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LA LOTTA PER LA SOMALIA

DI AMINA MIRE
Counterpunch

Signori della guerra, Islamisti, militarismo globale americano e donne.

Vorrei cercare di risparmiare ai lettori il racconto di “storie di carestie”, o dell’abbattimento degli aerei da guerra Blackhawk americani o dell’uccisione e dello smembramento di 18 soldati americani nella missione del 1993, o dell’uccisione da parte dei militari americani di un migliaio di Somali come rappresaglia per l’uccisione dei 18 marines americani.

Dico ciò in parte perché il popolo americano viene nutrito con una tragica saga unilaterale circa il coinvolgimento americano in Somalia. In questo senso il film del 2001 di Ridley Scott “Blackhawk Down” basato sul libro di memorie omonimo di Bodwen, ha enfatizzato la formula “bravi ragazzi” – solitamente bianchi, eterosessuali, virili e militari – che combattono i “cattivi ragazzi” – deboli, neri, effeminati, bugiardi e codardi.
Nel caso del Canada, il vergognoso episodio della tortura di Shidane Arone è stato risolto velocemente sciogliendo il reggimento di paracadutisti i cui membri erano stati trovati colpevoli della tortura e dell’uccisione dell’adolescente somalo nella città di Beletwn (Beletuen).
Dopo una breve inchiesta della Commissione Reale il prestigio nazionale è stato riaffermato e questo episodio velocemente dimenticato.

Tre semplici punti: primo, che la Somalia, similmente al Libano, è stata ed è tuttora vittima della sua posizione altamente strategica, abbracciata al Corno d’Africa e protesa nell’Oceano Indiano.

I Francesi, gli Inglesi e gli Italiani hanno tutti ricevuto la loro fetta di Somalia, così da poterla usare per soddisfare i loro interessi strategici. La storia della lotta della Somalia contro l’imposizione coloniale è lunga e ricca. Vale la pena ricordare che prima del bombardamento aereo di città e di infrastrutture militari e civili in Iraq, Afghanistan e adesso in Libano come componente del nuovo regime di guerra totale, all’alba del secolo scorso sono stati gli inglesi ad usare il bombardamento aereo nel nord della Somalia come componente centrale del dominio coloniale, dopo che la povera guerriglia della resistenza somala aveva inflitto un’umiliante sconfitta all’occupazione inglese.

All’alba del 21 gennaio 1920 gli inglesi, sfruttando ampiamente le recenti tecnologie della guerra moderna, avevano predisposto un assalto aereo, navale e terrestre veloce e ben coordinato, indirizzato alle postazioni Dervisce, usando anche 12 aerei da guerra nell’attacco, forse il primo in cui tali armi siano state usate contro gli Africani.

Gli Inglesi ebbero inoltre anche i loro “cattivi ragazzi islamici”. Nel caso della Somalia era Sayyid Muhammed Abdulla Hassan, un eccellente stratega militare e il più grande poeta che la Somalia avesse mai avuto. Era anche il pericolo numero uno per gli Inglesi, che lo chiamavano “il Mullah pazzo”. Gli Inglesi non ebbero alcun rimorso nell’usare la forza bruta contro i civili sospettati di appoggiare o simpatizzare con le forze della resistenza anti-coloniale.

Si può anche parlare della fame usata come forte strumento di umiliazione. Ciò è stato particolarmente evidente nella lenta risposta degli Stati Uniti al tracollo dell’autorità centrale somala nel 1991, e alla conseguente guerra civile e carestia di massa.
Quando gli Stati Uniti alla fine si decisero ad intervenire, invece di impegnarsi nella difficile impresa di disarmare i signori della guerra e le loro bande armate che stavano terrorizzando la popolazione civile, l’amministrazione di Bush padre scelse di inviare i marines americani nell’ “Operazione Restore Hope”, portando cibo alla popolazione che moriva di fame, ma senza offrirle prospettive di speranza in una pace e sicurezza di lunga durata. Così, Operazione Restore Hope si rivelò una cinica missione di pubbliche relazioni, progettata per promuovere l’ipermilitarismo americano come nuovo strumento per portare aiuti umanitari.

La natura propagandistica di questa missione era resa palese anche dal fatto che gli Stati Uniti si erano rifiutati di lavorare con le forze di pace dell’ONU, già presenti in Somalia.
Fatto ancora più importante, l’Operazione Restore Hope e il suo totale fallimento registrano la storia della complicità americana nella definitiva distruzione della Somalia, sostenendo, militarmente ed economicamente, lo spietato regime di Siyad Barre. Questo collegamento è molto importante poichè il regime di Barre è stato responsabile della maggior parte delle violenze che hanno portato al collasso dell’autorità centrale somala nel 1991 e alla conseguente carestia di massa, alla morte di più di un milione di somali e all’ esodo di massa di altri milioni di persone.

