LA BANALITÀ DEL MALE 2.0 THE REAL ANTHONY FAUCI – PARTE 4/N

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Dopo avere pubblicato nelle precedenti tre parti il riassunto dettagliato delle trecento pagine del libro £The Real Anthony Fauci di Robert F.Kennedy jr dedicate al Covid (parte1parte2parte3 sono qui su CDC in versione più stringata, le versioni intere sono su Cosivailmondo) cerco di riassumere le restanti 600 nelle prossime due puntate. Per chi volesse un post unico con tutto l’essenziale, c’è il riassunto pubblicato subito dopo l’uscita da Giovanni Zibordi (QUI il link) che tocca la gran parte dei punti essenziali del libro. Per chi, invece, si fosse affezionato (?) ai resoconti del sottoscritto, buona continuazione…

La seconda parte del libro non dedicata al Covid è prevalentemente occupata dal racconto della lunga e complessa vicenda dell’AIDS, sulla quale Anthony Fauci ha costruito tutta la sua carriera. E che probabilmente era (ed è) – Kennedy non lo dice apertamente, ma è piuttosto chiaro – tutt’altro che una malattia infettiva, quindi non di competenza del suo Istituto. Il lettore medio strabuzzerà gli occhi di fronte a questa affermazione (come del resto ho fatto io), ma andiamo con ordine. Quando una misteriosa e letale sindrome si diffonde nelle comunità gay delle principali città americane, il National Institute of Allergology and Infectous Diseases (NIAID) dove lavora il dr Anthony Fauci è un sonnacchioso angolo della burocrazia federale: a quel tempo – primi anni ’80 – le malattie infettive sono una delle cause meno frequenti di morte del paese e l’agenzia sopravvive grazie ai progetti di ambito militare, peraltro sempre più scarsi. Il pericolo è il ridimensionamento dell’intero dipartimento, tanto che Kary Mullis (il futuro premio Nobel per l’invenzione del test PCR) raccontò apertamente che “[al NIAID] tutti erano in cerca di una nuova epidemia”.

Kary Mullis mentre ritira il Nobel
Kary Mullis mentre ritira il Nobel

E Fauci, lo si sarebbe visto nei decenni seguenti, era l’uomo giusto per scovarla. L’AIDS si annunciò nel 1981 con una cinquantina di casi tra i gay di Los Angeles, San Francisco e New York, ma ancora nel 1982 i fondi federali per la ricerca su questa malattia ammontavano a soli 297k dollari; non era chiaro quale fosse la sua origine, fino a che, nel 1984, un ricercatore fin lì poco noto del National Institute of Health (da cui il NIAID dipendeva), Robert Gallo, rubando una tesi sostenuta dal francese Montagnier, annunciò di avere trovato il legame tra AIDS e un virus, anzi, un retrovirus (la differenza non è da poco), detto HIV. Dal che Fauci, nel frattempo diventato capo del NIAID, fece discendere che, se la malattia era di origine virale, la competenza era sua. Una volta presa in mano la situazione, Fauci scatenò la grancassa mediatica americana, sempre alla costante ricerca di storie drammatiche, e – diciamocelo – cosa può esserci di più drammatico e pruriginoso per la puritana società americana di una malattia che portava ad una brutta morte e si trasmetteva per via sessuale? E grancassa fu, con un mix di strategie che oggi ben conosciamo, ovvero: a) interventi allarmistici in lungo e in largo sui media; b) stime esorbitanti di contagi e morti futuri e c) conteggio distorto delle morti già avvenute (tutti i morti positivi all’HIV erano contati come morti di AIDS anche se non avevano alcuno dei sintomi… in pratica, un dèja vu). Fu così che già nel 1986 i fondi federali per l’AIDS erano saliti a 63 milioni di dollari, diventati 146 milioni l’anno dopo e 3 miliardi nel 1990. Con questi fondi, Fauci comprò quasi tutto quello che c’era da comprare, sostiene Kennedy, a partire dal totale ed incondizionato appoggio dei media, che gli consentì, negli anni successivi, di andare in TV e affermare qualsiasi cosa riguardo all’AIDS senza che nessuno ponesse mai la minima domanda o facesse qualche semplice obiezione. Il suo potere fu dimostrato in modo plateale alla comunità scientifica fin dal principio, quando un’onda d’urto senza precedenti praticamente azzerò dall’oggi al domani, racconta RFK, la carriera del più prestigioso e rinomato virologo dell’epoca, Peter Duesberg, che aveva avuto l’ardire di dubitare della correlazione virus HIV-AIDS (che lo stesso Montagnier mise in dubbio non molto tempo dopo, come fece a fine carriera anche Gallo, il quale peraltro si è rifiutato di interloquire con Kennedy durante la stesura del libro) e di chiedere qualche tipo di prova scientifica a sostegno. Colpirne uno per educarne cento, diceva quel tale in estremo oriente. Kennedy stesso, racconta, ha subito un bando simile a Duesberg dopo aver cominciato ad occuparsi di vaccini ed industria farmaceutica, passando da quasi duecento eventi l’anno dove era chiamato a parlare (quando si occupava di inquinamento) a due o tre.

