La globalizzazione si è fermata a Davos? Il World Economic Forum 2022

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Di Luca Lanzalaco per ComeDonChisciotte.org

Dal 22 al 26 maggio 2022 si è tenuto a Davos l’incontro annuale del World Economic Forum (WEF) il principale appuntamento delle élite economiche, finanziarie, politiche e culturali a livello globale. Un meeting particolarmente significativo in quanto non solo è avvenuto in presenza, dopo due anni di pausa dovuta alla pandemia, ma si è svolto mentre è in corso il conflitto russo-ucraino che rischia di trasformarsi nella terza guerra mondiale.

Il tema al centro della riunione – History at a Turning Point: Government Policies and Business Strategies – sembra rivelare la consapevolezza delle élite di trovarsi in una fase particolare, un punto di svolta appunto, nella evoluzione dello scenario geopolitico e geoeconomico mondiale. Ma, come vedremo tra poco, non bisogna lasciarsi trarre in inganno.

In un articolo uscito sul New York Times il 21 maggio 2022, intitolato This Year at Davos: A Referendumon Davos Itself, si afferma che “oggi, tutto ciò che Davos rappresenta – la globalizzazione, il liberalismo, il capitalismo del libero mercato, la democrazia rappresentativa – sembra essere sotto attacco” (Gelles 2022). E, si noti, un attacco non sferrato dalle forze politiche antiglobaliste e antiestablishment, come il World Social Forum, ma generato dalle dinamiche attivate dalle stesse politiche neoliberiste e globaliste.

Di questo – ci avverte l’editorialista di CNN Business Julia Horowitz (2022) – pare che le élite, a parte il titolo altisonante dell’incontro, non abbiano contezza. E, infatti, basta scorrere i sei temi al centro degli incontri – ricostruire la cooperazione globale; ribilanciare l’economia; società, uguaglianza e salute globale; natura, cibo e clima; trasformazione industriale; innovazione, governance e sicurezza informatica – per vedere come, oltre ad alcuni argomenti classici degli incontri del WEF ai quali si aggiungono nuove tematiche, manchi completamente un minimo di riflessione sul ruolo delle élite, sul fallimento delle loro politiche, sui danni provocati dalla globalizzazione e dal capitalismo finanziario, sul nuovo assetto che si sta delineando sull’arena internazionale e, ultimo ma non ultimo, sull’opportunità di un nuovo modello di sviluppo.

Ancora una volta, secondo le parole di Jeffrey Sonnenfeld, docente di gestione aziendale a Yale, “Davos è la rappresentazione plastica (epitome) di una delle principali sfide per la società attualmente, che è costituita dalle élite autocelebrative” (citato in Horowitz 2022, corsivo nostro).

Di fronte a questo autocompiacimento dell’establishment, assai poco incline all’autocritica, la prima reazione sicuramente è la stigmatizzazione. È una risposta giusta e condivisibile, ma non sufficiente in quanto si limita a condannare la chiusura dell’élite globale e la sua linea di condotta, senza coglierne la logica e le contraddizioni interne. Cosa è il WEF? Perché è così influente? Quali funzioni svolge?

Cosa è il WEF? Vediamo, anzitutto, cosa non è il Forum di Davos. Non è “un grande cocktail party” come ha affermato con invidiabile sfrontatezza George Soros, abituale frequentatore della kermesse (Graz 2003, 321). Non si pagano decine di migliaia di dollari per partecipare a un party, così come non si mobilitano cinquemila poliziotti per proteggere da intrusi un semplice rinfresco tra amici.

Evidentemente è qualcosa di più. Non è nemmeno un semplice think tank – quello che in italiano si chiama un “pensatoio” – dove ci si scambiano opinioni e progetti sul futuro del mondo in un brain storming su scala globale (Garsten e Sörbom 2014). La discussione dei temi è estremamente strutturata e, soprattutto, l’accesso ai forum di discussione è rigorosamente e rigidamente regolato. Insomma, tutto meno che libera circolazione delle idee.

E, infine, il WEF non è solo l’incontro di Davos che costituisce la vetrina di una organizzazione con 1000 affiliati, 600 dipendenti, quattro sedi dislocate su tutto il territorio planetario (Cologny, Pechino, New York e Tokio) che si è sviluppato rapidamente e svolge una frenetica attività in una molteplicità di settori (Agarwal 2019). Cosa è dunque il WEF? Nel 1971, quando viene fondato, è una novità: “un organismo con una tale portata chiaramente non era mai esistito prima. È una vera Internazionale del capitale, il primo forum identificabile nel quale progetti di controllo vengono discussi e, se necessario, adattatati su scala globale” (Van der Pijl 1998, K. 1998, 133).

