La globalizzazione si è fermata a Davos? Il World Economic Forum 2022

La globalizzazione si è fermata a Davos? Il World Economic Forum 2022

Di Luca Lanzalaco per ComeDonChisciotte.org

Dal 22 al 26 maggio 2022 si è tenuto a Davos l’incontro annuale del World Economic Forum (WEF) il principale appuntamento delle élite economiche, finanziarie, politiche e culturali a livello globale. Un meeting particolarmente significativo in quanto non solo è avvenuto in presenza, dopo due anni di pausa dovuta alla pandemia, ma si è svolto mentre è in corso il conflitto russo-ucraino che rischia di trasformarsi nella terza guerra mondiale.

Il tema al centro della riunione - History at a Turning Point: Government Policies and Business Strategies – sembra rivelare la consapevolezza delle élite di trovarsi in una fase particolare, un punto di svolta appunto, nella evoluzione dello scenario geopolitico e geoeconomico mondiale. Ma, come vedremo tra poco, non bisogna lasciarsi trarre in inganno.

In un articolo uscito sul New York Times il 21 maggio 2022, intitolato This Year at Davos: A Referendumon Davos Itself, si afferma che “oggi, tutto ciò che Davos rappresenta – la globalizzazione, il liberalismo, il capitalismo del libero mercato, la democrazia rappresentativa – sembra essere sotto attacco” (Gelles 2022). E, si noti, un attacco non sferrato dalle forze politiche antiglobaliste e antiestablishment, come il World Social Forum, ma generato dalle dinamiche attivate dalle stesse politiche neoliberiste e globaliste.

Di questo – ci avverte l’editorialista di CNN Business Julia Horowitz (2022) – pare che le élite, a parte il titolo altisonante dell’incontro, non abbiano contezza. E, infatti, basta scorrere i sei temi al centro degli incontri – ricostruire la cooperazione globale; ribilanciare l’economia; società, uguaglianza e salute globale; natura, cibo e clima; trasformazione industriale; innovazione, governance e sicurezza informatica – per vedere come, oltre ad alcuni argomenti classici degli incontri del WEF ai quali si aggiungono nuove tematiche, manchi completamente un minimo di riflessione sul ruolo delle élite, sul fallimento delle loro politiche, sui danni provocati dalla globalizzazione e dal capitalismo finanziario, sul nuovo assetto che si sta delineando sull’arena internazionale e, ultimo ma non ultimo, sull’opportunità di un nuovo modello di sviluppo.

Ancora una volta, secondo le parole di Jeffrey Sonnenfeld, docente di gestione aziendale a Yale, “Davos è la rappresentazione plastica (epitome) di una delle principali sfide per la società attualmente, che è costituita dalle élite autocelebrative” (citato in Horowitz 2022, corsivo nostro).

Di fronte a questo autocompiacimento dell’establishment, assai poco incline all’autocritica, la prima reazione sicuramente è la stigmatizzazione. È una risposta giusta e condivisibile, ma non sufficiente in quanto si limita a condannare la chiusura dell’élite globale e la sua linea di condotta, senza coglierne la logica e le contraddizioni interne. Cosa è il WEF? Perché è così influente? Quali funzioni svolge?

Cosa è il WEF? Vediamo, anzitutto, cosa non è il Forum di Davos. Non è “un grande cocktail party” come ha affermato con invidiabile sfrontatezza George Soros, abituale frequentatore della kermesse (Graz 2003, 321). Non si pagano decine di migliaia di dollari per partecipare a un party, così come non si mobilitano cinquemila poliziotti per proteggere da intrusi un semplice rinfresco tra amici.

Evidentemente è qualcosa di più. Non è nemmeno un semplice think tank – quello che in italiano si chiama un “pensatoio” – dove ci si scambiano opinioni e progetti sul futuro del mondo in un brain storming su scala globale (Garsten e Sörbom 2014). La discussione dei temi è estremamente strutturata e, soprattutto, l’accesso ai forum di discussione è rigorosamente e rigidamente regolato. Insomma, tutto meno che libera circolazione delle idee.

E, infine, il WEF non è solo l’incontro di Davos che costituisce la vetrina di una organizzazione con 1000 affiliati, 600 dipendenti, quattro sedi dislocate su tutto il territorio planetario (Cologny, Pechino, New York e Tokio) che si è sviluppato rapidamente e svolge una frenetica attività in una molteplicità di settori (Agarwal 2019). Cosa è dunque il WEF? Nel 1971, quando viene fondato, è una novità: “un organismo con una tale portata chiaramente non era mai esistito prima. È una vera Internazionale del capitale, il primo forum identificabile nel quale progetti di controllo vengono discussi e, se necessario, adattatati su scala globale” (Van der Pijl 1998, K. 1998, 133).

