Home / ComeDonChisciotte / LA DIALETTICA DELLA NEGAZIONE

LA DIALETTICA DELLA NEGAZIONE

DI GILAD ATZMON
PeacePalestine.blogspot.com – There Will Always Be a Palestine

Il compito iniziale dei pensatori ideologici e politici è spesso quello di definire l’argomento centrale delle loro dissertazioni. Si dovrebbe partire dal presupposto che essi siano addivenuti alle loro conclusioni attraverso processi intellettivi di deduzione e ricerca categoriale. Di seguito vengono riportate alcune (devastanti) citazioni che mostrano cosa i primi ideologi sionisti dicevano dei loro fratelli, quelli per i quali stavano sviluppando un progetto di stampo nazionalista basato su una filosofia di identità etnica di tipo razziale:

“L’ebreo è la caricatura di un essere umano comune e ordinario, sia fisicamente che spiritualmente. Come individuo nella società egli si ribella e si libera dalle briglie dei dettami sociali, non conosce né ordine né disciplina “. (Our Shomer, “Weltanschauung”, in Hashomer Hatzair, Dicembre 1936, p. 26. Come citato da Lenni Brenner.[1]) “E’ innegabile che le comunità ebraiche sono insalubri e piene di ossessioni. Quegli ebrei professionisti che, feriti nella carne viva, negano indignati questa verità sono i maggiori nemici della loro razza, perché essi sono portati di conseguenza a cercare soluzioni non veritiere, ovvero tutt’al più palliative”. (Ben Frommer, “The Significance of a Jewish State”, Jewish Call, Shangai, maggio 1935, p. 10. Citato da Lenni Brenner. [2]).

“Lo spirito imprenditoriale di un ebreo è irrefrenabile. Egli rifiuta di rimanere proletario e coglierà al volo la prima opportunità di avanzare di rango nella scala sociale”. (“The Economic Development of the Jewish People”, Ber Borochov, 1916. [3]).

“L’ebreo emancipato è insicuro nelle relazioni con gli altri esseri umani, diffidente con le persone che non conosce, sospettoso anche verso i sentimenti che i suoi amici non manifestano. Le sue migliori capacità si esauriscono nella repressione o nel difficile travestimento del suo vero carattere. Egli, infatti, ha paura di essere riconosciuto come ebreo e non avrà mai la soddisfazione di mostrarsi agli altri per com’è veramente nei pensieri e nei sentimenti. Diventa malfermo nella sua interiorità, surreale all’esterno e, di conseguenza, appare sempre ridicolo e odioso agli occhi degli uomini maggiormente sensibili, impersonificando egli tutto ciò che non è concreto. Tutti i migliori ebrei dell’Europa occidentale si lamentano di ciò o stanno cercano una cura. Essi non posseggono più quel Credo che dà la pazienza necessaria a sopportare la sofferenza, perché vedono in sé la volontà di un Dio punitore ma non amorevole”. (Max Nordau, discorso tenuto al Primo Congresso Sionista, Max Nordau, 1897. [4])

I primi teorici sionisti erano piuttosto diretti nell’affrontare il tema dei loro fratelli ebrei della Diaspora. Ber Borochov ha individuato in modo chiaro quelle che erano le naturali tendenze non-proletarie ebraiche. Max Nordau non si è risparmiato nell’affrontare l’intrinseca inettitudine sociale degli ebrei post-emancipati con cui è entrato in contatto. Hashomer Hatzai dipinge l’ebreo della Diaspora come una caricatura e, secondo Ben Frommer, trattatasi di un perfetto caso di nevrosi. Apparentemente, i primi sionisti erano piuttosto timorosi nel pronunciarsi sulle condizioni sociali dei loro fratelli. Erano tuttavia ottimisti e credevano che un ‘nuovo inizio’ avrebbe salvato gli ebrei emancipati da ciò che sembrava un destino inevitabilmente ‘vergognoso’. Essi credevano in un globale ‘ritorno a casa’ degli ebrei ed erano convinti che tale impresa li avrebbe curati dai loro sintomi.

