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IL TRAGICO FALLIMENTO DEL POST-COMUNISMO NELL’EUROPA DELL’EST

DI ROSSEN VASSILEV
Global Research

Poco prima del giorno di natale dello scorso anno, un disperato ingegnere della TV pubblica che protestava per le controverse misure economiche prese dal governo, si è gettato dal balcone del parlamento rumeno durante un discorso del primo ministro. A quanto pare l’uomo, sopravvissuto al tentato suicidio, prima di buttarsi ha urlato: “Avete strappato il pane dalle bocche dei nostri bambini! Avete ucciso il loro futuro!” L’uomo, in seguito identificato come Adrian Sobaru di 41 anni, indossava una maglietta con la scritta: “Avete ucciso il nostro futuro” e il suo giovane figlio, autistico, ha recentemente perso ogni sussidio pubblico a causa dei recenti tagli al bilancio operati dal governo. Il tentativo di suicidio è stato trasmesso in diretta dalla TV pubblica rumena durante il discorso del primo ministro Emil Boc, in seguito a un fallito voto di sfiducia nei confronti del suo governo conservatore. Le misure di austerità fiscale e salariale per le quali il signor Sobaru protestava includevano tagli salariali del 25% nei confronti dei dipendenti pubblici e pesanti tagli ai sussidi pubblici per genitori con figli disabili, che lui aveva ricevuto fino a poco prima.

Secondo la locale agenzia stampa Agerpres, le urla disperate dell’uomo nel parlamento ricordavano drammaticamente quelle sentite durante la rivoluzione anticomunista che fece crollare il regime autocratico e pro-occidentale di Nicolae Ceausescu.

Il caos economico

Il tragico gesto del signor Sobaru, in seguito trasmesso su tutte le TV mondiali, ha mosso a compassione tanti rumeni che in esso hanno individuato il simbolo delle feroci ingiustizie e ineguaglianze dell’era post-comunista. La Romania è caduta in una pesante recessione e la sua disastrata economia dovrebbe perdere almeno il 2% nel 2010, dopo essersi ridotta del 7.1% l’anno precendente. Invece di cercare di sostenere i disoccupati e i più svantaggiati, il governo di Bucarest che secondo vari rapporti risulta essere caratterizzato da corruzione, favoritismi e nepotismo, ha tagliato il salario pubblico di un quarto e bloccato del tutto la spesa pubblica, il contributo per il riscaldamento per i poveri così come ogni benefit per disoccupazione, maternità e per i disabili. Allo stesso tempo, la tassa sul commercio è salita dal 19 al 24 per cento nel tentativo di abbassare il deficit pubblico sotto il 6.8%, per venire incontro alle rigide richieste fiscali della UE, di cui la Romania è entrata a far parte dal gennaio 2007.

Queste dure misure di austerità hanno indignato milioni di rumeni che appena riescono a finire il mese, in un paese nel quale lo stipendio mensile medio è di 400 euro. Manifestazioni rabbiose che hanno portato per le strade decine di migliaia di rumeni sono la prova della profonda indignazione per la povertà di massa e l’infinita crisi economica che ha portato la Romania sull’orlo della bancarotta. “Questo non è capitalismo, nei paesi capitalisti avete una classe media”, afferma una dirigente di un minimarket di Bucarest a un reporter della Associated Press. Ma la società rumena – si lamenta lei – è divisa tra una piccola minoranza di gente molto ricca e un diffuso sottoproletariato impoverito.[1]

Sebbene la tragedia umana vista nel parlamento rumeno quel giorno pre-natalizio sia abbastanza sintomatica della dilagante miseria e della fine della speranza per una vita migliore, tuttavia essa avrebbe potuto verificarsi facilmente in qualunque altro paese ex-comunista, dove si soffre lo stesso per la mancanza di impiego, povertà di massa, salari in declino, forti tagli alla spesa pubblica e declino dello standard di vita. Proprio mentre il signor Sobaru cercava di suicidarsi, molti dei 20.000 medici degli ospedali della Repubblica Ceca abbandonavano il loro lavoro per protestare in massa contro la decisione del primo ministro Petr Necas di tagliare tutte le spese pubbliche, inclusa la spesa sanitaria, di almeno il 10% per riuscire a tenere a galla la difficile situazione finanziaria del paese. Queste dimissioni di massa fanno parte della campagna “Grazie ma ce ne andiamo” lanciata dal personale paramedico in tutto il paese che intende fare pressione sulle autorità di Praga per un aumento salariale e per ottenere migliori condizioni lavorative di tutto il personale medico.
Davanti alla peggior crisi del settore sanità nella storia del paese ex-comunista, che stava mettendo in pericolo la vita di molti pazienti, il governo ceco ha minacciato lo stato di emergenza che ha costretto i medici a tornare al lavoro per non andare incontro a pesanti conseguenze legali e finanziarie.

Sarebbe necessario ricordare anche le largamente ignorate rivolte contro la fame avvenute nel 2009 in Lettonia, il tanto lodato ‘miracolo baltico’ così caro ai maggiori media occidentali, dove il primo ministro in carica Valdis Dombrovskis è stato rieletto ne 2010 nonostante i suoi pesanti tagli nel settore pubblico e i già miseri standard di vita dei lettoni ( la campagna elettorale si era concentrata sullo scontro tra i nazionalisti lettoni e la numerosa e irrequieta minoranza di lingua russa presente nel paese). Secondo il dottor Michael Hudson, professore di Economia presso la University of Missouri, a causa dei profondi tagli governativi al welfare, all’istruzione, salute, trasporto pubblico e ad altre spese di infrastrutture sociali che minacciano di colpire la sicurezza economica, lo sviluppo sul lungo termine e la stabilità politica di tutti i paesi del blocco ex-sovietico, i giovani stanno emigrando in massa per migliorare le loro vite invece di soffrire per un’economia senza opportunità lavorative. Per esempio, più del 12% della popolazione lettone (e una percentuale molto più ampia della sua forza lavoro) ora vive e lavora all’estero.

