Di Maria Morigi
Jalal Al-e Ahmad (1923-1969), riconosciuto tra gli ideologi della Rivoluzione del 1979 e figura di spicco dell'opposizione alla monarchia Pahlavi, lanciò il concetto di Gharbzādegi nella sua opera più celebre, pubblicata nel 1962 ma immediatamente censurata.
Gharbzādegi (zadegi, significa "colpito da"; Gharb significa "Occidente") è traducibile come "Occidentosi" o "intossicazione / infatuazione da Occidente", una sorta di condizione patologica che Al-e Ahmad paragonava alla "malattia del grano", piaga che colpisce la spiga e la svuota dall'interno, lasciando esternamente l'apparenza sana. Gharbzādegi è quindi una sindrome che consiste nell'essere afflitti dalla malattia dell'Occidente. Una seconda edizione dell'opera di Al-e Ahmadì, pubblicata nel 1968, riscosse enorme successo per l'analisi dell'impatto di modernizzazione e colonialismo culturale nella società iraniana, attirando l'interesse del clero sciita e divenendo centrale nel dibattito anti-imperialista iraniano.
Il saggio muove una critica feroce allo Shah e alla società iraniana dell'epoca, accusati di scimmiottare i costumi occidentali in una sorta di alienazione identitaria, nel convincimento che le proprie tradizioni fossero arretrate e che da esse nascesse la dipendenza economica. La perdita di identità, l'abbandono delle culture, dei costumi e delle industrie locali produceva infatti passivi consumatori di prodotti, tecnologie e retoriche dell'Occidente, e tutto ciò veniva visto da Jalal come una "macchina geopolitica" che sfruttava i paesi in via di sviluppo. Come rimedio a tale situazione di subordinazione culturale, causata dall'imposizione di una modernizzazione non compatibile con la realtà iraniana, Jalal proponeva un modello basato sulle tradizioni e i valori culturali iraniani riconoscibili nell'Islam sciita; celebrava la religione musulmana non tanto per la sua dimensione spirituale, quanto per la vocazione rivoluzionaria intrinseca alla dottrina sciita, sostenendo che tale dottrina potesse essere usata per bilanciare il processo di industrializzazione scriteriata dell'Iran e per sollevare le masse contro le ingerenze occidentali.
Come metafora dell'accettazione acritica di valori e modelli stranieri, Jalal paragonava l'atteggiamento della società iraniana a quello del corvo affascinato dall'incedere elegante della pernice: il corvo può cercare in ogni modo di imitare la pernice, però non ci riuscirà e rimarrà una ridicola macchietta.
Per capire meglio l'autore e i suoi legami col Marxismo, seguiamo il suo percorso di vita: Jalal Al-e Ahmad nacque in una famiglia benestante e religiosa. Il nonno, il padre e il fratello maggiore erano membri del clero sciita. Nel 1932 un decreto regio privò i mollah dell'autorità giuridica e notarile e Jalal fu costretto a lavorare come riparatore di orologi al bazaar. Frequentò le classi serali ed ottenne il diploma nel 1943. Nello stesso anno, per ordine del padre, si recò a Najaf e a Kerbala, per gli studi teologici. Ma dopo solo tre mesi abbandonò gli studi definendoli una "trappola premeditata" dal padre. Questo lo portò ad una rottura con la famiglia e con i valori religiosi.
Nel 1944 si iscrisse al Tudeh (Partito Comunista Iraniano) abbracciando l'ideologia leninista rivoluzionaria. In soli quattro anni diventò membro del comitato centrale, delegato al congresso nazionale e direttore della casa editrice del Partito con cui pubblicò le sue prime raccolte di racconti. Nel 1947 ottenne l'abilitazione all'insegnamento e accettò il posto di direttore in una scuola elementare nel nord dell'Iran. Questa esperienza è alla base del celebre romanzo "Modire madrese" (Direttore di scuola), tra le più importanti opere della letteratura iraniana contemporanea. Il 1947 segnò anche la rottura con il Partito Tudeh che criticò per il suo "dogmatismo stalinista". Insieme ad altri dissidenti formò l'Hezb-e Zahmatkeshan-e Mellat-e Iran (Partito Iraniano dei Lavoratori) e in seguito Niruy-e Sevvom (Terza Forza). Abbandonò completamente la militanza politica nel 1953, poco prima del golpe che riporterà sul trono Mohammad Reza Pahlavi.
Tra 1947 e 1951 tradusse opere di Camus, Sartre, Gide, Ionesco, Dostoevskij (Il giocatore). Nel decennio 1953/1963 condusse indagini etnografiche nei villaggi di Takistan e Aurazan (paese di origine di suo nonno nel nord dell'Iran) e nell'isola di Kharg, ambienti che lo misero in contatto con il sottoproletariato contadino, un mondo ormai perduto e allo stesso tempo ancora "superiore". Tutte esperienze di grande importanza per comprendere il "ritorno all'Islam" di Jalal. Nel 1961 pubblicò il romanzo "Nun va 'l qalam", un'allegoria del fallimento della sinistra nella politica iraniana. Contemporaneamente fece circolare clandestinamente la prima edizione di Gharbzādegi.
Se in Gharbzadegi, infatti, aveva rigettato l'atteggiamento del clero sciita, colpevole di "essersi ritratto nel suo guscio, perso nell'abisso della tradizione", in seguito Al-e Ahmad si convinse che solo lo sciismo, come ideologia radicata nella tradizione iraniana, può costituire l'antidoto alla malattia dell'Occidentosi. Questo messianismo sciita, intriso di marxismo, poteva essere l'unica ideologia autenticamente capace di mobilitare le masse verso la rivoluzione e il riscatto sociale. Dove il comunismo aveva fallito, l'unità sciita avrebbe potuto trionfare. Un "ritorno all'Islam" che è l'esito dell'analisi materialista della storia, frutto di una formazione marxista e unica via percorribile verso l'indipendenza e il progresso dell' Iran.

Jalal Al-e Ahmad trovò nel pensiero di Antonio Gramsci, soprattutto nei "Quaderni del carcere", uno strumento fondamentale per comprendere la società del suo paese. Nel saggio Dar Khedmat va Khiānat-e Rowshanfekrān ("Sul servizio e il tradimento degli intellettuali"), integrò il concetto gramsciano di "intellettuale organico" proprio per analizzare il ruolo del clero sciita.
Jalal morì per un arresto cardiaco il 9 settembre del 1969, nella sua casa di Asalem nella regione del Gīlān, e non potè assistere alla rivoluzione del 1979, cui aveva fornito un apporto ideologico fondamentale. In molti hanno avanzato l'ipotesi che sia stato assassinato dalla SAVAK, la polizia segreta del regime Pahlavi.
Di Maria Morigi
Maria Morigi. Nata a Ravenna, laureata in archeologia e Storia dell’arte greca e romana presso l’Università di Trieste, è stata docente in Istituti e Licei artistici a Udine e a Trieste. Si è dedicata allo studio di storia delle religioni orientali, ricerca archeologica, tutela di beni culturali e patrimonio, specie per l’Afghanistan e per le regioni autonome cinesi del Tibet e dello Xinjiang, con attenzione ai caratteri storici, politici, culturali ed etnico-sociali di quelle aree. Ha svolto catalogazione presso il Museo Archeologico di Aquileja e seguito missioni di scavo in vari paesi (Turchia, Pakistan, Iran, Cina e regione dello Xinjiang).
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