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LA FINE DELLA PROPRIET DI S

DI JEAN-CLAUDE PAYE
Reseau Voltaire

Ne “I Tempi moderni” (1936),

Charlie Chaplin non ha denunciato solamente l’organizzazione taylorista

del lavoro. Ha anticipato l’affidamento del corpo dell’operaio al

servizio della produzione e la fine della propria vita privata. Il suo

personaggio va a rifugiarsi in prigione per ritrovare paradossalmente

una forma di intimità e di libertà interiore.

L’ultima legge psichiatrica francese,

il rapporto dell’assemblea nazionale sulla prostituzione e anche la

sequela di suicidi nelle imprese svelano l’esistenza di un potere materno

con il quale gli individui intrattengono una relazione totalizzante.

Non siamo più in una società di sorveglianza. Non si tratta più di

controllare e di plasmare i corpi per renderli adatti alla macchina

economica, ma di sferrare un attacco fissando anche le modalità di

godimento dei singoli individui.
Quale rapporto può esistere tra una legge psichiatrica, che stabilisce un obbligo di cure domiciliari, con un rapporto parlamentare che mira a penalizzare i clienti delle prostitute [1]? I due testi attuano una dissociazione del diritto. La proprietà di sé viene scissa. Il godimento del corpo resta alle mani dell’individuo, ma purché ne faccia un buono uso. L’utilizzazione deve essere conforme all’immagine della dignità umana di cui le autorità sono il depositario legale.

La dissociazione della proprietà di sé diventa un paradigma della post-modernità. Non solo risulta dall’azione dello stato che afferma la sua nuda proprietà sulle nostre
esistenze, ma può prendere anche la forma del contratto, come, ad esempio, quello imposto dall’azienda cinese Foxconn che vieta ai propri dipendenti di suicidarsi, raccomando loro di “amare la propria vita”. Il suicidio dei lavoratori, come protesta contro il deterioramento delle loro condizioni di lavoro, è un sintomo di questa mutazione della proprietà di sé che abroga il corpo individuale e sociale a vantaggio della sua immagine. È il fenomeno della nascita di una nuova forma di soggettività che fonde l’esistenza del lavoratore coi benefici del datore di lavoro.

La nozione di trattamento obbligatorio

La legge del 5 luglio 2011 relativa
“ai diritti e alla protezione delle persone che sono oggetto di cure psichiatriche e alle modalità della loro presa in carico” [2] attiva una nuova deroga al principio generale del consenso necessario del malato. La nozione esistente di ospedalizzazione obbligata viene estesa a quella delle cure sotto costrizione. Rende possibile una sorveglianza del malato al proprio domicilio, sopprimendo così ogni separazione tra spazio pubblico e ambito privato. La possibilità per ogni paziente di spostarsi liberamente sarà delimitata da un “programma di cure” che determinerà i luoghi, il contenuto e la periodicità degli appuntamenti medici, con la minaccia di vedersi ricoverati d’ufficio se un elemento del protocollo non verrà strettamente rispettato.

Obbligo di cura e segregazione sono
legati strettamente. La segregazione fisica e chimica fatta tacere. Nega il sintomo che fa parlare il corpo. Riduce questo ultimo a una cosa muta. Il corpo diventa così il semplice supporto dell’invisibile, dello sguardo caduto sull’individuo. Questa doppia segregazione è la condizione di trasformazione del corpo in immagine. Questo progetto istituisce un tipo di controllo a vista sanitario, l’istituzione del termine delle 72 ore, durante il quale si potrà mantenere l’ospedalizzazione di ufficio di un paziente, senza deliberare sul suo stato e sulla necessità dell’internamento. L’ospedalizzazione di ufficio si inserisce in una
tendenza pesante di ritorno alla segregazione psichiatrica. Da alcuni
anni rifioriscono i muri degli ospedali. Sono state create delle nuove
unità chiuse e le celle di isolamento. È anche sempre più difficile
uscire da un’istituzione psichiatrica chiusa e i prefetti non convalidano
più sistematicamente le uscite dei malati ospedalizzati d’ufficio, anche se sono consigliate dagli psichiatri. Questa politica securitaria si estende ai ricoverati volontari che, anche loro, possono essere private della loro libertà di uscire e di rientrare.