Perché è influente? Lo strumento attraverso cui il WEF esercita questo controllo è la definizione dell’agenda politica (Garsten e Sörbom 2014). Nel processo di produzione delle politiche pubbliche (policy making process) la formulazione dell’agenda, sia essa globale, nazionale, regionale o locale) è la fase nella quale vengono individuati i problemi che debbono essere affrontati e l’ordine delle priorità. Determinare l’agenda significa quindi stabilire quali temi possono essere oggetto di dibattito pubblico e, in ultima analisi, di decisione politica. E, parallelamente significa anche stabilire quali temi non debbono essere discussi in quanto non costituiscono delle priorità.

Normalmente, nel dibattito, si focalizza l’attenzione sulle tematiche incluse nell’agenda. Politicamente, invece, è più rilevante analizzare ciò che viene escluso dall’agenda. Riuscire a far inserire un tema in agenda richiede l’impiego di risorse del potere, non fosse altro che per sensibilizzare l’opinione pubblica, così come le richiede anche il mantenere un tema in agenda per un lungo intervallo di tempo.

I temi esclusi dall’agenda sono quindi quelli dei gruppi sociali meno influenti, anche se talvolta sono i più numerosi. Il fatto che il WEF controlli l’agenda globale ha inoltre delle implicazioni anche per le singole agende nazionali che si conformeranno alle priorità stabilite nel corso degli incontri annuali a Davos. Non sarà sfuggito che alcuni dei tempi di Davos 2022 li ritroviamo anche nei Pnrr nazionali dei paesi europei. Insomma, è vero che in politica è importante condizionare il contenuto delle decisioni, ma è ancora più importante determinare cosa deve essere oggetto di decisione e cosa, invece, deve essere considerato irrilevante.

Il WEF attraverso il controllo sull’agenda politica riesce quindi a condizionare le politiche pur non avendo alcun rapporto diretto con le istituzioni politiche (Garsten e Sörbom 2018). Questa estraneità non è un incidente di percorso, ma una scelta precisa, quasi un suo elemento costitutivo. Il WEF nasce proprio per ovviare ai limiti dell’ONU ritenuta “troppo inerte, troppo lenta nell’avviare i processi di cambiamento e troppo esclusiva nella sua composizione, reggendosi sugli stati-nazione e non essendo stata in grado di includere le posizioni delle grandi imprese e di altre comunità organizzate” (Garsten e Sörbom 2021, 547).

Queste parole, tratte da una intervista ad un alto dirigente del WEF, chiariscono, se mai ce ne fosse bisogno, quali sono gli attori che promuovono, affermano e consolidano quella che viene chiamata antipolitica. Non i movimenti sbrigativamente etichettati come antiglobalisti, sovranisti e populisti, che “fanno politica” a tutti gli effetti, bensì le élite economiche e finanziarie transnazionali e le loro espressioni organizzate che dai primi anni ’70 in poi hanno cercato di spostare al di fuori delle sedi politiche i processi decisionali e la produzione delle politiche pubbliche.

Il WEF costituisce un esempio lampante di quella che Christan Salmon (2014, 19-22) ha definito l’insovranità della politica, ovvero la decostruzione della funzione politica.

Decisioni che hanno una chiara valenza politica su scala globale vengono ridefinite come questioni manageriali e spostate in sedi non politiche, non rappresentative, che sfuggono ad ogni forma di controllo. La dimensione politica della globalizzazione consiste esattamente in questo, nella depoliticizzazione dell’agenda politica e delle politiche pubbliche, in particolare quelle economiche.

In quanto “Internazionale del capitale” il WEF contribuisce quindi alla costruzione della coscienza di classe delle élite globali e globaliste, cioè della borghesia economica transnazionale che è emersa in seguito al processo di globalizzazione. Si spiegano così sia l’elevata visibilità mediatica che viene data all’incontro di Davos, sia la presenza di rigidi meccanismi che regolano sia la partecipazione all’’evento nel suo complesso che la presenza ai singoli panel.

Si realizza così una duplice differenziazione di status. Anzitutto, si rende esplicita la distinzione tra le élite e le masse, tra i pochi che stanno rintanati nella ridente località alpina e gli otto miliardi di comuni mortali la cui esistenza dipenderà da quanto discusso dalle 3.500 persone tra imprenditori, politici, scienziati e giornalisti che si danno appuntamento sulle alpi svizzere con il generoso intento di rendere il mondo un posto migliore (Garsten e Sörbom 2021, 547).

In secondo luogo, all’interno di questa esclusiva élite, vi è una ulteriore scrematura. Sulla base del contributo dato alla fondazione del Forum e delle quote associative pagate, i partecipanti acquisiscono differenti diritti di accesso agli incontri più o meno riservati (panel, workshop, pranzi). Insomma, siamo tra pari, ma non tra uguali.

Come funziona il WEF? Come accade in ogni organizzazione, il Forum non può offrire solo degli incentivi collettivi al suo gruppo di riferimento, in questo caso le élite globali, ma deve anche distribuire degli incentivi selettivi a coloro che partecipano alle attività del Forum e le finanziano. Qui gli aspetti identitari e di classe perdono di rilevanza e la assumono invece i contatti, gli affari, il business.