In un articolo pubblicato subito dopo il Primo Congresso Sionista (1897) Ahad Ha’Am, forse la voce polemica più in vista al tempo, scrisse ‘…il Congresso voleva dire questo: che al fine di evitare tutti questi problemi (i sintomi di anti-socialità ebraica descritti da Nordau) è necessario stabilire uno Stato ebraico”. [5]

I primi sionisti, ispirati dalle ideologie del diciannovesimo secolo come il Nazionalismo, il Marxismo, il primo Romanticismo, dal Darwinismo e dalla Filosofia della Vita (Leben Philosophie), pregavano per la nascita di un legame tra l’ebreo e la sua terra. Ingenuamente, credevano che l’amore per l’allevamento, l’agricoltura e la natura avrebbe riportato l’ebreo emancipato ad essere un uomo normale. I primi sionisti avevano predetto che il Sionismo avrebbe creato una nuova forma di ‘essere ebreo’, nella quale gli ebrei avrebbero avuto il diritto di amare sé stessi per quello che erano realmente piuttosto che per quello che asserivano di essere. Mentre i socialisti presenti all’interno del gruppo parlavano di una nuova adesione all’ideologia della classe operaia (Berl Kazanelson, Borochov, A.D. Gordon), i pensatori di destra (Jabotinsky, Frommer) sognavano una razza superiore che sarebbe emersa e avrebbe governato la terra.

Sia i pensatori di sinistra che di destra ritenevano che, una volta tornati a casa, gli ebrei sarebbero stati in grado di sostituire le loro caratteristiche tradizionali basate su parametri di elettività con aspirazioni di uguaglianza. Essi credevano veramente che il Sionismo avrebbe portato gli ebrei ad essere ‘persone come le altre’.

I sionisti non hanno mai tentato di mascherare i confini del loro sogno profetico né hanno mai compiuto alcuno sforzo per nascondere il loro disappunto verso i loro fratelli. Nelle loro nascenti fantasie di risveglio nazionale, gli ebrei stavano per divorziare dalla loro avidità e sete di denaro e anche dalle loro tendenze cosmopolite. Nella loro visione, Sion era lì per trasformare l’ebreo in un comune essere vivente. La spinta di Sion era lì per colmare l’abisso creato dall’emancipazione. Lo stabilirsi a Sion avrebbe dato vita ad un uomo nuovo: un ebreo che guarda a sé stesso con orgoglio, un ebreo che dà un senso al suo essere ebreo. Un ebreo che viene definito per le sue qualità positive piuttosto che sulla base di ciò che non è.

La dialettica della negazione

Se le cose possono essere definite sulla base di quello che sono, esse possono parimenti essere individuate per quello che non sono. Nella misura in cui qualcosa è definito come X, Y e Z per le sue qualità positive, questa stessa cosa può altresì essere definita per il suo non essere V, R e N. Se mio ‘cugino’ viene identificato come il figlio di mio zio o di mia zia, egli può anche essere definito sulla base di una lista di cose che egli non è. Ad esempio, lui o lei non è mia sorella, mio fratello, mia nonna, una patata, un aereo etc. Allo stesso modo, se un tedesco può essere definito sulla base della sua cittadinanza tedesca, del suo parlare la lingua tedesca o del suo mangiare wurstel a pranzo, similmente un tedesco può essere identificato in base all’infinita lista di qualità e caratteristiche che gli mancano o che non ha. Egli non è francese o inglese, non parla spagnolo o farsi, non mangia humus a pranzo, non è una patata né tantomeno una casa di mattoncini rossi.

Ma quando il discorso si sposta sugli ebrei, le cose diventano complicate. Mentre gli ebrei osservanti possono facilmente elencare una serie di qualità positive nelle quali si riconoscono (essi ad esempio sono seguaci del Giudaismo, applicano le leggi ebraiche, seguono il Talmud e le restrizioni imposte dalla dieta kasher ecc.), per gli ebrei laici emancipati non è così facile identificarsi in una serie di caratteristiche positive. Se chiedete ad un ebreo laico che cosa fa di lui un ebreo, potreste sentirvi rispondere: “Io non sono cristiano o musulmano”. Va bene, ma cosa in particolare fa di te un ebreo? E la risposta potrebbe essere “Vedi, io non sono esattamente americano, francese o inglese. Io sono in qualche modo diverso”. Infatti, gli ebrei emancipati troverebbero difficile fare una lista di qualità positive nelle quali si riconoscono in quanto ebrei. Gli ebrei emancipati vengono identificati per negazione. Essi si compongono di una serie di cose che non sono.

