Home / Spazio utenti / LA CRISI E IL SAGGIO DI PROFITTO

LA CRISI E IL SAGGIO DI PROFITTO

DI PAOLO GIUSSANI

Io non sono marxista
Karl Marx

Dopo anni di virtuale silenzio stampa è finalmente arrivato il dì della riscossa – l’erompere della crisi – che ha liberato la produzione di moltissimi scritti, mossi dall’intento di spiegare quello che è successo – e tuttora prosegue – attraverso la teoria marxiana o marxista. Entro questa letteratura si trova un piccolo gruppo di economisti che cercano di collegare la crisi alla tendenza declinante del saggio del profitto, ma, siccome prima di poter far ciò bisogna stabilire se o meno questa tendenza esista, ciascuno di questi autori si sente di avanzare la propria misurazione empirica del movimento del saggio del profitto nel periodo del dopoguerra, col risultato di avere in pratica una pleiade di stime statistiche. Quasi una moderna conferma di un vecchio adagio popolare. Invece di “tante teste, tante idee”, qui si ha “tante teste, tanti saggi del profitto”: dopo alcuni secoli di capitalismo e parecchi decenni di contabilità nazionali moderne si tratta certamente di un risultato formidabile.
Ora è evidente che, visto che

di saggi del profitto ve ne sono millanta che tutta notte canta, se

uno ha in mente l’accumulazione il saggio del profitto che interessa

deve essere direttamente connesso con l’accumulazione, ossia quello

del settore corporate dell’economia al netto delle tasse. Al netto

delle tasse perché le tasse non si possono accumulare; e del settore

corporate, perché il settore non-corporate non conta praticamente

nulla nella formazione di capitale fisso. Andrew Kliman, certamente

uno dei maggiori sostenitori sia della caduta del saggio del profitto

che del nesso causale fra saggio del profitto e crisi, molto gentilmente

mette a disposizione i file di dati dei suoi lavori (1) di modo che

con essi si può analizzare direttamente l’andamento del saggio del

profitto senza doversi aggiungere alla notevole lista delle misurazioni

già svolte. Secondo la misurazione di Kliman, il movimento del saggio

del profitto after-tax del settore corporate dal 1947

al 2007 è il seguente:

Grafico 1: Usa. Saggio del profitto after-tax del settore corporate. 1947-2007

Il trend non lineare (linea rossa tratteggiata) è declinante fino al 1989, momento in cui si inverte, recuperando in vent’anni circa il 73% della diminuzione del periodo 1947-1989 (2).

Se invece si preferisce un’analisi lineare, il trend segmentato dell’intero periodo è il seguente.

Grafico 2: Usa. Saggio del profitto come nel Grafico 1
con trend lineare segmentato. 1947-2007

Qui il punto di svolta che ci interessa è l’anno 1985, quando ha inizio il trend finale ascendente che cancella circa il 61% della diminuzione occorsa nel periodo precedente.

Si può applicare qualsiasi tipo di analisi si desideri, ma il risultato non cambia. È semplicemente impossibile sostenere che il saggio del profitto abbia tendenzialmente declinato lungo tutto il periodo dalla fine della guerra ad oggi, come è impossibile sostenere che la caduta del saggio del profitto abbia causato la crisi, la seconda per dimensioni dopo la depressione degli anni ’30, che il capitalismo sta passando. Naturalmente può benissimo essere che la diminuzione tendenziale del saggio del profitto giunta sino agli anni ’80 abbia messo in moto un meccanismo che, attraverso un lungo periodo di incubazione e molte mediazioni, abbia infine generato il disastro corrente. Ma non certo di per sé. E senza l’esame di tutte queste mediazioni, sulla crisi attuale non si può letteralmente dire niente.