Peter Duesberg

Sul piano farmacologico, invece, Fauci, grazie ai fondi che affluivano in modo crescente per la ricerca sull’AIDS, mise in piedi una estesa schiera di “pseudo-ricercatori”, chiamati Principal Investigators (PI) che, agendo formalmente fuori dal perimetro del NIAID, effettuavano ricerche mediche apparentemente indipendenti sui potenziali nuovi farmaci, destinati all’esame degli enti federali, in vista di una possibile autorizzazione. Peccato che i soldi necessari a tale attività venissero da BigPharma, direttamente o tramite i cospicui finanziamenti del NIAID di Fauci, a sua volta destinatario – se il farmaco entrava in commercio – di cospicue royalties da BigPharma. Questi trials coinvolgevano le maggiori università del paese ed i loro laboratori, anch’esse sempre alla ricerca di nuovi finanziatori, generando un vorticoso giro di denaro, proveniente però dagli stessi soggetti sotto esame, il che dava a questi ultimi la sostanziale certezza che il processo sarebbe sempre finito con l’approvazione, che il farmaco testato funzionasse o no e indipendentemente dal presentarsi o meno di effetti avversi. Citando direttamente Kennedy [traduzione mia]: “Nel 1987 i finanziamenti ai PI ammontavano a 4,6 miliardi di dollari e beneficiavano circa 1300 istituti di ricerca in tutto il paese; oggi il solo Fauci controlla circa 7,6 miliardi di dollari in soli fondi discrezionali”. Ma c’era di più: i PI, dato il loro ruolo di “acchiappafondi” per le Università, sedevano molto spesso negli organi direttivi degli atenei, e ne determinavano gli orientamenti di ricerca, decidendo dove guardare e soprattutto dove NON guardare (ad esempio su sperimentazioni di farmaci off label, o a basso costo). Inoltre, grazie a questi ruoli accademici, i PI costituivano la maggioranza dei membri degli organismi “indipendenti” consultati dalla FDA per stabilire i protocolli di uso dei vari medicinali, primo fra tutti il VRBPAC (Vaccines and Related Biological Products Advisory Committee), che stabiliva – tra le altre cose – se e quando i nuovi vaccini erano da considerarsi “sicuri ed efficaci”. Ciliegina sulla torta: chi è il capo del NIH Bioethics, ovvero il comitato incaricato di valutare il profilo etico dei farmaci destinati all’esame del FDA? La signora Christine Grady che per puro caso è … la moglie di Anthony Fauci. Tutto chiaro, ora?

