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LA FATICA DEL RICORDARE

DI FRANCO CARDINI
francocardini.net/

E’ trascorsa da poco la “Giornata della Memoria”, il 27 gennaio, e siamo alla “Giornata del Ricordo”, il 10 febbraio. C’è un rapporto, tra le due date e le due celebrazioni? Ed esauriscono, prese insieme, il nostro bisogno e il nostro dovere di ricordare? E chi poi, con precisione, dovrebbe ricordare che cosa? E a quale scopo?

Mi pongo queste domande proprio oggi, domenica 7 febbraio, perché all’uscita dalla mia chiesa c’era un gruppo di suorine che stava facendo la questua per una loro casa di riposo, dov’esse ospitano anziani del tutto poveri o provvisti di mezzi talmente modesti da non potersi permettere residenze comode o magari anche solo decorose per passarvi la vecchiaia. Queste religiose vivono esclusivamente della carità pubblica: e la loro è un’esperienza molto dura, al limite della sopravvivenza. C’è tanta gente, oggi, anche nel nostro felice e ricco Occidente, che tira avanti male: e molti sembrano non tenerne conto, anzi fingono d’ignorarlo e si mostrano seccati se qualcuno lo ricorda loro. Qualcuno ha detto che due giorni “del ricordo” o “della memoria”, per giunta a ruota, sono troppi. Al contrario: credo siano troppo pochi. Questo non è un mondo che ricorda troppo. E’ un mondo di smemorati, e spesso della peggiore specie: quella di chi non ricorda perché non vuol ricordare. E che ricorda solo quel che gli conviene, e quando non costa né rischio né fatica. E magari ricorda qualcosa per nasconderne qualche altra.

Il 10 febbraio si ricordano le foibe istriane, i 350.000 italiani esuli, le migliaia di persone spesso del tutto innocenti scaraventate nelle voragini carsiche e lasciate a morire spesso senza nemmeno la “carità” di una pietosa sventagliata di mitra ad accorciarne l’agonìa. Sono storie nostre: del nostro tempo, della nostra gente. Ma io sono del ’40: abbastanza vecchio per ricordarmi bene di un tempo nel quale non si parlava nemmeno della shoah. Delle foibe, poi, manco a pronunziarle: o erano una menzogna, o c’era sì qualcosa di vero, ma si era trattato di regolamenti di conti contro i “fascisti”. E fascista era chi insisteva su quel tema, chi pretendeva di parlarne. Ho sott’occhio mentre scrivo il vol. IV della prestigiosa Enciclopedia Europea, uscito nel ’77. Era il fiore all’occhiello, laico e lungimirante, di quello straordinario, raffinatissimo uomo di cultura ch’era Livio Garzanti. Vi collaboravo anch’io. Ebbene, al volume che raccoglie la voci da Delacroix a Fozio, sulle foibe non c’e nemmeno una riga. E non era certo una pubblicazione “comunista”.

Oggi che finalmente delle foibe si può, anzi si deve parlare (il “dovere della memoria”!) dovrei essere finalmente contento. Ebbene: non lo sono granché. Ho vissuto anche in prima persona – ho qualche amico politico, che a suo tempo mi ha chiesto consigli – l’instaurazione delle due giornate, “memoria” e “ricordo”. Ne parlai a suo tempo anche a lungo con l’amico Furio Colombo, promotore del disegno di legge relativo alla prima. Ho l’impressione che le intenzioni iniziali di chi ha voluto queste due celebrazioni siano state malintese e tradite: e non involontariamente. Non a caso, qualcuno ha creduto che in fondo si trattasse della solita tecnica: un colpo al cerchio, un colpo alla botte. Ricordo la shoah e cosi faccio piacere alla sinistra, ricordo le foibe cosi e contenta anche la destra. E’ un parere bécero, ripugnante: ma più diffuso di quanto non si pensi.

Invece il discorso è un altro. Rileggetevi la nobilissima requisitoria conclusiva del procuratore generale dei processi di Norimberga: essi non dovevano servire solo a punire i responsabili delle atrocità naziste, ma a impedire che esse potessero in qualche modo ripetersi in futuro.

Ebbene: questa seconda parte di quel nobile programma è fallita. Da allora, la terra ha continuato a rigurgitare di vittime innocenti e d’insaziabili carnefici: e non alludo soltanto a Pol Pot. Alludo anche alle vittime delle “guerre democratiche”, quelle “del fuoco amico” e dei “danni collaterali”; alludo a chi ancora oggi, da Tijuana in Messico a Belfast in Irlanda a Melilla in Marocco a Gaza in Palestina, vive ghettizzato dietro un muro e magari viene ammazzato se cerca di evadere. Alludo ai bambini che dall’Africa centrale ad Haiti muoiono di povertà, di mancanza di cure mediche, di carenza di cibo e d’acqua, di AIDS.

