LA CONGIURA DEL SILENZIO

Come Don Chisciotte - Informazione indipendente dal 2003

DI CARLO BERTANI

"La menzogna è il volto stesso del demonio".

Victor Hugo – I Miserabili

E' stupefacente notare come il titolo di questo articolo corrisponda in pieno alla definizione che il Presidente Napolitano ha assegnato agli eventi che fanno capo all’esodo dei profughi italiani dall'Istria ed agli assassinati nelle foibe. Eppure, può significare esattamente il contrario.

Durante le celebrazioni del "Giorno del Ricordo", il presidente dell'associazione degli esuli della Venezia Giulia, Lucio Toth, dichiarava che dopo tanti anni si poteva sperare di raggiungere per quegli eventi "una memoria almeno condivisa, se non comune[1]". Da condividere con chi? E' un traguardo che ci si prefigge di raggiungere all’interno della sola popolazione italiana, oppure con gli altri popoli che vissero quelle tragedie? Una risposta è giunta dal presidente croato Stipe Mesic, che si è detto "costernato" per le dichiarazioni del presidente italiano nell'occasione della ricorrenza, e che scorgeva in quelle parole "elementi di aperto razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico"[2].

Come inizio non c'è male, verrebbe quasi da dire: alla faccia della "memoria condivisa"!

Quali sono state le esatte parole di Napolitano, riportate dall'ANSA nel giorno stesso della commemorazione?

''Non dobbiamo tacere. Dobbiamo assumerci la responsabilità di aver negato o teso a ignorare la verità, per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e di averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali".

Limpido come l'acqua.

"La congiura del silenzio fu la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante dell'oblio. Per fortuna abbiamo posto fine a un non giustificabile silenzio".

Parole sacrosante.

Infine, Paolo Barbi, presidente storico dell'associazione dei giuliano-dalmati, ha ringraziato Napolitano e in una breve ricostruzione storica ha voluto ricordare che purtroppo la tragedia delle foibe, la persecuzione degli italiani residenti in Istria, aveva anche radici storiche. "Allora, esplosero vendette e odi covati nell'esasperazione nazionalistica durata decenni, nel clima della guerra totale, impietosa dei regimi totalitari".

Come si potrà notare, le parole di Barbi sono meno improntate alla retorica e si avvicinano alle dichiarazioni di Toth, ovvero richiamano anch'esse la necessità di una memoria condivisa.

Sembra quasi che esistano due diversi punti di vista – ancora separati dopo tanti anni – ovvero quello della classe politica italiana e quello degli esuli. Paradossalmente – ma non troppo – sono proprio gli esuli, ossia coloro che patirono sulla loro pelle le sofferenze, quelli che cercano – e sembrano quasi chiedere – delle "aperture" per piantare infine un ramo d'olivo su quei poveri morti.

Cosa impedisce la condivisione di una memoria? Essenzialmente, l'omissione.

Non si tratta di giudicare o giustificare le dichiarazioni di Napolitano o di Mesic, ma di capire che sono entrambe inquinate da importanti omissioni.

Se le colpe dei partigiani jugoslavi sono note – ossia che fu dato inizio ad una caccia indiscriminata agli italiani – lo sono meno quelle delle truppe italiane d'occupazione.

Nascondere le responsabilità jugoslave è puerile: lo stesso Tito si rese conto che la situazione stava sfuggendo a qualsiasi controllo, ed inviò il suo "braccio destro" – Kardelj – a Lubiana con l'ordine di fermare i massacri, lanciando la parola d'ordine "italiano non necessariamente significa fascista". Quando Kardelj giunse a Lubiana, la tragedia delle foibe era già compiuta e nessuno era più in grado di controllare gli eventi, da Trieste a Zara. Ci sono molte testimonianze di partigiani italiani che avevano combattuto con le formazioni di Tito e che furono costretti a fuggire, pena la morte. Cosa poteva aver scatenato un simile inferno? La precedente omissione.

Il "buco nero" che appare evidente nelle ricostruzioni di parte italiana è mostruoso, enorme: i periodi incriminati vanno dal 1943 al 1946, dimenticando che – prima di quel periodo – c'erano stati il 1941 ed il 1942.

Dall'aprile del 1941, gli italiani controllavano quasi metà del territorio jugoslavo: in pratica, la Jugoslavia fu divisa fra una parte continentale (sottoposta ai tedeschi) ed una dalmata, assegnata agli italiani. Le truppe italiane si trovarono quindi a controllare gran parte della Slovenia e della Croazia, parte della Bosnia ed il Montenegro.

Come in Italia nel periodo 1943-1945, agivano in Jugoslavia delle formazioni partigiane: non è possibile, in questa sede, ricostruire fedelmente il complesso organigramma della resistenza jugoslava, poiché ci vorrebbe una trattazione assai lunga e complessa. Essenzialmente, possiamo affermare che la divisione dei campi fu ancor più accentuata che nel resto d'Europa: le formazioni comuniste di Tito furono quelle maggioritarie, ma anche i nazionalisti serbi combatterono i tedeschi (e si scontrarono con quelle di Tito). In Croazia, invece, c'erano formazioni partigiane e divisioni croate che affiancavano gli italiani ed i tedeschi: la "resa dei conti" finale, quindi, fu una tragedia che coinvolse sia gli italiani sia gli jugoslavi.

Ovviamente – come i repubblichini di Salò – le truppe italiane combattevano le formazioni partigiane, e sembra quasi che i tristi metodi della rappresaglia e delle esecuzioni di massa, avvenute poi in Italia nel periodo 1943-1945, abbiano avuto un prodromo in quelle terre ed in quegli anni.

Ci sono numerose fonti che hanno indagato quegli eventi, scrittori che hanno analizzato a fondo quegli anni: voglio ricordare soltanto il "Si ammazza troppo poco" di Gianni Oliva, perché sarebbe lungo soffermarsi sui molti contributi di tanti autori e storici.

Per fare soltanto una breve carrellata sui misfatti italiani, bastano pochi estratti da documenti ufficiali dell'epoca, ovvero dai diari militari delle unità italiane in Jugoslavia. Ecco qualche esempio:

R I S E R V A T O

COMANDO SUPERIORE FF.AA. "SLOVENIA E DALMAZIA"

( 2^ ARMATA )

C I R C O L A R E N. 3 C

1° dicembre 1942-XXI°

(omissis)



CAPITOLO II°

MISURE PRECAUZIONALI NEI CONFRONTI DELLA POPOLAZIONE

15 - Quando necessario agli effetti del mantenimento dell'O.P. e delle operazioni, i Comandi di G.U. possono provvedere:

a) - ad internare, a titolo protettivo, precauzionale o repressivo, famiglie, categorie di individui della città o campagna, e, se occorre, intere popolazioni di villaggi e zone rurali;

b) - a "fermare" ostaggi tratti ordinariamente dalla parte sospetta della popolazione, e, - se giudicato opportuno - anche dal suo complesso, compresi i ceti più elevati;

c) - a considerare corresponsabili dei sabotaggi, in genere, gli abitanti di case prossime al luogo in cui essi vengono compiuti.

