città. Ha spinto i giornalisti a scrivere dei senzatetto, dei poveri e delle vittime dei costruttori che stavano costringendo le famiglie all’abbandono dei loro appartamenti controllati dall’affitto. Ma non era un buon momento per dare una voce ai deboli e ai poveri. I movimenti sociali costituitisi intorno all’opposizione contro la guerra del Vietnam si erano dissolti. Le pubblicazioni alternative, compresa la rivista Ramparts, che attraverso una serie di denunce aveva messo in imbarazzo le organizzazioni mediatiche consolidate, facendo del vero giornalismo, erano andate in bancarotta.

La stampa commerciale era diventata, ancora una volta, letargica. Aveva sempre meno incentivi a sfidare l’elite del potere. Molti editori vedevano le preoccupazioni di Schanberg come le reliquie di un’era passata. È stato licenziato come editore e gli è stata assegnata una rubrica su New York. Tuttavia, ha usato la rubrica per denunciare ancora l’abuso dei potenti, specialmente dei costruttori. L’allora editore del quotidiano, Abe Rosenthal, ha iniziato a riferirsi acidamente a Schanberg come al residente “comunista” e a chiamarlo “San Francesco”. Rosenthal, che incontrava William F. Buckley quasi settimanalmente a pranzo insieme al proprietario del quotidiano, Arthur “Punch” Sulzberger, è diventato sempre più insofferente verso Schanberg, che sfidava le attività dei suoi potenti amici. Schanberg è diventato un paria. Non è stato invitato alla tavola del quotidiano per due cene consecutive dell’Inner Circle organizzate per i reporter di New York. Gli editori più importanti e il proprietario del quotidiano non sono stati presenti alla prima del film “The Killing Field”, basato sull’esperienza di Schanberg in Cambogia. I suoi giorni al quotidiano erano contati.

La città che Schanberg descriveva nella sua rubrica non era affatto come le sgargianti pubblicità nelle sezioni di Rosenthal sul nuovo stile di vita, né come la rivista del Sunday New York Times. La città di Schanberg era una città in cui migliaia di cittadini dormivano per le strade. Una città in cui c’erano persone in fila alle mense dei poveri. Era una città in cui i malati mentali venivano gettati sulle griglie ardenti o nelle carceri come dei rifiuti umani. Ha scritto di persone che non potevano permettersi di avere una casa. Ha perso la sua rubrica e ha abbandonato il quotidiano per lavorare per il New York Newsday e, in seguito, per il The Village Voice.

Quella di Schanberg è come la storia di molti altri. I migliori reporter sono quasi sempre entrati in collisione con i mandarini sopra loro, uno scontro che li ha resi impotenti e degradati [scesi di grado] o costretti ad andarsene. Sono banditi da una classe di carrieristi che il corrispondente di guerra Homer Bigart ha definito “i pigmei”. Una sera a Bigart fu assegnata la cronaca di una rissa, prendendo spunto dalle informazioni fornite dai reporter presenti sulla scena. Mentre uno di loro, John Kifner, telefonava da una cabina telefonica i rivoltosi hanno iniziato ad agitarsi. Kifner ha riferito la cattiva notizia a Bigart che, stanco dei punzecchiamenti dei suoi editori, ha rassicurato Kifner con le parole: “per lo meno hai a che fare con gente sana di mente”.

Chi insiste a riportare verità scomode mette sempre alla prova la pazienza dei carrieristi che dirigono queste istituzioni. Se sono troppo persistenti, come la maggior parte dei bravi giornalisti, diventano “un problema”. Questa battaglia, che esiste in tutte le sale stampa, è stata riassunta per me dal giornalista del Los Angeles Times, Dial Torgeson, con cui ho lavorato in America Centrale finché non è stato ucciso da una mina anti uomo al confine tra l’Honduras e il Nicaragua. “Ricordati sempre” mi ha detto una volta sugli editori dei quotidiani, “sono il nemico”.