La cattura del corpo, nell’ospedalizzazione forzata o nel controllo a vista sanitario, si completa con una camicia di forza chimica. Attraverso questa sospensione del corpo, si cerca di farlo tacere, affinché la sofferenza non si possa pronunciare rendendo il malato vittima di sé stesso.

L’obbligo di cura, all’ospedale o a
domicilio, intima al paziente che deve fare buon uso del proprio corpo,
che non può lasciare che si degradi, che se ne esaurisca la sostanza.
Non ha il diritto di recare offesa alla sua immagine umana. Così, il
corpo diventa trasparenza. Ci si riduce a essere un’immagine, la visibilità
dell’invisibile. Posto nella trascendenza dello sguardo del potere, non è più mediazione tra interno ed esterno. La sua funzione non è più di quella di dividere e di articolare il dentro e il fuori, ma di essere nella fisicità dello sguardo dell’altro.

Questa procedura psicotica che fa esistere l’immagine della dignità umana fuori dagli individui reali opera
una dissociazione dell’argomento del diritto. La proprietà di sé è smembrata, il godimento si separa dalla nuda proprietà.

Come nuda proprietà, l’immagine umana è il patrimonio delle autorità costituite. Il malato non ha più che l’uso, l’usufrutto del proprio corpo e sempre che sia la solo trasparenza della proprietà esercitata dal potere. La possibilità di ridurre il corpo a una carne senza parole consente questo smembramento.

La criminalizzazione della prostituzione

La dissociazione della proprietà di
sé si legge anche in un rapporto parlamentare, intitolato “Porre fine al più vecchio mestiere del mondo” [3]. Propone di creare un nuovo reato di ricorso alla prostituzione. Il cliente diventerebbe passibile di una pena di sei mesi di prigione, assieme a una multa di 3.000 euro. Questo rapporto dovrebbe servire come base di una proposta di legge che verrà depositato dopo le presidenziali del 2012. La “lotta contro la prostituzione” e il suo elemento più radicale, la criminalizzazione del cliente, negando alla prostituta il diritto di disporre del proprio corpo, ha per obiettivo dichiarato la difesa della dignità della donna e della persona umana. È proprio l’immagine della Donna che si cerca di preservare [4] a spese delle donne concrete che saranno, in seguito all’applicazione delle tali misure, messe in pericolo dallo sviluppo della clandestinità. L’immagine della dignità della donna, che si trova nel rapporto dell’Assemblea Nazionale, si integra in una concezione del diritto che fa della dignità della persona umana un elemento superiore di organizzazione del sistema giuridico. Una tale concezione consacra questo principio come diritto assoluto, di natura superiore rispetto ad altri diritti fondamentali tra cui il principio di libertà o il diritto di disporre del suo proprio corpo.

Questa concezione si inserisce nella
giurisprudenza del Consiglio Costituzionale e del Consiglio di Stato. Quest’ultimo, in una sentenza del 27 ottobre 1995 relativa alla questione
del “lancio del nano” [5], aveva decretato che nessuno poteva consentire la degradazione della propria qualità di uomo, limitando così il diritto di disporre del proprio corpo.

Quanto al Consiglio Costituzionale,
all’epoca della sua decisione del 27 luglio 1994, si parla del “principio di salvaguardia della dignità della persona contro ogni forma di asservimento e di degradazione”. Consacra la dignità della persona umana come un elemento di organizzazione del sistema giuridico.

La legge psichiatrica del 5 luglio
e il rapporto parlamentare, criminalizzando i clienti delle prostitute nell’azione penale, opera una dissociazione della proprietà di sé. Gli
individui conservano solamente un diritto di godimento del loro corpo
che deve essere conforme all’immagine della dignità umana di cui il
potere pubblico ha la proprietà.

Contratto e abbandono della
proprietà di sé

La dissociazione della proprietà di
sé è un buon paradigma della post-modernità. Non solo è il risultato dell’azione dello stato, ma può prendere anche la forma del contratto
in cui un dipendente abbandona la nuda proprietà della sua vita al
proprio datore di lavoro. Foxconn, sub-appaltatrice cinese di Apple,
HP, Dell e Nokia, è stata accusata di far firmare ai propri dipendenti un contratto in cui si impegnano a non suicidarsi e a “amare la propria vita” [6].