16 - Gli ostaggi di cui in b) possono essere chiamati a rispondere, colla loro vita, di aggressioni proditorie a militari e funzionari italiani, nella località da cui sono tratti, nel caso che non vengono identificati - entro ragionevole lasso di tempo, volta a volta fissato - i colpevoli.

- Gli abitanti di cui in c), qualora non siano identificati - come detto sopra - i sabotatori, possono essere internati a titolo repressivo; in questo caso il loro bestiame viene confiscato e le loro case vengono distrutte.

(omissis)

CAPITOLO X°

40

(omissis)

- AL GRIDO: "SECONDA ARMATA A ME!" LANCIATO DA UN MILITARE COMUNQUE IN PERICOLO, TUTTI I COMPONENTI DELL'ARMATA CHE LO ODONO DEBBONO ACCORRERE A DARE AL CAMERATA, A QUALUNQUE COSTO, MAN FORTE.

41 - Si sappia bene che eccessi di reazione, compiuti in buona fede, non verranno mai perseguiti.

(omissis)

IL GENERALE

COMANDANTE DESIGNATO D'ARMATA

F.to (Mario Roatta)

Il documento è agghiacciante, e non si comprende (?) come sia passato indenne all'esame delle commissioni alleate al termine delle ostilità. Si noti come, al comma b dell'art. 15, si ordinasse di "fermare ostaggi" mentre al successivo art. 16 gli stessi ostaggi fossero chiamati a rispondere con la vita nel caso non fossero identificati i colpevoli degli atti ostili. A completare il quadro, quel sinistro "Si sappia bene che eccessi di reazione, compiuti in buona fede, non verranno mai perseguiti" che suona come una campana a morto.

Difatti, per anni le truppe italiane uccisero, bruciarono villaggi, internarono le popolazioni in campi di prigionia, distrussero raccolti e confiscarono bestiame: insomma, niente di diverso dal comportamento dei nazifascisti in Italia.

Ecco a cosa condussero quei proclami:

Un militare italiano malmena alcuni prigionieri che stanno per essere fucilati
Prima dell'esecuzione.
Dopo l'esecuzione.

Un altro criminale di guerra conclamato – il gen. Robotti – avvertiva però la necessità di precisare meglio i termini della repressione. Sembra quasi che i soldati italiani stentassero a comprendere cosa dovevano fare.

Allegato n. 10

al diario storico militare del giorno 4 luglio 1942-XX

COMANDO XI° CORPO D'ARMATA

Uff. Operazioni

- - - - - - - - - - - - - - - - -

N.02/6246/Op.

OGGETTO: Proclama.

ALL'ECCELLENZA EMILIO GRAZIOLI

Alto Commissario per la Provincia di L u b i a n a

E' intendimento dell'Ecc. Generale Roatta che all'inizio del prossimo ciclo di operazioni di grande rastrellamento, venga emanato il proclama annesso.

(omissis)

2°) - A partire da oggi nell'intera Provincia di Lubiana, saranno immediatamente passati per le armi:

- coloro che faranno comunque atti di ostilità alle autorità e truppe italiane;

- coloro che verranno trovati in possesso di armi, munizioni ed esplosivi;

- coloro che favoriranno comunque i rivoltosi;

- coloro che verranno trovati in possesso di passaporti, carte di identità e lasciapassare falsificati;

- i maschi validi che si troveranno in qualsiasi atteggiamento - senza giustificato motivo - nelle zone di combattimento.

(omissis)

1°)- che il rastrellamento sia metodico e completo al massimo, per evitare che attraverso le maglie del dispositivo sfuggano elementi ribelli;

2°)- fucilare senza pietà gli uomini validi che nelle retrovie fossero sorpresi in atteggiamento sospetto lungo le strade ed a tergo delle nostre colonne.

(omissis)

b)- Chi compie comunque atti di ostilità alle autorità o truppe italiane - chi venga trovato in possesso di armi, munizioni ed esplosivi - chi favorisca comunque i rivoltosi - chi venga trovato in possesso di passaporti, carte di identità e lasciapassare falsificati. deve essere passato per le armi.

Non ammetto che gente colpevole di quanto sopra venga deferita ai tribunali od internata; dev'essere soppressa.

(omissis)

e)- La misura ultima del n.II dell'ordinanza (""... saranno passati per le armi...i maschi validi che si troveranno in qualsiasi atteggiamento - senza giustificato motivo - nella zona di combattimento"") deve essere intesa ed applicata nel modo seguente:

1°) I maschi validi trovati, in qualsiasi atteggiamento, in zona di combattimento, in aperta campagna dall'avanti sino alla linea di schieramento delle artiglierie, non possono essere considerati (per ovvi motivi) che come ribelli o favoreggiatori dei ribelli. E pertanto passati per le armi.

2°) I maschi validi trovati in abitazioni isolate, gruppi di case e centri abitati, sempre quando non siano rei degli atti contemplati nei precedenti articoli del n.II dell'ordinanza, saranno tutti arrestati. Quelli che fra essi non siano del luogo saranno passati per le armi come quelli incontrati in aperta campagna.

3°) Saranno pure arrestati i maschi validi che affluiscono in abitazioni isolate, gruppi di case e centri abitati, dopo la nostra occupazione. Quelli che fra essi non risulteranno del posto, o che non rientrino colle proprie famiglie (circostanza questa che giustificherebbe la loro assenza al momento della nostra occupazione) saranno passati per le armi.

(omissis)

IL GENERALE DI CORPO D'ARMATA

COMANDANTE

F/to Mario Robotti

La foto fu scattata il 27 luglio 1942 a Zavrh pri Cernici, e mostra una delle pratiche più agghiaccianti che avvennero in quegli anni: far scavare la fossa ai condannati prima di fucilarli. I quattro, probabilmente, erano stati sorpresi "in aperta campagna".
L'immagine fu scattata il 31 luglio 1942 a Loska Dolina: non sappiamo nulla di chi erano i condannati. Tanto, secondo gli ordini del gen. Roatta, "gli eccessi di reazione, compiuti in buona fede, non verranno mai perseguiti".

Questa è invece una fotografia scattata in Montenegro, dove due militari italiani posano accanto alle vittime di una fucilazione avvenuta in un villaggio. La classica "foto ricordo".

Dalla lettura di questi documenti e dalle foto appare evidente – quasi salta agli occhi – come fosse difficile scansare la morte in quegli anni se si aveva la "colpa" di non essere italiani. Gente trovata "in aperta campagna" deve essere fucilata all'istante: tutto ciò nei confronti di una popolazione in gran parte dedita all'agricoltura!

