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LA MISTERIOSA MORTE DELLO SCRITTORE NORDAMERICANO JAMES HATFIELD

Il primo biografo non autorizzato di George W. Bush

DI DAVID COGSWELL

La morte dello scrittore nordamericano James Hatfield, avvenuta nel 2001, ha suscitato scalpore negli ambienti intellettuali, ma paradossalmente non ha dato vita a un dibattito né ha ingenerato una qualche curiosità nel panorama mediatico statunitense. Ricordiamo che Hatfield è stato il primo a scrivere una biografia non autorizzata del presidente George W. Bush, dalla quale emergono particolari sorprendenti. Per alcuni lo scrittore si è suicidato in seguito all’enorme pressione causata dal suo libro. Per altri, si è trattato di un assassinio. Questo articolo investigativo del giornalista James Cogswell, che ha seguito da vicino il lavoro di Hatfield, ci dimostra che il potere aveva ormai preso di mira lo scrittore.

Questa mattina stavo rivedendo il mio archivio contenente i documenti giudiziari relativi alla morte di James Hatfield, ai quali bisogna aggiungere i mandati di cattura e di perquisizione relativi alla sua incriminazione per richiesta fraudolenta di carta di credito, unitamente alle copie di alcuni appunti e altri materiali rinvenuti accanto a lui nella stanza n. 312 del Days Inn Hotel a Springdale in Arkansas, dove il direttore dell’albergo lo trovò, morto, il 18 luglio 2001. Hatfield era il biografo di George W. Bush; il suo libro Il Nerone del Secolo XXI (Fortunate Son nell’originale inglese), fece notizia per ben due volte in una sola settimana nell’ottobre 1999, prima di essere ritirato dalla circolazione e mandato al macero dalla sua stessa casa editrice, la St. Martin’s Press.

Questo libro s’impose all’attenzione dei media soprattutto grazie alla rivelazione che Bush era stato arrestato per detenzione di cocaina nel 1972, ma un giudice compiacente aveva eliminato ogni traccia dell’evento dai registri giudiziari come favore personale a suo padre, George Bush.
Il libro schizzò in cima alla lista dei libri più venduti stilata dal New York Times, e subito esplose un secondo scandalo. Il giornale Dallas Morning News si affrettò a diffondere la notizia che lo stesso Hatfield era stato detenuto in Texas per tentato omicidio e malversazione di fondi federali.

È una brutta storia, lunga e dolorosa, ma riassumibile in poche parole: la St. Martin’s ritirò il libro dal mercato, e un editore newyorkese rockettaro e punk, un tale Sander Hicks, si offrì di pubblicare il libro con la sua casa editrice, la Soft Skull Press. L’editore strinse i tempi e nel gennaio del 2000 la Soft Skull aveva già in catalogo l’edizione tascabile de Il Nerone del Secolo XXI. Fu allora che entrai per la prima volta in contatto con Sander Hicks e James Hatfield.

Contatto

Per me il libro di Hatfield rappresentò un barlume di speranza affinché almeno una parte della scabrosa verità sulla famiglia Bush si facesse largo attraverso i grandi mezzi di comunicazione prima che Bush ed i suoi seguaci prendessero nuovamente il controllo del paese. Avevo già letto abbastanza fra le righe dei media statunitensi per sapere che la famiglia in questione non era esattamente il tipo di famiglia con cui metà degli americani avrebbe voluto identificarsi.

Nel migliore dei casi la stampa e l’opinione pubblica li consideravano semplici mafiosi, ma nel peggiore dei casi li rappresentavano come l’incarnazione della minaccia fascista nell’America contemporanea. Tuttavia il cartello dei grandi mezzi di comunicazione eliminava tutti gli aspetti spiacevoli della storia familiare dei Bush per confezionare un’immagine falsa creata dai suoi stessi sostenitori.

Mi misi in contatto con le edizioni Soft Skull di New York per ottenere una copia del libro e recensirlo sull’American Book Review: un modo come un altro per offrire il mio appoggio all’editore e al suo coraggioso proposito di rendere pubblica la verità sulla famiglia Bush.

La famiglia Bush

Quando ebbi finalmente la mia copia del libro e cominciai a leggerlo, mi sorpresi nel constatare fino a che punto esso offriva un’immagine umana della famiglia Bush. Dopo tutto il polverone sollevato dal libro, incentrato solamente sulle accuse per detenzione di cocaina, mi sarei aspettato un attacco senza pietà. Benché il libro non usasse mezzi termini nel denunciare le ambigue attività della famiglia Bush e non utilizzasse, parlando dei suoi membri, il tipico tono deferente, neanche li dipingeva come demoni. Non c’era odio. La mia sorpresa maggiore, leggendo il libro, fu che per la prima volta nella mia vita mi trovai a provare compassione per George W. Bush.

L’informazione diffusa dalla maggioranza dei mezzi di comunicazione tralascia tutti i difetti per creare l’immagine di un leader mitico, ma non evoca mai un uomo reale. Il George W. Bush ufficiale è un supereroe da cartoni animati. Ma nel momento in cui Hatfield non è reticente quando si tratta di mostrare i suoi lati oscuri, ecco che ne fa un personaggio reale.