Il WEF non ha solo la funzione di costruire la coscienza di classe delle élite transnazionali e di formulare l’agenda politica globale, ne svolge anche una altrettanto importante di networking, cioè di creazione di relazioni tra imprese e politici. È interessante comprendere come funziona questo meccanismo perché è il fulcro degli incontri di Davos e, più in generale, del WEF. Vediamo un esempio, tratto dalla realtà, riportato da Garsten e Sörbom (2021, 552).

Durante un incontro a Davos viene offerto un pranzo riservato per discutere di “Cosa fare con l’Artico”.

Lo scioglimento dei ghiacciai è evidentemente uno dei temi in agenda. L’emergenza a cui far fronte, notano le Autrici, offre opportunità di investimento alle imprese che operano nel settore della logistica e dell’estrazione del petrolio.

I partecipanti al pranzo erano il primo ministro di un Paese nordico, alcuni rappresentanti del Consiglio artico, una scienziata e l’amministratore delegato o i top manager di alcune imprese interessate all’area. Nel corso del pranzo di lavoro, ognuno dei partecipanti ha espresso le sue posizioni. In sintesi, il primo ministro disse che le imprese erano benvenute nell’Artico a condizione che rispettassero le normative, l’amministratore delegato fece presente l’importanza di affrontare la sfida stabilendo preventivamente delle linee guida, la scienziata chiese di tenere presenti le conseguenze ambientali dell’intervento.

Dalla ricostruzione dell’Artic lunch, che qui abbiamo sintetizzato si evincono chiaramente due punti. Il primo è che viene dichiarata la presenza di una emergenza globale – i problemi di cui si occupa il WEF vengono sempre tematizzati come emergenze, che richiedono soluzioni straordinarie – che è interesse collettivo risolvere. Il secondo punto, più importante, è che questo problema pubblico verrà risolto dall’intervento, certamente non a titolo gratuito, di un attore privato. Non a caso il Forum si autodefinisce una “Organizzazione Internazionale per la Cooperazione Pubblico-Privato” (Garsten e Sörbom (2021, 548, virgolettato e maiuscole nell’originale).

Ora il meccanismo è chiaro. Il WEF nell’incontro di Davos discute di emergenze globali, che sono state preventivamente individuate, e le imprese, con grande tempestività si offrono come attori in grado di risolverle investendo in specifici progetti.

Questo vale, ovviamente, non solo per lo scioglimento dei ghiacciai dell’Artico, ma anche per le infrastrutture, l’emergenza sanitaria, l’emergenza climatica, i crimini informatici, la digitalizzazione, la desertificazione ed altro ancora. La formulazione dell’agenda globale opera quindi, da un lato, come meccanismo di esclusione di determinate tematiche (per esempio il controllo sulle transazioni finanziarie o l’industria bellica) e, dall’altro, come canale per offrire lucrose opportunità di investimenti per le imprese.

Per concludere. E veniamo quindi alla questione da cui eravamo partiti: con Davos 2022 si chiude la globalizzazione? Ciao globalizzazione come intitola un suo recentissimo articolo Danilo Taino (2022)? E, davvero, Il motore della globalizzazione si è rotto, come recita il titolo dell’altrettanto recente articolo dell’economista Alessandro Penati (2022)? La risposta a questi interrogativi dipende da quali fonti utilizziamo.

Se guardiamo i documenti ufficiali di Davos 2022 la risposta è negativa. La globalizzazione non si è fermata, o meglio non si vuole che si fermi. Basta vedere l’enfasi attribuita sul sito del WEF al passaggio in cui Thomas Friedman, editorialista di Foreign Affairs e del New York Times, intervistato da Adrian Monck, Direttore generale del WEF, afferma “se la prima guerra mondiale non ha fermato la globalizzazione, se la seconda guerra mondiale non ha fermato la globalizzazione, cosa le fa pensare che la guerra tra l’Ucraina e la Russia stia per fermare la globalizzazione?” (WEF 2022a).

Ma ancora più esplicito, e per alcuni aspetti stucchevole, è il Libro bianco Four Futures for Economic Globalization: Scenarios and Their Implications (WEF 2022b), che è servito come base alla discussione sulle prospettive della globalizzazione.

Discussione che, vale la pena notarlo, è durata esattamente due ore e mezza così ripartite: un’oretta il 23 maggio, mezz’ora il 25 maggio e, di nuovo un’oretta, durante la pausa pranzo, sempre lo stesso giorno (WEF 2022c). Insomma, un tema marginale: se si è già stabilito che la globalizzazione non si arresta, perché stare a discutere del suo futuro?

E, infatti, questo è quello che emerge dal Libro bianco (WEF 2022b). Dopo aver analizzato quattro possibili scenari in termini di integrazione su scala globale o, alternativamente, frammentazione su scala nazionale e regionale delle transazioni fisiche (cioè commerciali e del mercato del lavoro) e virtuali (cioè tecnologia e digitalizzazione), il Libro bianco conclude che dato che

i tradizionali fattori trainanti della globalizzazione hanno raggiunto una giuntura critica (…) è necessario che i politici (policy makers) e gli imprenditori (businessleaders) prendano delle decisioni proattive per assicurare che la globalizzazione non sia un fine in sé, ma un mezzo per raggiungere altri fini

Quindi

l’alta probabilità che sia la cooperazione che il nazionalismo economico si verifichino contemporaneamente richiede che si vada oltre la narrazione semplicistica e viziata ideologicamente ‘globalizzazione’ contro ‘deglobalizzazione’ e che si plasmi proattivamente un futuro che ottimizzi i risultati economici e sociali

(WEF 2022b, 10, corsivo nostro).