I vari omissis che ho inserito non servono a coprire chissà quali incoerenze presenti nei testi – che tutti potranno visionare su http://www.criminidiguerra.it – ma a ridurre semplicemente le dimensioni dei documenti per soffermarsi meglio sugli aspetti essenziali ed incontrovertibili.

Il numero delle vittime causate dall'occupazione italiana varia molto, secondo le fonti: le più basse, però, non scendono sotto le 100.000 unità.

Gli italiani, però, ribattono che la vendetta furono le foibe. Ora, due tragedie non si sanano l'un l'altra, bensì si sommano: questo è il terribile significato di quegli eventi, che dovrebbe condurre ad una riflessione comune e non a delle liti da galletti in un pollaio. Ma le foibe furono un'invenzione degli jugoslavi per vendetta nei confronti degli italiani? Furono i primi ad usarle?

Ascoltiamo Predrag Matvejević, scrittore croato e docente all'Università " La Sapienza " di Roma:

Il ministro fascista dei lavori pubblici Giuseppe Caboldi Gigli, che si attribuì l'appellativo vittorioso di "Giulio Italico", scrive nel 1927: "La musa istriana ha chiamato con il nome di foibe quel luogo degno per la sepoltura di quelli che nella provincia dell'Istria danneggiano le caratteristiche nazionali (italiane) dell'Istria" ("Gerarchia", IX, 1927). Lo zelante ministro aggiungerà a ciò anche dei versi di minacciose poesie, in dialetto: "A Pola xe arena, Foiba xe a Pazin" ("A Pola c'è l'arena, a Pisino la foiba").

Pazin si trova a poche decine di chilometri da Pola, verso il centro dell'Istria, e già in quegli anni i fascisti avevano scoperto quel triste metodo per cancellare i loro crimini. Perché?

La ragione era stata spiegata chiaramente da Benito Mussolini stesso in un suo discorso tenuto a Pola il 20 settembre 1920:

"Per la creazione del nostro sogno mediterraneo, è necessario che l'Adriatico, che è il nostro golfo, sia in mano nostra; di fronte alla inferiorità della razza barbarica quale è quella slava"

Queste furono le premesse della tragedia: ciò che avvenne al termine delle ostilità fu la vendetta. Ovviamente, nessun crimine ne può cancellare un altro: in quelle terre, andò in scena lo stesso "copione" che avvenne in Italia al termine delle ostilità. Nel solo Friuli, sempre secondo Matvejević, ci furono circa 10.000 esecuzioni sommarie senza processo ed in Francia 50.000. Non sappiamo se queste cifre sono esatte, per difetto o per eccesso, ma sappiamo che in tutto il Nord Italia avvennero moltissimi di questi episodi.

Voglio precisare che questo articolo non intende aggiungere nulla a quanto è risaputo da chi ha condotto serie ricerche storiche: si tratta proprio della classica "scoperta dell'acqua calda".

Gli unici a non sapere dell'esistenza dell'acqua calda sembrano i politici italiani: nonostante il richiamo alla "memoria condivisa" che giunge dagli esuli, il coro di condanna per le parole di Mesic è stato unanime.

Ora, definire "razzista" il discorso di Napolitano è sbagliato, ma carente e colmo d'omissioni sì.

Peggio ancora hanno fatto i corifei di regime: da Fini a Bertinotti, un solo coro d'approvazione e di completa negazione delle ragioni altrui. Saranno così poco informati, oppure c'è dell'altro?

Fin qui le storie di ieri: purtroppo c'è dell'altro, e stupisce che in tutto l'arco parlamentare non si sia levata una sola voce di protesta per l'omissione delle responsabilità fasciste. A meno che – a fronte dei tanti crimini di guerra commessi – basti la sbrigativa affermazione di D'Alema "che l'Italia non nega le colpe del fascismo". Ci mancherebbe ancora.

Riflettiamo che Germania e Giappone subirono processi e condanne: noi, nulla, eppure ci furono circa 1.200 criminali di guerra italiani acclarati dalle commissioni alleate, nessuno dei quali pagò, perché furono immediatamente "riciclati" in un fervente anticomunismo.

E i comunisti?

Anch'essi ebbero la loro parte, perché Tito consumò presto lo "strappo" da Stalin e la Jugoslavia fu l'unico paese comunista europeo a non far parte del "Patto di Varsavia". A Trieste fu inviato uno degli "uomini forti" del partito – Vittorio Vidali – per riportare il PCI giuliano sotto l'egida di Mosca: dalle nostre parti, evidentemente, si preferiva sostare all'ombra della protettiva quercia del dittatore georgiano.

Se quelle lontane vicende sembrano non avere più senso oggi, dovremmo chiederci perché nessun esponente della sinistra "tradizionale" – Fassino, Diliberto, Bertinotti – ha avuto il coraggio di dire "beh" e si sono appiattiti sulle posizioni di Fini.

Gianfranco Fini ha dichiarato, con tono sibillino: "Certamente le parole di Mesic creano più di un problema, perché un Paese entra nell'UE soprattutto se rispetta la verità storica". Che è, evidentemente, quella di Fini.

In altre parole, si cerca di barattare l'ingresso della Croazia in Europa con delle improbabili revisioni dei trattati stipulati a suo tempo con la Jugoslavia : non è nemmeno chiaro quali siano le mire italiane, perché sollevare altri "polveroni" nella polveriera balcanica può portare solo a nuovi dolori.

Ora, ci sono molte ragioni per frapporre dubbi all'ingresso della Croazia nell'UE: una nazione che ha compiuto recentemente una delle più feroci pulizie etniche avvenute in Europa, che ha tuttora in sospeso la questione del riconoscimento delle proprietà dei serbi scacciati, un luogo dove sono state "epurate" chiese ortodosse e moschee.

Mille e una ragione per discutere sull'ingresso della Croazia nell'UE, ma non i trattati che condussero alla stabilizzazione dell'area giuliana e del Quarnaro.

Queste ragioni – del tutto pretestuose – sono ancora una volta il caleidoscopio dell'imperialismo italiano, straccione e voltagabbana, che tratta fino all'ultimo con Vienna nel 1915 per avere qualche territorio in più nel Friuli e poi gioca la carta dell'alleanza con Francia e Gran Bretagna.

Oppure quello di Mussolini, che tratta fino a settembre inoltrato del ‘39 con la Gran Bretagna per fermare Hitler, mentre dall'altra fa ad Hitler richieste inaccettabili – per quantità di materie prime – per entrare in guerra al suo fianco. Entra poi in guerra soltanto quando la Francia è in ginocchio, sperando di raccogliere le briciole al tavolo della pace.

E' lo stesso imperialismo straccione che manda i nostri soldati in Bosnia a bonificare le zone colpite dai missili all'Uranio impoverito con la sola protezione dei guanti di lattice mentre – chissà perché – i soldati americani, poco più in là, non si avvicinano ai tank distrutti senza le tute anti-radiazioni.