Quando la ‘bolla neoliberista’ è scoppiata nel 2008, scrive il professor Hudson, il governo conservatore lettone ha ottenuto ingenti prestiti dalla UE e dal FMI a condizioni così svantaggiose che le durissime misure di austerità che ne sono conseguite hanno ridotto l’economia lettone del 25% (le vicine Estonia e Lituania hanno vissuto un declino economico simile) e la disoccupazione, in questo momento al 22%, continua ad aumentare. Con ben oltre il 10% della propria popolazione lavorando fuori dai confini nazionali, i lettoni all’estero inviano a casa loro qualunque cosa per aiutare a sopravvivere le loro disagiate famiglie. I bambini lettoni (pochi, infatti i matrimoni e la natalità in questo paese baltico sono crollati) in questo modo vengono lasciati ‘come orfani’, e gli esperti in materie sociali si chiedono come potrà questo paese di 2.3 milioni di abitanti a sopravvivere in senso demografico.[2] Questi sono i risultati delle misure di austerità del post-comunismo che hanno tagliato le gambe alla popolazione e salvato i creditori internazionali e le banche locali.

La diffusione del populismo di destra

La profonda crisi economica e la diffusa disoccupazione lungo il mondo ex-comunista ha portato al potere alcuni partiti radicali e politici che hanno abbracciato il nazionalismo populista di destra. Il Fidesz ungherese (Unione Civica Ungherese), uno spregiudicato partito nazionalista di destra, ha vinto le elezioni parlamentari in aprile del 2010 col 52.73% dei voti. Jobbik (Movimento per un’Ungheria Migliore), partito xenofobo di estrema destra, è arrivato terzo col 16.67% dei voti. In mezzo a una disastrosa depressione economica, la destra nazionalista ha vinto la maggior parte del voto popolare riportando in vita il tradizionale capro espiatorio ungherese delle minoranze etniche e accusando in particolar modo ebrei e zingari per la diffusa mancanza di lavoro e povertà del paese. Un membro eletto al parlamento del Fidesz, Oszkár Molnár, ha proclamato: “Amo l’Ungheria, amo gli ungheresi e preferisco gli interessi ungheresi rispetto a quelli del capitale finanziario globale o del capitale ebraico che vuole divorare il nostro mondo e in particolare l’Ungheria. Nessun suo collega di partito lo ha contestato, nemmeno in pubblico.

Nel dicembre 2010, con una maggioranza parlamentare di due terzi, il Fidesz ha permesso l’approvazione di una misura draconiana sui media, che ha dato al governo la libertà di esercitare un rigido controllo sui media privati. Questa controversa nuova legge ha spinto manifestanti a scendere per le strade di Budapest con cartelloni pubblicitari in bianco per protestare contro la censura proposta dal governo. La legge ha anche attirato le critiche della UE (di cui l’Ungheria è membro dal maggio 2004) che vede la proposta come una ‘minaccia alla libertà di stampa’ e ‘una seria minaccia alla democrazia’ dal momento che prevede pesanti multe e altre penalità per chi pubblica o trasmette attraverso media e internet informazione ‘sbilanciata’ o ‘immorale’, in particolar modo se critica del governo, in un paese dove un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà. I critici lamentano che la legge più restrittiva d’Europa sui media soffocherà il pluralismo e porterà indietro le lancette della democrazia in questo paese dal passato comunista.

La stampa tedesca in particolare ha accusato il primo ministro ungherese Viktor Orbán per aver non solo messo la museruola ai media locali, ma anche perché vuole far comandare il Fidesz in maniera esclusiva, portando l’Ungheria verso un ‘Führerstaat’ totalitario (in modo simile, gli opinionisti ungheresi lamentano la strisciante ‘Orbánizzazione’ del loro paese). Károly Vörös, editore del quotidiano ungherese Népszabadság, protesta perché la nuova legge sui media vuole ‘istillare un sentimento di paura nei giornalisti’ e perché ‘l’intero stato ungherese si sta dissolvendo in modo sistematico’.[3] Ma il populista di tipo berlusconiano Orbán ha percepito il profondo malessere dell’ungherese medio, intrappolato nel vortice della globalizzazione, nei confronti del capitalismo, della UE e degli Stati Uniti e ora ha assunto un atteggiamento di sfida, così come aveva già fatto in passato, avvertendo la UE di non intromettersi negli affari interni dell’Ungheria: “ È la UE che dovrebbe adattarsi all’Ungheria e non viceversa..” (L’Ungheria è dal 1 gennaio scorso presidente di turno della UE, carica che dura 6 mesi). In verità, molti ungheresi sospettano che la nuova legge sui mezzi di comunicazione sia solo un diversivo per distrarre l’attenzione pubblica dai laceranti problemi economici del paese.

Un’altra figura autocratica, Boyko Borisov, un tempo capo della ex-polizia nazionale dall’oscuro passato comunista e, a quanto si dice, con legami con il sottobosco criminale locale, governa la Bulgaria, diventata membro della UE a gennaio del 2007 nonostante fosse lo stato col più alto indice di corruzione e criminalità del blocco di paesi ex-sovietici, a parte il Kosovo, stato guidato dalla mafia (altro candidato membro della UE, forse già per il 2015). Il successo alle elezioni del luglio 2009 dell’uomo forte di stampo mussoliniano Borisov e del suo partito di destra GERB (Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria) non deve sosrprendere in un paese la cui difficile situazione è diventata la più emblematica della traiettoria aberrante e dell’ondata di malcontento del post-comunismo. Secondo quasi ogni indicatore macroeconomico, l’attuale condizione della Bulgaria è peggiore rispetto a quella del suo passato comunista.

Le statistiche ufficiali mostrano che sia il PIL che il reddito pro-capite della popolazione sono crollati, la rete di sicurezza sociale è stata disintegrata e anche la sopravvivenza fisica di tanti bulgari impoveriti è a rischio. L’effetto immediato delle ‘riforme’ orientate al mercato è stato la distruzione dell’industria e dell’agricoltura bulgare, disoccupazione, inflazione, drammatica disuguaglianza dei salari, povertà schiacciante e anche malnutrizione. Il crimine organizzato e la corruzione endemica sotto forma di nepotismo e favoritismi, concussione, peculato, corruzione, clientelismo, contrabbando, racket, scommesse illegali, prostituzione e pornografia hanno imposto un severo dazio sugli standard di vita e sui mezzi di sussistenza dell’era post-comunista. Un altro sciagurato effetto consiste nella diffusa trascuratezza dei diritti sociali ed economici dei bulgari medi, per i quali la giornata lavorativa di 8 ore non è altro che un ricordo.