Fauci con la moglie Christine Grady ad un evento pubblico

Fauci, in sostanza, lungo i due decenni di impegno esclusivo sul tema AIDS, andò sviluppando un vero e proprio “protocollo standard acchiappasoldi” attraverso il controllo dell’intera filiera riguardante le malattie virali e la relativa messa a punto dei farmaci per le cure. Il farmaco-pilota che trasformò il NIAID di Fauci in una vera e propria “macchina da farmaci” fu il letale AZT che, dopo un percorso tutt’altro che lineare, costituì per lungo tempo (troppo) lo “standard of care” per il trattamento dell’AIDS. Sviluppato inizialmente negli anni ’60 per la cura della leucemia, AZT è un “DNA chain terminator” che, nelle intenzioni del suo inventore Jerome Horwitz, doveva distruggere il DNA delle cellule tumorali ed impedirgli di riprodursi. Le sperimentazioni, però, trovarono che era troppo tossico anche per trattamenti di breve durata, perché colpiva indiscriminatamente anche le cellule sane, al punto che lo stesso Horwitz bloccò ogni sperimentazione e, racconta RFK, “buttò via perfino i taccuini con gli appunti” che le riguardavano. Poi, nel 1985, un team della Duke University incaricato dal NIH di fare uno screening di tutti i farmaci in circolazione per trovare dei nuovi antivirali, sembrò scoprire che l’AZT uccideva in provetta il retrovirus HIV (insieme a molte altre cose, ma erano dettagli). Burroughs Wellcome (avvertita da qualcuno …?) fiutò l’affare e andò subito a mettere sotto licenza l’AZT come farmaco contro l’AIDS, fissando da subito l’esorbitante prezzo di 10.000 dollari a trattamento (di un anno). Tuttavia, nonostante l’entusiasmo ed una febbrile serie di tentativi da parte dei PIs, ancora tre anni dopo, il NIAID non aveva in mano un singolo studio che provasse l’efficacia dell’AZT contro l’AIDS, ma i medici sul campo, intanto, avevano sviluppato dei protocolli che, utilizzando altri farmaci già esistenti, avevano evidenziato una certa efficacia nel curare i sintomi di quella strana, indefinibile, malattia. Ma Fauci non cedeva e definì in TV “notoriamente tossici” tutti i preparati che non fossero sotto licenza. In mancanza di risultati scientifici, Fauci tornò a battere cassa mobilitando i media, attraverso la solita grancassa della paura, dipingendo l’AIDS come una malattia che avrebbe potuto colpire tutti, se non si fosse posto rimedio. La boutade di “un miliardo di malati di AIDS se non si fa nulla” fu diffusa da canali politici (cfr. infra) e, senza alcun contraddittorio, ripetuta a pappagallo dai media di tutto il mondo. Intanto, lui, dopo avere boicottato ogni possibile sperimentazione su farmaci già in uso a basso costo, si rifiutava di autorizzarli al grido di “non ci sono sperimentazioni valide, non ci sono dati!”. Questo diventerà un mantra di tutte le successive epidemie, fino al recente boicottaggio dei farmaci a basso costo contro il Covid (Ivermectina e Idrossiclorochina su tutti). In una drammatica audizione al Congresso nel 1988, Fauci ammise che, se fosse stato lui il malato di AIDS, avrebbe utilizzato una delle medicine che il NIAID si rifiutava di testare; la stessa cosa che disse trentadue anni dopo riguardo al Covid, ammettendo che avrebbe preso l’Idrossiclorochina, se fosse stato lui il malato. Dopo la catastrofica audizione, per conservare posto (e soldi) Fauci decretò che il NIAID avrebbe finalmente sperimentato i farmaci alternativi – racconta Kennedy – ma dietro le quinte, garantì ai suoi referenti di BigPharma che i trials gestiti dai suoi PIs sarebbero stati truccati in modo da farli fallire. Sì, avete letto bene: i trials sui farmaci alternativi sarebbero stati truccati, cosa che fece negli anni ’80 e, come raccontato nelle parti precedenti, ripetè ancora e ancora su altre malattie, fino al già riportato caso dell’Idrossiclorochina ai tempi del Covid. Ma i trials, anche truccati, continuavano a dare buoni esiti, e allora Fauci cominciò a chiuderli anzitempo (“non troviamo volontari”, disse quella volta, e lo ripetè nel 2020 per i trials sull’Ivermectina)… tutto finì quando finalmente la FDA, imbottita di PIs e accoliti di varia provenienza, finalmente approvò l’AZT sulla base di uno studio di soli quattro mesi (dovevano essere almeno sei, ma in questo modo gli effetti collaterali del farmaco ancora non si erano manifestati) che mostrava un tasso di sopravvivenza più alto nel gruppo di coloro che avevano preso l’AZT rispetto al gruppo trattato col placebo. Ancora prima che i risultati fossero certificati, Fauci fece una delle sue mosse preferite: convocò la stampa. Nessun dato, nessuna verifica possibile, nessun documento sullo studio sottostante; la sua parola doveva bastare. E bastò. Come dice testualmente Kennedy (p.368 – traduzione mia) “La scienza era diventata ciò che l’Ente regolatore diceva che fosse. Non ci sarebbe stata alcuna opportunità per i giornalisti di leggere i dati ambigui, né di valutare eventuali opinioni contrarie di altri esperti, o altre testimonianze.”.