I morti di Auschwitz e quelli delle foibe, purtroppo non possiamo più averli con noi. Credo sia necessario far in modo di non dimenticarli. Ma il modo migliore per onorare il loro ricordo sarebbe fermare una buona volta i massacri presenti e futuri. Anche quelli che in apparenza non hanno responsabili: perché l’egoismo, la disinformazione, la pigrizia, possono essere assassini ancora peggiori di un carnefice armato. La memoria è necessaria: non è sufficiente. Quel che resta ancora da fare, è uscire dal cerchio stregato della complicità passiva e incosciente, disinformata e incurante, ai massacri di oggi.

Franco Cardini
Fonte: http://www.francocardini.net/
7.02.2010

Pubblicato da Davide

  • nautilus55

    Chiedere, magari, un approccio storiografico condiviso con gli jugoslavi, non sarebbe meglio? Invece di fare queste strombazzate nazionalpopolari, che sanno tanto di moralità da confessionale?

    E i morti ammazzati fatti in Jugoslavia dagli italiani nel 1941-43, quando li ricordiamo? Perché non pubblichiamo in Italia “Fascist Legacy” ed “Il Leone del deserto”?

    Le solite anime buone. Le solite false coscienze.

  • TommasoG

    Concordo con il tuo commento. Un altro libro intressante in cui mi sono imbattuto di recente e che ho divorato in 3 giorni è “Il Generale”, racconto romanzato della vita e le opere del Generale Mario Roatta. Uno dei capitoli della storia è appunto la pulizia etnica svolta dal Regio Esercito in Croazia. Mario Roatta, all’epoca, era comandante del corpo di occupazione in Croazia.
    Per chi volesse sapere come finì la storia, il Generale fu processato, scappò prima della fine del processo, 3 anni in incognito in Italia e poi in Spagna; la sentenza fu poi annullata, il Generale tornò in Italia per morire di vecchiaia nel 1968 a Roma.

  • stendec555

    http://www.youtube.com/watch?v=4byk2MuHUHE

    massacri italiani in jugoslavia…senza dimenticare il vigliacchissimo attacco ai francesi ordinato da mascellone dopo che hitler aveva invaso la francia a nord.

  • maristaurru

    Mi sembra che sia davvero difficile ricordare i morti per le foibe, chi sa perchè i morti non sono tutti uguali: anche per i morti può capitare di sentirsi dire, si vabbè , ma ci sono altri morti, perchè loro non li ricordiamo? E se uno come Cardini sente ed esprime il suo sentimento per il quale oltre ai morti delle foibe, dobbiamo ricordare gli altri morti, onorandoli tutti, senza distinzione sforzandoci , operando perchè si fermino gli stermini, allora va ugualmente messo a tacere: populista palloso, che osa tirare fuori le foibe.
    Insomma, Cardini, cerchi di capire, i morti delle foibe, danno ancora un fastidio tremendo ed in fondo questo ci da la misura di quanto alcuni debbano sentire la coscienza pesare, magari indirettamente.. ma gli pesa eh, se gli pesa, forse perchè le foibe per prime sono state il segno che tanta decantata nobiltà non c’era, hanno con maestria creato leggende e quelle sono difficili da sbugiardare, come il canto delle sirene.

  • Erwin

    Dice Cardini:
    …”Rileggetevi la nobilissima requisitoria conclusiva del procuratore generale dei processi di Norimberga “…

    Cito 2 articoli dello statuto di tale tribunale:
    Articolo 19.
    Il Tribunale non sarà legato dalle regole tecniche relative alle testimonianze. Esso adotterà e applicherà per quanto possibile, una procedura rapida e non formalista e ammetterà tutti quei mezzi che esso stimerà abbiano un valore probatorio.

    Articolo 21.
    Il Tribunale non dovrà chiedere prove di fatti di notorietà pubblica, ma li considererà come provati.Esso considererà ugualmente come prove autentiche i documenti e i rapporti ufficiali dei Governi delle Nazioni Unite, compresi quelli compilati dalle Commissioni costituite nei diversi paesi alleati per effettuare le inchieste sui crimini di guerra, come pure i processi verbali delle udienze e le decisioni dei Tribunali Militari o di altri Tribunali di qualsiasi delle Nazioni Unite.