Imperialismo mascherato, che ci porta in Iraq a difendere i nostri interessi petroliferi travestendo la nostra spedizione con l'eufemismo della "missione di pace", quando gli stanziamenti dell'operazione "Antica Babilonia" erano divisi in un 6% per le infrastrutture civili ed un 94% per la parte militare.

Di fatto, abbiamo pattugliato per quasi tre anni il sud dell'Iraq sotto comando britannico.

Imperialismo voltagabbana: pronti a cedere la sovranità nazionale autorizzando ai nostri velivoli di bombardare la Serbia – senza nessuno straccio di copertura dell'ONU – oppure ad inviare migliaia di soldati in Libano (solo quando fu evidente che Israele era nei guai) sotto comando francese. Una continuità storica agghiacciante.

Per queste ragioni sarebbe importante che gli italiani prendessero coscienza dei drammi causati fuori dei loro confini: dai Balcani all'Africa, dove siamo stati fra i più feroci colonizzatori.

Perché – se la coscienza italiana è così limpida – la RAI non trasmette il documentario storico "Fascist Legacy" (L'eredità del fascismo) prodotto dalla BBC e già trasmesso in Francia ed in Gran Bretagna? Perché se ne è assicurata i diritti e poi lo custodisce gelosamente nei suoi archivi? Perché è proibito proiettare nelle sale cinematografiche italiane il film "Il Leone del deserto", che narra delle atrocità commesse in Libia? Perché non c'è un solo uomo politico – fra i tanti che siedono in Parlamento – che chiede finalmente di conoscere la verità su quegli eventi?

Altrimenti – come affermò Sciascia – rimarremo sempre un paese "senza memoria e senza verità": un paese di "Grandi Fratelli" e telefonino-dipendenti, che muta sempre il pelo senza mai perdere il vizio della menzogna e del misero tornaconto di bottega.

[1] Fonte: Televideo: 10 febbraio 2007.
[2] Fonte: ANSA – 12 febbraio 2007.

Carlo Bertani
[email protected]
www.carlobertani.it
15.02.2007

Commenti (4)

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    1. Interconnessioni 17 febbraio 2007

      Scusate per la lunghezza del messaggio di qui sopra che faccio continuare qui:
      Dal 1922 l'Italia fascista ha fatto la pulizia etnica della popolazione slava, slovena e croata, e dopo che la guerra fu iniziata il governo del terrore si trasformò in terrore contro la popolazione innocente, spesso senza alcun motivo, soltanto per spaventare e per terrorizzare. Con il sottacere ciò che ha preceduto le foibe, si sottace una parte della verità storica, anche se quello che è successo durante il terrore fascista in Istria, sulla costa slovena e croata e in Dalmazia, non può in nessun modo giustificare i crimini commessi dopo la guerra. Certamente in queste esecuzioni sommarie nelle foibe ci sono stati elementi anche della mal interpretata “lotta di classe” ed elementi della pulizia etnica, delle liquidazioni politiche, ma ci sono state anche le rese dei conti individuali, criminali, le vendette classiche e i vandalismi dei vincitori.

      Le parole di Napolitano sono forse la resa dei conti anche con la coscienza sporca, perché il Partito comunista italiano, dove Napolitano ha giocato uno dei ruoli fondamentali per molto tempo, ha sottaciuto i crimini commessi nelle foibe, come anche la politica jugoslava che ha negato in modo decisivo fatti evidenti. In ogni caso, le parole di Napolitano hanno avuto il consenso fra le file dell'estrema destra, ma anche dall'altra parte della barriera politica. E' comprensibile che il postfascista Gianfranco Fini abbia lodato Napolitano, perché questa è la conferma della sua politica revisionista, che spinse anche il governo Berlusconi sulle tracce del revisionismo storico. E' comprensibile anche la reazione dei democristiani, i quali secondo Lorenzo Cesa sostengono il “coraggio e l'onesta intellettuale” di Napolitano che fanno luce su uno “dei periodi più bui della storia moderna”.

      Il nuovo conformismo

      Ma è meno comprensibile l'entusiasmo fra le fila del governo. Così il vice premier Rutelli ha salutato le parole del Presidente della Repubblica, affermando che è un bene che il sostegno arrivi dalle fila sia del governo che dell'opposizione. Anche Pecoraro Scanio, il leader dei Verdi e Formisano del Partito l'Italia dei Valori hanno sostenuto Napolitano. Le uniche osservazioni sono giunte dalle file dell'estrema sinistra. Così Jacopo Venier del Partito dei Comunisti Italiani ha avvertito che bisogna avere la forza di opporsi al nuovo conformismo che oggi impone la lettura parziale e strumentale della drammatica storia del confine orientale. Il fenomeno delle foibe non può essere analizzato, senza parlare anche della bestiale crudeltà fascista verso la popolazione slava.

      Giovanni Russo Spena del Partito della Rifondazione Comunista aggiunge che gli avvenimenti storici devono essere ricostruiti nella loro complessità, e non si devono dimenticare le uccisioni di massa fasciste nei “villaggi balcanici”. Ma queste sono soltanto le rare voci dissonanti. Il discorso di Napolitano ha avuto una grande risposta anche nella regione Friuli Venezia Giulia, dove il governo ha organizzato numerose manifestazioni, anch'esse passate senza menzionare i crimini fascisti. Anche nelle altre città dell'Italia è successo lo stesso, soltanto a Firenze e a Carrara si sono scontrati gli organizzatori ufficiali, principalmente della postfascista Alleanza nazionale, con i manifestanti che volevano sentire anche la condanna del fascismo. Il discorso di Napolitano non rimarrà senza conseguenze anche per il rapporto croato- italiano. E' triste che Napolitano con il suo atteggiamento unilaterale abbia aggiunto benzina sul fuoco e abbia accettato la manipolazione politica dei fatti storici, il che non può contribuire a quella “riconciliazione” per la quale i politici italiani si impegnano a parole. Adesso si vede che il seme del berlusconismo ha dato anche dei frutti molto pericolosi, e che hanno abboccato anche i membri del centro sinistra, entrati facilmente nello schema del revisionismo storico che gli ha imposto l'ex governo Berlusconi. Questo clima non farà che rimandare la riconciliazione storica fra Croazia e Italia e contribuirà all'escalation di reciproche accuse e risentimenti, da entrambe le parti.

      Fonte: Osservatorio sui Balcani

      Perché Napolitano non ha ragione
      13.02.2007 scrive Franco Juri

      Bruciano come benzina le dichiarazioni del presidente italiano Giorgio Napolitano e le repliche di quello croato Stipe Mesić e rischiano di destabilizzare politicamente l'alto Adriatico. Un commento del nostro corrispondente Franco Juri
      Bruciano come la benzina le dichiarazioni del presidente italiano Giorgio Napolitano e le repliche di quello croato Stipe Mesić e rischiano di destabilizzare politicamente l'alto Adriatico. Sono accuse e repliche ineluttabili e giustificate? E che cosa in realtà le motiva? Calcoli politici, crisi interne nei due paesi con tanto bisogno di nemico esterno? Sensi di colpa e svolte storiche?