Perché è influente? Lo strumento attraverso cui il WEF esercita questo controllo è la definizione dell’agenda politica (Garsten e Sörbom 2014). Nel processo di produzione delle politiche pubbliche (policy making process) la formulazione dell’agenda, sia essa globale, nazionale, regionale o locale) è la fase nella quale vengono individuati i problemi che debbono essere affrontati e l’ordine delle priorità. Determinare l’agenda significa quindi stabilire quali temi possono essere oggetto di dibattito pubblico e, in ultima analisi, di decisione politica. E, parallelamente significa anche stabilire quali temi non debbono essere discussi in quanto non costituiscono delle priorità.

Normalmente, nel dibattito, si focalizza l’attenzione sulle tematiche incluse nell’agenda. Politicamente, invece, è più rilevante analizzare ciò che viene escluso dall’agenda. Riuscire a far inserire un tema in agenda richiede l’impiego di risorse del potere, non fosse altro che per sensibilizzare l’opinione pubblica, così come le richiede anche il mantenere un tema in agenda per un lungo intervallo di tempo.

I temi esclusi dall’agenda sono quindi quelli dei gruppi sociali meno influenti, anche se talvolta sono i più numerosi. Il fatto che il WEF controlli l’agenda globale ha inoltre delle implicazioni anche per le singole agende nazionali che si conformeranno alle priorità stabilite nel corso degli incontri annuali a Davos. Non sarà sfuggito che alcuni dei tempi di Davos 2022 li ritroviamo anche nei Pnrr nazionali dei paesi europei. Insomma, è vero che in politica è importante condizionare il contenuto delle decisioni, ma è ancora più importante determinare cosa deve essere oggetto di decisione e cosa, invece, deve essere considerato irrilevante.

Il WEF attraverso il controllo sull’agenda politica riesce quindi a condizionare le politiche pur non avendo alcun rapporto diretto con le istituzioni politiche (Garsten e Sörbom 2018). Questa estraneità non è un incidente di percorso, ma una scelta precisa, quasi un suo elemento costitutivo. Il WEF nasce proprio per ovviare ai limiti dell’ONU ritenuta “troppo inerte, troppo lenta nell’avviare i processi di cambiamento e troppo esclusiva nella sua composizione, reggendosi sugli stati-nazione e non essendo stata in grado di includere le posizioni delle grandi imprese e di altre comunità organizzate” (Garsten e Sörbom 2021, 547).

Queste parole, tratte da una intervista ad un alto dirigente del WEF, chiariscono, se mai ce ne fosse bisogno, quali sono gli attori che promuovono, affermano e consolidano quella che viene chiamata antipolitica. Non i movimenti sbrigativamente etichettati come antiglobalisti, sovranisti e populisti, che “fanno politica” a tutti gli effetti, bensì le élite economiche e finanziarie transnazionali e le loro espressioni organizzate che dai primi anni ’70 in poi hanno cercato di spostare al di fuori delle sedi politiche i processi decisionali e la produzione delle politiche pubbliche.

Il WEF costituisce un esempio lampante di quella che Christan Salmon (2014, 19-22) ha definito l’insovranità della politica, ovvero la decostruzione della funzione politica.

Decisioni che hanno una chiara valenza politica su scala globale vengono ridefinite come questioni manageriali e spostate in sedi non politiche, non rappresentative, che sfuggono ad ogni forma di controllo. La dimensione politica della globalizzazione consiste esattamente in questo, nella depoliticizzazione dell’agenda politica e delle politiche pubbliche, in particolare quelle economiche.

In quanto “Internazionale del capitale” il WEF contribuisce quindi alla costruzione della coscienza di classe delle élite globali e globaliste, cioè della borghesia economica transnazionale che è emersa in seguito al processo di globalizzazione. Si spiegano così sia l’elevata visibilità mediatica che viene data all’incontro di Davos, sia la presenza di rigidi meccanismi che regolano sia la partecipazione all’’evento nel suo complesso che la presenza ai singoli panel.