La disastrata condizione economica, in cambio, ha generato un clima politico piuttosto mutevole e imprevedibile. Nessuno dei governi eletti nel tormentato periodo post-comunista è riuscito a sopravvivere per più di un mandato (spesso non sono riusciti a concluderlo). Questa mutevolezza dimostra che la natura instabile della politica in Bulgaria è dovuta alla catastrofe della situazione economica e alla chiara incapacità dei dirigenti dei partiti esistenti di offrire una soluzione credibile. Stanchi del declino economico, del disinteresse del governo, della malversazione estrema, del crimine crescente e della corruzione, i bulgari danno sempre un voto di protesta contro la presa di potere di gruppi di politici incompetenti, autoreferenziali, corrotti e criminali che cercano solo il proprio profitto. Ma la fine di questa miseria sembra essere lontana, specialmente perché il governo di Borisov ha imposto un draconiano bilancio di austerità, tagliando almeno il 20% della spesa pubblica.

Allo stesso tempo, la politica è diventata di gran lunga il business più proficuo e anche meno rischioso di qualunque attività imprenditoriale. Così i partiti politici sono diventati come avide corporazioni e ben organizzate cricche prive di ogni scrupolo in cerca di lucro, che cercano di arrivare al potere per arricchirsi sfruttando la letargia della popolazione addomesticata e saccheggiando le risorse del paese, specialmente ora che il paese conta con notevoli quantità di fondi di aiuto straniero e di invertimenti dalle UE. Potenti interessi di origine spesso criminale organizzano e finanziano tutti i maggiori partiti politici, aggiungendo in questo modo elementi fortemente plutocratici a una oligarchia sostanzialmente cleptocratica e di stampo mafioso. Ecco perché la gente comune non vede alcuna differenza tra il loro corrotto governo e i ben organizzati consorzi criminali. Quindi non sorprende sentire i bulgari riferirsi al proprio paese come uno ‘stato mafioso’, ‘repubblica delle banane’, ‘circo’ e ‘Absurd-istan’. Stanno ancora aspettando l’arrivo, a lungo promesso, del capitalismo ‘normale’ e di una democrazia ‘normale’ dove la sicurezza economica personale, stipendi sufficienti e decenti standard di vita sostituiranno la mancanza di lavoro, la povertà estrema, la condizione dei senzatetto e lo scoraggiamento sociale. Circa 1.2 milioni di bulgari (il 16% della popolazione), per lo più giovani, hanno espresso il loro voto andando all’estero in cerca di migliori condizioni (l’emigrazione dei poveri ha contribuito a ridurre la popolazione bulgara dai quasi 9 milioni del 1989 a circa 7 milioni di oggi).

Crollo del sostegno popolare

Subito dopo il crollo del comunismo, i paesi del passato blocco sovietico e altri stati ex-comunisti della regione sono diventati neoliberisti ( e un discreto numero di essi sono anche stati smembrati a livello territoriale) e, ad eccezione delle piccole élite locali pro-occidentali che si comportano da criminali, le loro popolazioni hanno raggiunto una povertà da terzo mondo. Quasi tutti questi 28 paesi eurasiatici hanno sperimentato un declino economico su lungo termine di dimensioni catastrofiche (solo la Polonia è riuscita a sorpassare il PIL che aveva durante il comunismo). Pesanti ricadute economiche, corruzione radicata, e diffuso senso di frustrazione nella popolazione, insieme alle privazioni e sofferenze dell’apparentemente infinita transizione post-comunista, stanno minando il prestigio delle nuove autorità e anche la fiducia della popolazione nella democrazia occidentale e nel capitalismo basato sul mercato. Una nuova generazione di plutocrati rapaci e insensibili, affamati di ricchezza e potere, ha saccheggiato – attraverso un ingiusto e corrotto processo di privatizzazione – i beni dell’economia di stato dei regimi passati e ha ricreato in casa i peggiori eccessi del capitalismo dickensiano del secolo XIX, come se il progresso del secolo XX non fosse mai esistito. In mezzo alla diffusa mancanza di lavoro, all’indigenza, malnutrizione e anche fame, sono sorte in tutte le città grandi ville private di lusso estremo come sontuosi simboli di guadagni illeciti e di ricchezze impensabili per la gente comune che lotta per trovare un lavoro, pagare le bollette e trovare case a prezzi decenti. Questa ‘nuova classe’ di nouveau riche dagli agganci giusti a livello politico, che vive una lussuosa Dolce Vita, sembra essere pronta a commettere qualunque crimine per ottenere profitti e per arricchirsi facilmente, agisce secondo il principio di Luigi XV ‘Après moi, le déluge’ e distrugge le speranze di chiunque per aumentare il proprio profitto e modernizzare il proprio paese secondo lo stile di una nazione ‘civilizzata’. Gli unici affari fiorenti in molte delle ‘economie emergenti’ sembrano derivare dal crimine organizzato, di solito gestito dai cleptocrati presenti nei circoli di potere.

Mentre questo gruppo parassitario di ‘nuovi ricchi’ si arricchisce – in parte evadendo le tasse grazie al nuovo sistema di leggi retrograde di ‘aliquota unica’ – i cittadini dei paesi ex-comunisti ora devono pagare l’assistenza medica, una volta governativa e gratuita, anche se devono pagare imposte salariali, sui mutui e sulle vendite – cose che non dovevano pagare sotto i regimi comunisti. C’è anche la monetizzazione e/o privatizzazione dell’educazione che prima era gratuita, in particolar modo delle superiori e la novità di collegi, scuole e università privati dove gli studenti devono pagare la formazione, incluse le rette per gli esami di ammissione e altri esami obbligatori richiesti ad ogni livello del percorso educativo. I sussidi del governo per la sanità, l’educazione, il supporto legale per ottenere una casa, l’accesso all’elettricità e il trasporto pubblico stanno scomparendo nella corsa al taglio della spesa sociale e al deficit di bilancio, rendendo molto difficile la lotta per la sopravvivenza a molta gente. La regione è diventata una sorta di banco di prova per verificare fino a che livello si può privare la popolazione dei propri diritti sociali ed economici, come quello al salario minimo, vacanze pagate, accesso libero e gratuito al servizio sanitario, all’educazione e alle spese legali, alla pensione all’età di 60 anni per gli uomini e di 55 per le donne e infine al diritto a unirsi ai sindacati. Ma, nonostante i crescenti livelli di disoccupazione e sottoccupazione, la ferrea disciplina del mercato e la mancanza di social welfare o anche di un benché minimo sostegno sociale, l’antico detto dell’era comunista ‘Loro (i padroni) fanno finta di pagarci, noi (i lavoratori) facciamo finta di lavorare’ sembra essere molto più veritiero oggi di quanto lo sia mai stato durante il comunismo. Perché oggi nessuno vuole lavorare sodo per i nuovi datori di lavoro privati e spesso stranieri che sembrano essere interessati solo a spremere quanto più possibile i lavoratori in cambio del minimo. Allo stesso tempo, l’educazione pubblica e le scienze, così come gli istituti di cultura, vengono colpiti in nome del risparmio dei ‘soldi dei contribuenti’ (per esempio l’Accademia nazionale delle scienze è già stata chiusa o sta per esserlo in un certo numero di questi paesi).