Ed è proprio su questo punto che è intervenuto il Sionismo, per inquadrare gli ebrei in un progetto che mirava ad un’identificazione autentica. Il Sionismo era lì per far riflettere l’ebreo su sé stesso in termini di qualità positive. Nell’effimera realtà Sionista, le generazioni di coloro i quali erano ritornati a casa erano lì per dichiarare: “Noi non siamo i nuovi ebrei, noi siamo israeliani, noi siamo esseri umani come tutti gli altri, viviamo nella nostra terra, la terra dei nostri padri. Parliamo l’ebraico, la lingua degli antenati, mangiamo frutta e verdura che noi stessi abbiamo coltivato sulla nostra terra”.

Evidentemente, il Sionismo ha fallito completamente per diverse ragioni. Nonostante gli israeliani parlino la lingua ebraica e abitino una terra che essi associano al loro passato collettivo, i ‘nuovi ebrei’ hanno fallito nella loro trasformazione in autentici umanisti. Israele è una società capitalistica che rimane in vita a spese degli altri. Il legame con la terra e la natura non è durato molto. Se questo non fosse abbastanza, gli israeliani non sono riusciti a separarsi dalla dialettica della negazione. Israele non è mai diventato lo stato dei suoi cittadini. E’ tutt’ora uno stato razzista che applica leggi sull’immigrazione basate su discriminazioni di razza.

Infatti, il Sionismo non avrebbe mai potuto prevalere. E’ stato fin dall’inizio impigliato nei peccati coloniali. Se il Sionismo è subito risultato essere un movimento criminale, vale nondimeno la pena di approfondire parte delle sue critiche all’identità dell’ebreo emancipato della Diaspora. Alla fine, il cosiddetto ebreo della Diaspora emancipato è ancora definito per negazione e questo fatto comporta di per sé stesso molte pesanti implicazioni.

La politica della negazione

La ‘dialettica della negazione’ è là per gettare un po’ di luce sulla brutale realtà che è stata dipinta dai vari Wolfowitz, Perle e da altri guerrafondai emancipati come l’AJC [American Jewish Committee – Comitato Ebraico Americano, ndt] che si sta attualmente battendo per la guerra contro l’Iraq. Non sorprende più di tanto che sia in America che in Gran Bretagna fossero principalmente le lobbies sioniste a spingere in modo insistente per la guerra in Iraq. Queste lobbies stavano, e stanno tutt’ora, promuovendo la disfatta di nazione dopo nazione nel nome della ‘democrazia’, della ‘coca-cola’ e dei ‘diritti umani’.

Per quanto riguarda l’emergente ideologia dei c.d. ‘neoconservatori’, sembra che ci stiamo muovendo da un discorso di ‘terra promessa’ ad una politica del ‘pianeta promesso’.

Ma sono solo questi neoconservatori che dobbiamo biasimare? Alla fine, essi non sono così distanti dai loro parenti Bundisti.

Io propongo di rallentare un attimo e di chiedere a noi stessi il significato dell’identità dell’ebreo della Diaspora nel ventunesimo secolo. Sarà il caso di scoprire se la nozione di identità dell’ebreo emancipato sia cambiata da quando i primi sionisti hanno messo in luce, più di un secolo fa, i suoi aspetti problematici. Ci potremmo chiedere, ad esempio, come un ‘ebreo marxista’ si rapporti con il suo essere ebreo. Durante la mia permanenza in Europa ho conosciuto dei gruppi di persone che si definivano come ‘Ebrei per la Pace’, ‘Ebrei per la Giustizia in Palestina’, ‘Ebrei per questo’ ed ‘Ebrei per quello’. Di recente ho sentito di un gruppo chiamato ‘Ebrei per il boicottaggio dei prodotti israeliani’. A volte finisco per chiedermi che cosa ci sia alla radice di questi atteggiamenti pacifisti di stampo separatista ed etnicamente orientato. Devo allo stesso modo riconoscere che, sebbene io non abbia mai conosciuto degli attivisti pacifisti tedeschi, non mi sono tuttavia mai imbattuto in gruppi di solidarietà Ariano-Palestinese o di combattenti caucasici contro la guerra. Sono solo ed unicamente gli ebrei che si impegnano in campagne pacifiste razzialmente orientate.