Si realizza così una duplice differenziazione di status. Anzitutto, si rende esplicita la distinzione tra le élite e le masse, tra i pochi che stanno rintanati nella ridente località alpina e gli otto miliardi di comuni mortali la cui esistenza dipenderà da quanto discusso dalle 3.500 persone tra imprenditori, politici, scienziati e giornalisti che si danno appuntamento sulle alpi svizzere con il generoso intento di rendere il mondo un posto migliore (Garsten e Sörbom 2021, 547).

In secondo luogo, all’interno di questa esclusiva élite, vi è una ulteriore scrematura. Sulla base del contributo dato alla fondazione del Forum e delle quote associative pagate, i partecipanti acquisiscono differenti diritti di accesso agli incontri più o meno riservati (panel, workshop, pranzi). Insomma, siamo tra pari, ma non tra uguali.

Come funziona il WEF? Come accade in ogni organizzazione, il Forum non può offrire solo degli incentivi collettivi al suo gruppo di riferimento, in questo caso le élite globali, ma deve anche distribuire degli incentivi selettivi a coloro che partecipano alle attività del Forum e le finanziano. Qui gli aspetti identitari e di classe perdono di rilevanza e la assumono invece i contatti, gli affari, il business.

Il WEF non ha solo la funzione di costruire la coscienza di classe delle élite transnazionali e di formulare l’agenda politica globale, ne svolge anche una altrettanto importante di networking, cioè di creazione di relazioni tra imprese e politici. È interessante comprendere come funziona questo meccanismo perché è il fulcro degli incontri di Davos e, più in generale, del WEF. Vediamo un esempio, tratto dalla realtà, riportato da Garsten e Sörbom (2021, 552).

Durante un incontro a Davos viene offerto un pranzo riservato per discutere di “Cosa fare con l’Artico”.

Lo scioglimento dei ghiacciai è evidentemente uno dei temi in agenda. L’emergenza a cui far fronte, notano le Autrici, offre opportunità di investimento alle imprese che operano nel settore della logistica e dell’estrazione del petrolio.

I partecipanti al pranzo erano il primo ministro di un Paese nordico, alcuni rappresentanti del Consiglio artico, una scienziata e l’amministratore delegato o i top manager di alcune imprese interessate all’area. Nel corso del pranzo di lavoro, ognuno dei partecipanti ha espresso le sue posizioni. In sintesi, il primo ministro disse che le imprese erano benvenute nell’Artico a condizione che rispettassero le normative, l’amministratore delegato fece presente l’importanza di affrontare la sfida stabilendo preventivamente delle linee guida, la scienziata chiese di tenere presenti le conseguenze ambientali dell’intervento.

Dalla ricostruzione dell’Artic lunch, che qui abbiamo sintetizzato si evincono chiaramente due punti. Il primo è che viene dichiarata la presenza di una emergenza globale – i problemi di cui si occupa il WEF vengono sempre tematizzati come emergenze, che richiedono soluzioni straordinarie – che è interesse collettivo risolvere. Il secondo punto, più importante, è che questo problema pubblico verrà risolto dall’intervento, certamente non a titolo gratuito, di un attore privato. Non a caso il Forum si autodefinisce una “Organizzazione Internazionale per la Cooperazione Pubblico-Privato” (Garsten e Sörbom (2021, 548, virgolettato e maiuscole nell’originale).

Ora il meccanismo è chiaro. Il WEF nell’incontro di Davos discute di emergenze globali, che sono state preventivamente individuate, e le imprese, con grande tempestività si offrono come attori in grado di risolverle investendo in specifici progetti.

Questo vale, ovviamente, non solo per lo scioglimento dei ghiacciai dell’Artico, ma anche per le infrastrutture, l’emergenza sanitaria, l’emergenza climatica, i crimini informatici, la digitalizzazione, la desertificazione ed altro ancora. La formulazione dell’agenda globale opera quindi, da un lato, come meccanismo di esclusione di determinate tematiche (per esempio il controllo sulle transazioni finanziarie o l’industria bellica) e, dall’altro, come canale per offrire lucrose opportunità di investimenti per le imprese.

Per concludere. E veniamo quindi alla questione da cui eravamo partiti: con Davos 2022 si chiude la globalizzazione? Ciao globalizzazione come intitola un suo recentissimo articolo Danilo Taino (2022)? E, davvero, Il motore della globalizzazione si è rotto, come recita il titolo dell’altrettanto recente articolo dell’economista Alessandro Penati (2022)? La risposta a questi interrogativi dipende da quali fonti utilizziamo.