Così, quando descrive George W. come un bambino costretto, dopo la morte della sorellina, a badare alla madre sconsolata, sentii pena per lui. Mi resi conto che la mia paura e la mia avversione di fronte alla minaccia rappresentata da Bush l’avevano fatto vedere anche a me come un personaggio dei cartoni animati. Ma nel mio caso si trattava del cattivo.

Ascesa e caduta

Il cammino di Hatfield dalla galera fino alla lista dei libri più venduti del New York Times fu un trionfo enorme. Dopo avere scontato la sua pena, Hatfield superò ostacoli incredibili e si rifece una vita. Ritornò a casa sua, in Arkansas, conobbe una donna, la sposò ed ebbero una figlia. Intraprese la carriera di scrittore, iniziando con biografie sugli attori Patrick Stewart ed Ewan McGregor.

Quando lanciò la sua idea di una biografia su George W. Bush, St. Martin’s la concepì inizialmente come un tascabile che avrebbe subito conquistato le librerie dei grandi magazzini durante la campagna elettorale del 2000 [primo mandato di George W. Bush – ndr]. Gli diedero otto mesi per scriverlo. Ma Hatfield superò ogni aspettativa ed il libro cominciò ad essere qualcosa di più che una semplice raccolta dei ritagli di stampa disponibili su Bush.

Fece compiere alla biografia un salto di livello, aggiungendo fonti di prima mano e qualche analisi acuta. Quando i documenti relativi alla supposta incriminazione di Bush per detenzione di cocaina nel 1972 fecero la loro comparsa su Salon.com [prestigioso portale mediatico statunitense – n.d.t.], St. Martin’s propose a Hatfield di includere nel suo libro qualcosa sull’argomento, promuovendo così il libro da pocket a best-seller.

Hatfield disse di essere andato a intervistare tre amici e soci di Bush, e di averli informati dell’esistenza di altre persone disposte a confermare pubblicamente la storia dell’incarcerazione per droga. Tutti ammisero che le accuse erano certe. Hatfield raccolse rapidamente tutte queste informazioni in un epilogo che avrebbe dovuto essere aggiunto al libro, quando già si stava ultimando la correzione delle bozze e si era pronti per la pubblicazione.

Secondo assalto

Quando fu la sua fedina penale a saltar fuori e Hatfield mentì al riguardo, la situazione cominciò a precipitare. Il libro fu mandato al macero. Hatfield fu umiliato pubblicamente. La famiglia della moglie scoprì il suo passato e cominciò a temere per la vita della figlia.

Quando riprese il libro, la Soft Skull lo tirò miracolosamente fuori dei guai. Ma i problemi non erano ancora finiti. Ed erano ben lontani dall’esserlo.

Per l’edizione tascabile di Soft Skull, Hatfield stilò una prefazione che era di per sé una bella confessione scritta, e che ci dà un’idea dello stile che il suo autore avrebbe sviluppato se fosse vissuto. Raccontò la sua versione della storia, confessò il reato precedentemente smentito quando era stato attaccato in merito dalla stampa per la prima volta, e insomma mise a nudo la sua anima — lasciando contemporaneamente galoppare a briglia sciolta la naturale musicalità della sua voce così tipica del Sud.

Raccontò di aver lavorato per una compagnia immobiliare in Texas che riceveva aiuti dallo Stato. L’impiego del denaro diventava sempre più corrotto. Due dei soci, capi di Hatfield, cominciarono a intrattenere un’avventura extraconiugale. L’amichetta di uno dei due lo ricattò, e l’uomo cercò di contattare qualcuno che l’ammazzasse. James Hatfield si ritrovò implicato in una faccenda sporca e diede le dimissioni con i trenta giorni di anticipo previsti.

Ma prima di andare via, come disse in seguito, consegnò cinquemila dollari sotto forma di regolare contratto ad un riparatore di televisori via cavo perché mettesse una bomba nell’automobile della vittima designata. Hatfield scrisse che il riparatore «non era un fulmine di guerra… e io onestamente credevo, anzi speravo, che si sarebbe limitato a prendere il denaro e a filarsela alla svelta».

Tuttavia, collocarono la bomba. Esplose. Non ci fu nessun ferito. Ma James fu accusato di tentato omicidio e passò cinque anni in prigione. Né la persona a cui aveva consegnato il denaro, né la persona per conto della quale aveva agito furono incarcerati.

Nella sua prefazione Jim [diminutivo di James Hatfield – n.d.r.] confessò al mondo intero il suo passato più cupo e segreto, ma disgraziatamente fu troppo sincero. Descrivendo il crimine che l’aveva portato dietro le sbarre e che più tardi sarebbe giunto a distruggere la sua fiorente carriera come scrittore, fece dei nomi. E i titolari di questi nomi lo querelarono.

Siccome il libro non era stato esaminato a dovere dagli avvocati, i suoi avversari disponevano di mezzi legali per bloccare l’edizione e trascinare in giudizio la casa editrice. I distributori non si azzardavano ad accettarlo perché avevano ricevuto anche minacce legali. Il libro fu efficacemente annichilito in occasione della campagna elettorale del 2000, quando avrebbe potuto esercitare tutto il suo peso in certe elezioni che furono chiaramente risolutive con una differenza di 525 voti [riferimento ai noti brogli elettorali che accompagnarono l’elezione di George W. Bush nel 2000 – n.d.t.].