In questi paesi schiacciati dalla crisi dove gli standard di vita si sono deteriorati con l’aumento della disoccupazione, povertà e pauperismo, criminalità, così come l’abuso di alcol e droga, insieme a prezzi inaccessibili di cibo, casa e carburante, il consenso pubblico nei confronti dell’operato dei governi è pressoché minimo ovunque. E i paesi in cui questa discrepanza tra le aspettative della popolazione e l’operato dei governi diventa molto ampia, ovvero in quasi tutti i paesi ex-comunisti, l’adesione ai principi democratici si indebolisce sempre di più. I regimi che non compiono le promesse fatte, a lungo andare perdono la legittimità, rischiando crisi sistemiche (per esempio il paradigmatico caso della Germania di Weimar). Date le terribili condizioni di vita e lavorative, molti cittadini dei paesi ex-comunisti stanno perdendo la fiducia nel credo del capitalismo e della democrazia liberale. Tanti rigettano l’idea che i loro paesi siano di fatto democratici. La percezione negativa della popolazione non può che colpire l’attitudine democratica (cioè la percezione del valore della democrazia) e quindi il cosiddetto ‘deficit democratico’ è statisticamente piuttosto diffuso lungo l’intera regione. Le élite locali che governano stanno lentamente perdendo la loro legittimità.

Di conseguenza, proteste pubbliche e disordini sociali sono diffusi, inclusa la dozzina di controverse rivoluzioni ‘dei colori’, che hanno avuto successo o meno a seconda di quanto l’Occidente ha garantito il proprio appoggio contro governi legittimamente eletti ma diventati estremamente impopolari. Nel gennaio 2011, per esempio, sono stati uccisi molti manifestanti e 150 sono rimasti feriti durante una manifestazione contro il governo a Tirana, capitale dell’Albania. Il primo ministro albanese Sali Berisha ha giurato che non avrebbe permesso l’abbattimento del suo governo, ma l’opposizione ha organizzato altre manifestazioni a Tirana e in altre città albanesi e ha promesso di organizzarne altre in futuro. I sostenitori del partito socialista, all’opposizione, accusano le autorità per la cattiva gestione finanziaria, la criminalità e la corruzione pandemiche, il crollo dell’economia e per la mancanza di servizi di pubblica utilità. Chiedono anche nuove elezioni, sostengono infatti che il governo ha falsato il voto delle elezioni vinte con minimo margine dai democratici di Berisha nel 2009. Le tensioni sono aumentate per l’accusa di Berisha nei confronti dei socialisti di aver tentato ‘una rivolta simile a quella tunisina’, riferendosi alla sanguinosa rivolta in Tunisia dove sono state uccise decine di persone. Simili proteste antigovernative si tengono regolarmente nella Georgia post-sovietica, nonostante i tentativi delle autorità ‘democratiche’di schiacciare il dissenso. L’opposizione contesta a Mikheil Saakashvili, l’uomo forte della Georgia, la disastrosa guerra con la Russia e il collasso del paese. ‘La stragrande maggioranza del paese è sull’orlo della povertà. Niente funziona in Georgia tranne lo stato di polizia’, ha detto Lasha Chkhartishvili del partito conservatore all’opposizione, ai giornalisti stranieri nel mese di febbraio durante le manifestazioni contro Saakashvili tenute intorno al palazzo del parlamento nella capitale georgiana, Tbilisi. “Il regime dittatoriale di Saakashvili presto cadrà perché la pazienza della popolazione ha un limite’[4]

Al momento, l’attenzione di tutti è diretta al mondo musulmano e al tentativo delle nazioni arabe a favore della democrazia di trasformare la politica lungo il Grande Medioriente. Ma il germe di queste sorprendenti rivolte esiste quasi dappertutto, specialmente nelle aree del post-comunismo. Provocare disordini per contestare la povertà, la mancanza di lavoro e il ladrocinio endemico da parte delle autorità dopo oltre 20 anni di dominio post-comunista incompetente, corrotto e disonesto – in combinazione con il disastroso esperimento di laissez faire dell’intero blocco ex sovietico –, ha prodotto una profonda instabilità regionale per cui la sopravvivenza di alcuni regimi sostenuti dall’Occidente sembra essere a rischio. Questo dato è confermato da una speculazione senza precedenti che ricorda fortemente il periodo subito anteriore alla caduta del comunismo – come i commenti di molti lettori sui forum dei media locali – sull’instabilità e reversibilità del nuovo ordine post- comunista e la sua possibile sostituzione con la ‘democrazia rivoluzionaria’ di certi paesi latinoamericani. Questo senso di insicurezza e di fragilità è stato rafforzato dall’ondata di nostalgia per il comunismo che attraversa i paesi ex-comunisti.

La nostalgia del comunismo

C’è una grande delusione per le mancate promesse dalle rivoluzioni del 1989, che hanno portato a un rapido declino degli standard di vita dei cittadini una volta comunisti. La diffusa esasperazione per l’impoverimento, la corruzione, la piccola criminalità e per il generale caos sociale che hanno caratterizzato la transizione al capitalismo e alla democrazia di stampo occidentale, ha prodotto una crescente nostalgia per il passato comunista tra la gente comune (quella che non fa parte dell’ élite cittadina e pro-occidentale di questi paesi), che guarda con simpatia ai ‘bei vecchi tempi’ del comunismo, una inquietante tendenza diffusa nella regione e conosciuta come ‘Soviet chic’.