Il secondo punto che vorrei brevemente toccare è la connessione tra la Guerra Fredda e l’attuale crisi in Somalia. Dal 1969 al 1977 la Somalia è stata parte del blocco sovietico. Questa partnership storica finì nel 1977 dopo che la Somalia improvvisamente invase l’Etiopia e prese il controllo dell’Ogaden, regione contesa, occupata da secoli da nomadi somali. Un anno dopo, con il tacito consenso dell’amministrazione di Jimmy Carter, l’armata etiope, appoggiata dalle forze degli stati satellite sovietici dello Yemen del nord e della Libia e dalle forze di Cuba, attaccò le forze occupanti somale. L’esercito occupante somalo venne respinto dietro il confine del 1960 tra Somalia ed Etiopia, che era stato fissato dai poteri coloniali europei.



[Siad Barre da giovane militare (sinistra) e alla fine del suo regime (destra)]

Questa fu una sconfitta umiliante per la Somalia, scacciata da eserciti militarmente superiori subì la perdita dei nostri migliori soldati in una guerra avventata. Questo fu davvero il principio della fine per un moderno Stato della Somalia.

Gli anni 1977-1980 videro una successione di ufficiali di grado medio e inferiore tentare e fallire il rovesciamento del regime dittatoriale di Barre; tutti vennero traditi dai loro colleghi ed amici. Molti vennero portati di fronte a corti fittizie, e fucilati da plotoni di esecuzione in pubbliche dimostrazioni di terrore. Nonostante il regno di terrore di Barre, le amministrazioni americane successive, cominciando da Jimmy Carter e poi con Ronald Regan, supportarono il regime di Barre fornendogli armi, addestramento militare ed aiuto economico in cambio dell’accesso illimitato per gli Stati Uniti allo strategico Oceano Indiano della Somalia e ai porti e alle installazioni militari del Mar Rosso sgombrate dall’URSS dopo la rottura del 1977 tra il regime di Barre e il regime sovietico.

Benché al tempo si pensasse che, dapprincipio, l’Unione Sovietica dovesse aver dato a Barre il via libera all’invasione dell’Etiopia, l’URSS cambiò idea dopo che lo stesso dittatore militare dell’Etiopia la dichiarò uno stato socialista.

Questo cambiamento di allineamento ideologico creò una nuova situazione politica per l’Unione Sovietica. I Sovietici mandarono Fidel Castro a sistemare questo “feudo di famiglia”. E’ per me un ricordo vivido. Vestiti con le nostre uniformi scolastiche e di lavoro, eravamo stati riuniti in un grande stadio di calcio di Mogadiscio per accogliere Fidel Castro e, forse, per persuaderlo a convincere il regime sovietico che noi eravamo per primi il loro “stato cliente” e che, quindi, non saremmo dovuti essere “scaricati” a favore del nuovo arrivato, l’Etiopia.
Ma dopo molti anni di tentativi di scarso successo di trasformare la Somalia –una società mussulmana profondamente religiosa- in una società socialista, l’URSS era pronto a tentare la fortuna in Etiopia.

Dal 1978 al 1980, periodo compreso tra l’allontanamento dei Russi e l’arrivo degli Americani a riempire le installazioni militari e gli spazi politici lasciati vuoti dai primi, siamo stati oggetto dei quotidiani bombardamenti degli aerei da guerra etiopi. E’ stato un periodo di rivincita. Nel 1980, dopo aver conseguito un diploma come assistente farmacista, sono stata mandata a lavorare in un piccolo villaggio chiamato Waajid, nella provincia di Bakool. Waajid è a circa 400 Km a nord di Baidoba, e solamente a 50 Km scarsi dal confine tra Somalia ed Etiopia. Quel che è peggio, io lavoravo in un ospedale costruito dall’Unione Sovietica per curare malattie infettive come la tubercolosi, ma allora convertito in un centro per la cura dei traumi di guerra, per soccorrere i soldati feriti che venivano dal fronte. Ho passato gli ultimi 25 a cercare di dimenticare ciò che ho visto con i miei occhi durante quel solo anno di lavoro in quell’ospedale.

Come unica assistente farmacista dell’ospedale, ero responsabile della classificazione, della conservazione e della distribuzione adeguata delle medicine. Ho visto ogni tipo di ferita di guerra, ma anche indescrivibili sofferenze di nomadi somali con malattie curabili come la tubercolosi che attraversavano il confine dall’Etiopia alla Somalia per ricevere cure mediche. Spesso i somali sotto il governo etiope non erano trattati come cittadini e c’erano scarse infrastrutture nell’area dell’Etiopia abitata dai nomadi somali. Poichè l’ospedale era stato trasformato in un centro per i traumi di guerra, i pazienti regolari erano stati trasferiti in tende di fortuna.
Dopo il lavoro all’ospedale, a volte, dopo turni di 12 ore, lavoravo come volontaria in una farmacia gestita dal governo locale, per vendere medicine economiche alla popolazione locale.