Minacce

Il partito di Bush coi suoi lunghi tentacoli conosceva evidentemente l’esistenza del libro e lo teneva sott’occhio. Secondo Hatfield, qualcuno del partito di Bush si mise in contatto con lui, che accettò un invito nel corso del quale vedere se Hatfield stava seguendo o no “la strada giusta”. Quando incontrò la persona che l’aveva contattato, Hatfield si trovò faccia a faccia con Karl Rove, il principale stratega e consigliere di Bush.

Dopo aver reso pubbliche le accuse per detenzione di droghe, Hatfield disse di aver ricevuto minacce da parte di uno degli alleati di Bush, che pure aveva confermato le accuse. Le minacce erano state rivolte contro la moglie di Hatfield e la sua figlioletta di due mesi, in questi termini: «Se ti è cara la loro vita, ti conviene lasciar perdere quel libro».

La pressione non diminuiva. Jim si trovava in regime di libertà condizionata, cosicché anche la minima infrazione, si fosse trattato anche soltanto di uscire dallo stato senza permesso, avrebbe potuto portarlo di nuovo in prigione, eventualità che lo terrorizzava.

Amicizia per posta elettronica

Quando la mia recensione fu pubblicata ricevetti un’e-mail da Hatfield, che mi ringraziava: e questo fu l’inizio di un’intensa corrispondenza che finì per trasformarsi in una parte quotidiana della mia vita durante l’ultimo anno della sua.

Fu un tipo di relazione possibile solo nell’era di internet.
Ci scambiavamo messaggi varie volte al giorno quasi tutti i giorni. Era raro che passassero uno o due giorni senza che ci scrivessimo nulla.

Hatfield era contento di conoscermi perché io ero stato uno dei pochi ad aver scritto una recensione incoraggiante su lui, e per l’entusiasmo con cui esprimevo il mio rispetto e la mia stima per la sua persona e per quello che aveva fatto. Fin dall’inizio si andò stringendo un’amicizia basata su di una tacita affinità — la stessa passione per la scrittura e lo stesso desiderio di mettere in luce l’ipocrisia dalla famiglia Bush e del sistema politico in generale.

Per sua natura Hatfield era più un letterato che un giornalista. Di norma non piaceva ai giornalisti professionisti, che diffidavano di lui. Non era dei loro. Non giocava secondo le loro regole. E quando lo beccavano a infrangere una regola calavano su di lui come squali all’odore del sangue.

Ma considerando quanto c’era in gioco (la priorità straordinariamente importante consistente nell’acclarare la verità sulla famiglia Bush), ed il fatto che lui era uno dei pochi uomini disposti a farlo, non diedi importanza alle fisime dei giornalisti.

Apprezzavo il suo coraggio nel dire la verità, mentre gli stessi giornalisti che lo aggredivano con tanto accanimento erano troppo codardi al momento di parlar chiaro, se si trattava di crimini in cui fosse implicata la gente che conta. Lui diceva la verità, con passione e fermezza. Inoltre possedeva perfino un cuore, e grande abbastanza da provare compassione per la famiglia Bush, cosa che sopravanzava di gran lunga le mie capacità.

Comprendevo perfettamente le affinità esistenti tra la mente dell’artista e quella del criminale. Hatfield era un uomo sull’orlo del precipizio, che si metteva sempre in situazioni-limite. Potevo farmi solo una vaga idea del caos frenetico che doveva essere stato il suo temperamento prima che i cinque anni trascorsi in prigione lo domassero.

Non avevo nessun titolo per essere offensivo o volgare nei confronti del suo passato criminale. Lo apprezzavo per quello che era. Avevo la netta sensazione che possedesse appieno l’abilità necessaria per scrivere opere letterarie di buon livello, che avrebbero fatto sembrare la sua produzione attuale ben poca cosa. Quando commentò la frustrazione che gli causava il fatto di non essere più contattato per scrivere biografie, lo sollecitai a scrivere un’autobiografia. La storia della sua vita era affascinante, e lui era un narratore nato.

«Sei un artista», gli dissi. «È un terreno differente da quello della politica. Essere stato in prigione non ti impedisce di fare letteratura. Molti grandi scrittori sono stati in prigione. Scrivi sulla tua vita. Mi piacerebbe leggere un libro così, e sono sicuro che piacerebbe anche a molta gente».

Nel mondo della politica si trovava sempre fuori posto, e questo segnò la sua fine. Aveva l’anima di un artista. Voleva essere uno scrittore prima di tutto. Possedeva un talento naturale e il potenziale necessario alla stesura di una buona produzione. Avendo vissuto in Texas ed essendo dotato di acute intuizioni politiche, si trovò in perfetta sintonia col fenomeno Bush prima ancora che la maggior parte del paese venisse a sapere dell’esistenza di un certo George W. Bush. Si appassionò all’idea di scrivere una biografia di Bush giusto in tempo per la stagione elettorale del 2000. La sua scelta del momento adatto fu semplicemente brillante.

Non aveva rivali. Era praticamente l’unico giornalista dei grandi media in grado di superare l’immagine sterotipata di Bush creata dai suoi stessi consiglieri.

Ardeva del fuoco sacro di un artista quando si trattava di dire verità che altri scrittori più rispettabili e politicamente corretti preferivano tacere. Benché ci fosse in lui un lato oscuro, aveva un aspetto franco e affabile — l’autenticità di una persona che aveva compiuto la sua discesa agli inferi. Mi sembrava molto più onesto di George W. Bush.