      A farne le spese saranno nuovamente tutti coloro che da anni si adoperano per sciogliere il nodo scorsoio dei contenziosi storici, più o meno motivati e corroborati dai fatti, lungo il confine orientale d'Italia e quello occidentale dell'ex Jugoslavia, della Slovenia e della Croazia.

      A farne le spese è purtroppo anche questa volta la verità storica, svilita proprio dai tanti inni retorici alla "verità" e alla "memoria".Personalmente sono dell'avviso che nè i toni e le parole scelte da Napolitano, nè quelli di Mesić siano particolarmente degni di due presidenti democratici ed europei.

      Certo, il presidente croato è sanguigno e da presidente si è permesso una serie di valutazioni (prima sulle foibe e ora in dura polemica con l'omologo italiano) poco consone ad un capo di stato, ma che allo stesso tempo, intese storicamente, potrebbero avere più di qualche ragione.

      La retorica della memoria scelta da Napolitano nel suo discorso a Roma si è invece articolata seguendo degli stereotipi con evidenti sfumature antislave tipici ed esclusivi fino a qualche anno fa dell'estrema destra nazionalista, soprattutto di quella lungo il confine orientale. Una retorica e degli stereotipi di cui si poteva prevedere l'effetto e che invece vede tutto l'arco costituzionale fare quadrato bipartisan attorno al presidente. Siamo all'omologazione nazionale e patriottarda di risorgimentale memoria?

      Ma andiamo per ordine. Napolitano aveva parlato, riferendosi alle vittime delle foibe, di "un moto di odio, di furia sanguinaria" e di "barbarie" e di un "disegno annessionistico slavo che prevalse nel Trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica". Queste parole hanno suscitato la reazione del presidente croato che ha colto in esse elementi di "razzismo e revanscismo". Mesić sbaglia? La tesi di un "espansionismo slavo" tende effettivamente ad etnicizzare, tra l'altro con la tipica smania di omologare il mondo slavo ad un concetto prenazionale, quindi involuto rispetto alla propria civiltà nazionale, un fenomeno storico ben più complesso.

      Quella sull' "odio e la furia sanguinaria" attribuita a questo "espansionismo slavo" tende ad attribuire a tale fenomeno un alone di barbarie che avalla la percezione di un moto meno civile che arriva dall' est. Purtroppo tutt'oggi il grosso della stampa e della televisione italiane continuano a riprodurre lo stereotipo fondamentalmente etnicista di un mondo slavo di non meglio identificabili connotazioni nazionali. Basti leggere la cronaca nera; i malavitosi extracomunitari sono di sovente "slavi". In questa categoria etnica e dai connotati un pò razzisti vengono inclusi un pò tutti quanti provengono dal Balcani occidentali ovvero dall' ex Jugoslavia; serbi, bosniaci, croati, macedoni, rom, persino kosovari di etnia albanese.Con il termine veneto di slavi, cioé "s'ciavi", vengono invece indicati con disprezzo dai nazionalisti italiani, soprattutto nei circoli dell'estrema destra, anche gli sloveni del Friuli Venezia Giulia.

      Ma Napolitano fa uso anche del lemma "milizie titine", riferendosi all'esercito jugoslavo e partigiano del maresciallo Tito. Anche qui tradisce una certa insofferenza che è paradossalmente ideologica, visto che il presidente italiano fu in quegli anni di piombo fedele compagno di partito di Palmiro Togliatti. Inoltre Napolitano allude piuttosto chiaramente ad una presunta illegittimità del Trattato di pace del 1947, con cui si pose fine agli strascichi della seconda guerra mondiale, castigando, tutto sommato moderatamente, l'Italia cui rimasero sia Trieste che Gorizia, per il suo imperialismo e razzismo fascista e la sua alleanza, fino al 1943, con la Germania di Hitler.

      Pensare che tali affermazioni, fatte da un presidente europeo, non provocassero la reazione dei diretti interessati, era un'ingenuità. Mesić non e' stato "politicamente corretto" e ha scelto di dire senza tatto diplomatico quanto pensano in molti oltre confine. Ma l'elemento di maggior ipocrisia in questa vicenda è il richiamo ossessivo alla "memoria" e alla "verità storica" nei discorsi ufficiali di coloro che invece ignorano sistematicamente quanto l'indagine storica documentata ha prodotto fin' ora anche sul tema delle foibe e dell'esodo.

      Ricordiamo che nel 1993, su iniziativa delle diplomazie italiana e slovena (Andreatta-Peterle) venne costituita una commissione storico-culturale mista, composta da eminenti nomi di provata competenza e autonomia accademica, di entrambi i paesi. La commissione lavorò per 7 anni, con alcune interruzioni durante il primo governo Berlusconi e nel 2001 elaborò, non senza lunghi dibattiti che percorsero la traccia di una ricerca documentata, una relazione storica in cui, sinteticamente ma in termini molto qualificati, venivano descritti e spiegati i fatti ed i fenomeni salienti nei rapporti tra italiani e sloveni dalla fine dell' Ottocento al 1954, anno del Memorandum di Londra e della conclusione, grosso modo, dell'esodo istriano-dalmata.

      La relazione di una quarantina di pagine toccava tutti di fatti dolorosi a cavallo del confine, compresi il ventennio fascista, la "bonifica etnica" mussoliniana a danno di sloveni e croati, la guerra con i suoi massacri, i campi di concentramento nazifascisti, la repressione comunista, le foibe e l'esodo. Il tutto, com'è giusto e ovvio in un'analisi storica, contestualizzato, senza estrapolazioni strumentali.

      Ma quella relazione, pubblicata ufficialmente solo a Lubiana, venne ignorata o persino censurata dalla Farnesina. Solo Il Piccolo di Trieste la pubblicò in anticipo, bruciandone un pò la valenza politica. Il governo italiano non ne volle sapere invece nulla. Perché? Perché nel centrosinistra italiano era già avviata la metamorfosi politica dell'ex PCI, ovvero dei Democratici di sinistra che, ispirati prima dal triestino Stelio Spadaro, poi da Luciano Violante e da Piero Fassino, vedevano nel revisionismo storico uno strumento efficace non solo di "espiazione" e "purificazione", ma anche e soprattutto di allontanamento simbolico dai postulati comunisti, che la destra continuava a attribuirgli.