Non vale certo osservare che il saggio del profitto in media è dopotutto diminuito nel corso del dopoguerra. Un’asserzione del genere lascia completamente il tempo che trova, e per due motivi molto forti. Il primo è che, guarda caso, la crisi è arrivata dopo un trend ascendente, o comunque non certo discendente, piuttosto prolungato, del saggio del profitto. E il secondo è che il trend mediamente discendente c’era anche ben prima del 2007-2008, ma non una crisi di tal fatta come la nostra Great Recession.

Poiché nella classica idea marxiana
la tendenza alla diminuzione del saggio del profitto è solo la manifestazione del regolare procedere dell’accumulazione di capitale, è ovvio che una crisi che sia direttamente causata dalla tendenza al ribasso del saggio del profitto deve sopraggiungere come culmine e arresto di un periodo di forte accumulazione. Il saggio di accumulazione si riduce abbastanza violentemente, una parte dei mezzi di produzione e delle scorte rimane invenduta, la forza-lavoro impiegata si contrae e con essa la domanda di beni di consumo, e la crisi si generalizza più o meno a tutti i settori produttivi. Ma la crisi iniziatasi nel
2007-2008 non è il risultato finale di un processo di forte accumulazione,
bensì l’esatto contrario. Utilizzando ancora una volta i dati forniti da Andrew Kliman, il saggio di accumulazione del settore corporate
nel periodo 1947-2007 appare così:

Grafico 3: Usa. Saggio di accumulazione del settore corporate. 1947-2007

Una cosa che si discerne abbastanza chiaramente nel comportamento del saggio di accumulazione è che appare quasi come l’opposto di quello del saggio del profitto. Fino, approssimativamente, all’inizio degli anni ’80 fra il saggio del profitto e il saggio di accumulazione c’è una qualche forma di co-movimento, ma da quel momento in poi, quando il saggio di accumulazione imbocca un trend notevolmente discendente, la correlazione diventa completamente negativa (3). Le cose appaiono meglio se si osserva l’andamento del rapporto fra saggio di accumulazione e saggio del profitto, che ci dice quanta parte dei profitti after-tax viene riconvertita in capitale, mostrando con una certa evidenza che questa quota tende a salire fino alla metà degli anni ’80 per poi scendere molto rapidamente, toccando nella seconda parte del decennio passato un livello che è circa la metà di quello di partenza del dopoguerra nonché una patetica frazione (circa il 12%) dei massimi storici.

Grafico 4: Usa.
Quota accumulata dei profitti netti del settore corporate. 1947-2007

Ora, se la crisi consiste nel declino
dell’accumulazione, allora è latentemente in atto da circa venticinque
anni, in quasi perfetta coincidenza con il boom speculativo, e la Great Recession in un modo o nell’altro non può essere che l’esito di questo progressivo venir meno dell’accumulazione di capitale e non della diminuzione tendenziale del saggio del profitto. Esattamente la fenomenologia che andrebbe analizzata invece di continuare nel tifo calcistico a favore o contro la legge della caduta del saggio del profitto.

Finanza

È banale osservare che la diminuzione della quota di profitti accumulati del Grafico 3 è stata causata dalla conversione di profitti in dividendi e titoli finanziari, cioè in dividendi e capitale fittizio. Molta parte dei dividendi versati agli azionisti
viene a sua volta riconvertita in capitale fittizio, quindi si può asserire che in buona sostanza la differenza fra profitti realizzati e profitti accumulati è stata impiegata sotto forma di capitale speculativo. Se calcoliamo il rapporto fra profitti accumulati in capitale fittizio e lo stock di capitale fisso investito, otteniamo una sorta di saggio dell’accumulazione speculativa che ha proceduto nel dopoguerra nel modo mostrato dal Grafico 5, ossia declinando fino ad annullarsi al principio degli anni ’80 e poi aumentando piuttosto vigorosamente fino ai massimi di qualche anno fa.

Grafico 5. Usa. Settore corporate. Saggio di accumulazione speculativa
e massa dei profitti (miliardi di US$) impiegati nella finanza. 1947-2007

Questo dovrebbe permettere di valutare un’asserzione che oggi gira abbastanza di frequente fra i marxisti, secondo la quale il capitale ad un certo punto avrebbe virato verso la finanza perché il saggio del profitto era ormai troppo basso e scarseggiavano occasioni di investimento produttivo abbastanza redditizie, mentre la finanza garantiva profitti più alti.