Per quanto preoccupante ciò possa sembrare, Borochov e Nordau ci hanno dato la risposta. Nella ricerca di un’ ‘identità politica’, l’ebreo emancipato finisce per sottomettere sé stesso alla dialettica della negazione. La sua identità politica viene ad essere definita sulla base di ciò che egli non è piuttosto che sulla base di ciò che egli è. Considerati in gruppo, gli ebrei non sono né tedeschi, né inglesi, né ariani, né musulmani, non fanno neanche parte del proletariato comune, né della comune classe dei lavoratori. Essi sono ebrei perché non sono niente di diverso da ciò. Ad un esame superficiale, non c’è niente di male ad essere definiti per negazione. Tuttavia, se si guarda più in profondità e in modo critico alla nozione di negazione, si possono scorgere degli aspetti non incoraggianti in questa forma di dialettica emancipata.

Il pensiero moralmente orientato può essere la prima vittima di questa dialettica della negazione. Per poter pensare eticamente, il pensiero dovrà essere genuino, autentico, puro. Secondo l’imperativo categorico kantiano, l’uomo morale agisce ‘soltanto secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che diventi una legge universale’ . In altre parole, Kant identifica il pensiero etico con un orientamento positivo, autentico e genuino che pone l’individuo di fronte ad una ricerca dell’universo in sé stesso. Chiaramente, tale processo implica una sistematica ricerca dentro di sé. La negazione, dall’altra parte, richiede l’esatto opposto: implica scoperta e ricerca rivolte ai modi di fare altrui. Ancora una volta, anziché capire chi sei tu, ti impegni a capire quali sono le differenze tra te e gli altri. Invece che guardare dentro se stesso, il soggetto negante stabilisce le sue relazioni con l’ambiente circostante basandole su un processo decisionale pragmatico e concreto. Semmai, il suo potrà tutt’al più essere qualcosa di simile al pensiero morale, ma nulla più.

I primi sionisti sono stati abbastanza critici da mostrare ai loro fratelli gli aspetti non-etici. Il Sionismo intendeva creare un nuovo ebreo etico, un vero essere vivente dotato di morale. Tuttavia, la premessa si è mostrata lacunosa sin dall’inizio. I sionisti volevano che gli ebrei fossero considerati ‘persone come le altre’. Per un certo verso, essi volevano che gli ebrei facessero propria la pretesa di essere persone come le altre. Il fallimento del sogno Sionista ha reso evidente che anche i nuovi ebrei, i sionisti, non potevano cimentarsi con un vero pensiero morale. Semmai, essi apparivano etici invece di diventarlo.

Per quanto spaventoso possa sembrare, se guardiamo agli Hasbarà israeliani e ai politici sionisti neo-conservatori nel mondo e soprattutto in America e in Inghilterra, viene fuori la verità amara della questione. I sionisti neo-conservatori e Hasbarà lo presentano come un argomento simil-etico. Essi fanno ricorso a ciò che sembra una giustificazione morale al fine di introdurre distruzione e massacro. Perché noi sappiamo che ‘l’unica democrazia del medioriente’ è altresì la stessa che ha fatto morire di fame milioni di Palestinesi nei campi di concentramento per decenni. Allo stesso modo, i Wolfowitz e i Perle hanno trascinato America ed Inghilterra in una futile guerra in Iraq nel nome della ‘democrazia’, dei ‘diritti umani’ e del ‘liberalismo’. Chiaramente, i Palestinesi e gli Iracheni sono le vittime della politica della negazione. Ma non sono i soli. L’occidente che si è macchiato dei crimini di genocidio è anch’esso una vittima dello spostamento occidentale verso la politica della negazione. Piuttosto che definire noi stessi per quello che siamo, ci stiamo abituando all’abitudine dei nostri politici di definirci per chi odiamo (o per quelli che dovremmo odiare: rossi, ‘l’alleanza del male’, gli Islamofascisti, ecc.).

Ancora più spaventoso è il fatto che le persone che soccombono alla dialettica della negazione non possono impegnarsi nell’opera di costruzione di pace e di riconciliazione. La ragione è semplice: la nozione di pace potrebbe avere come conseguenza il crollo del meccanismo della negazione. Dal punto di vista negazionista, riconciliazione significa eliminazione. Amare il tuo vicino può portare ad una perdita d’identità. Come osservato dai primi Sionisti, la condizione di emancipazione ha portato l’ebreo occidentale ad una complessa crisi d’identità. Fare la pace con l’umanità avrebbe significato perdere l’identità ebraica. Non c’è bisogno di precisare che, negli ultimi secoli milioni, di ebrei europei ed americani anno scelto la pace e l’assimilazione. Essi si sono separati dallo loro identità ebraica e si sono confusi nella massa. Quelli che, tuttavia, mantengono la negazione come mezzo di identificazione sono quelli che si oppongono in modo coerente e categorico alla nozione di pace. Abbastanza doloroso, soprattutto perché essi spesso giustificano ciò nel nome della pace.