Come?

Prosegue il Libro bianco: “le implicazioni di queste realtà alternative fanno puntare a ‘no-regretmoves’ per i decisori del settore pubblico, privato e oltre” (ibidem). Per no-regretmoves - letteralmente “azioni senza ripianti” o “azioni prioritarie” – nella letteratura manageriale si intendono quelle decisioni e quei comportamenti che, in un dato momento, possono generare effetti positivi a prescindere dallo scenario futuro che prevarrà.

Ma poi si capisce immediatamente cosa intende il rapporto per no-regret moves. “La resilienza economica può essere raggiunta meglio con la cooperazione, la condivisione e la diversificazione. Rafforzare le reti a livello regionale può aiutare i paesi ad aumentare la resilienza più dell’isolazionismo. Similmente, la cooperazione globale è cruciale per gestire la crisi climatica” (WEF 2002b, 10). Quindi, avanti con la globalizzazione, magari moderando la standardizzazione e concedendo più spazio alla diversificazione.

Se, invece, prendiamo in considerazione i dati empirici, vediamo che queste considerazioni sono a dir poco anacronistiche. La globalizzazione ha subito un rallentamento ben prima di Davos 2022. Dai dati forniti dall’Istituto di ricerche KOF (2019), la fonte più attendibile sui processi di globalizzazione, risulta che il Globalization Index aggregato - quindi globalizzazione economico-finanziaria, sociale e politica – si è quasi stabilizzato (vedi figura).

La globalizzazione si è fermata a Davos? Il World Economic Forum 2022

L’ondata di globalizzazione si è significativamente smorzata a partire dal 2010, se non prima. L’unico settore in cui la crescita è sostenuta è la globalizzazione finanziaria di cui, ovviamente, il Forum di Davos 2022 non si è minimamente occupato. Anche da un recente articolo dell’Harvard Business Review (Altman e Bastian 2022), emerge che la pandemia ha provocato una flessione negli indicatori di globalizzazione che poi sono tornati ai valori precedenti. Insomma, se per ora non si può parlare di deglobalizzazione, certamente vi è stata una stabilizzazione dei valori che rendono alquanto implausibile la prosecuzione del processo soprattutto se si tiene conto del fatto che, come ci ricorda Julia Horowitsìz (2022), nel frattempo il mondo è cambiato. Insomma, la globalizzazione non si è fermata a Davos, nel resto del mondo sì. Sarà meglio avvertire di ciò le élite globali.

Di Luca Lanzalaco per ComeDonChisciotte.org

Luca Lanzalaco è professore ordinario di Scienza politica presso l’Università di Macerata. Ha recentemente pubblicato, con Giampiero Cama e Sara Rocchi, Le banche centrali prima e dopo la crisi. Politica e politiche monetarie non convenzionali (ATì editore, 2019) e Fragile Boundaries. The Power of Global Finance and the Weakness of Political Institutions (Rivista Italiana di Politiche pubbliche, 2/2015, il Mulino). E’ autore del libro L’euro e la democrazia. Dalla crisi greca al nuovo Mes (Youcanprint, Bari, 2022).

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Riferimenti bibliografici
Agarwal, S. C. (2019), World Economic Forum & its Organization, Membership & Activities, “International Journal of Tax Economics and Management”, Vol. 2, No.1. pp. 1-15.

Altman, S.A., Bastian, C., R. (2022), The State of Globalization in 2022, “Harvard Business Review”, April 12, 2022, in: https://hbr.org/2022/04/the-state-of-globalization-in-2022.

Garsten, C., Sörbom, A. (2014), Think tanks as policy brokers in partially organized fields: The case of World Economic Forum, Stockolm, SCORE, Stockolm Center for Organizational Research, in http://www.score.su.se/polopoly_fs/ 1.218243.1421660785!/menu/standard/file/Scorerapport%202014_3.pdf

Garsten, C., Sörbom, A. (2018), Discreet Power: How the World Economic Forum Shapes Market Agendas, Stanford, Stanford University Press.

Garsten, C., Sörbom, A. (2021), Discretionary Governance. Selection, Secrecy, and Status within the World Economic Forum, “Global Governance”, 27, pp. 540–560.

Gelles, D. (2022), This Year at Davos: A Referendum on Davos Itself, “New York Times”, 21 maggio 2022, in https://www.nytimes.com/2022/05/21/business/dealbook/world-economic-forum-davos.html.

Graz, J.-C. (2003), How Powerful are Transnational Elite Clubs? The Social Myth of the World Economic Forum, “New Political Economy”, Vol. 8, No. 3, November 2003, pp. 321-340.