Quando ho incontrato Schanberg nel suo appartamento nella Upper West Side di Manhattan, mi ha detto, “negli anni ho sentito tutti i tipi di accuse che i ricchi patroni del Metropolitan Museum of Art spesso usano lo svincolo doganale fornito al museo per importare oggetti personali, compresi i gioielli, che non vanno a finire nel museo. Non lo posso provare, ma credo che sia vero. E il Times ci indagherebbe? Mai e poi mai. Il proprietario a quel tempo era presidente del consiglio di amministrazione del museo. Quelli erano i suoi amici”.

Ma Schanberg sostiene anche, come me, che i quotidiani rappresentano un baluardo vitale per uno stato democratico. È possibile lamentarne i numerosi fallimenti e compromessi con l’elite del potere e tuttavia onorarli, infine, come importanti per il mantenimento della democrazia. Tradizionalmente, se un reporter viene inviato a fare la cronaca di un fatto, l’informazione è solitamente affidabile e accurata. L’articolo potrà essere tendenzioso o di parte. Potrà omettere fatti vitali. Ma non sarà inventato. Il giorno in cui il New York Times ed altri grandi quotidiani cittadini moriranno, se un tale giorno verrà, sarà un giorno nero per la nazione.

I quotidiani “fanno più di chiunque altro, anche se hanno tralasciato molte cose”, ha detto Schanberg. “Ci sono storie nell’elenco della loro lista nera. Ma è importante che il quotidiano ci sia perché spendono denaro per quello che decidono di raccontare. Il maggior problema del giornalismo principale è quello che viene tralasciato. Ma a parte i soliti luoghi comuni, i comunicati stampa e via dicendo sono molto, molto importanti per il processo democratico”.

“I quotidiani fungono da guida per i nuovi arrivati, per gli immigrati, su quello che è l’ethos, sulle regole, su come ci si deve comportare”, ha aggiunto Schanberg. “Questo non è sempre positivo, ovviamente, perché rappresenta il consenso dell’establishment. Ma i quotidiani, probabilmente più negli anni passati che adesso, stampano testi di cose che la gente non vedrà mai in nessun altro posto. I quotidiani spiegano come si vota. Parlano di cose come l’afflusso di immigranti. Sono una forza positiva. Non credo che il New York Times sia mai stato un quotidiano pienamente impegnato sul fronte della responsabilità. Non sono sicuro che esista un tale quotidiano. Non so chi abbia coniato il termine Afghanistanismo, ma è appropriato per i quotidiani. Afghanistanismo vuol dire che puoi parlare di tutta la corruzione che c’è in Afghanistan, ma non di quella di casa tua. Il Washington Post non parla di Washington. Parla della Washington ufficiale. Il Times ignora molte omissioni e peggio ancora se da parte dei membri dell’establishment”.
“I quotidiani non cancellano le brutte cose”, ha continuato Schanberg. “I quotidiani evitano che la palude diventi più profonda, che cresca. Lo facciamo con sforzi improvvisi. Scopriamo il movimento dei diritti civili. Scopriamo il movimento per i diritti delle donne. Lo facciamo accanitamente perché ora è autentico scrivere di chi è abbandonato e trattato come un mezzo cittadino. E quando le cose si calmano diventa facile non farlo più”.

La morte dei quotidiani significa, come indica Schanberg, che perderemo un altro baluardo che contiene la palude della corruzione delle corporazioni, gli abusi e le menzogne. Renderà più difficile per noi come società separare l’illusione dalla realtà, il fatto dall’opinione, la realtà dalla fantasia. Non c’è niente, certo, intrinsecamente buono nei quotidiani. Siamo stati per lungo tempo perseguitati dagli squallidi tabloid e dalle storie inventate della stampa da supermercato, che sono ora diventate la base del giornalismo televisivo. La stampa commerciale, in nome dell’equilibrio e dell’obiettività, aveva sempre abilmente messo a tacere o cancellato la verità. Ma la perdita dei grandi quotidiani, quotidiani che si occupano della comunità, significa la perdita di una delle pietre d’angolo del nostro stato aperto e democratico. Abbiamo di fronte la prospettiva, nel futuro prossimo, di maggiori città metropolitane senza un quotidiano cittadino. Questa perdita diminuirà la nostra capacità di autoriflessione e ci toglierà gli strumenti critici di cui abbiamo bisogno per monitorare quello che succede intorno a noi.

