Home / ComeDonChisciotte / LA DISUGUAGLIANZA IN AMERICA PEGGIO CHE IN EGITTO, TUNISIA E YEMEN

LA DISUGUAGLIANZA IN AMERICA PEGGIO CHE IN EGITTO, TUNISIA E YEMEN

FONTE: WASHINGTON’S BLOG

I manifestanti egiziani, tunisini e yemeniti dicono tutti che la disuguaglianza è uno dei motivi principali per cui stanno protestando.

Tuttavia, gli Stati Uniti hanno attualmente un grado di disuguaglianza assai maggiore rispetto ad uno qualsiasi di questi paesi.

In particolare, il “coefficiente di Gini” – lo schema che gli economisti utilizzano per misurare la disuguaglianza – è più elevato negli Stati Uniti.

I coefficienti di Gini sono come nel golf – più basso è il punteggio, meglio è (cioè l’uguaglianza è maggiore).

Secondo il CIA World Fact Book, gli Stati Uniti sono classificati al 42esimo posto nel mondo tra i paesi con più disuguaglianze, con un coefficiente di Gini di 45.

Al contrario:

La Tunisia è classificata come il 62esimo paese, con un coefficiente di Gini di 40.
Lo Yemen è classificato come il 76esimo paese, con un coefficiente di Gini di 37,7.
E l’Egitto è classificato come il 90esimo paese, con un coefficiente di Gini di circa 34,4.


[Al link immagine ingrandita]

E la disuguaglianza negli Stati Uniti è aumentata vertiginosamente negli ultimi due anni, dall’ultima volta in cui il coefficiente di Gini era stato calcolato, e senza dubbio è attualmente molto più elevato.
Perché gli egiziani sono in tumulto, mentre gli americani sono soddisfatti?

Beh, gli americani – fino a poco fa – sono stati tra le persone più ricche del mondo, con abbondanza di comfort (e/o di intrattenimento) e cibo in eccedenza.

Ma un’altra ragione è che – come Dan Ariely della Duke University e Michael I. Norton della Harvard Business School dimostrano – gli americani costantemente sottovalutano il grado di disuguaglianza nella nostra nazione.

Come William Alden ha scritto lo scorso settembre:


Gli americani sottovalutano notevolmente il grado di disparità di ricchezza in America, e riteniamo che la distribuzione dovrebbe essere molto più equa di come effettivamente è, secondo anche un nuovo studio.

O, come gli autori dello studio hanno detto: “tutti i gruppi demografici–anche quelli solitamente non concordi con la ridistribuzione della ricchezza, come i repubblicani e i ricchi– hanno desiderato una più equa distribuzione della ricchezza rispetto allo status quo”.

La relazione… “Building a Better America – One Wealth Quintile At A Time” di Dan Ariely della Duke University e Michael I. Norton della Harvard Business School… mostra che attraverso gruppi ideologici, economici e di genere, gli americani pensavano che il 20% più ricco della nostra società controllasse circa il 59% della ricchezza, mentre il numero reale è più vicino all’84 %.

Ecco lo studio:

COSTRUIRE UN’ AMERICA MIGLIORE– UN QUINTILE DI RICCHEZZA ALLA VOLTA

Di Michael I. Norton (Harvard Business School), Dan Ariely (Duke University)

Di prossima pubblicazione su “Perspectives on Psychological Science

Indirizzo per la corrispondenza: Michael I. Norton, Harvard Business School, Soldiers Field Road, Boston, MA 02163, [email protected]; o Dan Ariely, Duke University, uno Towerview Road, Durham, NC 27708, [email protected] Ringraziamo Jordanna Schutz per i suoi numerosi contributi, George Akerlof, Lalin Anik, Ryan Buell, Zoë Chance, Anita Elberse, Ilyana Kuziemko, Jeff Lee, Jolie Martin, Mary Carol Mazza, David Nickerson, John Silva ed Eric Werker per i loro commenti e surveysampling.com per la loro assistenza nell’amministrare l’indagine.

Abstract

Disaccordi circa il livello ottimale di disparità di ricchezza sono alla base di dibattiti politici che vanno dall’imposizione delle tasse al benessere. Si tenta di inserire in questi dibattiti, i desideri degli americani “medi”, chiedendo un pannello online rappresentativo a livello nazionale per stimare l’attuale distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti e per “costruire un’America migliore” mediante una ridistribuzione con il loro livello ideale di disparità. In primo luogo, gli intervistati hanno molto sottovalutato il livello corrente di disparità di ricchezza. In secondo luogo, hanno costruito distribuzioni di ricchezza ideali molto più eque anche rispetto alle stime da loro erroneamente fatte della distribuzione effettiva. Più importante è che, da una prospettiva politica, abbiamo osservato un sorprendente livello di consenso: tutti i gruppi demografici – anche quelli di solito non d’accordo con la ridistribuzione della ricchezza, come i repubblicani e i ricchi – hanno desiderato una più equa distribuzione della ricchezza rispetto allo status quo.