Sotto sorveglianza

All’inizio del 2001, nel corso dei nostri scambi di posta elettronica, Jim mi disse di aver scoperto che il suo computer era sotto controllo. Se n’era reso conto quando l’aveva portato a riparare perché non funzionava più bene. Il tecnico che se ne era occupato gli disse che qualcuno aveva installato un dispositivo di controllo della posta elettronica.

«Questo vuol dire che qualcuno è risalito davvero fino al tuo computer per applicargli il dispositivo?», gli chiesi. Jim rispose che effettivamente le cose stavano così, e che qualcuno doveva essere arrivato fisicamente fino al suo computer. Mi si rizzarono i capelli sulla testa. Jim aveva il suo computer in un ufficio che si era stabilito in una tettoia del giardino posteriore della sua casa. Qualcuno doveva essere riuscito a entrarvi.

Il tecnico applicò al computer un allarme che sarebbe scattato ogni volta che il dispositivo di controllo fosse entrato in funzione. Jim mi disse che l’allarme normalmente scattava ogni volta che scambiava messaggi con certe persone politicamente impegnate, persone come me e Mark Crispin Miller.

Per allentare un po’ la tensione che provavamo nel sentirci come se fossimo controllati, io facevo abitualmente delle battute sul tema ogni volta che scrivevo un messaggio, e arrivai perfino a insultare pesantemente il nostro sorvegliante occulto. E questo è un particolare che più avanti sarebbe diventato significativo.

Il Nerone del Secolo XXI, terzo tentativo

Una volta che Bush divenne presidente, la casa editrice Soft Skull riuscì a bloccare la causa per diffamazione, così Sander [Hicks] e Jim [Hatfield] tentarono un’altra volta di pubblicare il libro. Per la terza edizione Jim voleva che io scrivessi un epilogo. Enormemente lusingato dal fatto che mi si permetteva di partecipare all’impresa, dissi a Jim che lo consideravo uno dei migliori amici mai avuti in vita mia. L’uscita del libro era prevista per il 1° giugno 2001 a Chicago, in occasione della Book Expo America – BEA [l’omologo americano della Fiera del Libro di Francoforte – n.d.t.].

M’incontrai con Jim e Sander all’esposizione di Chicago, e passammo insieme un paio di giorni con altri collaboratori della Soft Skull e con i registi Michael Galinsky e Suki Hawley, che stavano girando il film Horns and Haloes su Jim e Sander.

La BEA era il principale evento dell’anno nel mondo editoriale, e vedeva la presenza di tutte le principali case editrici. La cosa era frenetica ed eccitante. Jim firmò centinaia di copie, e insieme a Sander promossero il libro presso i distributori e i mezzi di comunicazione.

Presenziammo ad una premiazione nel corso della quale a Jim fu assegnato un riconoscimento per il suo libro Il Nerone del Secolo XXI. Nella libreria Quimby’s Bookstore tenemmo una tavola rotonda sul tema e Jim autografò le copie del libro. Ed partecipammo ad una o due feste di editori. Ma l’evento più significativo fu la conferenza stampa che Sander aveva organizzato per la riedizione del libro.

Il piano di Sander consisteva nel rivelare le fonti di Hatfield relative alle accuse per detenzione di cocaina come parte del lancio del libro. La sua teoria era che gli strateghi di Bush conoscevano gli antecedenti criminali di Hatfield. Sapevano di poterlo screditare, e l’avevano fatto proprio perché la storia della cocaina restasse confinata ai margini dell’informazione giornalistica.

Questa teoria era assai plausibile. Anzi, in realtà era inattaccabile sapendo come agisce la famiglia Bush. Karl Rove, braccio destro di Bush e suo stratega principale, aveva lavorato a lungo per Nixon, imparando alla perfezione tutte le sue mosse magistrali nel giocare sporco.

Che fosse o no pianificato dal partito di Bush, il caso Hatfield servì a Bush come vaccino preventivo contro le accuse relative alla detenzione di droghe e contro la possibilità che emergesse prima o poi in fantasma del suo passato poco chiaro. Dopo aver accusato pubblicamente Hatfield, nessuno si azzardò più a toccare il tema della cocaina. La cosa finì lì. Hatfield era servito da capro espiatorio.

I giornalisti che si presentarono alla conferenza stampa si dividevano tra gli sdegnosi e gli ostili. Non sembra che ci fosse un solo simpatizzante. Tutti affrontavano la situazione dando più o meno per scontato che Bush fosse al riparo da qualunque accusa, e che Hatfield non fosse altro che un criminale che stava tentando di truffarli.

Sander rivelò le fonti mentre Jim stava fuori della sala, perché Hatfield voleva mantenere il suo impegno a non fare mai il nome dei suoi informatori. In realtà, Sander rivelò solo due dei tre nomi, che al momento esercitavano entrambi attività politiche. La logica di Sander stava in questo: chi avevano fatto da fonte aveva giocato sporco, e ormai non c’era motivo di mantenere il silenzio promesso.

Quando Jim vide che si stava rivolgendo a un pubblico ostile il suo nervosismo crebbe. Giocò sulla difensiva e il dialogo divenne antagonistico.