Se guardiamo i documenti ufficiali di Davos 2022 la risposta è negativa. La globalizzazione non si è fermata, o meglio non si vuole che si fermi. Basta vedere l’enfasi attribuita sul sito del WEF al passaggio in cui Thomas Friedman, editorialista di Foreign Affairs e del New York Times, intervistato da Adrian Monck, Direttore generale del WEF, afferma “se la prima guerra mondiale non ha fermato la globalizzazione, se la seconda guerra mondiale non ha fermato la globalizzazione, cosa le fa pensare che la guerra tra l’Ucraina e la Russia stia per fermare la globalizzazione?” (WEF 2022a).

Ma ancora più esplicito, e per alcuni aspetti stucchevole, è il Libro bianco Four Futures for Economic Globalization: Scenarios and Their Implications (WEF 2022b), che è servito come base alla discussione sulle prospettive della globalizzazione.

Discussione che, vale la pena notarlo, è durata esattamente due ore e mezza così ripartite: un’oretta il 23 maggio, mezz’ora il 25 maggio e, di nuovo un’oretta, durante la pausa pranzo, sempre lo stesso giorno (WEF 2022c). Insomma, un tema marginale: se si è già stabilito che la globalizzazione non si arresta, perché stare a discutere del suo futuro?

E, infatti, questo è quello che emerge dal Libro bianco (WEF 2022b). Dopo aver analizzato quattro possibili scenari in termini di integrazione su scala globale o, alternativamente, frammentazione su scala nazionale e regionale delle transazioni fisiche (cioè commerciali e del mercato del lavoro) e virtuali (cioè tecnologia e digitalizzazione), il Libro bianco conclude che dato che

i tradizionali fattori trainanti della globalizzazione hanno raggiunto una giuntura critica (…) è necessario che i politici (policy makers) e gli imprenditori (businessleaders) prendano delle decisioni proattive per assicurare che la globalizzazione non sia un fine in sé, ma un mezzo per raggiungere altri fini

Quindi

l’alta probabilità che sia la cooperazione che il nazionalismo economico si verifichino contemporaneamente richiede che si vada oltre la narrazione semplicistica e viziata ideologicamente ‘globalizzazione’ contro ‘deglobalizzazione’ e che si plasmi proattivamente un futuro che ottimizzi i risultati economici e sociali

(WEF 2022b, 10, corsivo nostro).

Come?

Prosegue il Libro bianco: “le implicazioni di queste realtà alternative fanno puntare a ‘no-regretmoves’ per i decisori del settore pubblico, privato e oltre” (ibidem). Per no-regretmoves – letteralmente “azioni senza ripianti” o “azioni prioritarie” – nella letteratura manageriale si intendono quelle decisioni e quei comportamenti che, in un dato momento, possono generare effetti positivi a prescindere dallo scenario futuro che prevarrà.

Ma poi si capisce immediatamente cosa intende il rapporto per no-regret moves. “La resilienza economica può essere raggiunta meglio con la cooperazione, la condivisione e la diversificazione. Rafforzare le reti a livello regionale può aiutare i paesi ad aumentare la resilienza più dell’isolazionismo. Similmente, la cooperazione globale è cruciale per gestire la crisi climatica” (WEF 2002b, 10). Quindi, avanti con la globalizzazione, magari moderando la standardizzazione e concedendo più spazio alla diversificazione.

Se, invece, prendiamo in considerazione i dati empirici, vediamo che queste considerazioni sono a dir poco anacronistiche. La globalizzazione ha subito un rallentamento ben prima di Davos 2022. Dai dati forniti dall’Istituto di ricerche KOF (2019), la fonte più attendibile sui processi di globalizzazione, risulta che il Globalization Index aggregato – quindi globalizzazione economico-finanziaria, sociale e politica – si è quasi stabilizzato (vedi figura).