Secondo l’Indagine Strategica e di Valutazione della Romania, recentemente pubblicata, il 45% dei rumeni ritiene che sarebbe stato meglio se non ci fosse stata la rivoluzione anti-comunista. Il 61% degli intervistati ha dichiarato di vivere in condizioni molto peggiori rispetto al periodo di Ceausescu, solo il 24% dichiara di vivere meglio ora. Se i risultati di questa inchiesta sono credibili (è stata condotta verso la fine del 2010 su un campione di 1476 adulti e può avere un margine di errore del più o meno 2.7%), allora Ceausescu ha assunto il valore di martire presso i rumeni. Almeno l’84% crede che è stato sbagliato giustiziarlo senza un processo equo e il 60% si dispiace della sua morte.[5] Secondo un’altra indagine recente, il 59% dei rumeni considera il comunismo una buona idea. Circa il 44% degli intervistati pensa che è stata una buona idea ma applicata male, mentre solo il 15% ritiene che sia stato ben realizzato. Appena il 29% dei rumeni vede il comunismo come una cattiva idea. Non ci sono differenze significative tra uomini e donne su questa domanda, ma le opinioni sul comunismo cambiano a seconda di età e luogo di residenza. La maggioranza di chi ha più di 40 anni vede nel comunismo una buona idea ( il 74% di questi ha più di 60 anni e il 64% è di età compresa tra i 40 e i 59 anni). Ma solo una minoranza delle nuove generazioni, che non hanno conosciuto il regime di Ceausescu, la pensa allo stesso modo (il 49% in età compresa tra 20 e 39 anni e solo il 31% di chi ha meno di 20 anni). Gli interpellati che vivono in zone rurali hanno una visione più positiva – solo il 21% di loro considera il comunismo una cattiva idea, rispetto al 34% di chi abita in zone urbane.[6] E molti rumeni ricordano con nostalgia i giorni felici di quando la maggioranza di loro avevano un lavoro stabile, case date dallo stato a prezzi popolari, salute pubblica, e vacanze pagate dal governo sul Mar nero. “Rimpiango la fine del comunismo – non per me, ma lo penso quando vedo i miei figli e nipoti lottare così tanto” racconta un meccanico in pensione di 68 anni. “Avevamo lavori sicuri e salari decenti sotto il comunismo. Avevamo abbastanza da mangiare e andavamo in vacanza con i bambini.”[7]

Il ‘Soviet chic’ è particolarmente popolare tra gli abitanti della ex Germania dell’est dove si parla di ‘Ostalgia’.[8] Secondo Der Spiegel, una rivista tedesca di orientamento conservatore, “a due decenni dal crollo del muro di Berlino, la glorificazione della Repubblica Democratica Tedesca è in crescita. I giovani e i benestanti sono tra coloro che legittimano la Repubblica Democratica Tedesca (RDT). “La RDT aveva più aspetti positivi che negativi. C’erano problemi ma si viveva bene”, sostiene il 49% degli intervistati. L’otto per cento dei tedeschi dell’est non ammette critiche nei confronti della loro ex patria o è d’accordo con l’affermazione secondo cui “la RDT aveva aspetti per lo più positivi. SI viveva più felici e meglio che nella Germania riunificata..” I risultati di questa inchiesta sono stati pubblicati per il ventesimo anniversario dalla caduta del muro di Berlino e rivelano la profonda nostalgia della ex Repubblica Democratica da parte di molti tedeschi dell’est. E non da parte di persone anziane. “È nata una nuova forma di Ostalgia” ha affermato lo storico Stefan Wolle. “Il desiderio di vivere in una dittatura idealizzata va oltre l’idealizzazione dei dirigenti governativi” si lamente Wolle. “Anche i giovani che non hanno vissuto durante la RDT la idealizzano”.

“Meno della metà dei giovani nella Germania est descrive la RDT come una dittatura, e la maggior parte sostiene che la Stasi era un normale servizio di intelligence.” Questa è la conclusione sui giovani della Germania est cui è arrivato il politologo Klaus Schroeder, direttore di un istituto di ricerca alla Libera Università di Berlino che studia il passato stato comunista. Questi giovani non possono – e di fatto non vogliono – riconoscere i lati oscuri della RDT”. La ricerca di Schroeder fornisce una prospettiva scioccante sui delusi cittadini della ex RDT. “Oggi molti pensano di aver perso il paradiso quando cadde il muro” dice un abitante della Germania est, un altro uomo di 38 anni ringrazia dio per aver vissuto durante la RDT, perché solo dopo la sua fine ha visto gente senza un tetto, mendicanti e poveri che temono per la propria sopravvivenza. Oggi la Germania, così la descrivono in molti, è uno ‘stato schiavo’ e una ‘dittatura capitalista’, alcuni rifiutano del tutto la riunificazione perché la Germania appare essere troppo dittatioriale e capitalista, certamente non democratica. Queste opinioni, secondo Schroeder, sono allarmanti: “Temo che la maggioranza dei tedeschi dell’est non si riconoscano con l’attuale sistema sociopolitico”. Un altro cittadino dell’est sostiene nell’articolo dello Spiegel che “nel passato la gente si divertiva e godeva della propria libertà anche in un campeggio”. Ciò che più gli manca è “quella sensazione di amicizia e solidarietà”. Il suo verdetto sulla RDT è chiaro: “Per quanto mi riguarda, in quei tempi non vivevamo in una dittatura come quella di oggi”. Non solo vuole vedere di nuovo la parità salariale e pensionistica ma si lamenta del fatto che la gente ricorre all’inganno e alle menzogne dappertutto nella Germania riunificata. Le ingiustizie oggi vengono perpetrate in modo più ambiguo rispetto al passato, quando i salari da fame e la microcriminalità erano fenomeni del tutto sconosciuti.[10]

In risposta allo spirito nostalgico del comunismo, ampiamente diffuso nell’intera regione, e al radicale cambio d’opinione secondo cui l’ultimo leader della Polonia comunista, il generale Wojciech Jaruzelski, è molto più popolare del prima riverito ma ora marginalizzato Lech Walesa, ex leader del sindacato Solidarnosc, Nobel per la pace ed ex presidente della Polonia e icona dell’anticomunismo, i ferventi anti- comunisti polacchi hanno rivisto il codice penale e vi hanno incluso la proibizione di qualunque simbolo del comunismo. Sotto questa nuova legge degna dell’Inquisizione cattolica medievale, i polacchi possono essere multati e messi in prigione se trovati a cantare l’Internazionale, o se portano una bandiera rossa, una stella rossa o l’insegna della falce e il martello e altri simboli dell’era comunista, o se indossano una maglietta del Che Guevara. Allo stesso modo, il governo conservatore della Repubblica Ceca sta cercando di mettere fuorilegge il partito comunista delle regioni della Boemia e Moravia (anche se nell’ultima ha ottenuto l’undici per cento alle ultime elezioni tenute in maggio 2010 ed è rappresentato in entrambe le camere del parlamento) apparentemente perché la dirigenza si rifiuta di eliminare la sacrilega parola “Comunista” dal nome del partito. Molti paesi ex-comunisti membri della UE hanno chiesto a Bruxelles di far pressione affinché fosse proibito in tutta la comunità europea negare i crimini dei vecchi regimi comunisti. “Il principio della giustizia dovrebbe garantire un giusto trattamento per le vittime di tutti i regimi totalitari”, hanno scritto in una lettera indirizzata alla Commissione europea di giustizia i ministri degli esteri della Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Lituania e Romania, e hanno insistito sul fatto che “ il perdono pubblico, la negazione e la trivializzazione grossolana dei crimini dei regimi totalitari” dovrebbero essere criminalizzati in tutti i paesi membri della UE. Il parlamento europeo, dietro istigazione di deputati anti-comunisti provenienti da paesi post-comunisti, ha già approvato una controversa risoluzione sul “totalitarismo” che equipara il comunismo con il nazismo e fascismo. Ma queste misure punitive non hanno minimamente intaccato l’epidemia della nostalgia per il comunismo: la maglietta più in voga tra i berlinesi dell’est in questo momento riporta la seguente frase: “Ridatemi il mio muro. E questa volta fatelo due metri più alto!”

