Di Marilina Veca per ComeDonChisciotte.org
Oggi le guerre non si dichiarano, si fanno e basta. Oggi le guerre non cominciano e non finiscono: si stemperano e si prolungano nell'oblio e nella conflittualità permanente. Le guerre di armi si preparano attraverso guerre di parole. Propaganda, bombardamento mediatico, messaggi occulti e palesi, costruzione di false prove, inversione totale delle realtà oggettiva, testimoni falsi, opinionisti famosi e buonisti di professione: tutto serve a rendere accettabile la guerra vera, quella delle armi.
E' sufficiente chiamare le guerre in altro modo: ricordate gli "interventi umanitari" che hanno distrutto la Jugoslavia? Basta chiamare così una selvaggia aggressione, e tutto passa.
In fin dei conti è un gioco di prestigio, una facile magia: cambiare i nomi a cose, organizzazioni, persone, per ottenere un risultato di immagine opposto a quello reale. L'ultimo esempio di una lunga serie? Fra il 24 e il 25 di Luglio i Tg Rai - Rai 1 e Rai 2 - titolano il servizio sulle ennesime violenze israeliane in Cisgiordania in questo modo quasi umoristico "Palestinesi attaccano un gruppo di escursionisti israeliani": ed è subito polemica sul ribaltamento totale della narrazione sulla violenza dei coloni in Cisgiordania, descritti dai creativi giornalisti del servizio pubblico come una sorta di Club delle Giovani Marmotte con cappellini, zainetti e borracce, intenti a fare una innocente passeggiata in luoghi di sofferenza e distruzione per i palestinesi e di quotidiane intrusioni violente, spesso con epiloghi tragici, da parte di coloni israeliani.
La violenta provocazione dei coloni armati, artefici degli insediamenti illegali in Cisgiordania, è trasformata nei telegiornali del servizio pubblico in un agguato palestinese contro dei giocondi escursionisti in cerca di farfalle o di funghi, magari escursionisti un po' bizzarri che si portano dietro l'M-16 durante le liete passeggiate in montagna. E la notizia - non un po' distante dalla verità, ma completamente opposta alla verità - diventa "Un gruppo di palestinesi ha attaccato alcuni israeliani che stavano facendo un'escursione". I servizi del Tg1 e del Tg2, tra il 24 e il 25 di luglio, si sono espressi candidamente in questi termini, descrivendo quanto avvenuto venerdì nel villaggio palestinese di Tell, a ridosso della colonia di Havat Gilad. E così, solo usando la parla "escursionista", l'ennesima provocazione dei coloni israeliani in Cisgiordania - poi degenerata in violenze e massacri - si è trasformata nei telegiornali del servizio pubblico della Rai in un agguato palestinese contro dei civili a passeggio. È il giornalista Rai, Giovan Battista Brunori, autore dei servizi video in questione e di alcuni collegamenti in diretta, l'esemplare creatore del mito degli escursionisti.
In fondo, basta chiamare le cose con altre parole. E le parole non sono neutrali, le parole uccidono.
Alcuni membri del Cda Rai - Alessandro di Majo, Davide Di Pietro e Roberto Natale - hanno scritto una nota che cerca di mettere una pezza a colori sull'accaduto: "Ovvie le proteste di chi chiede sia chiamata col suo nome - e non derubricata a passeggiata turistica - l'occupazione messa in atto dai coloni col supporto del governo Netanyahu. Compete al servizio pubblico evitare di farsi portavoce - anche involontariamente - di posizioni propagandistiche che hanno il solo effetto di esacerbare la discussione su un tema tanto caldo".
Secondo noi il discorso ha radici più profonde e non si risolve scagliandosi contro il singolo giornalista che non fa che mettere in atto un sistema di pensiero e di informazione che gestisce il mondo della comunicazione da molti anni.
Le guerre di armi si preparano attraverso guerre di parole. Inversione totale delle realtà oggettiva: tutto serve a rendere accettabile la guerra vera, quella delle armi. La pietà diventa selettiva, il pacifismo opportunista e privo di vergogna nell'inviare e vendere armi. Le lacrime si sprecono per alcuni, gli occhi si fanno secchi per chi non ha l'imprimatur di vittima da parte del potere mediatico. E soprattutto non si deve dimenticare un semplice accorgimento per far passare ed accettare le menzogne dell'informazione: basta cambiare i nomi a cose, organizzazioni, persone, per ottenere un risultato di immagine opposto a quello reale.
Un esempio di qualche anno che prelude a quello che accade oggi (preferiamo rifarci ad avvenimenti passati da un certo tempo e non all'attualità per cercare di avere uno sguardo più distaccato e obiettivo): un laboratorio fondamentale per questa attività di distorsione/falsificazione/travisamento del reale è stato ed è il Kosovo. Paradigma di questo travestissement è stato l'atto preliminare alla nascita dell'illegittima "Repubblica del Kosovo": lo "scioglimento" del criminale esercito terrorista dell'UCK, dichiarato "disciolto" con suoni di trombe e compiacimento buonista, prontamente trasformato in TMK, cosiddetto "Corpo di Protezione Civile", che di protezione civile non ha veramente nulla, addestrato ed armato.
