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Infinity war (of identity)

DI JOE H. LESTER

comedonchisciotte.org

Il 25 aprile, giorno della liberazione, ho scelto di non recarmi in pellegrinaggio presso qualche luogo simbolo della resistenza in compagnia di deludenti e anacronistici residuati degli anni ’70, gente che non ci sta capendo “più un cazzo, ma da mo!” – la citazione viene da Ferie d’Agosto di Virzì e andrebbe girata allo stesso regista recentemente in visita a una sede romana del PD – sofisticati politologi caduti dalle nuvole all’imporsi di Trump, della Brexit, degli indipendentisti catalani e via dicendo. Una generazione che sgomenta sta perdendo tutti i propri punti di riferimento e semplicemente non capisce o rifiuta di accettare lapalissiane evidenze circa gli attuali conflitti, l’economia, il lavoro e più in generale la direzione che il mondo ha già imboccato da un pezzo. Insomma, La vita, l’universo e tutto quanto, titolava Douglas Adams.

Così, anziché fare il badante dell’area politica che un tempo mi rappresentava, ho deciso di andare al cinema e messo davanti alla principale proposta cinematografica del momento ho dovuto compiere un’ulteriore scelta: Loro 1 o Avengers: Infinity War? Ben due film divisi in due parti. Sorrentino mi è sempre piaciuto poco. Pontifica, sopravvaluta l’intelligenza dei suoi personaggi, è episodico e soprattutto racconta troppo spesso vite eccezionali di uomini potenti, ricchi o in qualche modo influenti. Personaggi verbosi che di speciale hanno principalmente la scenografia sociale in cui agiscono, i lussi che si possono concedere; si veda, ad esempio, il Jep Gambardella de La Grande Bellezza che è proprio l’esatto opposto dell’Enzo Ceccotti di Lo chiamavano Jeeg Robot.

I supereroi non ostentano, ma il più delle volte celano la loro vera identità nelle vesti dell’uomo qualunque (quando non addirittura nella sua parodia come ci fa notare David Carradine nel finale di Kill Bill: Volume 2), alcuni sono persone comuni investite da “grandi responsabilità” considerati i “grandi poteri”, che poi è anche una delle fisime principali degli Stati Uniti d’America.

Comunque sia, non ho avuto alcun dubbio, ho scartato le paccottiglie nostrane e sono andato a vedere il blockbuster della Marvel. E ho visto il cinema vero. Quello di Méliès naturalmente, nel suo genere un capolavoro. Chi sostiene il contrario non ha capito cos’è il cinema o ha problemi con la sospensione dell’incredulità. Certo, già carico dell’affetto seriale che la Marvel ha fidelizzato in dieci anni e nei ben diciotto film precedenti, sono precipitato in un caleidoscopio di colori ed emozioni come non mi capitava dai tempi del King Kong di Peter Jackson, ma in maniera più efficace.

Credevo di uscire dalla sala sentenziando sul film, sul suo titolo e la guerra infinita che l’America e le Major intendono persuaderci ad accettare, come per Ready Player One, convincendoci che sarà necessario schierarsi. Volevo iniziare questo pezzo citando Hemingway, “il mondo è un bel posto e vale la pena lottare per esso”, e concludere parafrasando l’obiezione che gli fa Morgan Freeman in Seven di David Fincher: “condivido la seconda parte” (lui la condivide). Invece mi sono dovuto ricredere, poiché ho assistito a un giocattolone psicologicamente molto più complesso di quanto mi aspettassi. La guerra qui c’è, ma non è quella di Salvate il soldato Ryan, né di Orizzonti di gloria, è una guerra metafisica, giocata su altri piani di realtà, combattuta da più fazioni tra l’altro anche su un pianeta devastato e disabitato (Titano mi ha ricordato una deformazione onirica di Aleppo); pure se la battaglia finale si svolge in Africa, la vicenda cosmica è la più divertente, appassionante e sentimentale.

Questa pellicola è l’ennesima dimostrazione di quanto può dire un autore all’interno del cinema di genere: una messa in scena dei vari “tipi psicologici” che compongono la personalità americana (e quindi occidentale). Ecco che il Captain America cinematografico di oggi, oltre essere tutto muscoli e azione, ha svelato un piano per controllare la popolazione mondiale ed è ricercato dal suo governo, ha annerito la stella e le strisce bianco rosse sul suo costume, e si è dato alla macchia in compagnia della russa Natasha Romanoff aka Vedova Nera. Steve Rogers è pieno di disgusto ed espressioni risentite verso chi dovrebbe essergli riconoscente e invece lo considera un criminale traditore. In pratica è Edward Snowden!