È il turno dei paesi ex-comunisti?

Con l’attenzione dei governi occidentali rivolta alle tensioni e ai conflitti del mondo arabo, si tende ad ignorare o dimenticare le crisi che attanagliano le nazioni ex-comuniste. Date le dilaganti diseguaglianze, la miseria, la corruzione dei governi e la criminalità organizzata che hanno caratterizzato l’ordine post-comunista, la situazione in queste terre non è meno incendiaria di quella del Nord Africa e del Medioriente e presto potrebbe diventare più agitata di quel che si può immaginare ora. È possibile tracciare uno scenario futuro simile a quello della Tunisia, Egitto e addirittura della Libia?

Per ora, i pazienti cittadini di questi paesi dopo aver sofferto già tanto, stanno stringendo i denti nella speranza che le prossime elezioni portino al potere un messianico salvatore su un cavallo bianco che – assistito dalla generosa assistenza dell’Occidente dalle tasche apparentemente mai vuote – alla fine possa liberare le loro società, colpite dal collasso economico e dalla povertà, dall’abisso in cui sono precipitate. La gente comune che vive in quei paesi crede che le rivoluzioni democratiche e le grandi aspettative siano state tradite, sequestrate o rubate da varie ‘forze oscure’, dall’élite ex-comunista che ha rimpiazzato il passato potere politico con quello economico, alla corrotta alleanza (agli occhi della popolazione di sinistra) tra gli ambiziosi pseudo democratici locali e gli avidi capitalisti occidentali, e infine, a una insidiosa cospirazione che coinvolge l’FMI, la Banca Mondiale, la Soros Foundation e la ‘finanza ebraica internazionale’ (di solito, secondo gli estremisti della destra nazionalista). Si può dire, insieme a Sir Robert Chiltern della commedia di Wilde Un marito Ideale, che “Quando gli dei vogliono punirci esaudiscono le nostre preghiere”.

Solo il tempo può dire se le preghiere esaudite dei paesi ex-comunisti saranno state una punizione del cielo. D’altro canto, potrebbero sorgere nuove idee su come resistere al potere schiacciante delle banche internazionali e delle corporazioni con l’adozione di riforme di tipo progressista con l’obiettivo di creare un ordine mondiale democratico libero dai signori della globalizzazione e dall’élite compradora locale ad essi asservita.

Note

[1] George Jahn, “In Romania, Turmoil Fuels Nostalgia for Communism,” Washington Post, 11 gennaio, 2011.
[2] Michael Hudson e Jeffrey Sommers, “Latvia Provides No Magic Solution for Indebted Economies,” Guardian.co.uk, 20 dicembre, 2010.
[3] “There’s More at Stake than Just Freedom of the Press,” Der Spiegel International, 19 gennaio, 2011.
[4] “Saakashvili Has Turned Georgia into A Police State,” Interfax, 11 febbraio, 2011.
[5] “45% of Romanians Say ‘Ceauşescu, Please Forgive Us for Being Drunk in December (1989)’,” Bucharest Herald, 29 dicembre, 2010.
[6] I risultati di questa indagine condotta tra un campione rappresentativo di rumeni tra il 22 ottobre e il 1 novembre 2010 sono stati pubblicati dall’Istituto per lo Studio dei Crimini del Comunismo e per la Memoria degli Esiliati Rumeni, questo il link: http://www.crimelecomunismului.ro/en/about_iiccr
[7] Jahn, “In Romania, Turmoil Fuels Nostalgia for Communism.”
[8] ‘Ostalgia’ deriva dalla parola in tedesco Ost (est) e Nostalgie (nostalgia) e si riferisce al diffuso senso di appartenenza a molti aspetti della vita della RDT.
[9] Julia Bonstein, “Majority of East Germans Feel Life Better under Communism,” Der Spiegel International, 3 luglio, 2009.
[10] Ibid. In un articolo scritto sul Guardian in occasione del ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, un’accademica della ex-Germania dell’est lamenta il crollo della RDT che offriva “eguaglianza sociale e di genere, piena occupazione e la mancanza di paure esistenziali, e sosteneva le rendite”. Secondo lei l’unificazione ha “portato divisione sociali, disoccupazione diffusa, ricatti, un crasso materialismo dove si va avanti sgomitando”. Bruni de la Motte, “East Germans Lost Much in 1989: For Many in the GDR the Fall of the Berlin Wall and Unification Meant the Loss of Jobs, Homes, Security and Equality,” Guardian.co.uk, 8 novembre, 2009.

Titolo originale: “The Tragic Failure of “Post-Communism” in Eastern Europe”

Fonte: http://www.globalresearch.ca
Link
08.03.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RENATO MONTINI

Pubblicato da Das schloss

  • stefanodandrea

    Se la gente semplice vuole stare bene e rimanere gente semplice, il sistema è uno solo: comunismo o socialismo reale.E’ anche il sistema che più di ogni altro premia il merito, negli studi, nello sport, nel partito.
    Se la gente semplice vuole stare meglio e avere la possibilità di diventare miliardaria – in un mondo dove il merito, nella cultura, negli studi, nei partiti e nello stato non vale niente – allora deve optare per la democrazia.
    Le cose sono semplici. Tutto non si può avere. O i vantaggi del comunismo o gli svantaggi della democrazia.

  • amensa

    caro Stefano
    io credo che tra le due opzioni che delinei tu, e che io chiamerei diversamente facendo riferimento a quanto esistente ovvero la scelta tra Stalinismo e QUESTA democrazia (di stampo occidentale), esistano altre opzioni, ad esempio il VERO comunismo marxista-leninista, oppure una democrazia responsabile (che includa ad esempio la “revoca immediata” degli eletti).
    limitare la scelta tra due esperienze, una più disastrosa dell’altra, mi sembra un falso dilemma, della serie: tra le due scelte io scelgo la terza!