I leader del movimento per i diritti civili hanno compreso da principio che, senza una stampa pronta a partecipare alle loro marce e a fare una cronaca onesta dalle loro comunità sulle ingiustizie che denunciavano e sulla repressione che subivano, il movimento “sarebbe stato un uccello senza ali”, come ha detto il leader per i diritti civili e deputato repubblicano John Lewis.

“Senza la volontà dei media di opporsi al male e di rappresentare realisticamente gli eventi del movimento nel loro svolgersi, gli Americani potrebbero non aver mai capito o persino creduto agli orrori che gli Americani Africani hanno affrontato nel profondo Sud”, ha detto Lewis, un democratico della Georgia, nel 2005 quando la Casa Bianca ha festeggiato il quarantesimo anniversario del Voting Rights Act. “Quell’impegno a pubblicare la verità ha richiesto coraggio. Era incredibilmente pericoloso essere visti con un blocchetto, una penna, o una fotocamera nel Mississippi, in Alabama o in Georgia dove era il centro della lotta. C’era la violenta disperazione tra gli abitanti locali e i funzionari statali e i cittadini di mantenere l’ordine tradizionale. La gente voleva tenere segreta la loro ingiustizia. Voleva nascondersi dall’occhio critico di un mondo che disapprovava. Voleva scappare dalle accuse della propria coscienza. E voleva distruggere l’orribile riflessione che i protestanti non violenti e le immagini delle fotocamere mostravano così graficamente. Perciò quando i Freedom Riders sono scesi dall’autobus in Alabama nel 1961, ad esempio, ci sono stati dei reporter che sono stati colpiti a sangue prima di noi altri”.

Il nostro apparato politico e i nostri sistemi di informazione sono stati diminuiti e presi in ostaggio dalle corporazioni. Il nostro governo non risponde più alle esigenze o ai diritti dei cittadini. Siamo rimasti impotenti senza i tradizionali meccanismi per farci sentire. Coloro che combattono contro la distruzione da parte delle corporazioni dell’ecosistema e che cercano di proteggere quello che rimane della nostra società civile devono tornare di nuovo sulle strade. Devono impegnarsi in atti di disobbedienza civile. Ma questa volta i media e i sistemi di comunicazione sono cambiati drasticamente.

La morte del giornalismo, la perdita dei reporter, alla radio e sulla carta stampata, che credevano che la causa del comune cittadino dovesse essere riportata, significa che sarà più difficile per le voci comuni e per i dissidenti raggiungere il pubblico più ampio.
La preoccupazione è che l’informazione come intrattenimento e la perdita di un giornalismo sostenuto marginelizzeranno effettivamente e metteranno a tacere coloro che cercano di essere ascoltati o che sfidano il potere costituito. Le proteste, contrariamente a quelle degli anni ’60, avranno difficoltà ad attrarre la cronaca nazionale quotidiana che ha caratterizzato la cronaca del movimento per i diritti civili e il movimento pacifista e che infine ha minacciato l’elite del potere. Gli atti di protesta, non più raccontati o a mala pena riportati, salteranno fuori come incendi sconnessi, più facilmente estinguibili o ignorabili. Sarà difficile, se non impossibile per i leader della resistenza di far amplificare la propria voce in tutta la nazione, per costruire un movimento per il cambiamento. I fallimenti dei quotidiani sono stati enormi, ma negli anni a venire, mentre l’ultima battaglia per la democrazia significa dissenso, disobbedienza civile e protesta, ce li perderemo.

Chris Hedges scrive rubriche settimanali per il Truthdig ed è membro del Nation Institute. Il suo ultimo libro si intitola “The World As It Is: Dispatches on the Myth of Human Progress”.