Per la cronaca, alcuni dei dati alla base dello studio, due anni dopo, finirono in mano ad alcuni giornalisti investigativi, che riuscirono a descriverli (su una rivista svizzera, senza particolari conseguenze negli USA) come “sistematicamente truccati”, ma solo dopo altri quattro anni un whistleblower del NIH rivelò la verità completa. I partecipanti più deboli alla sperimentazione venivano piazzati nel gruppo placebo, quelli del gruppo principale ricevevano trasfusioni continue e, quando gli effetti avversi erano troppo evidenti, venivano sostituiti con pazienti “nuovi”, mai trattati. In ogni caso, per non saper né leggere né scrivere, gli effetti avversi dei pazienti trattati con AZT non venivano quasi mai trascritti. Nonostante questo, lo stesso Fauci ammise molti anni dopo che i benefici evidenziati nello studio erano “modesti”, ma alla FDA bastarono.

Le azioni Burroughs Wellcome salirono del 45% già il giorno seguente l’annuncio. Il primo farmaco con il bollino NIAID era stato messo sul mercato. Da lì in avanti sarebbe stata tutta discesa. Precisa ancora Kennedy: “I Pis non avevano solo consegnato al NIAID il loro primo trial clinico di un farmaco di successo, futuro campione di vendite contro l’AIDS, ma avevano messo a punto un sistema perfettamente efficiente per sfornare nuovi farmaci in futuro”. Negli anni successivi all’introduzione dell’AZT, il numero dei morti di AIDS aumentò vertiginosamente; nell’ultimo anno senza AZT erano morte, in tutti gli Stati Uniti, circa 12.000 persone di AIDS, cinque anni dopo i morti erano triplicati. Con i dosaggi previsti dai primi protocolli di cura (rimasti in vigore per 5 lunghi anni) il tempo di sopravvivenza dei pazienti trattati con AZT era mediamente di 4 mesi. Ma, allora come oggi, nessuno collegò la cura all’aumento dei morti: al più dissero che “senza AZT sarebbe stato peggio”.

Ma, si diceva all’inizio, era davvero l’AIDS una malattia di origine virale, causata da un’infezione da retrovirus HIV? Kennedy (ed io mi associo alla sua posizione) è molto cauto nel fare affermazioni definitive, poiché sul tema, di affermazioni definitive non ce ne sono mai state, ma attenzione: questo vale in un senso e nell’altro. Kary Mullis, premio Nobel per l’invenzione del test PCR, quello che venne usato per la verifica della presenza dell’HIV e che oggi è ancora estensivamente usato (abusato) nella diagnosi del Covid, fu meno cauto e disse chiaramente in varie occasioni negli anni ’90 che “gli esseri umani sono pieni di retrovirus (…) ci sono persone che hanno l’AIDS senza HIV ed altre che presentano l’HIV, ma non hanno l’AIDS (…) la gente mi chiede se l’HIV è o no la causa dell’AIDS, ma non c’è alcuno studio scientifico che lo dimostri oltre le parole di Robert Gallo. (…) Anzi, credo che i premi ed i riconoscimenti che ci sarebbero per chi riuscisse a dimostrarlo in modo definitivo sono talmente grandi che il solo fatto che ancora oggi [era il 1994, ma ciò è vero ancora oggi] nessuno l’abbia fatto è la prova più schiacciante che tale legame non esiste” (Pag.478).

Ma se non è l’HIV la causa, allora da dove viene l’AIDS? Kennedy si pone la domanda ed elenca alcune ipotesi, la più interessante delle quali emerse già nelle primissime fasi della malattia, quando ancora l’AIDS era “solo” un tema sanitario. I dati mostravano che l’AIDS era sì una malattia che colpiva un determinato tipo di persone, che però non erano i positivi all’HIV (molti dei malati non lo erano), ma coloro che facevano uso sfrenato e prolungato di alcol e droghe. In particolare le principali indiziate erano quelle chiamate “poppers”, ovvero le droghe sintetiche in uso nelle discoteche e nelle feste private di allora per scatenarsi (saltare in aria, come i pop corn, da qui il “poppers”).

Un campionario di “poppers”

Si dà il caso che il gruppo sociale che usava massicciamente i poppers fosse proprio quello degli omosessuali delle grandi città: il 100% dei malati di AIDS (almeno fino all’arrivo dell’AZT) era costituito da gay che conducevano esattamente quel tipo di vita. Del resto, se una persona – gay o meno – abusa del proprio corpo imbottendosi di droghe e alcol per mesi, anni tutte le sere o quasi, alla fine il sistema immunitario, messo a dura prova, può andare in tilt. E l’AIDS in Africa? Premesso che gli studiosi, pur chiamandola nello stesso modo, individuavano manifestazioni molto differenti della malattia nel continente nero, anche lì non è strano pensare che una vita condotta con scarsità di cibo, in pessime condizioni materiali e igieniche, in stress costante per la propria sopravvivenza, alla fine possa causare in molti individui quel tipo di problema. Tuttavia, riporta Kennedy, ammettere che poteva essere lo stile di vita di alcuni gay, e non un virus, la causa dell’AIDS avrebbe significato porre in cattiva luce la loro comunità, per non parlare del fatto che le principali riviste gay avevano tra i propri inserzionisti più generosi proprio i produttori dei poppers, ovvero le case farmaceutiche. Ce n’era abbastanza perché la comunità gay (e BigPharma) accogliesse con grande sollievo la notizia che la causa della malattia che la stava flagellando fosse una causa esterna, cioè un virus, e fa nulla se la correlazione era stata annunciata solo da una conferenza stampa di un fino ad allora anonimo ricercatore del NIH.