Una volta finita la conferenza stampa, i giornalisti fecero capannello fra di loro e io compresi che la copertura della conferenza non sarebbe stata sufficiente a creare un clima favorevole. L’ostilità dimostrata dai convenuti e la rapida conclusione dell’incontro mi lasciarono un senso di inquietudine. Mi spaventava pensare che la Casa Bianca stesse ricevendo chiamate volte a confermare o a negare le dichiarazioni di Sander. In quel momento la Soft Skull aveva affrontato apertamente la Casa Bianca — aveva affrontato Karl Rove in persona, il genio demoniaco. Sander sembrava divertito all’idea di «scuotere la Casa Bianca». Quanto a me, la sola prospettiva mi terrorizzava.

Jim ed io andammo a cercare un posto dove poter bere qualcosa. Jim ordinò un paio di giri di birra e ci sedemmo a un piccolo tavolo di legno. Abbattuto come mi sentivo, potevo immaginarmi a fatica quello che aveva passato Jim. Ora, oltre ad aver scritto un libro provocatorio sulla famiglia Bush, aveva tradito anche Karl Rove dando il suo nome come fonte.

Benché fosse stato Sander a rivelarlo, il fatto è che Jim aveva reso pubbliche le sue fonti. Era Jim che aveva promesso di conservare l’anonimato dei suoi informatori. Ora la promessa era stata rotta. E anche se ti mettevi nei panni degli avversari di Jim e pensavi che era tutta una mera affabulazione, la cosa non smetteva di essere un grave affronto a Rove e Bush.

Dove ci si può nascondere dall’amministrazione Bush? Jim aveva pochi appoggi. Perfino da WalMart [su WalMart v. “Le monde diplomatique”, gennaio 2006 – n.d.t.], dove lavorava, rischiava di essere licenziato per lo scandalo provocato dal suo libro. Il suo capo gli aveva detto: «Jim, cerca di non comparire più nei titoli, d’accordo?».

Mentre bevevamo insieme le nostre birre mi rendevo conto che forse questo era uno degli ultimi momenti che passavamo tranquilli, prima che alla Casa Bianca arrivasse la notizia che uno scrittore mezzo punk aveva accusato certi stretti collaboratori di Bush di aver tradito i segreti di famiglia. Il solo pensarlo mi gelava. Come farà quest’uomo a proteggersi?, mi chiedevo. E come avrei fatto io, anche. Io lo aiutavo ed ero complice delle sue azioni. La sua causa era anche la mia. Potevano schiacciarci come vermi.

In quel momento Jim era un uomo distrutto. Aveva passato già tante difficoltà, ed ora si preparava per un nuovo assalto. Parlò vagamente degli incubi che l’aspettavano al suo ritorno in Arkansas, una volta finita la nostra piccola vacanza di fine settimana. Sembrava privo di ogni speranza. Sapeva che avrebbe dovuto temere quello che stava per sopraggiungere, ma sembrava più rassegnato che terrorizzato.

Seduto all’altro lato del tavolo, ingobbito, stava l’uomo più vulnerabile che avessi mai visto in tutta la mia vita. Il suo cranio calvo mi sembrava fragile come il guscio di un uovo. La sua forma umana, la sua costruzione organica sembrava infinitamente delicata. Era un semplice mortale che aveva intrapreso il compito di un supereroe — scagliarsi da solo contro il potere della Casa Bianca, la banda di gangster più potente del mondo della politica.

Si chinò sul tavolo, mise la sua mano sul mio braccio e mi disse col suo accento modulato dell’Arkansas: «Ricordi quando mi dicesti che io ero uno dei migliori amici che avessi mai avuto? Bene, la cosa è reciproca, ragazzo mio».

Sapevo di doverlo sostenere, noin importa cosa avrebbe passato, ma che avrei potuto fare io se i membri della CIA e la Casa Bianca avessero deciso di infliggere a Jim una punizione esemplare? Mi guardò negli occhi, ed una supplica illuminò il suo viso per un momento facendosi largo attraverso la stoica accettazione del suo destino inesorabile. Sentii che stavo fissando gli occhi di un condannato.

Le notizie relative alla conferenza stampa andavano dallo sdegno all’insulto selvaggio, tranne che da parte di Buzzflash.com [un esauriente sito di informazione alternativa particolarmente critico nei conronti dell’amministrazione Bush – n.d.t.] — gli unici a pensare che le bugie di George W. fossero un argomento più importante della fedina penale di Hatfield.

Verità nascoste

Jim sembrava davvero sorpreso dalla reazione virulenta del partito di Bush di fronte a quella che a suo avviso altro non era se non una biografia obiettiva. Mi disse che sospettava che nel libro ci fosse qualcos’altro, a parte l’episodio della cocaina, che «li faceva impazzire», e che fosse quello a spingerli all’estrema possibilità di eliminarlo. Col suo accento melodioso mi disse: «non so che cosa succederà col libro, ma sono sicuro che non vogliono che io continui su quella strada».

Questa frase mi è tornata spesso alla memoria man mano che il mandato di Bush giungeva alle estreme conseguenze. Coll’andar del tempo quella dichiarazione acquistava peso e diventava sempre più verosimile, e io mi chiedevo una volta di più cos’era stato a preoccuparli tanto.