    Tratto da: http://www.centrodirittiumani.unipd.it/a_strumenti/pdfit/35002it.pdf

    Domanda a Cardini:
    che cazzo di nobiltà ci può essere in un giudice che ha come “leggi” due articoli così?

  • BABYLU

    è triste che persone intelligenti,preparate,colte debbano spendere tempo ,carta e inchiostro per descrivere atteggiamenti , posizioni e considerazioni, contro i massacri che continuano a verificarsi nel mondo;considerazioni che dovrebbero in realtà essere già parte del patrimonio culturale condiviso .
    Ogni volta si torna indietro e si scopre l’acqua calda! memoria?progresso e civiltà?ma dove?come?quando?

  • materialeresistente

    A me sembra che la nobiltà sbugiardata dalle foibe è quella di chi chiude gli occhi di fronte alla responsabilità storica di chi si è fatto aggressore e di chi da aggredito ha reagito.
    Quei morti sulla coscienza ce l’hanno in primo luogo gli stessi che vogliono ricordarli solo per oscurare una memoria che chiede solo “ma perché è accaduto?”.
    Vi meravigliate che gli agnelli si trasformino in lupi dopo qualche anno di occupazione fascista e nazista?

  • Nellibus1985

    Quoto. A Norimberga di nobilissimo non accadde proprio nulla. I processi di Norimberga e Tokio sancirono l’inaudito principio che affermava il diritto della forza sulla forza del diritto; una aberrazione giuridica e morale. Il verdetto del campo di battaglia ha conferito ai vincitori il diritto inoppugnabile di imporre ai vinti le proprie condizioni, non quello di giudicarli in virtù di non si sa quale superiorità etica (invito tutti a leggere il celebre discorso pronunciato in parlamento da Benedetto Croce nel 1947). Norimberga fu il preludio ai vergognosi tribunali penali internazionali, che qualche mese fa pretesero di giudicare Slobodan Milosevic, il quale con poche ma abilissime parole fece fare a tutta la combriccola gravitante attorno a Carla Del Ponte una figura barbina. Questa volta mi trovo in completo disaccordo con Franco Cardini. Saluti.

  • pierodeola

    Propio Lei prof.Cardini cita Norimberga la vergogna assoluta della giustizia universale perpetrata dai vincitori contro i vinti con falsi testimoni, proibendo i testimoni a difesa e cambiando le leggi americane per poi ripristinarle a fine processo?

    Sono stupito e mi meraviglio per tale superficialità di giudizio.

  • maristaurru

    Assolutamente no, la responsabilità di chi ha causato la reazione, sia pure bestiale, degli oppressi, non si deve dimenticare, d’altra aparte come s potrebbe? Sono 60 anni che anche se vola la mosca viene ricordata.

    ma non possiamo dimenticare che autentici collaborazionisti Italiani hanno aiutato aiutato a gettare nelle foibe contadini innocenti, donne, bambini, animali di casa, in una furia che diventa omicida e con un “dopo” che abbiamo copnosciuto anche in Italia e che le vittime innocenti ricordano anche in Italia: si uccidevano gli innocenti, poi ci si impossessava dei loro beni, molte ricchezze, anche in italia , sono macchiate del sangue delle vittime INNOCENTI. Poi su tutto si è innestato il freddo cacolo politico, quello che ha permesso a Togliatti di scrivere la famosa lettera a Gasparotto: gli Italiani TUTTI senza distinzione, andavano abbandonati alla vendetta degli Iugoslavi.. un grande e nobile uomo, ma quelle erano tempi feroci ed essere più feroci.. pagava e pagò, come abbandonare gli Italiani che mandò egli stesso di supporto a Tito, e furono lasciati e alle purghe titine.. l’altro grande uomo, di quei comunisti innocenti che andarono là credendo di fare del bene,ne fece ammazzare tanti, solo perchè Italiani. Bel palmares! Bel passato, belle basi per una forza pura e dura, come quella nera in fondo, visto che molti neri erano tra i rossi e lo sono ancora.

    E per nascondere tutta questa bella merce in salsa rossa di sangue e tradimenti DC e PCI hanno taciuto per decenni, uniti in un patto schifoso e scellerato che ha permesso il degrado materiale e morale di questo Paese fondato su tradimenti e bugie di troppi furbi e ricchi che ben hanno saputo assopire le coscienze della rispettiva base: una parte giaculava in chiesa e l’altra cantava in corteo, ambedue avevano in comune: povertà, idee poche e confuse, preconcetti tanti.