Questa teoria, così logica per molti, non vale assolutamente nulla. Il settore finanziario ha realizzato un saggio del profitto superiore a quello del settore non finanziario lungo tutto il dopoguerra, ma la conversione dei profitti realizzati in capitale fittizio è cominciata solo all’inizio degli anni ’80, praticamente in coincidenza con la recessione del 1980-81. E come mai il saggio del profitto settoriale della finanza è relativamente più alto e tende ad innalzarsi? Questo può essere dovuto soltanto ad un boom speculativo già avviato cioè allo spostamento già in corso dei profitti verso la speculazione. La spiegazione funziona quindi, ma in senso inverso: è il trasferimento di capitale monetario alla finanza che determina l’innalzamento dei profitti finanziari e speculativi e non viceversa.

Che il saggio del profitto sia troppo
basso o insufficiente è poi un’affermazione che non ha nessun senso logico se si manca di precisare rispetto a cosa è troppo basso (o magari troppo alto): potrebbe ad esempio essere insufficiente rispetto al saggio corrente di interesse se l’indebitamento delle aziende produttive è relativamente alto. Ma in una situazione di questo genere la reazione del capitale produttivo potrà essere qualsiasi ma sicuramente non
quella di trasferirsi nel circuito della speculazione.

E, last but non least, se è
vero che il saggio del profitto ottenibile con la finanza è stato (e magari è ancora) maggiore di quello non finanziario, quale nesso ci può essere fra la crisi e la sottostante diminuzione tendenziale del saggio del profitto, considerando anche che la crisi è venuta dopo quasi trent’anni di accumulazione finanziaria caratterizzata da un saggio del profitto relativamente più alto del resto dell’economia?

Postkeynesiani

Malgrado l’incredibile evidenza dei fenomeni, soprattutto negli ultimi trent’anni, c’è qualche marxista che al solo sentir parlare di finanza scatta in una reazione automatica di difesa dal morbo del post-keynesianismo. In effetti i postkeynesiani – essendo in molti, occupando posizioni accademiche molto efficaci ed essendo eccezionalmente attivi – in questi anni hanno potuto agevolmente riempire il globo di scritti sulla finanza, la finanziarizzazione dell’economia, l’indebitamento e il credito, la banca centrale, il neoliberismo, le politiche economiche, la nuova corporate governance e via dicendo. La teoria che la crisi sia un effetto della finanziarizzazione del capitalismo e la finanziarizzazione un prodotto del neoliberismo, a sua volta introdotto dall’avvento di determinate politiche economiche, è sicuramente un prodotto dei postkeynesiani anche se affascina non poco svariati marxisti.

Tuttavia, i postkeynesiani, o almeno
parte di essi, possiedono la virtù di essere piuttosto conoscitori di come funzionano praticamente la finanza e il credito mentre i marxisti sono quasi sempre dei ragguardevoli ignoranti, per di più dominati da un sovrano terrore alla prospettiva di mettersi umilmente a studiare queste faccende.

Anche qui tuttavia non mancano le lodevoli eccezioni. Makoto Ioth e Costas Lapavitsas, ad esempio, qualche anno fa hanno pubblicato un trattato, intitolato Political Economy of Money and Finance (4) che prometteva di aggiornare la teoria contenuta nel Capitale al funzionamento del sistema moderno del credito e della finanza. Non che il libro non sia interessante e non meriti di essere studiato, al contrario. Ma la delusione che produce è molto grande perché non contiene nulla che abbia a che fare con la promessa. Il credito viene esposto sulla base di un funzionamento delle banche che non esiste più da tantissimo tempo (5), imprimendo nel lettore la forte impressione che per tutte queste cose si debba necessariamente ricorrere alle trattazioni dei postkeynesiani, le uniche ad essere à la page.