Il documento vuole affermare che Foxconn non potrà, in nessun caso, essere considerata responsabile del suicidio di un impiegato e non dovrà pagare alcun danno o risarcimento alle famiglie. Quest’ultima clausola ha provocato l’ira dei media
cinesi, perché Foxconn versava circa 13.000 euro a ogni famiglia degli
operai che si erano suicidati, o dieci anni del salario minimo in una
fabbrica dell’azienda [7].

L’iniziativa di Foxconn è da
ricollocare nella cornice di una società in cui rimangono ancora elementi residuali di un ordine simbolico anteriore allo sviluppo del capitalismo. Questa sopravvivenza implica che la società riconosca una responsabilità per il suicidio dei propri dipendenti e che debba indennizzare le famiglie coinvolte. Le parole utilizzate “amare la propria vita” – utili per sdoganarsi e per “responsabilizzare” i lavoratori – tradiscono questo scollamento dell’espressione verbale tra le esigenze della redditività capitalista e il linguaggio, legato a un ordine simbolico anteriore.

Nei paesi occidentali le imprese toccate dal suicidio dei propri dipendenti negano ogni responsabilità. L’esempio di France Télécom è emblematico [8]. Il Presidente Didier Lombart ha rievocato semplicemente una “moda del suicidio” dopo il
decesso di tredici salariati nel 2008, e poi di diciannove nel 2009. I sindacati hanno evidenziato anche ventisette suicidi e sedici tentativi
di suicidio nel 2010.

In realtà, i suicidi dei lavoratori,
per protestare contro le condizioni di lavoro, sono più numerosi nelle imprese come France Télécom rispetto alle aziende cinesi [9]. Lo slittamento più importante dei rapporti sociali, il carattere monadico
della società, fa sì che ci sia meno di resistenza a questo passaggio.

Suicidio e nuda proprietà
di sé

Quando vende la sua forza di lavoro, il salariato, il proprietario della merce lavoro, ne cede il valore
di uso al principale, di modo da assicurarne lo sfruttamento durante la giornata di lavoro.

Il salariato vende così al padrone
il godimento della sua forza lavoro e mantiene formalmente la nuda proprietà. Questa proprietà non è più data, ma è un risultato. La sua realtà dipende dalla capacità del salariato a limitare il godimento del padronato, dal trattenere le condizioni di sfruttamento in modo che non deteriorino il proprio essere. Storicamente, la capacità operaia di porre un dispositivo d’arresto allo sfruttamento è di natura collettiva. Queste iniziative hanno i suoi effetti sulla durata del lavoro e sulle condizioni di lavoro.

I suicidi dei dipendenti di France
Télécom ci mostrano che la capacità operaia di mettere un freno all’uso della forza di lavoro per il padronato è al momento smantellata. I lavoratori non sono più in grado di opporsi al deterioramento della
loro forza lavoro, così che la loro nuda proprietà è, nei fatti, messa in discussione.

La possibilità per il padronato
di minacciare l’integrità del lavoratore risulta dall’intensificazione delle energie nervose spese e soprattutto della creazione di un lavoro invisibile che oltrepassa la cornice della giornata di lavoro. Il lavoro
visibile viene raddoppiato da un lavoro invisibile, quello che è necessario
per interiorizzare le nuove costrizioni imposte dall’impresa [10].

France Télécom ha intrapreso una
“politica di ammodernamento” a marce forzate che si è manifestata nella soppressione di 16.000 impieghi tra il 2006 e il 2008, una politica che in particolare ha costretto i lavoratori a una forte mobilità. Ha aumentato non solo il lavoro visibile, ma ha fatto esplodere soprattutto il lavoro invisibile, così che il lavoratore non dispone più di alcuno spazio privato che gli permetta di garantire la propria riproduzione.