    Non c’è fatica nel ricordare, credo ci sia impossibilità: il ricordo se non mascerato a volte può essere inaccettabile.. ed eccoci qui a raccontare nezzeballe e mezze verità ed a fare voli pindarci e scriver belle parole per mettere “bella veste” all’abominio comune.

  • maristaurru

    Forse più che di fatica del ricordare dobbiamo cominciare a prendere atto della IMPOSSIBILTA’ a ricordare. I ricordi se sfrondati dei fronzoli messi ad abbellire l’oscenità e l’abominio, posso essere insopportabili

    Certo son d’accordo con che afferma che la responsabilità di chi ha causato la reazione, sia pure bestiale, degli oppressi, non si deve dimenticare, d’altra aparte come si potrebbe?
    Sono 60 anni che anche se vola la mosca viene ricordata ogni responsabilità di certuni, avendo cura di velare le responsabilità di certi altri che pure ci furono e furono lasciate cadere.
    Foibe:
    non possiamo dimenticare che autentici collaborazionisti Italiani hanno aiutato gli Slavi a gettare nelle foibe contadini innocenti, donne, bambini, animali di casa, in una furia che diventa omicida e con un “dopo” che abbiamo copnosciuto anche in Italia e che le vittime innocenti ricordano anche in Italia: si uccideva anche gente comune che con la politica e le oppressioni non ci entrava affatto, poi ci si impossessava dei loro beni, lo sappiamo bene che molte ricchezze, anche in italia , sono macchiate del sangue delle vittime INNOCENTI.
    Poi su tutto si è innestato anche il freddo calcolo politico, quello che ha permesso a Togliatti di scrivere la famosa lettera a Gasparotto: gli Italiani TUTTI senza distinzione, andavano abbandonati alla vendetta degli Iugoslavi.. un grande e nobile uomo non c’è che dire…, ma quelli erano tempi feroci ed essere più feroci.. pagava e pagò, come abbandonare gli Italiani che mandò egli stesso di supporto a Tito, e furono lasciati e alle purghe titine.. l’altro grande uomo, è storia oremai, di quei comunisti innocenti che andarono là entusisati, mandati dal Migliore ( rispetto a chi?)credendo di fare del bene,ne fece ammazzare tanti, solo perchè Italiani, il Migliore, tacque ovviamente.le persone non contano e per certi è ancora così.. facile eh?

    Bel palmares! Bel passato, belle basi per una forza pura e dura, rossi forse , ma con tanto in comune col peggo dei neri, e fu normale, visto che molti neri erano tra i rossi e lo sono ancora.

    E per nascondere tutta questa bella merce in salsa rossa di sangue e tradimenti, DC e PCI hanno taciuto per decenni, uniti in un patto schifoso e scellerato che ha permesso il degrado materiale e morale di questo Paese fondato su tradimenti e bugie di troppi furbi e ricchi che ben hanno saputo assopire le coscienze della rispettiva base: una parte giaculava in chiesa e l’altra cantava in corteo, ambedue avevano in comune: povertà, idee poche e confuse, preconcetti tanti. Non c’è fatica nel ricordare, credo ci sia impossibilità: il ricordo se non mascherato opportunamente, abbellito e sfumato, a volte può essere inaccettabile.. ed eccoci qui a raccontare sul web tramite libri ed articoli, mezzeballe e mezze verità ed a fare voli Pindaricie scriver belle parole per mettere “bella veste” all’abominio comune.

    Tutto questo è furbo,solo infantile,o totalmente irresponsabile?

  • TheKiller

    è bello leggere i commenti perché ognuno crede in qualcosa di diverso dall’altro: uno crede a questo ma non a quest’altro: uno pensa a queste stragi ma non a quest’altre: uno non ritiene sufficiente celebrare questi ricordi, ma molto meglio altri; alcuni pensano che sia TUTTO un imbroglio e altri pensano che alcune cose siano imbrogli ben coperti per farci passare nella mente qualcosa che fa comodo ai potenti e che altrimenti non ci passerebbe per la testa. come si fa a non insultarvi ??? come si fa a non pensare che siete dei folli squilibrati scontenti dalle vostre vite ??? come si fa a credere a una sola parola di quello che viene letto in rete se voi lo considerate VERo rispetto alla falsità dei media ufficiali ?? quindi chi dice il vero: i media ufficiali o internet ? internet che si basa su media ufficiali o internet di nicchia? giornalisti indipendenti o giornalisti finti indipendenti ma in realtà che servono vari potenti occulti qua e la ??? come si fa a pianificare qualcosa di concreto se tutto è sconnesso, tutto è soggettivo, tutto è diverso a seconda della persona, e poi tutto è infine di nuovo individualismo….perché chiunque scrive qua lo fa solo per se stesso e per convincersi che quello che dice è la verità. ma nelle vostre assurdità non c’è spazio per la verità perché tutto è il contrario di tutto e tutto è complotto e niente è complotto…. boh,,, la conclusione è che la vita degli uomini è insignificante…o si vive facendo quel che piace, o si vive lamentandosi di quel che non piace