Titolo originale: “Gone With the Papers”

Fonte: http://www.truthdig.com
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28.06.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI

Pubblicato da Das schloss

  • Tao

    Genesi di un’opinione pubblica indifferente ai media generalisti

    Presentato ieri il rapporto del Censis sulla comunicazione. Crisi della carta stampata, mentre Internet è usata per consumare informazione e intrattenimenti offerti dalla televisione

    Le inchieste quantitative hanno l’indubbio pregio di dare la misura a mutamenti già esperiti nella vita quotidiana e nelle relazioni sociali in cui ogni uomo o donna è inserito. Sono, ad esempio, anni che la scarsa indipendenza dei giornalisti viene denunciata da chi acquista un giornale, vede un programma informativo o ascolta la radio; oppure che l’accesso alle informazioni o il consumo culturale seguono altri percorsi da quelli tradizionali, assegnando alla Rete la capacità di poter personalizzare sia il palinsesto televisivo che la formazione del proprio punto di vista. Ma queste sono percezioni dalla scarso valore conoscitivo, quasi che l’assenza del dato statistico releghi la riflessione sul rapporto tra singoli e media in quel limbo senza sapore e volatile che è l’opinione. Quando vengono forniti i dati di un’inchiesta, il senso di incertezza e di fragilità che accompagnano l’esperienza individuale sono ricondotti al regno dell’obiettività e della scientificità. Ci sarebbe molto da discutere sul ruolo delle inchieste quantitative, ma un dato è comunque certo: offrono la possibilità di poter guardare con disincanto e maggior radicalità analitica una realtà.

    L’inchiesta presentata ieri a Roma dal Censis sulla comunicazione ha questa caratteristica. Non offre dati sconvolgenti sulla produzione e circolazione dell’informazione, né quali siano i dispositivi che guidano il consumo e la ricezione di Entertainment. E tuttavia evidenzia quel cambiamento nel modo di produzione dell’opinione pubblica al centro della discussione pubblica dopo alcuni avvenimenti rilevanti come i risultati delle elezioni amministrative e dei referendum sul nucleare e contro la privatizzazione dell’acqua. In quel caso, infatti, il diluvio di analisi sull’incapacità dei media tradizionali di comprendere cosa accadeva alla società ha inondato quegli stessi media sotto accusa. Allo stesso tempo, il lento declino della carta stampata è stato spesso spiegato con la corrispondente ascesa della Rete come fonte di informazione quotidiana. Elementi già evidenti nelle mutate abitudini quotidiane. Fa comunque un certo effetto leggere il rapporto del Censis, laddove evidenzia che l’emorragia di copie di giornali non si è fermata (un ulteriore 7 per cento in meno rispetto a un dato altrettanto negativo dell’anno precedente; non compensato neppure dalla lieve crescita delle free press: +1,8 per cento), mentre cresce il digitale terrestre (48 per cento in più) e rimane stabile la televisione satellitare (il 35 per cento degli italiani la vede). Allo stesso tempo, il telefono cellulare è diventato un oggetto d’uso quotidiano per il 79,5% degli italiani, con una contrazione di 5,5 punti rispetto al 2009. Ma se si guardano più da vicino i dati, emerge il fatto che sono aumentati gli smartphone, cioè i telefoni cellulari che consentono di connettersi alla Rete.

    Infine, gli italiani connessi alla Rete sono il 53 per cento della popolazione, con percentuali quasi bulgare tra i giovani dai 14 ai 29 anni. E Internet sta diventando anche il medium preferito da un terzo degli italiani per vedere programmi televisivi, con YouTube che fa la parte del leone, seguito dai siti delle emittenti televisive e da file video scambiati da amici e amiche, nonostante il 94 per cento degli italiani dichiara di possedere la televisione. Una interpretazione dei dati del Censis conduce ad affermare che l’Italia segue un trend mondiale di spostamento verso la Rete, senza che questo coincida con la scomparsa degli altri media, bensì con un loro ridimensionamento, anche se il 97 per cento degli italiani dichiara di vedere i telegiornali. Una recente inchiesta condotta dallo studioso statunitense Don Tapscott sulla cosiddetta Netgeneration (pubblicata in Italia da Franco Angeli) presenta dati statistici non molti dissimili da quelli italiani, compresa una certa enfasi sulle virtù di Internet come habitat di una libertà di scelta e espressione ancora tutte da dimostrare.