La globalizzazione si è fermata a Davos? Il World Economic Forum 2022

L’ondata di globalizzazione si è significativamente smorzata a partire dal 2010, se non prima. L’unico settore in cui la crescita è sostenuta è la globalizzazione finanziaria di cui, ovviamente, il Forum di Davos 2022 non si è minimamente occupato. Anche da un recente articolo dell’Harvard Business Review (Altman e Bastian 2022), emerge che la pandemia ha provocato una flessione negli indicatori di globalizzazione che poi sono tornati ai valori precedenti. Insomma, se per ora non si può parlare di deglobalizzazione, certamente vi è stata una stabilizzazione dei valori che rendono alquanto implausibile la prosecuzione del processo soprattutto se si tiene conto del fatto che, come ci ricorda Julia Horowitsìz (2022), nel frattempo il mondo è cambiato. Insomma, la globalizzazione non si è fermata a Davos, nel resto del mondo sì. Sarà meglio avvertire di ciò le élite globali.

Di Luca Lanzalaco per ComeDonChisciotte.org

Luca Lanzalaco è professore ordinario di Scienza politica presso l’Università di Macerata. Ha recentemente pubblicato, con Giampiero Cama e Sara Rocchi, Le banche centrali prima e dopo la crisi. Politica e politiche monetarie non convenzionali (ATì editore, 2019) e Fragile Boundaries. The Power of Global Finance and the Weakness of Political Institutions (Rivista Italiana di Politiche pubbliche, 2/2015, il Mulino). E’ autore del libro L’euro e la democrazia. Dalla crisi greca al nuovo Mes (Youcanprint, Bari, 2022).

Riferimenti bibliografici
Agarwal, S. C. (2019), World Economic Forum & its Organization, Membership & Activities, “International Journal of Tax Economics and Management”, Vol. 2, No.1. pp. 1-15.

Altman, S.A., Bastian, C., R. (2022), The State of Globalization in 2022, “Harvard Business Review”, April 12, 2022, in: https://hbr.org/2022/04/the-state-of-globalization-in-2022.

Garsten, C., Sörbom, A. (2014), Think tanks as policy brokers in partially organized fields: The case of World Economic Forum, Stockolm, SCORE, Stockolm Center for Organizational Research, in http://www.score.su.se/polopoly_fs/ 1.218243.1421660785!/menu/standard/file/Scorerapport%202014_3.pdf

Garsten, C., Sörbom, A. (2018), Discreet Power: How the World Economic Forum Shapes Market Agendas, Stanford, Stanford University Press.

Garsten, C., Sörbom, A. (2021), Discretionary Governance. Selection, Secrecy, and Status within the World Economic Forum, “Global Governance”, 27, pp. 540–560.

Gelles, D. (2022), This Year at Davos: A Referendum on Davos Itself, “New York Times”, 21 maggio 2022, in https://www.nytimes.com/2022/05/21/business/dealbook/world-economic-forum-davos.html.

Graz, J.-C. (2003), How Powerful are Transnational Elite Clubs? The Social Myth of the World Economic Forum, “New Political Economy”, Vol. 8, No. 3, November 2003, pp. 321-340.

Horowitsìz, J. (2022), Davos is back and the world has changed. Have the global elite noticed?, CNN Business, 23 maggio 2022, in: https://edition.cnn.com/2022/05/22/business/davos-2022-preview/index.html.

KOF (2019), KOF Globalization Index, https://kof.ethz.ch/en/ forecasts-and-indicators/indicators/kof-globalisation-index.html

Penati, A. (2022), Il motore della globalizzazione si è rotto. E salvatori europei non se ne vedono, “Domani”, 4 giugno 2022, p.11.

Van der Pijl, K. (1998), Transnational Classes and International Relations, London-New York, Routledge.

Salmon, C. (2014), La politica nell’era dello storytelling, Roma, Fazi.

Taino, D. (2022), Ciao globalizzazione. Rifare o dimenticare Davos, “Corriere della Sera”, inserto “L’Economia”, 30 maggio 2022, p. 6.

WEF (2022a), Is globalization dead? Author and columnist Thomas Friedman in conversation at Davos 2022, in: https://www.weforum.org/agenda/2022/06/thomas-friedman-is-globalization-dead-davos-2022-agenda-dialogues/

WEF (2022b), Four Futures for Economic Globalization: Scenarios and Their Implications, White Paper, May, 23 2022, World Economic Forum, in https://www3.weforum.org/docs/WEF_Four_Futures_for_Economic_Globalization_2022.pdf.

WEF (2022c), Is there a future for globalization? Business leaders discuss at Davos 2022, in: https://www.weforum.org/agenda /2022/05/globalization-business-leaders-davos22/.

Pubblicato da Verdiana Siddi per ComeDonChisciotte.org

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