Il segno rosso del “coraggio” in Emilia Romagna

DI ALESSANDRO GUARDAMAGNA

comedonchisciotte.org

C’era una volta un MoV che non era una casta, fatto di cittadini punto e basta, dove nessuno sarebbe stato lasciato indietro, però… però la favola si è fermata da un pezzo e il velo squarciato ha rivelato un quadro pieno di personaggi alla Dr Jekyll e MrHyde, selezionati da e per una politica rigorosamente aziendale, dove il compagno di oggi è il nemico di domani, se conviene, e dove le promesse si fanno e disfanno come si crede, sempre se conviene.  In questo contesto da psicoanalisi l’ultima l’ha riservata Di Maio proprio la settimana scorsa, dimettendosi dalla carica di capo politico del MoV, ruolo che ha ricoperto per 28 mesi e 1 giorno, durante i quali il suo partito è passato dal 33% dei voti ottenuti alle elezioni nazionali del 2018 a percentuali molto basse nelle successive consultazioni elettorali.

Con l’esclusione delle elezioni regionali in Sicilia del Novembre 2017 dove si confermava primo partito col 26,7%, tutte le altre elezioni avvenute dopo il 2018 hanno segnato risultati al ribasso: Friuli (7,1%) Aprile 2018, Trentino (2,34%) Ottobre 2018, Abruzzo e Sardegna rispettivamente col 20,2% e 11,18% nel Febbraio 2019, ed infine Umbria (7%) nell’Ottobre dello scorso anno. Le Europee del Maggio 2019, dove il Mov col 17% dimezzava i voti ottenuti un anno prima, confermano il trend. In compenso la Lega, allora al governo col M5S, ha ottenuto risultati antitetici all’ex-alleato, uscendo sistematicamente vincente da tutte le consultazioni. E’ vero che paragonare elezioni diverse va fatto con molta cautela, ma il punto è che al di là dei contesti differenti da cui provengono, i dati qualcosa dicono sempre.

In altre parole con l’eccezione del voto in Sicilia, che avviene dopo l’inizio dell’era Di Maio e prima del boom di voti di Marzo 2018 e – si noti – prima dell’ingresso del M5S al governo, tutte le altre votazioni hanno per sfondo decisioni di un esecutivo guidato dal MoV sulla scena nazionale, spesso antitetiche alle promesse fatte – dall’appoggio all’UE, ai Sì Vax e Tav, fino all’ultimo e assurdo Sì al governo col PD. E’ molto probabile ed umanamente comprensibile che Di Maio abbia cercato, dopo la débâcle in Umbria dove il MoV arriva al punto di presentarsi col PD, di dissociarsi dall’immagine del flop continuo che lo attendeva nuovamente il 26 Gennaio, e quindi abbia deciso per le dimissioni.

Perché un flop? Perché se a due settimane dal voto alla presentazione dei candidati del MoV a Bologna il pubblico è di 44 persone e 12 dei presenti intervistati dicono che voteranno per un altro candidato – anche se magari quelli li avesse mandati proprio il PD – significa che il MoV in ER avrebbe realisticamente uguagliato i risultati di 4 mesi fa in Umbria, se va bene. Quella che però umanamente appare una scelta comprensibile – perché il pugile suonato ad ogni incontro potrebbe non sentirsela di rimanere un minuto di più sul ring – politicamente e strategicamente non lo è affatto, indipendentemente da chi ne parla come di una decisione intelligente e coraggiosa.

E non lo è affatto perché Di Maio non ha considerato che, al di là della fifa o della stanchezza di doverci “mettere la faccia” a supporto di scelte assurde per ritrovarsela puntualmente tumefatta, è che abbandonare la carica di capo politico a 4 giorni da una consultazione elettorale per i destini di due regioni importanti come ER e Calabria – e, diciamolo pure, per il futuro dell’attuale governo – per motivi che non siano la morte o la prescrizione medica, finirà con l’avere degli effetti ancora più catastrofici per il suo partito.

In La Maschera del Comando lo storico John Keegan sottolinea come la leadership in battaglia si manifesta in vari modi, dal combattere a fianco dei propri soldati, come fecero Epaminonda, Alessandro Magno e Cesare, al mantenere una posizione più defilata a ridosso del fronte pronti ad intervenire in prima persona se serve, sul modello di Wellington e Napoleone, ad esercitare il comando nelle retrovie, sullo stile di Guderian.

Il progresso economico e materiale hanno allargato il campo di battaglia e reso più letali i pericoli che da sempre vi sono legati, e le esigenze dei comandanti contemporanei sono diverse da quelle dei loro predecessori, che guidavano spesso eserciti di poche migliaia, o poche decine di migliaia, di uomini in scontri che si concludevano in giornata. Nell’epoca moderna la battaglia può durare a lungo, si pensi a Stalingrado nel 1942 o al Tet nel 1968, con scontri prolungatisi oltre 2 mesi su un territorio vastissimo. Quelli della guerra di oggi sono quindi contesti non paragonabili a Maratona o a Legnano, dove in una sola giornata nel Maggio del 1176 i comuni Italiani riunitisi in un’alleanza sconfissero le forze imperiali di Barbarossa. E’ però essenziale capire che, in un contesto lontano dal fronte o sulla linea del fuoco fra le truppe, il comandante all’avvicinarsi dello scontro il COMANDO NON LO DEVE LASCIARE MAI!