Aspettavamo il bombardamento aereo etiope, e speravamo che saremmo sopravvissuti in qualche modo. Alcuni di noi ce l’hanno fatta. Altri non sono stati così fortunati. Le nazioni occidentali non ci sono venute in aiuto. Dopo molti anni della famosa retorica di propaganda di Barre contro l’occidente, stavamo ricevendo una lezione. Ma in fondo, quelli di noi nati negli anni sessanta e cresciuti sotto la falsa retorica rivoluzionaria di Barre, contavano sull’occidente per un’ispirazione. Ascoltavamo musica occidentale e soprattutto la radio della BBC su frequenze ad onde corte e leggevamo libri proibiti come “1984” di George Orwell. In modo sciocco e ingenuo pensavamo che alle potenze occidentali interessassero la democrazia, i diritti umani e la libertà di pensiero e d’espressione di tutti i popoli. Mentre Barre diventava incredibilmente debole, isolato e nervoso, pensavamo che fosse il momento adatto per sbarazzarci del suo regime di terrore supportando il dissenso somalo progressista che viveva in tutta l’Europa, l’America e altrove.

Ma l’occidente non si interessava di noi, nè dei diritti umani. Non gli sono mai davvero interessati i diritti umani o qualsiasi altro diritto delle popolazioni non-bianche. Mentre si valuta l’attuale intromissione degli Stati Uniti negli affari interni della Somalia, è pertinente ricordare l’equivoco supporto degli Stati Uniti all’uomo che è responsabile della distruzione della Somalia.
E’ allo stesso modo indispensabile tener ben presenti le rimostranze e contro-rimostranze tra Somalia ed Etiopia, mentre valutiamo con attenzione l’attuale ingerenza dell’Etiopia negli affari interni della Somalia. Si può esserne certi, l’attuale coinvolgimento dell’Etiopia negli affari interni della Somalia è dettato sia da un interesse territoriale che dal desiderio di vendicare la guerra del 1977-78. Bush figlio e gli agenti della CIA probabilmente hanno una scarsa comprensione della storia del passato coinvolgimento americano negli affari della Somalia. Ma, prima di mettere tutte le carte politiche e strategiche nelle mani insanguinate dei “signori della guerra”, “masticatori di khat” praticamente tossicodipendenti, o continuare a strumentalizzare la retorica del fondamentalismo islamico contro i suoi avversari politici, o usare l’Etiopia per compiere in sua vece azioni criminali, l’amministrazione Bush ha bisogno di coinvolgere una porzione più ampia della popolazione somala. Certamente questo non accadrà, come ha ben dimostrato una recente conferenza sui negoziati di pace sponsorizzata dagli USA.

L’amministrazione ha invece riabilitato velocemente il termine “signori della guerra”, aggiungendoci la notazione di “laici”. Perciò “signori della guerra laici” è l’etichetta usata per designare i gruppi di ambigui criminali ai quali era stato dato freddo denaro sonante per combattere il “terrorismo islamico”. Tutto ciò ovviamente è molto sciocco e porterà solo all’aumento drammatico del supporto alle corti della Sharia.

Ma il gioco della carta del terrorismo da parte di Bush deve essere letto nel contesto delle collusioni storiche con il regime terroristico di Barre. Da questo punto di vista, il sostegno dell’amministrazione Bush ai “signori della guerra” assetati di sangue si dimostra come chiara continuazione della collusione storica dell’America con le forze reazionarie in Somalia.

Come ultimo punto vorrei brevemente parlare della condizione delle donne nell’attuale lotta per il controllo della Somalia tra i “signori della guerra” appoggiati dagli USA e le corti islamiche. In breve, nessun gruppo è una valida protezione per i diritti delle donne. In questa società musulmana, la Sharia è il fondamento morale della società somala, la legge della Sharia non può essere imposta con l’uso della violenza o minacciando le persone se la loro condotta non danneggia gli altri. Perciò, mentre il furto, la violenza sessuale e l’assassinio possono legittimamente venire puniti sotto la legge della Sharia, non indossare il tradizionale velo arabo non può venire imposto alle donne sulla base della Sharia. Questo credo morale non può essere imposto con metodi violenti perchè nel Sacro Corano c’è scritto “non vi è costrizione nella religione” [L’autrice cita “there’s compulsion in
religion”; la sura 2:256 , solitamente citata, dice che “there’s NO compulsion in religion”: refuso,
dimenticanza o volontà autoriale? n.d.t.]. Abbiamo il nostro stile somalo di vestire, e l’imposizione del velo, prevalentemente nero, sul corpo delle donne è davvero un elemento di disturbo.