Erano in tanti, per ragioni diverse, a voler credere all’annuncio di Robert Gallo. Così, una volta “risolto” il problema dell’origine, Fauci passò alla fase seguente del piano, ovvero allargare il business: non gli bastavano i malati, voleva vendere i farmaci anche a quelli sani.Tutti quelli che sono a rischio dovrebbero essere sottoposti al test [dell’HIV], anche se asintomatici” dichiarò garrulo ad uno sdraiato New York Times (ricorda qualcosa?). In questo modo, negli anni seguenti, decine di migliaia di persone fino a quel momento sane, ma positive al test HIV, cominciarono a prendere AZT, il quale, oltre che garantire enormi profitti ai produttori, aveva un’altra caratteristica portentosa, agli occhi di Fauci: la sua assunzione prolungata generava esattamente gli stessi sintomi dell’AIDS, poiché faceva crollare il sistema immunitario.

Bingo!

Alcuni studi citati da Kennedy hanno stimato che oltre trecentomila persone, principalmente gay, siano morte tra il 1987 ed il 2019 a causa dell’AZT, credendo di avere contratto l’AIDS “nonostante” le cure. Kennedy cita due casi di sua diretta conoscenza, riguardanti personaggi famosi che frequentavano casa Kennedy: il ballerino Rudolph Nureyev e il tennista Arthur Ashe, primo nero a vincere Wimbledon, che, essendo risultati positivi all’HIV, insistettero per prendere la letale medicina pur essendo perfettamente sani, morendo poi pochi mesi dopo, ufficialmente di AIDS. Io, da appassionato di basket, poteri citare un esempio contrario, quello di Earvin “Magic” Johnson che nel 1991, dopo l’annuncio della sua positività non prese nulla, ma si ritirò dall’attività agonistica e un anno dopo, visto che stava ancora benissimo, rientrò addirittura in attività vincendo l’oro olimpico a Barcellona con il Dream Team. “Magic”, che credo non abbia mai preso AZT in vita sua, sta tuttora benissimo ed è uno dei personaggi più influenti dello sport americano, ma non ditelo a Fauci…

Oggi l’AIDS ancora non si guarisce, ma si limita efficacemente con un cocktail di medicinali diverso caso per caso a seconda delle caratteristiche del paziente, e scorrendo la lunga lista di farmaci che il NIH ha approvato a questo scopo, l’AZT c’è ancora, anche se è solo uno dei 46 possibili trattamenti. Nel frattempo, racconta Kennedy, la correlazione tra HIV e AIDS non l’ha ufficialmente ancora scardinata (ma nemmeno dimostrata) nessuno, sebbene molti siano ormai disposti ad ammettere che, se mai l’HIV dovesse avere un ruolo, è perché viene innescato da qualcos’altro. Quanto alle cifre catastrofiche di morti e contagi, nel 1987 Theresa Crenshaw, responsabile della Commissione speciale sull’AIDS istituita dal Presidente degli Stati Uniti, dichiarò che, se non si fosse trovato nulla di efficace, entro dieci anni (cioè entro il 1997) un miliardo di persone sarebbero state malate di AIDS; nel 2007, ovvero venti anni dopo la sua catastrofica previsione, e senza che nessun vaccino o cura definitiva fossero mai stati messi in opera, c’erano “solo” 33 milioni di persone HIV positive nel mondo, molte di queste, peraltro, perfettamente sane. Sipario.

Nella prossima e ultima parte, parleremo del “post-AIDS” ovvero di come e quando il NIAID di Fauci passò all’industrializzazione delle pandemie, aiutato da un signore che negli anni ruggenti dell’AIDS era impegnato anche lui a cambiare il mondo, ma apparentemente in tutt’altra maniera: Bill Gates.

 

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