Per Chaplin il capitalismo finirà
per privare l’operaio di ogni forma di godimento,
ivi compreso il piacere di mangiare, per affidare in toto il suo corpo
al compito della produzione

L’azienda come Grande Madre

Lo sviluppo notevole del lavoro invisibile arriva oramai ad accaparrarsi della totalità della vita del lavoratore. Non solo non esiste più una separazione netta tra le imprese e la vita privata dell’individuo, ma non c’è più neanche una cesura tra il tempo in cui il lavoratore è per contratto al servizio del beneficio del datore di lavoro e lo svolgimento della vita privata, quella di un godimento [11] che esiste al di fuori della macchina produttiva. L’assenza di separazione tra privato e pubblico e tra il tempo di lavoro e il tempo della vita quotidiana pone l’individuo in trasparenza, in una fusione tra il suo essere e quello del datore di lavoro. Si tratta di una struttura psicotica che sovrappone l’identità della vita del lavoratore a quella dell’impresa.

In quanto agire collettivo, la lotta
operaia dà particolare importanza al valore di uso della forza lavoro. Si tratta di preservare quest’ultima da un eccesso di beneficio del padrone che andrebbe a produrre la perdita della nuda proprietà dell’operaio. Questa leva collettiva permette ai lavoratori di essere riprodotta attraverso la pianificazione di un spazio privato che è luogo di godimento
della propria esistenza. Attraverso la riorganizzazione del processo di lavoro dell’impresa, il lavoratore perde non solo la nuda proprietà della sua forza di lavoro, essendo questa totalmente alterata, ma anche l’interezza della propria esistenza. La crescita del lavoro invisibile è quella che sopprime ogni spazio privato, tutti i luoghi della riproduzione
della forza lavoro e tutti i luoghi di espressione della proprietà di sé.

Il suicidio del lavoratore è il sintomo di una condizione operaia che è in trasparenza, che è fusa con l’impresa. Il lavoratore non può più lottare perché è coinvolto con quest’ultima in un rapporto materno. Non ha altro godimento che quello che ne ricava la macchina produttiva.

Potere materno e regno dell’immagine

L’assenza di lotte a lungo termine,
capaci di opporsi all’organizzazione del capitale, sopprime tutti gli ordini simbolici. Noi “non e-sistiamo” più all’esterno del mondo della macchina economica. Non abbiamo più spazio proprio e siamo posti al di fuori del linguaggio. Non abbiamo più le parole per opporre una critica. Oramai il capitalismo non può più essere designato negativamente. Intratteniamo con lui una relazione totalizzante. Il dominio si chiama partnership e lo sfruttamento si chiama gestione delle risorse umane [12]. Non dovendo più affrontare una negatività, un agire e una coscienza collettiva, l’organizzazione del potere consiste essenzialmente nel gestire le monadi, le tendenze di godimento degli individui.

La legge psichiatrica del 5 luglio,
creando un obbligo di cura a domicilio, così come il rapporto parlamentare sulla prostituzione, limitano il godimento che gli individui
hanno dei propri corpi, stabilendo che non devono alterare l’immagine
della dignità umana di cui il potere si attribuisce la proprietà. Il godimento e la nuda proprietà si fondono nell’immagine della dignità
umana. Non riguardano più il corpo che è stato annullato, ma la sua
immagine.

In relazione al suo annullamento in
quanto oggetto, in quanto frontiera tra interiore ed esteriore, il corpo
non è più limitato al godimento del potere. La proprietà dell’immagine del corpo diventa un suo godimento senza limite e conduce al suo annientamento.

L’identità, nell’immagine, del godimento dei lavoratori con quello del padrone spiega perché i primi non possono più confrontarsi con quest’ultimo. Hanno stabilito con l’impresa un rapporto totalizzante di ordine materno.

Come attributi separati della proprietà, le norme giuridiche della nuda proprietà e del godimento hanno un origine pre-capitalista. Registrano un aut-aut della proprietà
e del godimento, una limitazione di ogni attributo rispetto all’altro.
Si opera, nella società capitalista, soprattutto in questa post-modernità,
uno spostamento di quello che riguarda la proprietà di sé, dell’oggetto
all’immagine che produce, dell’oggetto all’immagine che produce un capovolgimento degli attributi di questa. La proprietà che era sbarramento al godimento altrui diventa godimento dell’altro, illimitato, dello stato o dell’impresa. Così, nell’immagine, godimento e proprietà si confondono e il valore di uso della cosa si identifica col suo valore di scambio, con la sua misura.

Note:

[1] La prostitution et l’image de la femme, di Tülay Umay, Réseau Voltaire, 29 luglio 2011.