  • stefanodandrea

    C’era dell’ironia nascosta -forse troppo nascosta – e quindi una forzatura nel mio commento. Direi che per noi la strada migliore sarebbe la terza. Credo però che in alcuni paesi dell’est tornerà il comunismo o socialismo reale. Se accadesse, dovremmo prendere atto che forse non era così male come ce lo avevano narrato. O meglio, che ai noti svantaggi affiancava vantaggi che noi non eravamo più in grado di considerare. Comunque vedremo.

  • Jarek

    “…i ferventi anti- comunisti polacchi hanno rivisto il codice penale e vi hanno incluso la proibizione di qualunque simbolo del comunismo. Sotto questa nuova legge degna dell’Inquisizione cattolica medievale, i polacchi possono essere multati e messi in prigione se trovati a cantare l’Internazionale, o se portano una bandiera rossa, una stella rossa o l’insegna della falce e il martello e altri simboli dell’era comunista, o se indossano una maglietta del Che Guevara.”

    Ma che balle… Se tutto il testo e’ cosi stupido allora complimenti al autore.

  • Giancarlo54

    Bello l’articolo. Se anche un anticomunista viscerale, ora pentito, come me, sente la nostalgia del Socialismo reale e dello stalinismo, vuol dire che tutte le balle che ci hanno raccontato per 60 anni stanno arrivando al pettine. Sento parlare di “vero” marxismo-leninismo, io invece penso che per la gente “normale”, gente che cerca sicurezza, lavoro sicuro e pace, proprio il socialismo reale era cosa buona e giusta. Non c’è bisogno di grandi sogni idealistici, ma solo di pulizia, ordine, lavoro istruzione e sanità per tutti. Lo stalinismo, bistrattato ed insultato da tutti, era in fondo questo.

    Dobbiamo rinunciare al super SUV ed adattarci alla conquecento? Dobbiamo rinunciare alla vacanza in Polinesia ed adattarci a quella a Pietra Ligure? E chissenefrega!

  • maristaurru

    Mi sembra che i commenti all’articolo vadano per lo più in una direzione aberrante, ci mancherebbe pure che cadessimo dalla padella del finto liberismo nella brace dei regimi comunisti. Io non mi regolo troppo sulle fandonie che scrivono giornalisti o su colti coltissimi libri a tesi, ma parlo molto e da tanto tempo con la gente che viene da quei paesi, gente comune, solo così puoi ragionevolmente misurare gli effetti di un regime, non dalle chiacchere o dagli scritti dei prezzolati dal regime o da quello che ti fanno superficialmente vedere e ti illustrano se vai in loco.

    Hanno sofferto pesi indicibili, costrizioni , crudeltà e prepotenze senza pari. Non si può dover scegliere tra due mali, è una idiozia, ci manca che si cerchi di convincere la gente di questa cretinata utile solo ai soliti etern poteri economici per i quali è indifferente il tipo di costrizione, purchè ci sia. Resterebbe così intoccata , ricca e perversa la classe dirigente, le lobby, le mafioburokrazie, e per gli altri cambierebbe la forma della oppressione e dello sfruttamento, con in più il solito , laido e vile regolmento dei conti.
    Gran brutta cosa l’animo umano, specie quando si ammanta di simil cultura

  • stefanodandrea

    “Finto liberismo”? E quello “vero” – se ho ben capito il tuo ideale – in cosa consisterebbe?

  • Truman

    “Comunismo o democrazia” dice stefanodandrea. Ho il dubbio che la scelta non esista, almeno in questi termini, che sembrano identificare la democrazia con il capitalismo liberale.

    La globalizzazione sta producendo i suoi effetti, il mondo si è richiuso ed è visibile il fatto che il capitalismo in un sistema chiuso è un progetto politico fallimentare, che può portare solo guerra, disastri, morte e desolazione (Fukushima docet).
    E allora la scelta potrebbe essere tra l’apocalisse della morte violenta del capitalismo con i capitalisti, oppure un nuovo mondo basato sulla giustizia e sull’equilibrio, in sostanza un comunismo mondiale. A oggi le prospettive sembrano nettamente a favore dell’apocalisse.

  • stefanodandrea

    @Truman
    Il capitale mira ad espandersi e ad aprire i mercati (che sono creati dagli ordinamenti statali) e a convincere i politici nazionali a creare spazi senza frontiere (il mercato unico, europeo o mondiale). A un certo punto a talune comunità politiche la situazione può non convenire più; o semplicemente alcune comunità si accorgono che non conveniva nemmeno prima e che i vantaggi erano apparenti o minori degli svantaggi. Queste valutazioni possono dipendere dalla volontà di tutelare il lavoro dei cittadini di uno stato e/o il capitale nazionale, insomma l’economia della nazione. Il capitale tende a distruggere gli stati. Il lavoro e i popoli (comprensivi di lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi e imprenditori) possono porre alcuni limiti o tanti limiti. I comunismi o socialismi, sia che ammettano la proprietà privata dei mezzi di produzione, sia che non la ammettano, sono concepibili soltanto nei luoghi della terra (sono terrestri). Il globo (che è spaziale), lo spazio aperto senza frontiere, non può che identificarsi con il capitalismo: è la libera circolazione dei capitali (anche finanziari), delle merci e del lavoro, nella misura in cui la circolazione di quest’ultimo serva ai capitali nazionali ad abbassare il costo della mano d’opera, senza creare troppi attriti con la popolazione locale.
    Il comunsimo mondiale non può esistere già sul piano logico. Prima o poi dovremo farcene una ragione. Quando una verità contrasta con i nostri desideri, questi ultimi devono scomparire. Un desiderio irrealizzabile non sarà mai un proposito.

  • maristaurru

    Forse un vero liberismo si avrebbe in un Paese in cui non vi fossero sempre i 4 o 5 soliti simil industriali, i soliti imprenditori con soldi dei contribuenti che fingono di litigare mentre si spartiscono la torta con l’appoggio del fantasma del sindacato. Solo una presa per i fondelli verso il popolo per fingere che questo non sia un Paese in mano a poche lobby ed ad una classe mafioburokratica alleata col potere mafio economico.

    Il resto: fuffa per chi deve pagare il conto di questa festa oscena, ed ogni attenzione, cura, politica, scritto, omicidio , epurazione , denuncia, eliminazione fisica o sociale è solo volta alla conservazione dell’esistente.. e questo da molto e molto tempo.