      In questo dilagare del revisionismo e anche di un certo negazionismo delle responsabilità dell'Italia fascista nelle tragedie lungo il confine orientale, c'è stata una corsa alla "memoria" in cui una certa sinistra ha tentato di scavalcare pure l'estrema destra, assumendone i toni e le interpretazioni, spesso e volentieri improntate ad un disprezzo per il mondo slavo ed il suo "odio sanguinario". E così, nonostante l'indagine storica non confermi la tesi del genocidio e delle pulizia etnica "titina", ma documenta una violenza reattiva e una repressione politica di cui fecero le spese, oltre a nazisti e collaborazionisti, anche civili innocenti e oppositori politici di diversa etnia, si avalla il mito dei 20 mila infoibati "solo perché italiani". La relazione storica parla di "alcune centinaia di infoibati", mentre le ricerche della storica Nevenka Troha, indubbiamente una dei più onesti e coraggiosi esperti di massacri del dopoguerra, portano la cifra approssimativa dele vittime delle foibe ad un massimo di 1600. E poi si continua a parlare di 350 mila esuli istriani e dalmati, ignorando che la ricerca storica documenta circa 204 mila persone che lasciarono con l'esodo i territori ex italiani.

      Roma continua a ignorare lo sforzo degli storici di offrire un quadro il più possibilmente obiettivo di quanto avvenne attorno al confine orientale durante e dopo la seconda guerra mondiale. Il mito avallato e istituzionalizzato con particolare enfasi retorica e calcolo politico viene assurto ora a religione di stato. La proposta, fatta a più riprese da alcuni storici e politici, di aprire la tristemente famosa foiba di Basovizza per verificare cosa e quanto contenga in verità, anche per dare un'identità e degna sepoltura ai resti umani lì rinchiusi, è stata sempre energicamente censurata dai sostenitori delle tesi di un genocidio antiitaliano. Strano, la pietas viene in verità sepolta dai timori di veder apparire una realtà diversa? Chi ha in verità timore della verità storica? Chi perpetua in verità la "congiura del silenzio"?

      P.S. Ho sentito una presentazione radiofonica del libro al sito che consiglia Marko ( http://www.cnj.it/foibeatrieste/ ) e l'ho trovato, per ciò che ho ascoltato, molto preciso e ben fatto.

    1. Interconnessioni 16 febbraio 2007

      Ha ragione Bertani, il discorso di Napolitano è carente e pieno di omissioni (per essere buoni) e in sostanza il fenomeno delle foibe non può essere analizzato, senza parlare anche della bestiale crudeltà fascista verso la popolazione slava. Quanto al “disegno annessionistico slavo” del discorso di Napolitano mi pare francamente esagerato considerato il fatto che la guerra di aggressione la dichiarò Mussolini contro la Jugoslavia, e che quindi siamo stati noi i diretti responsabili della guerra e indiretti responsabili di ogni sua più tragica conseguenza...in più quella guerra l'abbiamo persa...e comunque il sanguigno Mesic è caduto nella trappola della provocazione reazione.

      Il discorso revisionista di Napolitano

      La redazione ha scritto "Generalmente ci occupiamo di economia e finanza e non pubblichiamo discorsi o articoli prettamente politici, ma questo rischia di iniziare ad incrinare i rapporti tra la Croazia e l'Italia, alla vigilia dell'ingresso dell'ex-repubblica jugoslava nella Comunità Europea, con tutte le conseguenze che da cio' possono derivare.
      In un editoriale di “Novi List”, quotidiano fiumano, si accusa il Presidente Napolitano di revisionismo. Lo spunto è dato dal discorso fatto al Quirinale in occasione del “Giorno del ricordo”.

      di Damir Grubisa, 12 febbraio 2007, Novi List (tit. orig. Napolitanov revizionistički govor )

      Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Ivana Telebak

      Nonostante in Italia il tema principale sia il campionato di calcio e le polemiche dei magnati del calcio con il Governo e con il suo decreto con il quale si prevede di giocare le partite di calcio soltanto negli stadi che rispettano le severe condizioni di sicurezza, c'è comunque un tema che ha superato i dibattiti calcistici.

      E' il tema al quale è dedicato “Il giorno del ricordo”, proclamato dal Governo Berlusconi il 10 febbraio come giorno della memoria per le vittime delle foibe e le uccisioni dopo la Seconda guerra mondiale. Questa volta il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non ha soltanto proseguito con la prassi adottata anche dall'ex presidente italiano Ciampi, ma ha anche dato un certo contributo all'escalation del revisionismo storico.

      Parlando alla cerimonia al Quirinale, dove ha consegnato l'onorificenza e le medaglie alla memoria a trenta cugini italiani uccisi “durante la persecuzione etnica avviata dalla milizia titina (si riferisce a Tito) alla fine della guerra” come scrive “La repubblica” di Roma, Napolitano ha parlato in modo insolitamente severo e non critico dei crimini che hanno avuto come esito le foibe, esecuzioni sommarie nelle fosse carsiche dell'Istria e della costa slovena, dove hanno incontrato la morte fra il 1943 e il 1945 molti collaboratori fascisti, criminali nazisti in cerca di vendetta, ma anche molte vittime innocenti.

      Invece, Napolitano ha presentato questa tragedia in modo unilaterale, sottolineando che il “dramma del popolo giuliano-dalmata è stato creato da un moto d'odio e furia sanguinaria, e dal piano slavo annessionista che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica”. In nessun modo Napolitano ha detto che il problema delle foibe è molto più complesso, e che nonostante il fatto che i crimini e le uccisioni degli innocenti non si possano giustificare con alcuna vendetta, con “l'ira giusta” o la bestialità criminale, il sottacere l'insieme del problema porta necessariamente alla sua riduzione e consente la manipolazione politica.

      La coscienza sporca

      Con nessuna parola Napolitano ha nominato la pulizia etnica che il fascismo italiano iniziò dai primi giorni in cui salì al potere, e che fu annunciato nel discorso di Mussolini nel 1919 a Pola. Dal 1922 l'Italia fascista ha fatto la pulizia etnica della popolazione slava, slovena e croata, e dopo che la guerra fu iniziata il governo del terrore si trasformò in terrore contro la popolazione innocente, spesso senza alcun motivo, soltanto per spaventare e per terrorizzare. Con il sottacere ciò che ha preceduto le foibe, si sottace una parte della verità storica, anche se quello che è successo durante il terrore fascista in Istria, sulla costa slovena e croata e in Dalmazia, non può in nessun modo giustificare i crimini commessi dopo la guerra. Certamente in queste esecuzioni sommarie nelle foibe ci sono stati elementi anche della mal interpretata “lotta di classe” ed elementi della pulizia etnica, delle liquidazioni politiche, ma ci sono state anche le rese dei conti individuali, criminali, le vendette classiche e i vandalismi dei vincitori.