Molti studiosi concordano che la disparità di ricchezza negli Stati Uniti è a livelli storici, con alcune stime, che suggeriscono che l’1% degli americani detengono quasi il 50% della ricchezza, toccando anche i livelli visti poco prima della grande depressione degli anni venti (Davies, Sandstrom, Shorrocks & Wolff, 2009; Keister, 2000; Wolff, 2002). Mentre è chiaro che la disparità di ricchezza è alta, determinare la distribuzione della ricchezza in una società ideale ha dimostrato essere un problema intrattabile, in parte perché diverse convinzioni circa la distribuzione ideale della ricchezza sono la fonte di attriti tra i responsabili politici che pianificano la distribuzione: i fautori dell’ “imposta di successione su beni immobili,” per esempio, sostengono che la ricchezza che i genitori lasciano in eredità ai loro figli dovrebbe essere tassata più pesantemente rispetto a quelli che si riferiscono a questa politica come ad una gravosa “imposta di succesione”.

Dobbiamo adottare un approccio diverso per determinare il livello “ideale” di disparità di ricchezza: seguendo il filosofo John Rawls (1971), chiediamo agli americani di ipotizzare una distribuzione della ricchezza che ritengono giusta. Naturalmente, questo approccio può semplicemente aggiungere confusione se gli americani sono in disaccordo circa la distribuzione della ricchezza ideale come i responsabili politici. Così, abbiamo due obiettivi principali. In primo luogo, dobbiamo esplorare se c’è un consenso generale tra gli americani circa il livello ideale di disparità di ricchezza o se le differenze – guidate da fattori quali le convinzioni politiche ed il reddito – superano di gran lunga qualsiasi consenso (cfr. McCarty, Poole & Rosenthal, 2006). In secondo luogo, ottenendo un consenso sufficiente, speriamo di inserire le preferenze “degli americani medi” per quanto riguarda la disparità di ricchezza nei dibattiti politicici.

Online un campione di intervistati rappresentativo a livello nazionale (N = 5,522, 51% di sesso femminile, Mage = 44,1), casualmente preso da un gruppo di oltre un milione di americani, ha completato l’indagine a dicembre del 2005. [1] Il reddito degli intervistati (in media = 45.000 dollari) era simile a quello segnalato nel censimento degli Stati Uniti del 2006 (in media = 48.000 dollari) e il loro intento di voto nelle elezioni del 2004 (50,6% Bush, 46,0% Kerry) anch’esso era simile al risultato effettivo (50,8% Bush, 48,3% Kerry). In più, del campione fanno parte intervistati di 47 Stati.

Abbiamo garantito che tutti gli intervistati avevano lo stesso inquadramento economico richiedendo loro di leggere quanto segue prima di avviare l’indagine: “la ricchezza, nota anche come patrimonio netto è definito come il valore totale di tutto ciò che qualcuno possiede meno qualsiasi obbligazione o debito. Il patrimonio netto di una persona include i soldi sul conto corrente bancario più il valore di altre cose come le proprietà, le azioni, le obbligazioni, in beni artistici, le collezioni, ecc., meno il valore delle cose come prestiti e mutui”.

Gli Americani Preferiscono la Svezia

Per prima cosa, abbiamo creato tre grafici a torta senza etichetta, concernenti la distribuzione della ricchezza, uno dei quali raffigurava perfettamente un’equa distribuzione. All’insaputa degli intervistati, una seconda rappresentazione raffigurava la distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti; al fine di creare una proiezione con un livello di disuguaglianza che apparisse chiaro, abbiamo costruito un terzo grafico a torta a partire dalla distribuzione del reddito in Svezia (figura 1). [2] Ci siamo presentati agli intervistati con le tre combinazioni di questi grafici a torta (in ordine casuale) e abbiamo chiesto loro di scegliere quale nazione avrebbero ritenuto più vicina al “pensiero di Rawls” per la determinazione di una società giusta (Rawls, 1971): “Nel considerare questa domanda, immaginate che se aveste aderito a questa nazione, vi sarebbe stata assegnata in modo casuale una collocazione, i modo che avreste potuto finire ovunque in questa distribuzione, dai molto ricchi ai poverissimi”.