Horowitsìz, J. (2022), Davos is back and the world has changed. Have the global elite noticed?, CNN Business, 23 maggio 2022, in: https://edition.cnn.com/2022/05/22/business/davos-2022-preview/index.html.

KOF (2019), KOF Globalization Index, https://kof.ethz.ch/en/ forecasts-and-indicators/indicators/kof-globalisation-index.html

Penati, A. (2022), Il motore della globalizzazione si è rotto. E salvatori europei non se ne vedono, “Domani”, 4 giugno 2022, p.11.

Van der Pijl, K. (1998), Transnational Classes and International Relations, London-New York, Routledge.

Salmon, C. (2014), La politica nell’era dello storytelling, Roma, Fazi.

Taino, D. (2022), Ciao globalizzazione. Rifare o dimenticare Davos, “Corriere della Sera”, inserto “L’Economia”, 30 maggio 2022, p. 6.

WEF (2022a), Is globalization dead? Author and columnist Thomas Friedman in conversation at Davos 2022, in: https://www.weforum.org/agenda/2022/06/thomas-friedman-is-globalization-dead-davos-2022-agenda-dialogues/

WEF (2022b), Four Futures for Economic Globalization: Scenarios and Their Implications, White Paper, May, 23 2022, World Economic Forum, in https://www3.weforum.org/docs/WEF_Four_Futures_for_Economic_Globalization_2022.pdf.

WEF (2022c), Is there a future for globalization? Business leaders discuss at Davos 2022, in: https://www.weforum.org/agenda /2022/05/globalization-business-leaders-davos22/.

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Pubblicato da Verdiana Siddi per ComeDonChisciotte.org

Commenti (32)

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Mostra commenti 32 caricati
    1. buddyboy 10 giugno 2022

      Come fa notare l' autore, il tema della globalizazzione finanziaria, non viene discusso al WEF, ma oggi a Davos questo è un vero e proprio"elefante nella stanza"; la finanziarizzazione è la chiave di volta del neoliberismo, il quale trae linfa proprio dalla globalizzazione, ora in una architettura finanziaria globale così strettamente interconnessa , dove "il battere d'ali di una farfalla" a Pechino può fare evaporare un intero indice a NewYork, fatti di gravità e portata inaudite, come l'esclusione dal sistema finanziario di un paese come la Russia, mettono, non solo in discussione, ma inibiscono completamente la tenuta di questa globalizzazione, questo avrebbe dovuto essere il tema centrale ed unico, se fosse un vero "comitato" di élite, invece come sottintende l'autore, ed evidenzia qualche commentatore, questo evento è solo un Workshop prestigioso ( sicuramente il più prestigioso). Questo è un "crogiuolo", ideato per amalgamare gli alti livelli della politica, management e imprenditoria internazionali, con lo scopo di creare, e soprattutto " indirizzare" la coscienza di classe delle élite internazionali, nonché, essendo uno degli obiettivi il surclassamento della politica degli stati nazione, viene utilizzato come "vetrina", per accreditare a livello internazionale personaggi che non sarebbero ne credibili ne rappresentativi a livello istituzionale negli stati nazione...; così ci troviamo i vari Gates e Swhab dappertutto, a pontificare le loro malsane teorie e previsioni, accolti dalle istituzioni di vari paesi come se fossero capi di stato ..

    2. Arian Van Heisen 10 giugno 2022

      " il tema della globalizazzione finanziaria, non viene discusso al WEF..!

      Quello lo discutono in separata sede nella Shadow Bank i Controllori del NWO di cui si conosce solo l' Etnia.

    3. danone 10 giugno 2022

      Davos serve solo per noi dell'opinione pubblica, loro si amalgamano fra di loro in consessi assolutamente privati, dove possono esprimersi pienamente nella loro depravazione.
      Epstein docet.

    1. oxalidaceae 10 giugno 2022

      La verità delle cose ama nascondersi.
      (Eraclito)

    2. sbregaverse 10 giugno 2022

      Eraclito di Efeso :"Ussighur ,OXI, ce ne hai messo di tempo, a compulsare le mie dritte !"
      N.B. Traduzione,ad usum delphini, dal greco antico curata da sbrega.

    1. JA 10 giugno 2022

      "Il primo è che viene dichiarata la presenza di una emergenza globale – i problemi di cui si occupa il WEF vengono sempre tematizzati come emergenze, che richiedono soluzioni straordinarie – che è interesse collettivo risolvere.
      Questo vale, ovviamente, non solo per lo scioglimento dei ghiacciai dell’Artico, ma anche per le infrastrutture, l’emergenza sanitaria, l’emergenza climatica, i crimini informatici, la digitalizzazione, la desertificazione ed altro ancora."
      Covid, guerra, carestia, inflazione, bollette tripplicate, emergenza climatica, auto elettriche, ... non può essere non si accorgano del disastro che stanno facendo e che capisce anche il più stupido uomo della strada come Di Maio.
      In realtà fanno finta di essere creduti pazzi come i terroristi, per coprire il vero piano del WEF di distruggere per resettare.
      Finchè morte non ci separi. :-D

    2. R66 10 giugno 2022

      A quanto pare l'idea che non se ne accorgano va per la maggiore.
      Sapresti indicare un perché di questa "voglia" generale?