Quanto ha pesato la falsa informazione per legittimare l'aggressione della NATO (Italia inclusa) alla Yugoslavia? Foto false o attribuite al contesto sbagliato, video falsi estremamente realistici - o "deepfake" - hanno manipolato i contenuti visivi per influenzare l'opinione pubblica e diffondere la disinformazione.
È diventato sempre più facile ingannare l'occhio umano, d'altronde la manipolazione delle immagini è vecchia almeno quanto la fotografia.
Basta un software scaricato da Internet, qualche immagine presa qua e là dai motori di ricerca o sui social media e chiunque può creare video falsi da diffondere a macchia d'olio sul Web.
E cosa significa "deepfake"? Il termine "deepfake" è stato coniato nel 2017 e deriva dalla contrazione di "deep learning" (l'apprendimento automatico "profondo" che si basa sull'intelligenza artificiale) e "fake" (falso in inglese). Il deepfake utilizza l'intelligenza artificiale per generare immagini sintetiche così reali da ingannare non solo i nostri occhi, ma anche gli algoritmi usati per riconoscerli. La tecnologia si è dimostrata capace di sovrapporre i volti di due persone diverse per creare un falso profilo o una falsa identità. La manipolazione delle informazioni è esplosa, fino a diventare un problema di sicurezza nazionale in molte parti del pianeta con l'avvento dei social media.
I deepfake sono un mezzo di disinformazione molto potente perché le persone tendono ancora a credere a ciò che vedono.
"Con l'aumento della consapevolezza dei deepfake, l'incertezza su ciò che è reale e ciò che non lo è può avere un effetto indesiderato e creare una cultura di "negazione plausibile" in cui nessuno è disposto ad assumersi la responsabilità perché tutto potrebbe essere falsificato" ha scritto la ricercatrice Nina Schick nel suo libro Deepfakes: The Coming Infocalypse.
"I deepfake potrebbero dare a chiunque il potere di falsificare qualsiasi cosa, e se tutto può essere falsificato, allora chiunque può rivendicare la negazione plausibile", sostiene Schick.
E oltre alla manipolazione delle immagini attraverso video e foto, si afferma sempre più la manipolazione delle parole, usate con significati deviati, addirittura opposti, a quelli comunemente ritenuti validi: le parole - spesso in un inglese tanto dominante quanto storpiato da imbonitori televisivi - multietnico, basso profilo, status, standard, road map, peace keeping, peace enforcing, humanitarian mission, intelligent bombing, ci rivelano l'importanza dei nomi e delle parole-chiave nel politically correct.
Lo dicevamo all'inizio di queste riflessioni: oggi le guerre non si dichiarano, si fanno e basta.
Oggi le guerre non cominciano e non finiscono mai: si stemperano e si prolungano nell'oblio e nella conflittualità permanente.
Le guerre di armi si preparano attraverso guerre di parole. Propaganda, bombardamento mediatico, messaggi occulti e palesi, costruzione di false prove, inversione totale delle realtà oggettiva, testimoni falsi, testimonial famosi e buonisti di professione: tutto serve a rendere accettabile la guerra vera, quella delle armi. È sufficiente chiamare le guerre in altro modo: per esempio "interventi umanitari", e tutto cambia. Cambiare i nomi a cose, organizzazioni, persone, per ottenere un risultato di immagine opposto a quello reale.
Qualcosa di tutto questo vi richiama quel che accade in questi giorni per quanto riguarda le attuali situazioni belliche, il ruolo della Nato, l'informazione distorta e, anche, gli escursionisti in Cisgiordania?
La battaglia per un'informazione corretta è una battaglia perduta?
Per combattere le deepfake è essenziale creare consapevolezza e sviluppare coscienza critica e profondo senso di responsabilità: non usare il televisore come feticcio, non bere l'acqua avvelenata dei social e dei "dice che...". Dobbiamo imparare e insegnare a curare il senso critico, l'umiltà e lo studio continuo, l'approfondimento e la voglia di apprendere, l'attenzione alle fonti e la capacità di mettere in discussione ciò che vediamo su Internet, il senso di responsabilità che consiste nel non diffondere indiscriminatamente qualsiasi contenuto. Ne va della nostra vita, perché le parole uccidono.
Di Marilina Veca per ComeDonChisciotte.org
30.07.2026
Marilina Veca. Giornalista, saggista e scrittrice. La sua ultima fatica è Uranio impoverito: la Terra è tutta un lutto, Sensibili alle foglie (2023).
--
Le opinioni espresse dall'autore potrebbero non coincidere con la linea editoriale di ComeDonChisciotte.org
Commenti (0)
Per commentare accedi all area riservata con un account abilitato.
Accedi per commentare Registrati