Forse poteva trattarsi dei legami con Bin Laden. Il libro testimonia che James Bath, il rappresentante statunitense di Salem, fratello di Osama Bin Laden, aveva investito 50.000 dollari nella Arbusto Oil, la compagnia petrolifera di Bush jr. Alla luce degli avvenimenti accaduti dopo la morte di Jim, sospetto che fosse quella la parte del libro che premeva maggiormente sopprimere. Leggendola prima dell’11 settembre 2001, per chiunque di noi, Hatfield compreso, quella parte aveva un significato molto differente da quello che ha ora.

Jim pensava che avrebbero potuto venire alla luce più cose relazionando due elementi in modo differente da quanto fatto fino a un certo momento. Fu esattamente quello che accadde con la storia della cocaina. In un certo senso, uno potrebbe aver letto la cosa tra le righe se avesse avuto la capacità di percepirlo.

Prima che emergesse la notizia relativa alla faccenda della cocaina del 1972, Jim diceva di non aver compreso il periodo della vita di George jr. in cui il giovane si era messo a lavorare in un centro di aiuto sociale per i giovani dei quartieri socialmente svantaggiati. Perché un giovane gaudente, ricco ed edonista interrompe all’improvviso la sua personale ricerca del piacere per mettersi a lavorare in un centro di aiuto sociale? Allora, quando Salon pubblicò la storia sulla detenzione di cocaina che nel 1972 era stata eliminata dalla fedina penale di George W. a condizione che il giovanotto prestasse un servizio sociale, all’improvviso tutto acquistò un senso.

Jim sospettava che ci fossero parecchi scandali di quel tipo nascosti tra le righe del suo libro. La storia della famiglia Bush era così legata a crimini, manovre efferate, operazioni occulte ed assassini che c’era sicuramente una moltitudine di fatti scabrosi che venivano celati a qualunque indagine relativa a certi eventi che ne avevano contrassegnato l’ascesa e le fortune.

Questi scandali dovevano essere visti attarverso gli occhi di quanti ne erano a conoscenza e che sapevano come incastrare nel modo giusto i tasselli del mosaico. Soltanto chi avesse potuto stabilire una relazione tra quegli avvenimenti avrebbe potuto farsene un’idea chiara. Era questa, all’epoca, la teoria di Jim. Non sapeva di che cosa si trattava, ma immaginava che la cosa dovesse essere in questi termini. Morì prima di poterci ragionare sopra. Fatto, questo, che m’induce a ritornare sulle strane circostanze della sua morte.

Gli ultimi misteri

Dopo la conferenza stampa ritornai a casa, e Jim decise di trattenersi alcuni giorni a Chicago dove sarebbe venuto a prenderlo sua moglie. Il viaggio a Chicago interruppe la nostra corrispondenza per posta elettronica, che non riprese subito perché Jim rimase a lí.

Più tardi tornammo a metterci in contatto via e-mail, ma non con la stessa frequenza di prima. Avemmo un paio di conversazioni telefoniche nel quale lui sembrò alludere a qualche problema, ma in realtà non disse nulla di preciso.

Poi, un giorno ricevetti un messaggio di sua moglie: mi diceva che Jim aveva attraversato una brutta crisi e ora stava seguendo un programma di disintossicazione per alcolisti. Mi disse che aveva cercato di ammazzarsi a forza di bere. Ma ora si sentiva molto meglio, benché non potesse inviarmi messaggi dall’ospedale. L’idea che si stava rimettendo mi tranquillizzò: sperai che ritornasse a casa e che potessimo riprendere la nostra corrispondenza. Fu la prima volta che perdemmo i contatti da quando era iniziata la nostra amicizia.

Tempo dopo, una mattina ricevetti un messaggio di posta elettronica che era, come molti che ricevo abitualmente, un articolo. Ma questo articolo diceva così: «L’autore della biografia di Bush si è suicidato». Ci misi un bel po’ a rendermi conto di quello che stavo leggendo. Affrontare la morte di un amico dal freddo punto di vista di una notizia d’agenzia era assurdamente irreale. Pensai che mi si sarebbe fermato il cuore. Non potevo crederci. È questo il carattere irreversibile e spietato della morte. Ormai non ci sarebbero più state opportunità per aiutare Jim.

Quel fine settimana scambiai parecchie e-mail con alcuni dei suoi amici, e mentre condividevamo il nostro dolore collegati al computer, condividevamo anche seri sospetti circa l’ipotesi di una messinscena. Al primo articolo che dava notizia della sua morte ne seguirono altri, in cui si diceva che il giorno prima della morte Jim era stato arrestato con l’accusa di richiesta fraudolenta di carta di credito.

Secondo questi articoli, Jim sarebbe stato fermato il 17 luglio per «identificazione fiscale fraudolenta», al fine di ottenere una carta di credito a nome di un’altra persona. La polizia aveva confiscato il suo computer e gli avevano dato 24 ore per sistemare le sue faccende e costituirsi. Invece lui affittò una camera d’albergo, prese due tipi di medicine senza prescrizione medica, si scolò la quinta parte di una bottiglia di gin e morì.

Dal momento che Jim era convinto che il suo computer fosse controllato, mi sembrava estremamente sospetta l’accusa di richiesta fraudolenta di carta di credito attraverso il computer, come scrissero i giornali dando notizia della sua morte.

