La demolizione controllata della Lega

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Fra gli “effetti avversi” di quest’elezione presidenziale c’è sicuramente la demolizione controllata della Lega. Il giullare Salvini ha chiuso la sua parabola politica ed ora si appresta a uscire di scena e lasciare il testimone a Giorgia Meloni, operazione già prevista dagli sceneggiatori ben prima che il “Capitano” producesse l’ennesimo disastro. Facendo un bilancio, quest’uomo ha sbagliato tutte le mosse negli ultimi tre anni, “suicidandosi” già all’epoca della caduta del Conte I, che tante speranze inizialmente aveva suscitato. Parlando con lingua biforcuta di “sovranismo” e di “uscita dall’euro”, imbarcando economisti con la fama (immeritata) di “eretici” come Borghi e Bagnai, ponendosi come opposizione intransigente al PD ed al suo sistema di potere, Salvini è riuscito ad appropriarsi di questo moto di indignazione di matrice “destrorsa” (quello di altra matrice è finito negli artigli dei 5 stelle), deviandolo poi, al momento opportuno, su un binario morto. Oggi la Lega è un pilastro del sistema, in tutto e per tutto complementare a quel “partito di Bibbiano” contro il quale si sono consumate le migliori (o peggiori, a seconda dei punti di vista), intemerate salviniane. La commedia delle dimissioni (poi ritirate) di Giorgetti, l’uomo dipinto a più riprese come eminenza grigia della Lega e come elemento di collegamento con le istanze dello “stato profondo”, attesta il tentativo di un pezzo del partito di abbandonare la nave che affonda, lasciando il naufragio tutto sulle spalle del “Capitano”. Protagonisti di questa manovra sono i leghisti che credono di avere davanti un luminoso futuro politico, come Zaia e Fedriga: possibile che, per reinventarsi davanti all’elettorato, rispolverino il “nordismo” delle origini, in un eterno gioco delle parti. Il regime (finché dura) saprà trovare un posticino al sole anche per questi burattini, ma la vicenda della Lega finisce qua. Dato il tasso d’infamia di questa storia, è giusto che essa sia colpita dalla damnatio memoriae.

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