      Le parole di Napolitano sono forse la resa dei conti anche con la coscienza sporca, perché il Partito comunista italiano, dove Napolitano ha giocato uno dei ruoli fondamentali per molto tempo, ha sottaciuto i crimini commessi nelle foibe, come anche la politica jugoslava che ha negato in modo decisivo fatti evidenti. In ogni caso, le parole di Napolitano hanno avuto il consenso fra le file dell'estrema destra, ma anche dall'altra parte della barriera politica. E' comprensibile che il postfascista Gianfranco Fini abbia lodato Napolitano, perché questa è la conferma della sua politica revisionista, che spinse anche il governo Berlusconi sulle tracce del revisionismo storico. E' comprensibile anche la reazione dei democristiani, i quali secondo Lorenzo Cesa sostengono il “coraggio e l'onesta intellettuale” di Napolitano che fanno luce su uno “dei periodi più bui della storia moderna”.

      Il nuovo conformismo

      Ma è meno comprensibile l'entusiasmo fra le fila del governo. Così il vice premier Rutelli ha salutato le parole del Presidente della Repubblica, affermando che è un bene che il sostegno arrivi dalle fila sia del governo che dell'opposizione. Anche Pecoraro Scanio, il leader dei Verdi e Formisano del Partito l'Italia dei Valori hanno sostenuto Napolitano. Le uniche osservazioni sono giunte dalle file dell'estrema sinistra. Così Jacopo Venier del Partito dei Comunisti Italiani ha avvertito che bisogna avere la forza di opporsi al nuovo conformismo che oggi impone la lettura parziale e strumentale della drammatica storia del confine orientale. Il fenomeno delle foibe non può essere analizzato, senza parlare anche della bestiale crudeltà fascista verso la popolazione slava.

      Giovanni Russo Spena del Partito della Rifondazione Comunista aggiunge che gli avvenimenti storici devono essere ricostruiti nella loro complessità, e non si devono dimenticare le uccisioni di massa fasciste nei “villaggi balcanici”. Ma queste sono soltanto le rare voci dissonanti. Il discorso di Napolitano ha avuto una grande risposta anche nella regione Friuli Venezia Giulia, dove il governo ha organizzato numerose manifestazioni, anch'esse passate senza menzionare i crimini fascisti. Anche nelle altre città dell'Italia è successo lo stesso, soltanto a Firenze e a Carrara si sono scontrati gli organizzatori ufficiali, principalmente della postfascista Alleanza nazionale, con i manifestanti che volevano sentire anche la condanna del fascismo. Il discorso di Napolitano non rimarrà senza conseguenze anche per il rapporto croato- italiano. E' triste che Napolitano con il suo atteggiamento unilaterale abbia aggiunto benzina sul fuoco e abbia accettato la manipolazione politica dei fatti storici, il che non può contribuire a quella “riconciliazione” per la quale i politici italiani si impegnano a parole. Adesso si vede che il seme del berlusconismo ha dato anche dei frutti molto pericolosi, e che hanno abboccato anche i membri del centro sinistra, entrati facilmente nello schema del revisionismo storico che gli ha imposto l'ex governo Berlusconi. Questo clima non farà che rimandare la riconciliazione storica fra Croazia e Italia e contribuirà all'escalation di reciproche accuse e risentimenti, da entrambe le parti.

      Fonte: Osservatorio sui Balcani

      Perché Napolitano non ha ragione
      13.02.2007 scrive Franco Juri

      Bruciano come benzina le dichiarazioni del presidente italiano Giorgio Napolitano e le repliche di quello croato Stipe Mesić e rischiano di destabilizzare politicamente l'alto Adriatico. Un commento del nostro corrispondente Franco Juri
      Bruciano come la benzina le dichiarazioni del presidente italiano Giorgio Napolitano e le repliche di quello croato Stipe Mesić e rischiano di destabilizzare politicamente l'alto Adriatico. Sono accuse e repliche ineluttabili e giustificate? E che cosa in realtà le motiva? Calcoli politici, crisi interne nei due paesi con tanto bisogno di nemico esterno? Sensi di colpa e svolte storiche?

      A farne le spese saranno nuovamente tutti coloro che da anni si adoperano per sciogliere il nodo scorsoio dei contenziosi storici, più o meno motivati e corroborati dai fatti, lungo il confine orientale d'Italia e quello occidentale dell'ex Jugoslavia, della Slovenia e della Croazia.

      A farne le spese è purtroppo anche questa volta la verità storica, svilita proprio dai tanti inni retorici alla "verità" e alla "memoria".Personalmente sono dell'avviso che nè i toni e le parole scelte da Napolitano, nè quelli di Mesić siano particolarmente degni di due presidenti democratici ed europei.

      Certo, il presidente croato è sanguigno e da presidente si è permesso una serie di valutazioni (prima sulle foibe e ora in dura polemica con l'omologo italiano) poco consone ad un capo di stato, ma che allo stesso tempo, intese storicamente, potrebbero avere più di qualche ragione.

      La retorica della memoria scelta da Napolitano nel suo discorso a Roma si è invece articolata seguendo degli stereotipi con evidenti sfumature antislave tipici ed esclusivi fino a qualche anno fa dell'estrema destra nazionalista, soprattutto di quella lungo il confine orientale. Una retorica e degli stereotipi di cui si poteva prevedere l'effetto e che invece vede tutto l'arco costituzionale fare quadrato bipartisan attorno al presidente. Siamo all'omologazione nazionale e patriottarda di risorgimentale memoria?

      Ma andiamo per ordine. Napolitano aveva parlato, riferendosi alle vittime delle foibe, di "un moto di odio, di furia sanguinaria" e di "barbarie" e di un "disegno annessionistico slavo che prevalse nel Trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica". Queste parole hanno suscitato la reazione del presidente croato che ha colto in esse elementi di "razzismo e revanscismo". Mesić sbaglia? La tesi di un "espansionismo slavo" tende effettivamente ad etnicizzare, tra l'altro con la tipica smania di omologare il mondo slavo ad un concetto prenazionale, quindi involuto rispetto alla propria civiltà nazionale, un fenomeno storico ben più complesso.

      Quella sull' "odio e la furia sanguinaria" attribuita a questo "espansionismo slavo" tende ad attribuire a tale fenomeno un alone di barbarie che avalla la percezione di un moto meno civile che arriva dall' est. Purtroppo tutt'oggi il grosso della stampa e della televisione italiane continuano a riprodurre lo stereotipo fondamentalmente etnicista di un mondo slavo di non meglio identificabili connotazioni nazionali. Basti leggere la cronaca nera; i malavitosi extracomunitari sono di sovente "slavi". In questa categoria etnica e dai connotati un pò razzisti vengono inclusi un pò tutti quanti provengono dal Balcani occidentali ovvero dall' ex Jugoslavia; serbi, bosniaci, croati, macedoni, rom, persino kosovari di etnia albanese.Con il termine veneto di slavi, cioé "s'ciavi", vengono invece indicati con disprezzo dai nazionalisti italiani, soprattutto nei circoli dell'estrema destra, anche gli sloveni del Friuli Venezia Giulia.