  • Tetris1917

    Bell’articolo.

    E’ difficile togliersi da dosso quello che e’ stato spacciato per comunismo, quando era capitalismo di stato. Detto questo, vorrei ricordare ai mistificatori corifei del capitalismo che pure Stalin era riuscito a mandare un figlio di falegname nello spazio. In occidente abbiamo invece un folle come vicepresidente del CNR che ciarla ancora di “punizioni divine” o di creazionismo allo stato brado. Oppure, abbiamo bisogno di un set cinematografico, per smerciarlo come suolo lunare. Se sotto la bandiera rossa non si e’ nulla, sotto il plumbeo cielo d’occidente si e’ munnezza!

  • Truman

    @stefanodandrea: il problema è che la Terra è un sistema chiuso, una volta che hai fatto il giro del mondo ti ritrovi al punto di partenza. E la libertà del capitalismo (la quale nel linguaggio comune è semplicemente la legge del più forte) vuole uno spazio aperto senza frontiere che non esiste più.

    Ripeto, la mia tesi è che la globalizzazione ha fottuto il capitalismo. Forse Vecchioni la racconterebbe così: “E il capitalismo conquistò nazione dopo nazione, ma quando fu di fronte a se stesso si sentì un coglione, perchè più in là non si poteva conquistare niente”.

  • consulfin

    posto senza finire di leggere l’articolo, che comunque finirò perchè interessante. Mi fa venire in mente il film “goodbye Lenin” e, soprattutto, le molte testimonianze che non manco mai di richiedere quando mi trovo davanti una badante o un muratore rumeno. Tutti, nessuno escluso tra quelli che hanno l’età per averlo vissuto, descrivono il periodo pre-89 come molto migliore di quello attuale. Allora il cibo non mancava (e non si sa come mai i mezzi – mai interi – di informazione occidentale ci facevano vedere supermercati vuoti), soprattutto non mancava il riscaldamento nelle case, non mancavano case, non mancava lavoro. Certo, dovevano accontentarsi di giacche che non avevano sfilato a Parigi, ma il resto c’era. Parole loro.
    Ora non sono che schiavi. Le donne e gli uomini in età da lavoro lasciano le loro case, le loro famiglie, figli piccoli, per venire a fare le badanti ai nostri vecchi, a costruire le nostre case (a volte anche a morire per costruirle). Chi resta in “patria” deve decidersi a lavorare per le nostre aziende, che trovano più conveniente far lavorare gli schiavi rumeni, pagati quattro soldi e tutelati da un diritto del lavoro inesistente, che non gli italiani (o altri lavoratori “occidentali”).
    Tutto sommato, il capitalismo ha giocato loro un bello scherzetto: ha preso tutto quello che poteva prendere. Ricordo di aver visto su Rai1, qualche anno fa, un servizio su un’azienda agricola italiana che aveva possedimenti in Romania. La titolare esponeva con molto orgoglio i suoi successi: avevano squadre di operai che controllavano con il satellite, per vedere se i trattori erano in movimento. Una volta sul posto, usavano gli aerei per controllare i campi. E questo non per fare gli spacconi ma perché non c’era altro mezzo per tenere d’occhio una proprietà così vasta.
    Potendo far tornare in vita Ceausescu, chissà cosa ne penserebbe.

  • Albert_Wesker

    Se quello che lei dice e’ vero come mai il comunismo e’ miseramente fallito nel 99 per cento dei paesi in cui e’ stato applicato su sterminati
    cumuli di cadaveri?

  • Albert_Wesker

    E allora perche’ i partiti col simbolo falce e martello stanno lentamente
    ma inesorabilmente scomparendo in tutto il mondo, italia compresa?
    Gli elettori di tutto il mondo sono imbecilli oppure si sono resi conto che
    il comunismo e’ un grande inganno?

  • bstrnt

    Accidenti, ora scopriamo che all’est stavano meglio quando stavano peggio! E noi? Stiamo sempre peggio! La caduta dell’URSS ci ha scaraventato pure noi nella tragedia.
    Il capitalismo, dopo il collasso dell’URSS, ha messo il turbo e ha letteralmente distrutto il pianeta. Magari non è male sperare in un veloce ritorno salvifico del marxismo o quanto meno di un ferreo socialismo dove il privato rimane molto in subordine rispetto allo stato e gli stati evitano di comportarsi come dei criminali schizofrenici tra di loro.
    Credo proprio che l’occidente sia alla canna del gas; con le ultime imprese criminali (invasione di Afganistan e Iraq e aggressione gratuita della Libia) abbia rivelato a tutto il mondo dove regna veramente la dittatura e la tirannia, magari mascherate da una ridicola democrazia elettorale.
    Chi ha figli ora è molto più preoccupato di quando veniva sbandierato un fantomatico pericolo comunista e farebbe carte false per migrare da questo regime criminale che, ironia della sorte, si autodefinisce “democratico”, con un meno democratico comunismo o quanto meno un robusto socialismo.

  • Truman

    @Albert_Wesker: il discorso è troppo lungo per un commento. Comunque qualcosa si può dire.

    La percentuale di fallimenti del 99% è discutibile, ma sicuramente dal 1989 in poi l’idea di comunismo ha perso parecchio smalto, visto l’abbandono del comunismo (che a posteriori appare fallimentare) da parte dell’est europeo.

    Sulle montagne di cadaveri ho seri dubbi. Ho discreta confidenza che l’aggressione degli USA all’Iraq abbia fatto oltre un milione di morti, mentre le cifre riportate dai vari libri neri del comunismo mi appaiono meno credibili dei sei milioni di ebrei trucidati dal demoniaco Hitler nella Shoah.

    E comunque il comunismo politicamente ha fallito e una risposta sui motivi è dovuta. Credo sia dovuto alla sua scarsa ferocia, al fatto di essere un sistema che cercava ciò che c’è di buono nell’uomo. Diciamo che il comunismo era un sistema religioso che si basava su un dio troppo buono. Il dio cattivo e feroce del capitalismo, derivato dalla religione ebraica, ha vinto sul dio buono del comunismo.

    E se a qualcuno questo discorso sembra assurdo, mi spiegasse quella stranezza per cui l’occidente buono bombarda con centinaia di missili all’uranio impoverito i libici, e dice che lo fa per portare la pace. Insomma i democratici occidentali uccidono i libici per evitare il rischio che li possa uccidere Gheddafi.