Nonostante il regno di terrore di Syiad Barre, a livello culturale e sociale la Somalia in cui sono cresciuta era una società musulmana moderna, progressista e tollerante.

L’edificio più alto a Mogadiscio è una chiesa cattolica. La congregazione è prevalentemente italiana, ma altri occidentali l’hanno usata per il culto. Contrariamente alla velenosa e maligna retorica islamofobica di moda oggi, mentre i Somali hanno dovuto resistere ai piani di proselitismo dei Cristiani per convertire i Musulmani in Cristiani, gli stessi cristiani venivano rispettati, e i loro luoghi di culto erano protetti dallo Stato e dalle leggi islamiche, prima che l’autorità centrale della Somalia collassasse nel 1991. In modo simile, il codice tradizionale d’abbigliamento arabo, che è adesso prevalente in Somalia, era imposto alle donne somale sia con la violenza che con minacce. Sì, la minaccia di violenza è stata usata nei confronti delle donne per obbligarle ad obbedire ad un codice d’abbigliamento che è chiaramente estraneo alla nostra cultura.

Tuttavia è pertinente ricordare che il codice d’abbigliamento tradizionale dello stile arabo islamico è diventato predominante dopo il collasso dell’autorità centrale nel 1991.

Da questa prospettiva, il nuovo modo di vestire testimonia lo schieramento simbolico dei corpi delle donne somale come campi di battaglia sui quali viene portata avanti la guerra tra gli Islamici e i “signori della guerra” moralmente corrotti e “masticatori di khat”.

Poichè attualmente non sembra esserci una terza via progressista percorribile, grazie alla quale le donne somale possano rivendicare la partecipazione politica, realisticamente parlando, le donne somale sembrano dare supporto algi Islamici.
Questo non vuol dire che le donne somale non siano consapevoli dei loro diritti e della loro sistematica oppressione sotto il regime patriarcale islamico. Io sono venuta a conoscenza in modo chiaro della situazione delle donne sotto la legge della Sharia quando ero molto piccola. Mia madre, che è figlia di uno Sheikh molto rispettato in Somalia e ha otto fratelli, inclusi studiosi islamici, è stata vittima della più atroce ingiustizia sotto la legge della Sharia. Dopo aver dato a mio padre quattro figli, due maschi e due femmine, e mentre ancora stava allattando il più piccolo, un maschio, mio padre pensò che era venuto il tempo di prendere la sua terza moglie.

Mia madre era devastata, non semplicemente per il fatto che mio padre era attratto da una donna più giovane, ma per il modo umiliante in cui era stata messa da parte. Sapeva che se avessa chiesto il divorzio, mio padre le avrebbe portato via i figli e l’avrebbe lasciata senza niente. Mia madre ebbe un crollo totale. Mio padre divorziò da lei davanti ai suoi fratelli e la lasciò senza niente. I suoi fratelli le dissero che mio padre aveva il diritto di farle questo perchè, secondo la legge islamica, lui ha il diritto di divorziare e sposare nuove donne fintanto che il numero delle sue mogli fosse sempre nel limite di quattro. E’ da notare quanto presto viene insegnato alle giovani donne questo imperativo patriarcale. E’ pertinente ricordare che il nome di mia madre è Halima Sheikh Awesy. Perciò, si dà il caso che mia madre sia una zia dell’attuale leader spirituale delle corti della Sharia in Somalia, Sheikh Hassan Dahir, Haji/Sheikh Aweys. Se penso che le donne se la caveranno meglio di mia madre sotto le corti di legge Sharia? Ovviamente no.



[Il leader spirituale delle corti islamiche Sheikh Aweys]

Ma nello stato di instabilità politica e violenza attuale, le donne somale stanno facendo un tentativo con gli Islamici, nella speranza di poter mandare i loro bambini nelle scuole e di vivere in una relativa stabilità mentre aspettano che venga il tempo in cui potranno acquisire il potere politico necessario per influire sull’ordine pubblico e sulle decisioni politiche che riguardano la loro vita.

Amina Mire insegna Sociologia Contemporanea, Teoria della Critica Razziale e Studi sulle Donne alla Carleton University, Ottawa, Canada. Può essere contattata all’indirizzo: [email protected]

Amina Mire
Fonte: http://www.counterpunch.org/
Link: http://www.counterpunch.org/mire07312006.html
31.07.2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org di STELLA FUCCENECCO

Pubblicato da Das schloss