LA MIA TRAGICOMICA ESPERIENZA DA MULATTA

DI EMILY RABOTEAU
Transcript-review

Gli addetti alla sicurezza della compagnia aerea El Al piombarono su di me all’aeroporto internazionale di Newark come uno stormo di avvoltoi. Ce n’erano cinque, in uniforme, che bloccavano l’accesso dell’accettazione bagagli. Apparivano cresciuti abbastanza da aver finito il servizio militare obbligatorio nell’esercito israeliano ma non abbastanza da aver finito il college, cosa che li poneva sotto di me per l’età. Ero preparata alla loro domanda iniziale, Cos’è lei?, che chiedeva conto della mia intera vita.

Davvero, non c’è una risposta soddisfacente per quello che sono. “Mulatta” è oggi considerata una parola tabù poiché all’origine c’è la bestia a quattro zampe risultante dall’unione di un cavallo e di un asino (sebbene mi sia stato detto che i muli sono più intelligenti di entrambe queste varietà). “Mix” è un aggettivo più adatto ad un cocktail. “Interrazziale” è troppo vago, e “bi-razziale” è similmente impreciso. Per quanto mi irritasse, conoscevo la risposta preconfezionata considerata soddisfacente: “Appaio come sono perché mia madre è bianca e mio padre è nero”. Questa volta però la risposta usuale non era abbastanza. Questa volta l’interrogatorio fu spietato.
“Che significa nero? Da dove viene?”
“New Jersey.”
“Perché sta andando in Israele?”
“Per visitare un’amica.”
“Cos’è la sua amica?”
“E’ un Cancro.”
“Ha il cancro?”
“No, no. Sto scherzando. Sta bene.”
“E’ ebrea?”
“Sì.”
“Come la conosce?”
“Siamo cresciute assieme.”
“Lei parla ebraico?”
“Shalom”, iniziai. “Barukh atah Adonai…” Non ricordavo il seguito, così terminai con una parola che ricordavo per la sua resa perfettamente onomatopeica del suono di un liquido versato dal collo stretto di un recipiente: “Bakbuk.” Significa bottiglia. Devo essere sembrata loro come un’idiota balbettante.
“E’ tutto quello che so”, dissi. In qualche modo mi vergognavo, ma ero anche incazzata con loro per avermi fatto sentire così.
“Di dov’è suo padre?”
“Mississippi.”
“No.” Ora erano esasperati. “Da dove viene la sua gente?”
“Stati Uniti.”
“Prima di quello. I suoi antenati. Da dove venivano?”
“Irlanda.”
Apparivano dubbiosi. “Che tipo di nome è questo?” Indicavano il mio passaporto aperto.
“Un soprannome”, scherzai.
“Come lo pronuncia?”
“Non me lo chieda. E’ francese.”
“Lei è francese?”
“No, gliel’ho detto. Sono americana.”
“Questo!” Indicavano il mio secondo nome, che è Ishem. “Qual è il significato di questo nome?””Non lo so”, risposi, onestamente non lo sapevo. Ho preso il mio nome dalla prozia di mio padre, Emily Ishem, che morì di cancro molto tempo prima della mia nascita. Non ho idea di dove venga quel nome. Forse è un nome da schiava.
“Sembra arabo.”
“Grazie.”
“Parla arabo?”
“Meglio non provare.”
“Che significa?”
“No, non parlo arabo.”
“Quali sono le sue origini?”
Mi sentii presa al cappio di uno di quei numeri di Gianni e Pinotto, “Chi è il primo?” Non c’era posto per me nei loro schemi. Non avevo il giusto vocabolario. Non avevo il giusto pedigree. Questo è quello che ha fatto di me la mia mescolanza razziale: una perpetua domanda senza risposta. Questo è quello che la tratta atlantica degli schiavi mi ha reso: una bastarda e una minaccia.
“Ms. Raboteau. Vuol prendere quell’aereo?”
Stavo iniziando a chiedermelo.
“Vuole?”
“Sì.”
“Allora risponda alla domanda! Quali sono le sue origini?”
Cos’altro dovevo dire?
“Uno spermatozoo e un ovulo”, sbottai.
Fu allora che afferrarono il mio bagaglio, mi portarono nel seminterrato, mi tolsero i vestiti di dosso e tastarono ogni orifizio del mio corpo in cerca di esplosivi.
Quando non ne trovarono, si concentrarono sul mio tatuaggio, un carattere giapponese che significa differente, prezioso, unico. Ero completamente nuda, e la stanza era fredda. I miei capezzoli erano duri. Cercavo di coprirmi con le mani. Mi era venuta una sete incredibile. Uno di loro percorreva la mia spalla sinistra con un guanto di lattice. “Cosa significa?” domandò. Questa era la prima volta che venivo catalogata razzialmente, per quanto l’esperienza non sarebbe stata in alcun modo meno umiliante se fosse stata la cinquecentesima. “Significa Fottiti”, avrei voluto dire, non perché mi avevano spogliato della mia dignità ma perché mi avevano ficcato la faccia nel mio essere senza radici. Non mi ero mai sentita così nera nella mia vita come quando venni presa per un’araba.