Come si può vedere nella figura 1, la distribuzione degli Stati Uniti (senza etichetta) è stata molto meno scelta sia rispetto alla Svezia (senza etichetta) che a quella equa, con il 92% degli americani che preferiscono la distribuzione della Svezia a quella degli Stati Uniti. In aggiunta, questa schiacciante preferenza per la Svezia rispetto agli Stati Uniti è stata forte in generale (femmine: 92,7%; maschi: 90,6%), come la preferenza per il candidato nelle elezioni del 2004 (gli elettori di Bush: 90,2%; gli elettori di Kerry: 93,5%) e il reddito (meno di 50.000 dollari: 92,1%; 50.001-100,000 dollari: 91,7%; più di 100.000 dollari: 89,1%). Inoltre, c’è stata una leggera preferenza per la distribuzione che somigliava alla Svezia rispetto a quella equa, suggerendo che gli americani preferiscono alcune disparità alla perfetta parità, ma non al livello attualmente presente negli Stati Uniti.

Costruire un’ America migliore

Mentre le scelte fra i tre grafici fanno luce in merito alle preferenze relative alla distribuzione della ricchezza in astratto, abbiamo voluto esplorare le specifiche convinzioni degli intervistati circa la loro società. Nella successiva ricerca, abbiamo quindi rimosso “il velo di ignoranza” di Rawls e valutato sia le stime degli intervistati sull’effettiva distribuzione della ricchezza sia le loro richieste per la distribuzione ideale della ricchezza negli Stati Uniti. Per le loro stime sull’effettiva distribuzione, abbiamo chiesto agli intervistati di indicare quale percentuale di ricchezza hanno pensato fosse posseduta da ciascuno dei cinque quinti negli Stati Uniti, in ordine a partire dal primo 20% e terminando con l’ultimo 20%. Per la loro distribuzione ideale, abbiamo chiesto loro di indicare quale percentuale della ricchezza hanno pensato che idealmente dovrebbe tenere ogni quinto, nuovamente a partire dal primo 20% e terminando con l’ultimo 20%.

Per aiutarli in questo compito, abbiamo fornito loro i due esempi più estremi, insegnando loro ad assegnare il 20% della ricchezza a ogni quinto se pensavano che ogni quinto dovesse avere lo stesso livello di ricchezza o ad assegnare il 100% della ricchezza a un quinto se pensavano che esso dovesse detenere tutta la ricchezza. La figura 2 mostra l’effettiva distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti al momento dell’indagine, una stima globale degli intervistati su tale distribuzione e infine la distribuzione ideale degli intervistati. Questi risultati evidenziano due messaggi chiari. In primo luogo, gli intervistati sottovalutano enormemente l’effettivo livello di disparità di ricchezza negli Stati Uniti, credendo che il quinto più ricco detenga circa il 59% della ricchezza quando il valore effettivo è più vicino all’84%. Più interessante, gli intervistati hanno indicato una distribuzione della ricchezza ideale che era molto più equa rispetto anche alle loro stime erroneamente basse della distribuzione effettiva, segno di un desiderio per il quinto superiore di possedere solo il 32% della ricchezza. Questi desideri per una distribuzione più equa della ricchezza hanno assunto la forma del movimento di denaro dal quinto superiore agli ultimi tre quinti, lasciando il secondo quintile invariato, dimostrando una maggiore preoccupazione per i meno fortunati rispetto ai più fortunati (Charness & Rabin, 2002).

Dopo abbiamo esaminato le caratteristiche demografiche dei nostri intervistati autori di queste stime. La figura 3 mostra che queste stime sono ripartite in tre livelli di reddito, se gli intervistati hanno votato per W. di George Bush (repubblicano) o John Kerry (democratico) come Presidente degli Stati Uniti nel 2004 e secondo il sesso. I maschi, gli elettori di Bush, e gli individui più ricchi hanno stimato che la distribuzione della ricchezza è stata relativamente più equa rispetto alle donne, agli elettori di Kerry e ai più poveri; per le stime dell’ideale distribuzione, d’altro canto, questi stessi gruppi (i maschi, gli elettori di Bush e i ricchi) desideravano una distribuzione relativamente più iniqua rispetto alle loro controparti.