    3. JA 10 giugno 2022

      Penso sia sempre la stessa: la massa è fatta per servire non per comandare. Di qui le democrazie aristocratiche greche in cui trionfava l'eguaglianza degli eguali la sola classe dei migliori.
      Viceversa i super cafoni hanno buon gioco a menare per il naso il popolino come un toro inanellato: fallo sognà. :)

    1. R66 10 giugno 2022

      Cito una frase dall'articolo: "[...]il WEF contribuisce quindi alla costruzione della coscienza di classe delle élite globali e globaliste...".
      Seppur si può essere d'accordo su questa breve sintesi, l'idea che ne consegue è che il WEF o chi per loro fanno e i popoli semplicemente subiscono, continuando, [i popoli] da brave vittime, risiedono al di fuori dell'essenza che muove il tutto, non ne hanno alcuna responsabilità volontaria.
      Ahhh, che meraviglia!
      Una manna per sentirsi apposto!

      L'anello mancante mancherà inesorabilmente ancora e ancora finché, sia per curiosità, sia per onestà intellettuale, non ci si domanderà: come è stata costruita l'attuale coscienza di classe dei popoli?
      Il che comporta il prender coscienza che esiste già una sorta di coscienza di classe dei popoli.
      Collettivamente parlando, i due anni e mezzo precedenti non hanno minimamente influito nell'intento, chissà cosa altro potrà servire, sempre a pensar che ciò sia in qualche modo possibile.

    2. BrunoWald 10 giugno 2022

      I popoli hanno sempre subito. Credo sia una conseguenza inevitabile dell'organizzazione delle comunità umane dal neolitico in poi. La novità è che non è mai esistita prima una elite così malata mentalmente e così potente materialmente. Il ché rappresenta obiettivamente un problema del tipo "o noi o loro". Il pronostico, purtroppo, non è particolarmente incoraggiante.

    3. Bertozzi 11 giugno 2022

      Certo, e così facendo rispondi anche a @Danone, che si chiedeva "come si fa che credere a quello che ci fanno vedere a Davos": quello che ci fanno vedere a Davos serve alla gente che, come fai notare, così è tranquilla, prima gli dicevano che decidevano i politici nostrani, e lei si tranquillizzava, ora visto che la cosa appare risibile anche ai minus habens hanno deviato dando a intendere ai più (ma solo i più svegli eh...) che invece è a Davos che si giocano le sorti dei mondi. E loro, tranquilli. Altro che comunismo o fascismo, uno spettro si aggira per l'europa, la de-responsabilizzazione!

      (si metta a verbale che hai usato la parola 'coscienza' tre volte in due frasi attigue:-)

    4. R66 11 giugno 2022

      Una volta ad un mio amico di quelli che spera nel famoso risveglio collettivo ho detto: "per questo dovresti prender la vita che pensavi di vivere e buttarla nel cesso, farlo presente alla famiglia e insieme rivedere il tutto senza avere la benché minima garanzia su alcuna riuscita, stare perennemente concentrati e..."
      Mentre parlavo mi ha interrotto dicendo: "tu sei matto!"
      Ho replicato: "si, posso esserlo, ma tu non pensandoci credi davvero di riuscire a vivere la vita che ti eri prospettato?"
      A seguire il solito: "vai aff...".
      Si stava arrabbiando con me, quasi che la colpa fosse tutta mia!
      Ehhh, le cose stanno così e come lo so io, lo sai tu e, purtroppo, lo sanno anche quelli che a detta di tanti "stanno fallendo".

    1. JA 10 giugno 2022

      Le elite di oggi sono quello che una volta si chiamava pidocchio rifatto ed oggi supercafone coatto. :-D

    1. danone 10 giugno 2022

      Noi siamo, ci dicono, di fronte alla gente più potente ed influente del mondo, che si incontra pubblicamente e come dimostra anche questo articolo, hanno interesse a far sapere a tutti, cosa si dicono e cosa decidono.
      Potrebbero incontrarsi in modo molto più discreto o segreto e potrebbero benissimo anche non incontrarsi fisicamente da nessuna parte, ma lo fanno e lo fanno sapere a tutti.
      Come cazzo sia possibile credere che quello che ci fanno vedere a davos, che sia la globalizzazione più spinta voluta per il futuro, o che sia la de-globalizzazione che entra in agenda, corrisponda a quello che vogliono davvero e che sia ciò che stanno pianificando su scala globale, proprio non lo riesco a capire.
      Dovrebbe essere lampante che se davos fosse importante e se a davos si discutesse di qualcosa di veramente importante, non ce lo farebbero sapere che esiste davos e che qualcuno si incontra lì.
      Il vero scopo di davos, la cosa importante per loro è che si parli di loro e che si parli di loro in questo modo, cioè come una organizzazione di categoria delle elites che contano.
      E' secondario ciò che si dicono, l'importante è la vetrina e la passerella a davos, così si legittimano automaticamente e legalmente ed inconsciamente, nella percezione di tutti come interessi dominanti esistenti e leciti, quando invece bisognerebbe andarli ad arrestare tutti appena si scopre dove si incontrano, essendo anche peggiori dei peggiori boss mafiosi, e la polizia invece di arrestarli tutti appena scesi dai loro jet privati, crea un cordone sanitario attorno a loro che li difende pure dai pochi facinorosi no-wef.
      E voi parlate di quel che si dicono come fosse automaticamente rilevante, conferendogli l'influenza che è sempre stata loro intenzione trasmettere ai sudditi, senza accorgervi che diventano importanti proprio grazie alla nostra convinzione, carpita con l'inganno mediatico, che loro sono quelli veramente potenti ed importanti, quando invece è palese che il vero potere risiede altrove ed ha già deciso tutto da decenni, non certo ora con la fretta del lavoro da sistemare in corso d'opera.