La forza della teoria postkeynesiana
è in realtà più che altro apparente. L’idea che i cambiamenti nella politica economica stiano alla base del processo di cosiddetta finanziarizzazione e che l’indebitamento sia un effetto del mancato controllo da parte dell’amministrazione e del potere politico non regge due minuti alla pressione di una analisi seria della fenomenologia. Anche la teoria di Hyman Minsky, favorita dalla maggior parte dei postkeynesiani, secondo la quale l’indebitamento e la conseguente fragilità finanziaria sono un processo endogeno che si avvia direttamente con le fasi di espansione
del capitale produttivo, è fondata su presupposti molto fragili di tipo psicologistico, ha scarsa base logica non spiegando perché il processo l’indebitamento cominci né tanto meno la ragione per cui debba per forza diventare pericoloso, e dal punto di vista empirico riesce totalmente nulla dato che mentre l’espansione è cominciata alla fine della guerra l’indebitamento vero e proprio solo quasi quarant’anni dopo (e non da parte del settore delle aziende non finanziarie come Minsky prevede) e il disastro finanziario è venuto fuori dopo
un altro trentennio).

Se la forza della teoria postkeynesiana è apparente, in compenso la forza della teoria dei marxisti è assolutamente invincibile. Si sa bene che quello che non esiste in nessun modo può venire sconfitto e che tutto senza eccezioni evolve verso il nulla eterno. Con il cosiddetto marxismo a fare da avanguardia.

Note:

(1) Tutti i grafici si basano sui dati riguardanti l’economia america, elaborati non da me, ma da Andrew Kliman e scaricabili presso http://akliman.squarespace.com/persistent-fall/

(2) Restando nei limiti del periodo considerato, va notato che il picco relativo del saggio del profito del 2006 è inferiore del 12% soltanto circa al massimo assoluto del 1948.

(3) Volendo svolgere un’analisi econometrica della relazione fra la serie del saggio del profitto e quella del saggio di accumulazione dei Grafici 1 e 2 rispettivamente si deve stabilirne il grado di cointegrazione essendo entrambe nonstazionarie . Per il sottoperiodo 1947-1980 (scelto perché è l’anno del valore massimo del saggio di accumulazione) un test di cointegrazione dà un risultato debolmente positivo. Nel periodo successivo, 1980-2007, il risultato è la totale assenza di cointegrazione. Per l’insieme del periodo 1947-2007 il livello di cointegrazione è quasi impercettibile.

(4) St.Martin Press, Londra, 1999.

(5) Un semplice esempio può forse rendere l’idea. Secondo Marx, la funzione fondamentale del banchiere nella circolazione del capitale è quella dello sconto degli effetti commerciali. Nella sua forma classica lo sconto oggi non esiste più, l’attività della banca sembra così essersi completamente modificata e il rapporto con il resto del capitale addirittura invertito. Ebbene, nel libro di Itoh e Lapavitsas la spiegazione procede tranquillamente come se lo sconto in forma classica fosse ancora la norma dominante. Il lettore è portato a dedurne che lo sconto non sia più una funzione della banca e che anzi di esso non esista più nè traccia nè bisogno, come sostengono i postkeynesiani. È un peccato quindi che lo sconto rimanga ancora la funzione fondamentale delle banche ma in una forma completamente modificata rispetto al passato che fa in modo che di non apparire direttamente alla superficie, esattamente come è mutata parallelamente la forma della funzione della banca centrale.

Pubblicato da supervice

  • Truman

    Va bene, i marxisti sbagliano, i post-keynesiani sbagliano, ma allora cosa è successo?

    Perchè il problema di oggi non è dare addosso a delle scuole economiche, ma di capire cosa succede, e l’articolo mi sembra che aiuti poco. Spero che non voglia sostenere le tesi dei monetaristi (che imbrogliano alla grande) o della scuola austriaca (che ha pure seri problemi).