Nonostante queste differenze (un po’ prevedibili), ciò che colpisce di più nella figura 3 è la dimostrazione di un maggior consenso piuttosto che di un disaccordo tra questi diversi gruppi demografici. Tutti i gruppi – anche gli intervistati più ricchi – desideravano una più equa distribuzione della ricchezza rispetto a ciò che si stima essere l’attuale livello negli Stati Uniti, ma tutti i gruppi desideravano anche qualche disparità – anche i più poveri intervistati. Inoltre, tutti i gruppi hanno convenuto che tale ridistribuzione dovrebbe assumere la forma di movimento di ricchezza dal quinto superiore agli ultimi tre quinti. In breve, mentre gli americani tendono ad essere relativamente più favorevoli alla disuguaglianza economica rispetto ai membri di altri paesi (Osberg e Smeeding, 2006), l’ accordo degli americani sulla distribuzione ideale della ricchezza all’interno degli Stati Uniti sembra mettere in ombra i loro disaccordi in base al sesso, all’orientamento politico e al reddito.
Nel complesso, questi risultati indicano due messaggi primari. In primo luogo, un ampio campione di americani rappresentativo a livello nazionale sembra che preferisca vivere in un paese più simile alla Svezia. Gli americani poi ipotizzano distribuzioni ideali che sono molto più eque di quanto stimavano fossero negli Stati Uniti – stime che a loro volta erano molto più eque dell’effettivo livello di disuguaglianza. In secondo luogo, tra i gruppi di diverse parti dello scenario politico c’era molto più consenso che disaccordo su questo desiderio per una più equa distribuzione della ricchezza e ciò suggeisce che gli americani possono possedere uno standard comunemente ritenuto “normativo” per la distribuzione della ricchezza, nonostante le molte divergenze sulle politiche che riguardano tale distribuzione, quali la tassazione ed il benessere (Kluegel & Smith, 1986). Ci siamo affrettati ad aggiungere, tuttavia, che il nostro uso di “normativo” è in senso descrittivo – e riflette il fatto che gli americani sono d’accordo sulla distribuzione ideale – ma non necessariamente in un senso prescrittivo. Mentre alcune evidenze suggeriscono che la disuguaglianza economica è associata con la diminuzione del benessere (Napier & Jost, 2008), la creazione di una società con il preciso livello di disuguaglianza che i nostri intervistati segnalano come ideale non può essere ottimale da una prospettiva economica o politica pubblica (Krueger, 2004).

Dato l’accordo tra i diversi gruppi sul divario tra un’ideale distribuzione della ricchezza e l’effettivo livello di disparità, perché più americani – in particolare quelli con reddito basso, non sono a favore di una maggiore ridistribuzione della ricchezza? In primo luogo, i nostri risultati dimostrano che gli americani sembrano sottovalutare drasticamente il livello corrente di disparità, facendo supporre che possono semplicemente essere inconsapevoli del divario. In secondo luogo, proprio come le persone hanno convinzioni errate circa l’effettivo livello di disparità di ricchezza, essi possono anche avere convinzioni eccessivamente ottimistiche circa le opportunità di mobilità sociale negli Stati Uniti (Benabou & Ok, 2001; Charles & Hurst, 2003; Keister, 2005), opinioni, che a loro volta possono essere di supporto a distribuzioni disuguali di ricchezza. In terzo luogo, a dispetto del fatto che i conservatori e i liberali nel nostro campione sono d’accordo che l’attuale livello di disuguaglianza è lungi dall’essere ideale, i pubblici disaccordi sulle cause di tale disuguaglianza possono abbattere questo consenso (Alesina & Angeletos, 2005; Piketty, 1995). Infine e più in generale, gli americani mostrano un vasta divergenza nei loro atteggiamenti verso la disuguaglianza economica e nei loro interessi e preferenze politiche pubbliche (Bartels, 2005; Fong, 2001), ciò suggerisce che anche data una maggiore consapevolezza del divario tra la distribuzione ideale e reale della ricchezza, rimane improbabile che gli americani possano essere favorevoli a politiche che potrebbero ridurre questo divario.

NOTE

[1] Per condurre questa indagine abbiamo utilizzato l’organizzazione di indagine internazionale su campionamento Survey (surveysampling.com). Di conseguenza, non abbiamo accesso alle risposte.

[2] Abbiamo usato il reddito della Svezia piuttosto che la distribuzione della ricchezza, perché ha fornito un contrasto più chiaro rispetto alle distribuzioni della ricchezza e all’equità degli Stati Uniti; pure più equa della distribuzione della ricchezza degli Stati Uniti, la distribuzione della ricchezza della Svezia è ancora estremamente superiore.