[2] Legge

n° 2011-803 del 5 luglio 2011 relativa ai diritti e alla protezione

delle persone faisant l’objet de soins psychiatriques e alle modalità

della loro presa in carico.

[3] En

finir avec le plus vieux métier du monde,

Rapporto informativo 3334 presentato da Guy Geoffroy, registrato alla

Presidenza dell’Assemblea nazionale il 13 aprile 2011.

[4] La

prostitution et l’image de la femme,

ibid.

[5] Prostitution

: sale temps pour les michetons,

di Georges Moréas, LeMonde.fr Blogs, 7 aprile 2011.

[6] Suicide

interdit par voie de contrat chez Foxconn,

di Anouch Seydtaghia, Le Temps, 7 maggio 2011.

[7] Les

suicidés de l’iPad,

di Farhad Manjoo, Slate.fr, 3 giugno 2010

[8] France

Télécom : un salarié se suicide en s’immolant par le feu, LeMonde.fr con AFP, 26 aprile 2011.

[9] Si sono registrati una decina di suicidi

della società Foxconn su un totale di 800.000 dipendenti e i sindacati

hanno stimato una cinquantina di suicidi sui tre ultimi anni nelle sedi

francesi di France Télécom su circa 80.000 lavoratori.

[10] La

légende du travail, di

Jean-Marie Vincent, Arbeit Macht Nicht Frei, 15 agosto 2010.

[11] Jacques Lacan ha introdotto, nel campo della

psicanalisi, il termine di godimento in rapporto al suo uso giuridico,

parlando del godimento di un bene che si distingue dalla nuda proprietà.

Lacan porterà un riassetto di questa pulsione di morte freudiana come

pulsazione di godimento, una pulsazione che è presente nella catena

significante incosciente. Lacan ricolloca tutta la questione del godimento

al centro del campo della funzione della parola e del linguaggio.

Giacomo Lacan, Il seminario, Libro

VII, L’etica della psicanalisi, Parigi, La Seuil, 1986, p. 235.

[12] Inculture(s)

ou le nouvel esprit du capitalisme. Petits contes politiques et autres

récits non autorisés

di Frank Lepage, TVbruits.org, 8 agosto 2008.

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Fonte: La fine de la propriete de soi

03.09.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

Pubblicato da supervice

  • A

    La (de)criminalizzazione della prostituzione sarà un soggetto hot presto dappertutto micropunta.it [www.micropunta.it] ….. un nuovo freestyle rapportoconfidenziale.org [www.rapportoconfidenziale.org] dai detriti del sistema. Slacciarsi le cinture.

  • nuovorinascimento

    1936……..da poster in camera…un genio.

  • Onilut

    In un post pubblicato ieri sul mio blog mettevo l’accento su alcune similitudini che esistono fra la definizione che Wikipedia fornisce di schiavitù e la realtà del lavoro di oggi. Ho trascurato però di connotare questa parte di definizione: “[…] Storicamente il proprietario di uno schiavo aveva diritto di vita e di morte su di esso e sulla sua famiglia […]”. Non l’ho sottolineata per il semplice fatto che non ne vedevo l’attuazione concreta. Dopo questo articolo, dopo aver letto delle “clausole contro il suicidio” che le aziende cinesi fanno firmare ai propri schiavi, mi ricredo.

  • DaniB

    L’articolo è disseminato di assolutismi radical-chic. Vorrei infatti che qualcuno mi spiegasse come sia possibile integrare il “diritto di godimento dei propri corpi” con le istanze (etiche e pratiche) di un welfare-state che carica la collettivita del prezzo delle cure sanitarie. Mi spiego meglio: facciamo che io sono un che gode nel buttarsi nelle piscine degli hotel dai balconi: adrenalina pura, mi fa godere e io ho il diritto di godere. Un tentativo mi va male però, e mi fratturo la colonna vertebrale a livello cervicale: kaput. E’ mio diritto far pesare alla collettività le spese delle cure com’era mio diritto godere del mio corpo? L’articolista mi sembra di questa opinione.

    Altra considerazione: siamo sicuri che, a parte i casi incredibili delle decine di suicidi in un anno, sia oggetttivamente possibile stabilire se un individuo si suicida per motivi connessi alla sua vita lavorativa?