    2. sbregaverse 10 giugno 2022

      C'è qualcosa di più potente,influente,dominante,importante rilevante e scopereccio(relativo allo scopo) dell' AI ?

    3. Enomis 10 giugno 2022

      Potremmo provare a farci tiro a segno con degli RPG (preferirei un kinzhal ma mi sa che non si trovano facile) e vedere come reagisce il potentato...

    4. oxalidaceae 10 giugno 2022

      Sì. la Libertà dell'essere.
      Per quel che mi riguarda si chiama Apolidia.
      Il concetto della consapevolezza matura come una melagrana.
      La mia sta "craquelando".
      Resetterò anch'io.
      Come insegna la cricca di Davos.

    5. sbregaverse 10 giugno 2022

      AMORE INCONDIZIONATO lemmi diversi, hai voglia ce ne sono con ogni sfumatura, per il merdesimo , quando il dito batte si lascia, ESSERE, ASSOLUTORELATIVO, NOUMENOFENOMENO,AGAPE,ALETHEIA, PAX,VERITAS,SALUS,
      IL PADRE, ALLAH MANITU'.....continua tu che ho un impegno in PIU'.

    6. oxalidaceae 10 giugno 2022

      Tattva.

    7. sbregaverse 10 giugno 2022

      Sì anche in sanscrito, HAI VOGLIA?! ce ne sono ,e sono i lemmi più vecchi e i MIGLIORI,genitori di alcuni nomati sopra.
      BENE ora so che possiamo confrontarci magari anche in devanagari(oltre al pali)

    8. R66 10 giugno 2022

      Nel volergli dare una definizione più popolare, si potrebbe dire: le "buone" azioni che non ricordi?
      Ciò non riferito all'azione in sé come se si trattasse di amnesia, ma a quelle a cui non gli si ha appioppato l'aggettivo "buono".
      Se fosse passabile, meno ne ricordi e meglio è, no? 😉

    9. sbregaverse 10 giugno 2022

      Sì, per stare sul pavimento, direi, insieme a qualche chilometro quadrato di saggi:"NON si deve fare nulla"(NEMMENO le BUONE azioni).
      Quello tra parentesi è più incredibile del resto.

    10. R66 10 giugno 2022

      Rimarco per meglio capirci: non fare le buone azioni non significa fare le cattive e neanche non fare azioni.
      Ari-passabile? 😉

    11. sbregaverse 10 giugno 2022

      Tra noi , che abbiamo spolverato di culo i tavolati dei potala più segreti, basta un fremito di ciglio.

    1. IlContadino 10 giugno 2022

      Chi di noi, dico tutti noi al mondo, avrebbe potuto immaginare i due anni di Covid? Credo che nessuno si sarebbe mai potuto figurare una catastrofe psichica di così vasta portata. Quindi dico che nell'era post Covid fare previsioni per il futuro è diventato un esercizio di supercazzole.
      Sta di fatto che il Potere non sbaglia un colpo, quando sento dire che le loro politiche si stanno ritorcendo contro loro stessi, mi vien da ridere. Diciamo che io e miei soci ci siamo stufati di gestire la palestra, ne abbiamo proprio le palle piene e notiamo che in banca abbiamo un discreto gruzzoletto, quindi in un paio d'anni lasciamo che la palestra fallisca, ci dividiamo il bottino e cominciamo con nuovi progetti, ancor più redditizi. "Avete sbagliato tutto" grideranno gli utenti. Sì, come no?!
      Sul perché si incontrano, mi sono fatto l'idea che lo facciano un po' come lo facciamo noi, giusto per guardarsi negli occhi e mangiare qualcosa davanti ad un bicchiere: bagigi e vino rosso nel nostro caso, topi e sangue umano nel loro:-))

    2. R66 10 giugno 2022

      Bella la similitudine con la palestra, distinguerei comunque tra supercazzola e supercazzola, come ad esempio il "fallimento" e il suo contrario.
      Non che serva a molto ora, però a meno di non andare a parare sulla sfera di cristallo, in seguito si dovrà trovare una motivazione alla direzione azzeccata e se andrà bene anche analizzarla, alla grandissima, comprenderla.