Referenze

Alesina, A. & Angeletos, G.M. (2005). Fairness and redistribution. American Economic Review, 95, 960-980.
Bartels, L.M. (2005). Homer gets a tax cut: Inequality and public policy in the American
mind. Perspectives on Politics, 3, 15-31.
Benabou, R. & Ok, E.A. (2001). Social mobility and the demand for redistribution: The POUM hypothesis. Quarterly Journal of Economics, 116, 447-487.
Charles, K.K. & Hurst, E. (2003). The correlation of wealth across generations. Journal
of Political Economy, 111, 1155-1182.
Charness, G. & Rabin, M. (2002). Understanding social preferences with simple tests.
Quarterly Journal of Economics, 117, 817-869.
Davies, J.B., Sandstrom, S., Shorrocks, A., & Wolff, E.N. (2009). The global pattern of household wealth. Journal of International Development, 21, 1111–1124.
Fong, C. (2001). Social preferences, self-interest, and the demand for redistribution. Journal of Public Economics, 82, 225-246.
Keister, L.A. (2000). Wealth in America. Cambridge, UK: Cambridge University Press.
Keister, L.A. (2005). Getting Rich: America’s New Rich and How They Got That Way. Cambridge, UK: Cambridge University Press.
Kluegel, J.R. & Smith, E.R. (1986). Beliefs about Inequality: Americans’ Views of What is and What Ought to Be. New York: Aldine de Gruyter.
Krueger, A.B. (2004). Inequality, too much of a good thing. In J.J. Heckman & A.B.
Krueger (Eds.), Inequality in American: What Role for Human Capital Policies (pp.1-75).Cambridge, MA: MIT Press.

McCarty, N., Poole, K.T., & Rosenthal, H. (2006). Polarized America: The dance of ideology and unequal riches. Cambridge, MA: MIT Press.
Napier, J.L. & Jost, J.T. (2008). Why are conservatives happier than liberals? Psychological Science, 19, 565-572.
Osberg, L. & Smeeding, T. (2006). ‘Fair’ inequality? Attitudes to pay differentials: The United States in comparative perspective. American Sociological Review, 71, 450- 473.
Piketty, T. (1995). Social mobility and redistributive politics. Quarterly Journal of Economics, 110, 551-584.
Rawls, J. (1971). A Theory of Justice. Cambridge, MA: Harvard University Press.
Wolff, E.N. (2002). Top Heavy: The Increasing Inequality of Wealth in American and What Can Be Done about It. New York, NY: The New Press.

[Figura 1: Relativa alle preferenze tra tutti gli intervistati su tre grafici: Svezia (in alto a sinistra), un’equa distribuzione (in alto a destra) e gli Stati Uniti (in basso). Nota.Grafici a torta che mostrano la percentuale di ricchezza posseduta da ogni quinto; per esempio, negli Stati Uniti, il quinto superiore possiede l’84% della ricchezza totale, il secondo più più in alto l’11% e così via.
]

[Figura 2. La distribuzione effettiva della ricchezza negli Stati Uniti tracciata a fronte delle distribuzioni stimate e ideali di tutti gli intervistati. Nota: A causa della loro piccola quota percentuale della ricchezza totale, sia il valore della “4a 20%” (0,2%) che il valore “20% in basso” (0,1%) non sono visibili nella distribuzione “Effettiva”.]

>

[Figura 3. La distribuzione effettiva della ricchezza negli Stati Uniti tracciata a fronte delle distribuzioni stimate e ideali degli intervistati con livelli di reddito diversi, diverse affiliazioni politiche e diverso sesso. Nota: a causa della loro piccola quota percentuale della ricchezza totale, sia il valore della “4a 20%” (0,2%) che il valore “20% in basso” (0,1%) non sono visibili nella distribuzione effettiva.]