Non potevo credere che fosse andato a cercarsi una grana simile utilizzando il computer che lui stesso mi aveva detto essere sotto intercettazione. Non quadrava con le cose che sapevo di lui. Il rischio di essere preso era troppo grande. Aveva troppa paura che l’arrestassero per violare la libertà condizionale. Se l’avessero arrestato sia pure per la minima infrazione, l’avrebbero incarcerato di volata. Gli rimanevano solo 18 mesi di libertà condizionale. Amava sua moglie e sua figlia Haley, che non aveva ancora compiuto i due anni.

Lo terrorizzava l’idea che il comitato responsabile della sua libertà condizionale potesse revocargliela e spedirlo di nuovo in prigione, in Texas, dove era sicuro che l’avrebbero ammazzato. Potevano far sì che la cosa sembrasse un litigio tra carcerati, e in tal modo screditarlo agli occhi dell’opinione pubblica e contemporaneamente eliminarlo.

Nel periodo posteriore alla sua morte, una delle sue amiche raccontò che Jim le aveva parlato della sua paura che l’accusassero con false incriminazioni, lo mandassero in prigione e qui lo facessero fuori. Disse che non avrebbe mai dato loro questo piacere. Non avrebbe lasciato che lo prendessero vivo.

Più tardi entrai in possesso dei documenti giudiziari per cercare di rispondere ad alcune di queste domande per conto mio. Alcuni interrogativi ottennero una risposta. Molti altri continuano ad essere un mistero.

I documenti

L’insieme dei documenti non lascia il minimo dubbio sull’ipotesi di suicidio. Sua moglie riconobbe negli appunti lo stile del marito. I documenti sull’accusa di frode, invece, rappresentano il minimo di prove circostanziali necessarie ad aprire un procedimento contro di lui. Non escludono la possibilità che esistano dubbi al riguardo. Il caso si basa principalmente sulle accuse di un amico ed ex compagno di prigione, George Burt. I documenti fanno menzione della condanna di Jim per malversazione di fondi, ma non c’è traccia alcuna del fatto che anche Burt era un recluso quando lui e Jim si conobbero.

L’investigatore di turno si mise in contatto con un certo P. J. Lenzi del MBNA, che dice di aver chiamato George Burt per verificare la richiesta [di carta di credito]. Il rapporto dice che Lenzi trovava la richiesta piuttosto sospetta, ma non offre nessun sostegno per questo sospetto. Si tratta di un’omissione importante, se stai cercando di scartare la possibilità che sia tutta una montatura per incastrare qualcuno.

Guardando la pila di documenti sperimentai una sorta di incubo personale in forma di docudramma. Il linguaggio desueto e asciutto dei rapporti di polizia ed il linguaggio medievale dei documenti legali evocano all’improvviso un mondo strano, cupo ed arcaico. L’ordine di arresto comincia così: «Si presenta ora a testimoniare Don Batchelder, all’epoca dei fatti Commissario del Dipartimento di Polizia di Bentonville, e sotto giuramento il sunnominato dichiara:…».

Il rapporto di polizia sui beni confiscati dall’ufficio di Jim non evidenzia nulla che lo colleghi in modo inequivocabile al capo d’imputazione attribuitogli. Presero la pagina di un’agenda in cui compaiono l’indirizzo e il numero di telefono di Burt: il che non ha nulla di strano dal momento che i due partecipavano insieme al progetto di un paio di libri. Tra i documenti c’è anche un foglio della dichiarazione delle imposte rilasciata dalla Omega Publishing, la compagnia di Jim, col nome utilizzato per la richiesta della carta di credito.

Il che non prova che fosse Jim e non Burt ad aver inoltrato la richiesta. Ci sono frammenti di una lettera dalla quale si evince, almeno in apparenza, che Jim ricevette una carta GetSmart Vista. Può darsi che fosse quella la carta in questione, ma al riguardo può sussistere un «ragionevole dubbio». E tutto questo non esclude che abbiano voluto tendergli una trappola. Quando affronti il gruppo Bush-CIA-Texas non puoi scartare nessuna ipotesi.

Non si fa menzione del fatto che nel computer confiscato non fu trovato nulla, benché quello fosse il primo oggetto citato nella richiesta del mandato di perquisizione. Ad ogni modo, io stavo solamente guardando alcuni documenti, non l’esposizione del caso nella sua interezza, che probabilmente avrebbe colmato le lacune esistenti. Non volevo esprimere nessun giudizio, ovviamente, e Jim ormai riposerà… già in pace o no. Chi lo sa? Non si può escludere del tutto che abbia cercato davvero di commettere quella frode, disperato com’era, ma è difficile da immaginare.

Era davvero impressionante contemplare i documenti che facevano da sfondo alla sua morte. Ti facevano sentire nel Days Inn insieme a lui, insieme all’impiegata dell’albergo che entrò nella stanza quella mattina e lo trovò nel letto.

Si era registrato alla reception alle 23:30 della sera prima, e si era mostrato amichevole e scherzoso, a detta della signora che lo accolse; disse che era «gentile e sorridente»^^ e che «chiacchierava, senza mostrare segni di nervosismo».

L’impiegata vide il cartello di «non disturbare» appeso per molto tempo. Bussò alla porta, chiamò. Provò con la chiave, ma il chiavistello era tirato. Allora prese il passepartout, ma la serratura era bloccata. Andò a chiamare il direttore dell’albergo e il direttore al piano, e tornarono per entrare nella stanza. Scorsero il corpo di Jim, già freddo e rigido, in maglietta e calzoncini. Chiamarono la polizia.