  • Erwin

    L’arte di andare in soccorso dei vincitori è tipicamente italiana.
    Anche a distanza di 64 anni!
    Servi si nasce.
    …e li chiamano intellettuali!
    …cosa non si fà per salvare il culo della setta cattolica in coito incestouso!

  • Erwin

    Ne abbiamo per tutti i gusti!

    Ecco:…. Gian Antonio Stella e la piscina di Auschwitz!

    Demolito,come suo solito, da Carlo Mattogno!

    http://revisionismo.splinder.com/post/22214045/Gian+Antonio+Stella+e+la+pisci

  • Tao

    MEMORIA IN CAMPO

    DI GIACOMO SCOTTI
    ilmanifesto.it

    Ogni anno, dal 2004, il «Giorno del ricordo» viene usato dalla retorica dei partiti della destra italiana che affonda le sue radici nell’ideologia fascista, per cancellare le responsabilità italiane e repubblichine nei massacri in terra slava e per ricordare foibe ed esodo dall’ Istria e da Zara in modo, dice Claudio Magris, «regressivo e profanatorio». E alla fine per riattizzare gli odii nazionalistici antislavi all’origine dell’aggressione fascista del 1941

    Ogni anno, a cominciare dal 2004, celebrando il «Giorno del Ricordo» per ricordare la tragedia delle foibe e dell’esodo, rischiamo inevitabilmente di guastare i buoni rapporti che intercorrono fra i popoli delle due sponde adriatiche. Nel 2007 rischiammo addirittura una crisi con la Croazia che, per fortuna, rientrò nel giro di una settimana. E poi nel 2008 con la Slovenia. Temo però che, a causa delle ferite non rimarginate, il pericolo di rotture continuerà a incombere, soprattutto se da parte italiana si dovesse continuare a ignorare la vera storia, se si continuerà a coltivare una memoria parziale, che non tenga conto dei torti subiti dagli altri, del dolore degli altri, delle tragedie altrui. Queste crisi ricorrenti, oltretutto, mettono in pericolo la coesistenza, la convivenza e la tranquillità della minoranza italiana nel territorio istro-quarnerino, di quei trentamila italiani rimasti in Croazia e Slovenia, che hanno saputo tenacemente e pazientemente costruire, insieme ai conterranei croati e sloveni, una vita di reciproco rispetto, di tolleranza, la convivenza nella multiculturalità. Bisognerebbe però cambiare linguaggio e smetterla di guardare a croati e sloveni come a dei barbari, come li chiamava Mussolini e come li definiscono i neofascisti che oggi scrivono sui muri di Trieste «slavi di merda» e «slavi boia», pensando invece a mettere in mare nuove navi traghetto accanto a quelle esistenti, di cui si servono italiani, croati e sloveni per transitare ogni giorno dall’una all’altra sponda dell’Adriatico e del confine giuliano. In Istria e nel Quarnero, le cui popolazioni hanno visto e subito nel secolo scorso tutte le violenze del fascismo e di altre ideologie nazionalistiche, aggressioni e oppressioni, fino all’esodo, si sa riconoscere il dolore di tutti, dei rimasti e degli esodati, dei profughi di tutte le popolazioni.
    Le recriminazioni e i rancori tipici di una destra dalle origini fasciste e missine, oggi sono fuori della storia.
    Certo, la storia non si può cancellare e non va dimenticata ma ciascun popolo deve saper fare i conti con la propria, senza sottacere o negare i buchi neri.