Gli fa da contraltare il grande padrino di questa serie cinematografica, l’Iron Man di Tony Stark (ex mercante d’armi divenuto una specie di Steve Jobs/Elon Musk repubblicano, almeno ipotizziamo). Mentre Doctor Strange è il mistico serioso, in contrapposizione allo stesso Stark, rappresenta ciò che resta dei movimenti post ’68: è l’America consapevole che altri mondi sono possibili, forse erano.

Ognuno dei vari personaggi principali (ben 23 se ne contano nella locandina più affollata) corrisponde a una categoria, una diversa sfaccettatura della società, una costellazione di personalità coalizzate nella lotta contro un determinato aspetto, un unico umanissimo mostro, come in un’adrenalinica seduta psicanalitica, in realtà combattono una parte di sé, tentano di contrastare il tratto caratteriale più profondo e radicato della schizofrenica cultura americana: Thanos il conquistatore di mondi.

E il mattatore del film è senza dubbio il violaceo titano pazzo, interpretato in performance capture da Josh Brolin, reso dai maghi degli effetti speciali con un incredibile fotorealismo, la cui pelle dalle rughe gommose pare a volte di poter quasi toccare. Chi è Thanos? Semplicemente la creatura più potente dell’universo, il cui nome deriva da Thánatos, nella mitologia greca personificazione della morte. Un superuomo nietzschiano che grazie a sei pietre elementari, capaci di gestire spazio, mente, realtà, potere, tempo e anima (se montate assieme sul dorso di un guanto), vuole portare nuovamente equilibrio nell’universo. Come? Sterminando metà della sua popolazione con uno schiocco di dita, affinché i bimbi del futuro possano vivere su pianeti meravigliosi “con le pance piene, sotto cieli tersi”.

Ma chi rappresenta veramente Thanos per questi geniali sceneggiatori di cinema commerciale? Stavolta non è Putin, no, e nemmeno Kim Jong-un. Forse è un po’ Hitler ma non soltanto, considerato con quanta empatia lo guardano i suoi autori. Conquista mondi e importa il proprio radicale pensiero, non come l’ISIS però, parrebbe più nella maniera in cui i droni americani hanno esportato la democrazia. Non può essere Obama, né la Clinton, ma neanche Trump il miliardario protezionista, quello in parte è sempre Tony Stark. Thanos è il padre di tutti gli istinti americani, autoproclamatosi paladini dell’universo mondo. È lo spirito della frontiera del già citato Frederick Jackson Turner, che reagisce davanti alla frontiera finita. Al contempo racchiude in sé i due temi principali del cinema americano: il padre, o l’eredità del padre e il mito della seconda opportunità. Grazie al Guanto dell’Infinito, ha la possibilità di modificare il tempo e lo spazio: è L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov, probabilmente è il cinema stesso, l’unico mezzo inventato dall’uomo capace di poter giocare parimenti con tre dimensioni più il tempo.

Infinity War mi ha infine riportato alla mente Split (2016), il sorprendente film di M. Night Shyamalan, quasi il suo opposto speculare, con delle analogie che hanno dello stupefacente, per dire una sciocchezza: ambedue i film fanno parte di saghe che hanno lo stesso attore, Samuel L. Jackson, in ruoli ribaltati. Un universo superoistico al risparmio, quello di Split, in cui il villain protagonista (l’eccezionale James Mcavoy) possiede anch’egli 23 personalità, più una ventiquattresima definitiva, annunciata come la Bestia, ma un’unica persona che lo combatte (per ora). Una donna. E un twist da applauso nell’ultima inquadratura.

Anche il finale di Infinity War, sicuramente coraggioso per un blockbuster dal budget dichiarato di circa 300 milioni di dollari (la visione degli sterminati titoli di coda è educativa al fine di comprendere quante persone campino grazie a queste produzioni), lascia spiazzati gli spettatori e sconvolta quella generazione che in dieci anni è cresciuta seguendo i film della serie. Senza dubbio grandissimo storytelling! Speriamo solo che il secondo episodio sia allo stesso livello, se non superiore, e che l’annunciato avvento di Captain Marvel non si risolva semplicemente nella contrapposizione tra superdonna buona e superuomo cattivo, elaborando in questa maniera il disperato, ma giusto e comprensibile, bisogno che la società americana ha di un presidente donna. Oltre la Meraviglia serve preservare, accettare e tutelare anche tutti gli altri caratteri della personalità, in caso contrario Thanos puntuale tornerà a prevalere. E chi vo’ capì capisce.

 

Joe H. Lester

Fonte: www.comedonchisciotte.org

maggio 2018.

Pubblicato da Davide