Più interessante è il fatto che la definizione per negazione dell’identità dell’ebreo emancipato può aiutarci a renderci conto del perché gli ebrei emancipati si trovino così spesso a loro agio in battaglie politiche e movimenti rivoluzionari: essi combattono sempre contro qualcosa. Per la borghesia, il capitalismo, il colonialismo, l’Islam, l’abuso dei diritti umani, il revisionismo storico, Sion e così via. Apparentemente, il viaggio tra la ‘dialettica della negazione’ e la ‘politica dell’odio’ e piuttosto corto.

La negazione e la questione della solidarietà palestinese

Essere un ebreo emancipato significa essere definito per negazione. E questo fatto, di per sé stesso, può spiegare perché il discorso della solidarietà intellettuale palestinese è saturo di contributi di ebrei emancipati. Più di qualche ebreo si è in realtà opposto al crimine sionista. Tuttavia, a causa del loro entusiasmo secolarista emancipato, a volte sembra che la questione palestinese sia stata trasformata in un dibattito interno agli ebrei.

La ragione è semplice: la negazione del Sionismo è una ragione sufficiente per stabilire una forte identità politica ebraica. Per quanto ciò possa spiegare come mai gli ebrei siano così coinvolti nei progetti di solidarietà palestinese, ciò può dar conto altresì del perché il movimento di solidarietà palestinese non è mai diventato un movimento globale di massa. Apparentemente, non molte persone sono così disposte a far parte di una sinagoga liberale. Sembrerebbe che la battaglia contro il Sionismo sia servita ad alcuni ebrei virtuosi per le proprie necessità personali e politiche, mentre il popolo palestinese sia stato l’ultimo a beneficiare di questo risveglio della morale ebraica.

In ogni caso, io sono l’ultima persona a dover sostenere che gli ebrei non dovrebbero avere a che fare con il movimento di solidarietà palestinese. Per come stanno le cose, gli ebrei virtuosi in giro per il mondo sono altamente motivati nel loro slancio verso la Palestina. Ciò ha un senso anche se si considera l’entità dei crimini commessi dallo stato ebraico. Comunque, gli ebrei emancipati dovrebbero acquisire consapevolezza del loro ruolo nel movimento. Essi dovrebbero imparare a distinguere tra la i loro egocentrici interessi politici e la causa palestinese, che sta diventando una nozione dinamica satura di complessità. Credo fermamente che il contributo degli ebrei potrebbe essere maggiore se solo lasciassero che il movimento di solidarietà prendesse il volo e lasciasse il Ghetto.

Ciò detto, mi viene in mente una vecchia barzelletta ebrea:
D: Qual è la differenza tra un cane ed una madre ebrea?
R: Un cane molla l’osso, prima o poi…

E’ giunta l’ora per gli ebrei emancipati favorevoli alla pace e all’amore di seguire il cane invece che le loro madri, essi dovrebbero semplicemente lasciar perdere. Secondo me combattere il Sionismo per un ebreo è come tornare indietro al suo essere ebreo e fare la pace con l’umanità. Combattere il Sionismo è provare che Nordau, Frommer e Borochov si sbagliavano completamente. L’ebreo non è timido, è coraggioso abbastanza per affrontare il male che lo circonda.

Combattere il Sionismo per un ebreo è come muoversi da Gerusalemme ad Atene, unirsi all’umanità e lasciarsi la politica negazionista alle spalle.

NOTE

[1] http://www.marxists.de/middleast/brenner/ch02.htm#n10
[2] http://www.marxists.de/middleast/brenner/ch02.htm#n10
[3] http://www.angelfire.com/il2/borochov/eco.html
[4] http://www.geocities.com/Vienna/6640/zion/nordau.html
[5] http://www.geocities.com/Vienna/6640/zion/jewishproblem.html

Fonte: http://peacepalestine.blogspot.com/
Link
22.05.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RACHELE MATERASSI

Pubblicato da Das schloss