    Esagerare, fino all’assurdo

    Non si possono giustificare i crimini commessi in Istria tra il 10 settembre e il 4 ottobre 1943 nell’insurrezione contadina seguita alla capitolazione dell’Italia, quei crimini che vanno sotto il nome di foibe; ma nel ricordarli bisognerebbe sempre condannare anche i crimini e le violenze dei fascisti; dall’una e dall’altra parte dovrebbero essere assunte le responsabilità politiche delle rispettive pagine nere del passato. Ognuno ha diritto alla memoria, ma non ci possono essere memorie condivise se basate sulla falsificazione e sul revisionismo storico, e nessuno ha diritto di usare il passato per attizzare nuovi e vecchi rancori.
    Sono fuori della storia e rappresentano un’offesa terribile non solo alla verità storica ma anche alle popolazioni croate e slovene certe truculente fiction cinematografiche prodotte in Italia come «Il cuore nel pozzo» nelle quali in maniera manichea i buoni e le vittime sono tutti italiani, mentre i malvagi e gli assassini sono tutti slavi. A che scopo bollare come barbare intere popolazioni che pure soffersero l’oppressione, la persecuzione, l’aggressione, l’occupazione degli italiani? E perché poi certi avvenimenti storici dolorosi e tremendi come le foibe istriane vengono presentati al di fuori del contesto storico delle «tormentate vicende del confine orientale», senza una seria analisi storica, con l’enfatizzazione, l’esagerazione dei numeri fino all’assurdo?
    Spesso, grazie a una libellistica di stampo ultranazionalistico viene elevata al rango di certezze inconfutabili un’interpretazione della storia del confine orientale che è esclusivamente politica, strumentale, centrata su una chiave nazionale e sulla mitologia nazionalistica, che non tiene conto del male arrecato agli altri e, come dicevo all’inizio, del dolore degli altri.

    La barbara razza slava

    Quando parlo del dolore altrui, ovvero dei cosiddetti «barbari slavi» nostri vicini di casa non alludo soltanto ai 20 anni di oppressione e repressione fascista subita dalle popolazioni croata e slovena dei territori annessi all’Italia dopo la prima guerra mondiale, repressioni che portano centinaia e migliaia di «allogeni» nelle carceri del Tribunale speciale, al confino ma anche davanti ai plotoni di esecuzione, alla cancellazione della lingua e dei cognomi sloveni e croati eccetera in tutto il territorio della Venezia Giulia e del Quarnero; non alludo soltanto ai 350.000 civili montenegrini, croati e sloveni massacrati, fucilati o bruciati vivi nelle loro case durante i cosiddetti rastrellamenti delle nostre truppe che aggredirono l”ex Jugoslavia nell’aprile 1941 occupando il Montenegro, la Dalmazia e parte della Slovenia annettendosi larghe fette di quei territori; non alludo agli oltre centomila civili, compresi donne, vecchi e bambini, che furono deportati e rinchiusi in oltre cento campi di internamento disseminati dalle isole di Ugljan, Molat e Arbe in Dalmazia fino a Gonars nel Friuli ed alle migliaia di essi che non rividero più la loro casa perché falciati dalla fame, dalle malattie e dai maltrattamenti in quei «campi del Duce». Parlo soprattutto delle vendette fasciste, dei crimini compiuti dai fascisti repubblichini italiani al servizio del tedeschi nei territori della Venezia Giulia e del Quarnero dopo l’occupazione di quelle terre da parte della Wehrmacht, della loro annessione al III Reich ovvero alla costituzione della Zona del Litorale Adriatico, dopo la prima decade di ottobre del 1943 e fino alla fine di aprile del 1945. Nella sola Istria i tedeschi, con la collaborazione della X Mas italiana, della cosiddetta Milizia Difesa Territoriale italiana inquadrata nei reparti germanici e di altre formazioni militari o paramilitari, massacrarono oltre 5.000 civili, distrussero col fuoco alcune decine di villaggi, deportarono 12.000 altri civili; e tutto ciò per «vendicarsi delle foibe», ovvero per «sterminare la barbara razza slava».
    In realtà sterminarono italiani, croati e sloveni senza distinzione, all’epoca tutti cittadini italiani al di là dell’etnia. Ma oggi di questo si preferisce non parlare. Invece proprio a questa pagina orrenda dimenticata, oggi vorrei tornare per un attimo.