Versione originale:

Emily Raboteau
Fonte: www.transcript-review.org
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Dicembre 2007

Versione italiana:

Fonte: http://civiumlibertas.blogspot.com
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17.12.07

Traduzione a cura di ANDREA CARANCINI

4 Comments
  1. marko says

    Sono 30 anni che passo un confine che adesso sta per essere abbattuto. Mi sono bastati per imparare che gli agenti di frontiera non hanno senso dell’umorismo (basti pensare ai cartelli negli aeroporti USA sul divieto di fare battute su bombe e terroristi). Trovo che il sistema attuale di sicurezza negli aeroporti sia ridicolo, una specie di mantra per ricordarci del “credo” di dover avere paura, ma alla signorina Raboteau chiedo: sarà mica che l’hanno trattata così perché è semplicemente stronza, invece che mulatta? Se uno risponde a malo modo ad una persona più dotata di autorità che di autoironia, deve sapere cosa lo aspetta. Invece di atteggiarsi a vittima, pensi a quanto è stata stupida a fare battutine con persone che evidentemente non neavevano voglia.

  2. GT50 says

    Si concordo. Mi pare proprio una stupidaggine fare battutine, alla frontiera, e poi “bloggare” l’avventura montando su una “stronzaggine” un discorso sulle proprie Libertà. Che la Signorina Raboteau scriva qualcosa di più d’intelligente, per farsi notare.
    Anche se, per il fatto che noi stiamo leggendo queste “stronzate” ci siamo cascati un’altra volta. Questo è il futuro della Nuova Informazione il “Citizen journalism”. Dai ai cittadini la possibilità di dare la notizia, via Blog o YouTube o Twitter etc etc, così ci impantaniamo e non ci accorgiamo che ci stanno “fottendo” alla grande su cose più importanti.

  3. alcenero says

    Certo ci si può aspettare reazioni così da guardie di frontiera ma la cosa interessante (e grave) fatta notare da questo articolo non è la reazione dei poliziotti ma le domande assurde che fanno.
    Tipo: “Da dove viene la sua gente?”

    Che la dicono lunga sulle basi dello stato sionista

  4. Grossi says

    Si diventa subito stronzi a sentirsi trattati da cani come è accaduto a questa ragazza, gli israeliani ormai si dimostrano buoni allievi di Hitler da cui stanno copiando il peggio del peggio.
    Spesso le guardie di frontiera si comportano in questo modo perchè non hanno cultura (la mancanza di cultura genera razzismo e violenza), se non quella del sospetto e della sopraffazione.
    Quando passerà il terrorista, sarà perfetto non lo noteranno neppure, come non noteranno neppure la bomba che è possibile nascondere in un milione di modi.
    Questo non gli impedirà di trattare come cani tutti coloro che si dimostreranno indisponenti, ma l’indisponenza nasce dal fatto che costoro si sentono piccoli Dei in terra nel poter avere le persone in loro potere nel loro misero metro quadrato di potere, come accade in questi frangenti.
    Più il tempo passa e meno amo americani e istraeliani, ci stanno raccontando troppe falsità, guerre per petrolio e sterminio dei palestinesi, che vergogna !
    E osano dipingersi da angeli della giustizia quando hanno sfruttato e sterminato mezzo mondo, gli indiani americani sono stati solo i primi ora ci sono gli Iracheni e i palestinesi da sterminare.
    Hollywood la Press Agency americana funziona sempre meno, e la gente ha smesso di idolatrarli come un tempo.
    La goccia dei mutui subprime altro regalo americano (insieme alle agenzie di rating che hanno dimostrato di essere praticamente inutili e di fare solo propaganda anzichè controllare), sarà la goccia che farà traboccare il vaso, quando il disastro avanzante nell’economia farà sentire tutto il suo peso anche in Europa (primo esame fra 15gg preparatevi ragazzi !).

    Gli americani e gli ebrei si stanno attirando l’amore e la benevolenza del mondo, spero per loro che non perdano mai il potere, perchè il mondo non ha pietà per i deboli, però guardate che la storia “sta cambiando” le carte in gioco e già ora è quasi impossibile tornare indietro.

    Si preparano anni bui, almeno un ventennio di trasformazioni enormi dal quale la struttura geopolitica del mondo uscirà profondamente cambiata.

    L’autorità e le autorità in genere sono sempre meno credibili, il che dimostra che il mondo è ormai marcio.

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