Titolo originale: “Inequality In America Is Worse Than In Egypt, Tunisia Or Yemen “

Fonte: http://georgewashington2.blogspot.com/
Link
28.01.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SILVIA RENGHI ([email protected])

Pubblicato da Das schloss

  • Rossa_primavera

    Articolo molto interessante e che offre molti spunti di riflessione:il
    modello svedese,che si avvicina abbastanza a quella che noi europei
    chiamiamo terza via,sembra in effetti essere il migliore tra quelli esistenti perche’ garantisce una buona uguaglianza.Mi permetto solo di
    aggiungere una riflessione all’analisi del resto approfondita e documentata:sarebbe stato anche utile inserire nell’analisi il reddito
    medio pro capite delle nazioni prese in considerazione perche’ si
    potrebbero verificare dei paradossi.Ad esempio una nazione con una
    ricchezza ben distribuita ma un reddito pro capite estremamente basso
    non puo’ comunque produrre felicita’ tra i suoi cittadini.Mentre una
    societa’ che ha ad esempio una ricchezza poco equamente distribuita
    ma comunque un reddito pro capite molto elevato,che consente anche
    al cittadino medio una vita decorosa,genera molto meno scontenti.
    Infatti prima che questa grande crisi attanagliasse gli States e il sogno
    americano era una realta’,ben pochi cittadini si lamentavano del modello
    americano perche’ quasi tutti avevano comunque una casa dignitosa in
    cui vivere.Ora chiaramente la situazione e’ drasticamente cambiata e
    i numerosi disoccupati e senza ammortizzatori sociali come paracadute
    vivono momenti drammatici e giustamente reclamano una societa’ migliore

  • nettuno

    Chi sa gestire i media, fa quello che vuole con i pigs. Gli ebrei sono esperti in questo..

  • imsiddi

    Una domanda:
    se ti dicessi che se vai a vivere in USA i ricchissimi guadagnano: 1’000’000 USD al mese e tu (poverissimo) guadagnerai solo: 1’000 USD. (qui abbiamo una differenza delta di: 999’000 USD al mese)

    oppure vai in tunisia dove: i ricchi prendono 100’000 USD al mese e tu 10 USD al mese (differenza delta: 99’990). DOVE SCEGLI DI ANDARE?

    ricordate che statisticamente, se io mangio due mele e tu muovi di fame e ne mangi zero, entrambi ne abbiamo mangiate 1!

    % e statistiche sono come una donna in bichini, vedi molto ma non vedi mai l’essenziale.

  • vraie

    … nella scelta del Paese Ideale
    ti consiglio di verificare almeno il livello generale dei prezzi dei beni di prima necessità,
    così non rischi di morire di fame … magari negli usa …
    e puoi continuare a fare i tuoi forbiti e spiritosi interventi

  • imsiddi

    se cerchi il soliti dettagli allora dovremmo anche vedere, i vari sussidi sanitari, assicurazioni obbligatorie, valore terreno, potenziali costi mensili, valori dei beni importati, e valori dei beni di prima necessità interni, dove almeno la fluttuazione della moneta ha un effetto minori su essi, ecc ecc…ma il mio post era solo per dare l’idea.

  • imsiddi

    uhm rileggendo il mio post, devo dire che faccio spesso errori atroci di battitura 🙂 ciao

  • ROE

    È tutto vero, tuttavia l’obiettivo non è un’America migliore ma il suo salvataggio sulla pelle degli altri (come è stato per il suo sviluppo). E gli altri stanno a guardare, ad eccezione di quelli che si fanno ammazzare. Per niente. Anzi, per il peggio. http://www.asmad.org.

  • Hamelin

    Non a caso nel 2011 I buontemponi lobbisti del Congresso hanno firmato il Patriot Act , con il quale possono sospendere i diritti civili per i casi di terrorismo… Mi sa tanto che fra un po’ essere povero sarà un crimine…e se la fame porterà a ribellione sarà atto di terrorismo… Non invidio affatto gli Yankee che molto probabilmente se non passa il Bluff Monetario degli Usa ( cosa secondo me impossibile ) vedranno l’esercito reprimere la popolazione sempre piu’ disperata…+45 milioni di persone che vivono con i food stamps…Non a caso in alcune zone del’america la vendita di armi fra i civili é fuori controllo e in aumento http://tv.repubblica.it/mondo/stati-uniti-la-vendita-di-armi-e-senza-controlli/61130?video segno non molto positivo… Anche lo Zio Sam non dovrebbe dormire sonno tranquilli…

  • vraie

    con 10 dollari in usa non si compra cibo per corrispondente di 1 dollaro in tunisia, ma molto meno (quindi se guadagni … ma a NY …10 volte di più …..stai peggio che a tunisi) …
    capisco che può sembrarti “…incredible”… ma non è un “piccolo particolare” bensì un problema … “vitale”

  • Earth

    Dove sta l’italia in posizione con i suoi Gini?

  • ROE

    Basta guardare il rapporto di Bankitalia sulla ricchezza delle famiglie italiane e considerare un 20% sfuggito all’indagine (corruzione, traffici illeciti, evasione ed elusione fiscale, dumping, etc.)