    È indubbio che la Rete stia lentamente erodendo il potere performativo dei media tradizionali; e che incentivi un protagonismo individuale nel costruire una «autocomunicazione di massa» che mette in discussione l’autorevolezza di tv e carta stampata, come d’altronde testimoniano le recenti notizie sul comportamento di direttori generalisti (Augusto Minzolini, per tutti) che diventano il simbolo di un giornalismo «allineato e coperto» rispetto a quanto accade nella realtà italiana. Ma è proprio questa capacità di poter sfuggire al controllo dei media mainstream che costituisce il lato oscuro dell’inchiesta del Censis. Che presenta, appunto, aggregati statistici, evidenziando tuttavia un cambiamento radicale nel modo di produzione dell’opinione pubblica.

    La crisi della carta stampata, la televisione sempre più piegata a modi di fruizione non codificati e eterodiretti grazie alla Rete, che diventa il luogo dove si forma, meglio si produce l’opinione pubblica. Sia chiaro non c’è nessuna libertà di comunicazione all’orizzonte, bensì una attitudine a trattare l’informazione e l’Entertainment come elemento costituito del proprio stile di vita e che per questo deve diventare spinta propulsiva di un nuovo modello di business ancora tutto da definire.

    I media digitali indagati dal Censis e i dati del rapporto presentato ieri non vanno sottovalutati, perché pongono un nodo che va sciolto per esercitare una critica non solo alla colonizzazione dell’opinione pubblica da parte dei media, ma anche, e soprattutto, dell’economia politica della comunicazione. Non per affermare una generica libertà di espressione, ma per indicare strade a quella felice intuizione del mediattivismo che invitava a non odiare i media, bensì a diventare un media. Indicazione a cui corrispondere un decennio dopo «Genova 2001», dopo la critica dei media mainstream permise di scongiurare altre sospensioni dello stato di diritto.

    Benedetto Vecchi
    Fonte: http://www.ilmanifesto.it
    14.07.2011

  • Truman

    Chris Hedges parla del degrado del giornalismo tradizionale, quasi come una crisi sistemica dovuta a un degrado morale, mentre il commento di Benedetto Vecchi parla dei cambiamenti introdotti dalle nuove tecnologie.
    Ambedue andrebbero confrontati per vedere lo stato dell’informazione. Eppure mi sembra che manchi l’elemento principale: il modello di business sottostante al giornalismo tradizionale, la vendita di informazione come se fosse merce su cui guadagnare, ha portato a una situazione in cui il potere economico domina sulla carta stampata. Pochi grandi gruppi mondiali controllano tutta l’informazione che viene prodotta dai mass-media.

    Così avvengono fenomeni paradossali: informazioni insignificanti vengono pompate sulle prime pagine dei giornali (Clooney – Canalis ha dominato negli ultimi giorni) mentre le sofferenze di interi popoli vengono completamente cancellate (ad esempio la trasformazione della Palestina in un lager).

    Non non c’è un degrado morale dei popoli, è il sistema capitalistico che uccide l’informazione. L’informazione non può essere una merce gestita con criteri economici, almeno se si vuole democrazia.
    Benedetto Vecchi affronta parzialmente il problema, ma vede una crisi della carta stampata che spinge verso nuovi modelli di business. Però l’informazione non è un business, ma un’esigenza vitale delle persone, se si cerca di farci business le persone alla lunga scappano via.

    Va detto che la novità tecnologica della rete consente di far circolare le informazioni con una spesa minima, e quindi dà poco business, per fortuna. Almeno fino a quando non si troverà un modo per rendere inefficiente il web, in modo da reintrodurre logiche mercantili.
    Ma noi non ci saremo, la tecnologia si muove e faremo in modo da cambiare ambiente prima che il potere mercantile riesca a controllare i nostri spazi.

    Una nota a margine sulla carta stampata: nessuna tecnologia ha ucciso del tutto quelle precedenti. La carta stampata si legge bene in treno e in assenza di elettricità, è maneggevole, si presta alla riflessione ed alle note a bordo pagina. La carta stampata ha ancora futuro se soddisfa i bisogni del lettore e si allontana dai bisogni del venditore. Altrimenti è finita.