    «Qui regna il terrore»

    Il periodo che va dal 4 ottobre 1943 al 30 aprile 1945, durante il quale l’Istria fu «gestita» con le armi dai fascisti italiani e dai tedeschi, fu un continuo susseguirsi di stragi. In questi massacri, i fascisti repubblichini fecero da guida, da informatori/delatori, ma furono pure quasi sempre esecutori. Tra i reparti italiani al servizio delle SS che si distinsero nelle stragi ricordiamo il Reggimento «Istria» comandato da Libero Sauro, il reparto «Mazza di Ferro» comandato dal capitano Graziano Udovisi (Udovicich) e l’unico reparto di combattimento formato da sole donne, il Gruppo d’azione «Norma Cossetto» che alla sua costituzione fu passato in rassegna a Trieste dal segretario generale del Partito Fascista Repubblicano Alessandro Pavolini, colui che, fucilato dai partigiani italiani il 28 aprile 1945, viene oggi onorato a Rieti con una via intitolata al suo nome,

    Vi risparmio la cronaca degli eccidi che indica da dieci a settanta vittime al giorno fino a raggiungere le 300 del villaggio di Lipa (30 aprile 1944) con il cielo notturno quasi sempre illuminato dalle fiamme degli incendi dei paesi. Mi limiterò ad alcuni documenti firmati dal vescovo di Trieste, Antonio Santin, grande patriota italiano oriundo di Rovigno d’Istria. Dopo aver denunciato mese dopo mese l’assassinio di vari sacerdoti istriani impiccati o fucilati dai nazifascisti, il prelato così scrisse in una nota apparsa sul settimanale Vita Nuova in data 18 aprile 1944: «Quello che avviene nell’Istria è spaventoso». «Le povere popolazioni stanno pagando un terribile contributo di sangue e di distruzione delle loro case. Lo spavento incombe su tutto e su tutti. Molti innocenti sono stati uccisi. Questo dopo la prima invasione dei partigiani e il conseguente rastrellamento che avevano giù prodotto rovine ingenti e un numero così elevato di morti. Noi assistiamo angosciati a tanta rovina». Cinque giorni dopo, il 23 aprile, Mons. Santin scrisse una lettera al comandante tedesco Wolsegger. In essa si legge:
    «In gran parte dell’Istria non vi è più traccia di vita civile. Regna il terrore». «La popolazione dell’Istria è sottoposta a prove che hanno raggiunto il limite estremo dell’umana sopportazione. In vastissime zone della provincia si conduce una vita da allucinati». La gente era costretta a vivere nei fienili, in grotte, in rifugi di fortuna, per non essere presi. «Quando passano le formazioni SS allora avvengono le cose più atroci e più disonorevoli: uccisioni di innocenti trovati a casa o sul lavoro, ruberie, distruzioni di case e di beni. Cose indescrivibili e ignominose. La gente fugge terrorizzata».
    Anche delle SS facevano parte, persino con funzioni di comando, fascisti italiani istriani come Bradamante, Ravegnani, Niccolini ed altri. Ecco, anche questi fatti vanno ricordati. Come va ricordato che molti dei civili massacrati in quel periodo dai nazisti e fascisti furono gettati nelle foibe.

    Sdoganare la relazione condivisa

    Vorrei concludere con lo sguardo volto a un futuro senza rancori. Per crearlo sarebbe bene accettare la proposta della Slovenia di sdoganare la relazione condivisa ed approvata all’inizio degli anni Duemila da una commissione paritetica di storici sloveni e italiani sul comune passato, che sta chiusa da allora negli armadi del governo di Roma; accettare la proposta avanzata nel 2007 dal governo di Zagabria e finora rimasta senza risposta di rimettere in funzione la commissione mista degli storici italiani e croati per scrivere una storia vera di quanto è avvenuto sulla sponda orientale dell’Adriatico durante tutta la prima metà del Novecento; accettare la proposta di una ricerca comune sui crimini perpetrati «prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale nell’ex Jugoslavia», appurando l’esatto o approssimativo numero delle vittime italiane, croate, slovene e montenegrine. Serve infine un gesto solenne di riconciliazione che faccia incontrare i presidenti dell’Italia, della Slovenia e della Croazia per onorare le vittime delle foibe ma anche le vittime dei massacri compiuti dagli italiani. La Slovenia e la Croazia, a livello governativo m a anche della stragrande maggioranza della popolazione, hanno più volte ammesso e finalmente condannato le stragi delle foibe e la politica jugoslava che nei primi 15 anni del dopoguerra portò all’esodo di 200.000 italiani e croati; ma non si possono tollerare i discorsi razzisti antislavi pronunciati ogni anno in Italia nel mese del «Giorno del Ricordo» da esponenti dell’estrema destra. Le foibe ci sono state, l’esodo c’è stato, ma prima ci sono state le persecuzioni italiane (fasciste) e l’aggressione fascista che portò all’annessione della cosiddetta Provincia di Lubiana (Slo) di quasi metà Croazia, dell’intero Montenegro. Resta il nostro dolore per le vittime delle foibe e per l’esodo. A livello politico Croazia e Slovenia non giustificano più quei tristi fatti con i precedenti crimini del fascismo, perché non si giustifica la vendetta. È però anche comprensibile il dolore dei figli e nipoti sloveni e croati i cui padri e nonni furono vittime del terrore italiano in uniforme fascista o addirittura al servizio del nazismo.
    È un dolore comprensibile anche quello; non si può negare a sloveni e croati di ricordare i loro morti, le sofferenze subite dai loro padri. Bombardati come sono ogni anno di questi tempi da accuse di genocidio, molti croati e sloveni ricordano a loro volta «la terribile occupazione italiana» delle loro terre, «le stragi compiute dall’esercito fascista italiano» ed aspramente rimproverano quella parte dell’Italia che non vuole ricordare i crimini italiani. Purtroppo in troppi continuano a non rimuovere i buchi neri del loro passato.