      EDIT
      Nella vicenda, al momento non solo i più stanno dicendo che "avete sbagliato tutto", credono pure di potersi prendere la palestra e il bottino per farci i loro progetti.
      Geniacci! 😉

    3. IlContadino 10 giugno 2022

      Mentre scrivevo il commento pensavo al fatto che spendiamo un sacco di energie a tentare di comprendere i perché e i percome degli atteggiamenti dei davosiani, poi questi, dall'oggi al domani, rivoltano il mondo come un calzino, a piacimento. Osservare il loro atteggiarsi è sicuramente utile, per carità, ma secondo me dovremmo spendere un po' di tempo a capire ciò che possiamo toccare con mano, qui, oggi, nell'immediato, fuori dalla porta. Quasi tutti gli utenti di questo blog si trovano a dover vivere una specie di strana solitudine, quella sensazione di sentirti soli in mezzo alla folla. I davosiani ci hanno spinto in questa direzione; questa loro scelta, che forse è una scelta o forse un naturale effetto collaterale del loro incedere, ci fa vivere questa strana sensazione di alienazione, e credo sia proprio una sensazione comune a molti di noi. Sarebbe bello discutere di alieni (in senso autobiografico) piuttosto che di davosiani:-))

    4. R66 10 giugno 2022

      Siamo troppo occupati a trovare soluzioni globali per guardare a quelle locali.
      Ora se si crede che aggiustando il grosso si aggiusti il piccolo o perché il locale non interessa più non sapendo più viverlo, non ne ho idea, che ognuno lo decida per proprio conto.
      A me spesso imputano un treno di *ista per il tuo stesso pensiero.

    5. sbregaverse 10 giugno 2022

      Sì,energie buttate (forse), ma ANCORA più domestico del fuori porta.
      IL pianerottolo del CUORE.

    6. IlContadino 10 giugno 2022

      Vedi, questo passaggio di mentalità che c'è stato, che ci hanno quasi imposto, nel recente passato, tra il pensare in locale al pensare in globale, me lo hai fatto notare tu, tra un bicchiere di vino e l'atro. Ascoltando il tuo ragionamento ho compreso la portata di quel cambio di mentalità, devastante. Mi sembra proprio che quel passaggio dal locale al globale si sia impossessato per intero della controinformazione, cambiare prospettiva adesso è davvero difficile per quanto necessario. Della serie, se non ora quando?!

    7. Bertozzi 11 giugno 2022

      Sì, ma giusto per fare la voce dissonante che poi ti si alza troppo il rating, se è vero che le loro politiche non gli si stanno ritorcendo contro mi sembra eccessivamente pessimista dire che 'non sbagliano un colpo'. Animo animo! Nella tua metafora della palestra - se ho ben inteso - la "crisi" dei cattivoni o mossa che si ritorce contro sè stessi (a me piace chiamarlo 'cortocircuito') , chiamiamolo 'rallentamento?' del sistema, del loro sistema, non sta nel dichiarare fallimento e ripartire con un nuovo business guadagnandoci pure, quello è scontato che sia così, ma sta nel fatto che - per usare le tue parole - 'ne hanno proprio le palle piene', e allora decidono di cambiare rotta. Tac, piccolo colpo sbagliato. Che se proprio tutto fosse andato come volevano loro senza sbattimenti preciso preciso come un orologio (come è stato il moto silenzioso del loro infiltrarsi in interi decenni passati) non avrebbero avuto bisogno di pensare al fallimento ecc ecc. il fatto che 'ne abbiano le palle piene' costituisce un dato. Pur piccolo, meglio di niente, che poi certi caschino sempre in piedi e vabbè, cosa vogliamo... Certo sono solo ipotesi che non valgono più di una chiacchiera, tentativi di approccio al pensiero. Certo mica si deve essere nemmeno mai troppo ottimisti, quelli là fanno di noi quel che vogliono quando vogliono, e a me la catastrofe psichica là fuori pareva di vederla anche prima del covid, per cui. Certo non dobbiamo sperare in ipotetici salvatori e eroi vari, ma ripeto non mi dispiace godere del piacere effimero di qualche loro piccolo 'cortocircuito', ancorchè temporaneo, o ipotetico. Anche il fatto che i 'davosiani della porta accanto' si siano manifestati e mostrati alla luce del sole è alla fine un buon segno e un'ottima cosa.

    8. IlContadino 11 giugno 2022

      Sì, ti comprendo, una loro rottura di palle è pur sempre cosa buona e giusta, lo penso anch'io. Comunque non sono pessimista, nemmeno ottimista, osservo quel che accade e dico ciò che percepisco, tutto qua. Puoi convenire con me che questi sono dei veri furbacchioni.
      Ricorderai il nostro scambio l'inverno scorso:
      "Contadino vedrai che in estate lo tolgono il greenpass".
      -"No Bertoz, secondo me lo lasciano".
      E questi che fanno? Lo tolgono lasciandolo, anzi lo lasciano togliendolo. E a noi pipponi non rimane che farci un bicchiere! :-))))

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