      Ma Napolitano fa uso anche del lemma "milizie titine", riferendosi all'esercito jugoslavo e partigiano del maresciallo Tito. Anche qui tradisce una certa insofferenza che è paradossalmente ideologica, visto che il presidente italiano fu in quegli anni di piombo fedele compagno di partito di Palmiro Togliatti. Inoltre Napolitano allude piuttosto chiaramente ad una presunta illegittimità del Trattato di pace del 1947, con cui si pose fine agli strascichi della seconda guerra mondiale, castigando, tutto sommato moderatamente, l'Italia cui rimasero sia Trieste che Gorizia, per il suo imperialismo e razzismo fascista e la sua alleanza, fino al 1943, con la Germania di Hitler.

      Pensare che tali affermazioni, fatte da un presidente europeo, non provocassero la reazione dei diretti interessati, era un'ingenuità. Mesić non e' stato "politicamente corretto" e ha scelto di dire senza tatto diplomatico quanto pensano in molti oltre confine. Ma l'elemento di maggior ipocrisia in questa vicenda è il richiamo ossessivo alla "memoria" e alla "verità storica" nei discorsi ufficiali di coloro che invece ignorano sistematicamente quanto l'indagine storica documentata ha prodotto fin' ora anche sul tema delle foibe e dell'esodo.

      Ricordiamo che nel 1993, su iniziativa delle diplomazie italiana e slovena (Andreatta-Peterle) venne costituita una commissione storico-culturale mista, composta da eminenti nomi di provata competenza e autonomia accademica, di entrambi i paesi. La commissione lavorò per 7 anni, con alcune interruzioni durante il primo governo Berlusconi e nel 2001 elaborò, non senza lunghi dibattiti che percorsero la traccia di una ricerca documentata, una relazione storica in cui, sinteticamente ma in termini molto qualificati, venivano descritti e spiegati i fatti ed i fenomeni salienti nei rapporti tra italiani e sloveni dalla fine dell' Ottocento al 1954, anno del Memorandum di Londra e della conclusione, grosso modo, dell'esodo istriano-dalmata.

      La relazione di una quarantina di pagine toccava tutti di fatti dolorosi a cavallo del confine, compresi il ventennio fascista, la "bonifica etnica" mussoliniana a danno di sloveni e croati, la guerra con i suoi massacri, i campi di concentramento nazifascisti, la repressione comunista, le foibe e l'esodo. Il tutto, com'è giusto e ovvio in un'analisi storica, contestualizzato, senza estrapolazioni strumentali.

      Ma quella relazione, pubblicata ufficialmente solo a Lubiana, venne ignorata o persino censurata dalla Farnesina. Solo Il Piccolo di Trieste la pubblicò in anticipo, bruciandone un pò la valenza politica. Il governo italiano non ne volle sapere invece nulla. Perché? Perché nel centrosinistra italiano era già avviata la metamorfosi politica dell'ex PCI, ovvero dei Democratici di sinistra che, ispirati prima dal triestino Stelio Spadaro, poi da Luciano Violante e da Piero Fassino, vedevano nel revisionismo storico uno strumento efficace non solo di "espiazione" e "purificazione", ma anche e soprattutto di allontanamento simbolico dai postulati comunisti, che la destra continuava a attribuirgli.

      In questo dilagare del revisionismo e anche di un certo negazionismo delle responsabilità dell'Italia fascista nelle tragedie lungo il confine orientale, c'è stata una corsa alla "memoria" in cui una certa sinistra ha tentato di scavalcare pure l'estrema destra, assumendone i toni e le interpretazioni, spesso e volentieri improntate ad un disprezzo per il mondo slavo ed il suo "odio sanguinario". E così, nonostante l'indagine storica non confermi la tesi del genocidio e delle pulizia etnica "titina", ma documenta una violenza reattiva e una repressione politica di cui fecero le spese, oltre a nazisti e collaborazionisti, anche civili innocenti e oppositori politici di diversa etnia, si avalla il mito dei 20 mila infoibati "solo perché italiani". La relazione storica parla di "alcune centinaia di infoibati", mentre le ricerche della storica Nevenka Troha, indubbiamente una dei più onesti e coraggiosi esperti di massacri del dopoguerra, portano la cifra approssimativa dele vittime delle foibe ad un massimo di 1600. E poi si continua a parlare di 350 mila esuli istriani e dalmati, ignorando che la ricerca storica documenta circa 204 mila persone che lasciarono con l'esodo i territori ex italiani.

      Roma continua a ignorare lo sforzo degli storici di offrire un quadro il più possibilmente obiettivo di quanto avvenne attorno al confine orientale durante e dopo la seconda guerra mondiale. Il mito avallato e istituzionalizzato con particolare enfasi retorica e calcolo politico viene assurto ora a religione di stato. La proposta, fatta a più riprese da alcuni storici e politici, di aprire la tristemente famosa foiba di Basovizza per verificare cosa e quanto contenga in verità, anche per dare un'identità e degna sepoltura ai resti umani lì rinchiusi, è stata sempre energicamente censurata dai sostenitori delle tesi di un genocidio antiitaliano. Strano, la pietas viene in verità sepolta dai timori di veder apparire una realtà diversa? Chi ha in verità timore della verità storica? Chi perpetua in verità la "congiura del silenzio"?

      P.S. Ho sentito una presentazione radiofonica del libro al sito che consiglia Marko ( http://www.cnj.it/foibeatrieste/ ) e l'ho trovato, per ciò che ho ascoltato, molto preciso e ben fatto.

    1. marko 15 febbraio 2007

      Ecco qua una fonte "alternativa" sull'argomento foibe:

      http://www.cnj.it/foibeatrieste/

    1. marko 15 febbraio 2007

      Aggiungo una postilla: c'è una grande differenza tra le persecuzioni "titine" e quelle fasciste. Come evidenziato anche da Bertani, gli infoibamenti furono opera di frange di estremisti che stavano sfuggendo al controllo di Belgrado. non si può dunque parlare di pulizia etnica da parte degli jugoslavi, perché non ci fu una organizzazione in questo senso. Certo, ci furono innocenti morti per vendette personali, ma non ci fu pulizia etnica. Prova ne sia che gli Jugoslavi invasero/liberarono Trieste per 40 giorni, nei quali avrebbero potuto decimare la popolazione, mentre i cadaveri *accertati* (lo ammette perfino la lega Nazionale http://www.lefoibe.it/approfondimenti/contabbreve.htm che le altre cifre sono "presunte") nelle foibe furono circa 1200, molti dei quali soldati morti negli ultimi giorni di combattimento. Non solo, ma per tutto il periodo post-bellico rimase una nutrita minoranza italiana in Jugoslavia, con proprie scuole, indicazioni e uffici pubblici bilingui.

      La domanda da porsi, comunque, non è chi ha ragione e chi ha torto, ma piuttosto: "Perché vengono fuori queste storie ADESSO?" Com'è che il 90% degli italiani, ieri, pensava che Trieste fosse collegata a Trento con un ponte, mentre oggi sono tutti "esperti" di foibe? Gatta ci cova...

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