    La ferita oltre il confine

    Bisogna ricordare tutto, contestualizzando la storia, senza dimenticare una parte e senza falsificarla. In Croazia, Slovenia e Montenegro, dove vivono i figli e le figlie e i nipoti delle vittime dell’occupazione italiana di quelle terre, del duro regime instaurato ancor prima per venti anni dal regime fascista in Istria ai danni dei cosiddetti «barbari slavi», c’è inevitabilmente chi si sente ferito dalla retorica dei partiti e gruppi italiani che affondano le loro radici nell’ideologia fascista e che ricordano le foibe e l’esodo dall’Istria e da Zara in modo «regressivo e oggettivamente profanatorio» come direbbe Claudio Magris, per riattizzare quegli odii nazionalistici antislavi che furono all’origine dell’aggressione fascista dell’aprile 1941 e della storia orrenda conclusasi con la sconfitta dell’Italia nella seconda guerra mondiale con la conseguente perdita dei territori ottenuti dopo la guerra del Quindici-Diciotto. Una storia orrenda, ripeto, conclusasi purtroppo anche con le foibe, con il Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 e quindi con l’esodo di gran parte delle popolazioni, dai territori definitivamente assegnati alla Jugoslavia; e gli esuli, le grandi vittime, le vere vittime dell’avventura mussoliniana sulla sponda orientale adriatica, non furono soltanto italiani, ma anche croati e sloveni. Sono tredici secoli che in quelle terre si mescolano il sangue, le famiglie, i cognomi, le lingue e le culture.

    Voglio ancora dire che il sangue dei vinti e dei vincitori, degli aggressori e degli aggrediti è sempre sangue umano, e va rispettato, non strumentalizzato ai fini politici. Bisogna parlarne con rispetto, senza l’ossessione e il rancore dell’offesa subita da chi vuole riconoscere il sangue versato dagli altri e le offese subite dagli altri. Con i ricordi selezionati e unilaterali si perpetua soltanto la catena delle violenze e delle vendette, si inocula nelle nuove generazioni l’odio etnico. Dobbiamo invece ricordare tutte le vittime, di ogni parte, e contestualizzare storicamente gli orrendi fatti che precedettero la seconda guerra mondiale, che caratterizzarono quella guerra di aggressione fuori i confini d’Italia. Bisogna ricordare tutto questo, come direbbe il già citato amico mio triestino Claudio Magris, «senza reticenze e senza strumentalizzazioni, senza quell’orribile calcolo dei morti cui assistiamo in Italia ogni anno». «Anche se i vostri morti fossero davvero quindicimila o ventimila, come qualcuno afferma senza esibire documenti e nominativi – ha commentato un ex partigiano croato – non si avvicinerebbero mai ai 350.000 jugoslavi massacrati». Io dico: rispettiamo tutte le vittime. Come scrisse qualche anno fa il sindaco di Muggia sul confine con la Slovenia, non vanno contrapposte foibe e guerra di liberazione dal nazifascismo. Nerio Nesladek, sindaco di quell’unico comune istriano rimasto in Italia, ritiene giustamente che «rifiutare il dialogo e continuare con le contrapposizioni – come fanno i circoli ultranazionalisti italiani di Trieste, non ci porterà da nessuna parte. Dobbiamo andare oltre le divisioni e i rancori e guardare avanti». Ben detto, io questo volevo dire.

    Giacomo Scotti
    Fonte: http://www.ilmanifesto.it
    10.02.2010