C’erano un litro di gin Gordon’s ed un litro di succo di frutta Tropicana, comprati quella notte stessa. La ricevuta era lì sul comodino.

La stanza era «fredda, buia e ordinata», secondo la donna che lo trovò. Aveva chiamato il direttore quando aveva visto che il chiavistello non cedeva. L’avevano trovato nel letto in maglietta e calzoncini.

Sotto il braccio aveva una foto che lo ritraeva insieme alla moglie che teneva in braccio la figlioletta. Si vede chiaramente che i due erano raggianti, soprattutto la moglie. Ma stranamente la fotocopia ha un livello di contrasto molto elevato ed i visi rimangono nascosti da profonde ombre nere, quasi infossati nell’oscurità. Tuttavia si possono scorgere le espressioni attraverso le guance e le tempie intensamente illuminate. Lo splendore brilla in qualche modo attraverso le immagini a bassa definizione.

Vicino a lui c’era anche una lavagna-giocattolo della Fisher-Price, sulla quale aveva scarabocchiato «AMO LA MIA FAMIGLIA», frase seguita da una linea malferma. Solo Dio sa quando scrisse quella frase, a che cosa stava pensando e come si sentiva in quel momento. C’è una fotocopia della lavagna con un pennarello agganciato a una corda. E aveva lasciato anche una serie di appunti ben ordinati. Ce n’erano due in buste separate indirizzate alla moglie, con le indicazioni “questa per prima” e “seconda.” C’erano anche alcune note per i suoi amici e per gli amici di sua moglie. In una di esse ringraziava la coppia che gli aveva presentato la sua futura moglie.

Una delle lettere per la moglie era una spiegazione di quattro pagine sul perché faceva quello che stava facendo, un profondo grido appassionato di amore disperato per lei. Leggerla ti sconvolge e al tempo stesso ti spezza il cuore. È diabolicamente difficile da capire il fatto che stesse scrivendo l’ultima lettera alla moglie nello stesso momento in cui metteva fine alla sua vita. È tanto difficile da capire quasi come capire i bombardamenti suicidi del World Trade Center.

E ci sono altre note, pensieri dell’ultimo momento. Indica a sua moglie dove officiare la funzione funebre, a chi avrebbe dovuto comunicare la cosa e chi avrebbe dovuto portare la bara. Le spiega che carte di credito deve utilizzare. Dice che lei non sarà responsabile delle carte intestate a lui. Le dice che senza lui starà meglio. Preferisce che sua figlia non abbia padre, piuttosto che uno da temere o di cui vergognarsi. Le dice che è un uomo contorto e insincero, «ma non far caso a quello che dicono gli altri, sono stato una brava persona travolta da circostanze avverse».

«Andrà tutto bene, amore mio. Volevo invecchiare con te ed accompagnare nostra figlia all’altare, ma non succederà…»

«Amore mio, sai che ho cercato di essere il miglior padre possibile per 21 mesi e ti amo teneramente. Ma non c’è via d’uscita. Ora puoi andare a testa alta in questa città e dare a me la colpa di tutto… Coraggio, sposati con un uomo che abbia un po’ di denaro ed alleva mia figlia con amore e sicurezza… economica… Purché sia buono con la mia Haley».

«Bene, le lacrime mi stanno annebbiando la vista. Devo andare via; prendermi le pastiglie e andare via».

«Non mi lamento, ma non sto neanche scherzando. Io stesso mi sono messo in questa situazione. Tutto è andato a rotoli dall’ottobre 1999, e questo giorno era il mio destino… »

È così assurdo e straziante pensare a lui che scriveva quelle parole tanto tenere e subito dopo compiva il suo ultimo atto — il suicidio. Dovette rimanere sveglio e teso un lungo momento prima che le droghe s’impadronissero di lui. Fu allora, probabilmente, che scrisse quelle parole sulla lavagna. Che strano andare via in questo modo.

E tuttavia, l’alternativa consisteva nel ritornare in prigione, rovesciando la disgrazia sulla sua famiglia senza la possibilità di liberarla dal fardello della sua esistenza. Dovette essere terribile affrontare quella situazione. Ma c’è qualcosa di eroico e di valoroso nell’agire come Jim ha agito.

In quanto a me, sono stato toccato da una profonda perdita personale, la perdita di un’amicizia che pensavo sarebbe continuata per sempre. Per il mondo, la sua morte ha rappresentato la perdita delle opere di valore che avrebbe potuto scrivere. Ed ero anche arrabbiato con lui, per essersi tolto di mezzo in maniera tanto irrevocabile. E rimarranno sempre le domande gravide di sensi di colpa — se ho fatto quanto era in mio potere per aiutarlo ad uscire allo scoperto e resistere fino a vedere il frutto di tutte le sue fatiche. Vedere come il suo libro colpì il mondo intero, vederlo scrivere altri libri che si portava dentro, e veder crescere sua figlia.

Così come stanno le cose, a noi è rimasta una figura leggendaria, un personaggio tragico che si levò dalle profondità degli abissi soltanto per andarvi nuovamente incontro, affrontando intrepido il suo destino.

Fonte: http://www.voltairenet.org/
Link: http://www.voltairenet.org/article133194.html
02.01.2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di INCAS

Vedi anche: Apparente suicidio

La realtà è un’invenzione

Pubblicato da Olimpia