“Figlio mio torna con questo o su questo” dicevano le madri degli Spartani ai propri figli riferendosi allo scudo che gli veniva dato nel momento in cui partivano per la prima volta in battaglia. Sapevano di non poter tornare, e capivano che non dovevano comunque mai arrendersi nel momento della prova suprema, anche a rischio della morte, e stupisce che questa semplice verità sia sfuggita ad uno che, scelto per il ruolo di capo politico di un partito, ha insistito per farsi assegnare la carica di Ministro degli Esteri e finisce per gettare la spugna senza neppure “rischiare la vita”, a differenza degli opliti di Sparta.

E’ una delle regole elementari dell’esercito e di qualsiasi organismo complesso, che vuole che chi decida si assuma sia l’onore ma anche l’onere del comando; costui deve essere consapevole che abbandonare una squadra, un plotone, un’armata o un partito alla vigilia di una prova o nel mezzo di uno scontro, viene generalmente letto come mancanza di coerenza, di forza e di responsabilità. Chi ti segue abitualmente si farà qualche domanda, chi è costretto a seguirti tenderà a non farlo o a farlo di malavoglia e, nel caso del voto, chi ancora non si era deciso ben difficilmente voterà per un partito il cui capo si è sfilato all’ultimo minuto. E tutto questo perché vede nel comportamento di abbandono il primo segnale di sfiducia per l’azione, per il sacrificio o per un’importante decisione che viene chiamato a compiere. Date queste premesse ci si può solo immaginare come umanamente debbano essersi sentiti i due candidati del MoV– Stefano Benini e Francesco Aiello –  in queste ore.

Per metterla in termini relativi è un po’ come se alla vigilia delle politiche nel Febbraio 2013 Beppe Grillo, temendo una batosta, avesse dichiarato che preferiva farsi da parte e lasciare i candidati di allora, incluso lo stesso Di Maio, ad arrangiarsi da soli. Quindi, se anche Di Maio avesse fatto il calcolo di smarcarsi da quello che è stato un pessimo risultato elettorale, in vista di una riorganizzazione del MoV in cui spera di entrare da protagonista, la sfilza di fallimenti dell’ultimo anno e mezzo rimarrà comunque legata alla sua gestione politica, o a quella a cui si è prestato e scelta per lui da Grillo e Casaleggio.
La peggiore soluzione politica che avrebbe potuto prendere è stata proprio  quella di abbandonare la guida del MoV senza aspettare i risultati delle votazioni di Domenica 26, che puntualmente in ER hanno dato percentuali da P greco al MoV con un 3.48%.

La sfida in ER è rimasta aperta fra Stefano Bonaccini del PD e Lucia Borgonzoni della Lega, che nei giorni precedenti il voto si sono incontrati e scontrati con reciproche accuse di fake news. Sembrerebbe che destinare ai migranti immobili confiscati ai boss della criminalità organizzata non sia stata nella lista delle priorità di Bonaccini, contrariamente a quello che affermava il Giornale. Analogamente, nonostante il governatore uscente sia arrivato al punto di girare un video con un’immagine di cartone della sua avversaria – senza nominarla – si direbbe sia stata una sua invenzione l’accusa mossa a Lucia Bergonzoni di evitare i confronti in TV, visto che pochi giorni prima i due si erano confrontati realmente sull’emittente di Bologna rete 7, dove hanno affrontato il tema della sanità.

Nella sua corsa elettorale Bonaccini ha rilanciato attaccando i suoi avversari definiti “picchiatori da tastiera”, con un chiaro rimando al fascismo che se non reale deve essere almeno virtuale, laddove diventa pestaggio una critica o un’osservazione. E ha ribadito a più riprese che l’ER è la regione italiana con la sanità migliore… al mondo!! Si tratta in realtà di un’affermazione che ha valore pari a quello del pericolo picchiatori-fascisti di cui sopra: zero. Vi è un sondaggio Italiano che attesta come il livello dei servizi sanitari nazionali sia mediamente fra i più bassi d’Europa, ma quelli erogati dalla Regione ER, seguiti dalla Lombardia che secondo il PD sarebbe il modello nefasto che vorrebbe introdurre la Lega, risultano essere i migliori d’Italia. Personalmente ho dei dubbi sulle eccellenze sanitarie in ER, viste le esperienze avute a riguardo che ho già avuto modo di evidenziare, e dati i recentissimi riscontri su tempi di attesa di 6 mesi per normalissimi esami.

Comunque il punto è che, seppure può essere che l’ER abbia tali standard indipendentemente dalla esperienza mia e di molti altri, rimane il fatto che il sondaggio non teneva assolutamente conto dei servizi sanitari mondiali. Ergo Bonaccini di che parlava? Vuoi vedere che si è lasciato trascinare dalla storia dell’Alma Mater di Bologna, l’università più antica del mondo occidentale, refrain sostenuto da quella pletora di illustri scienziati del diritto e delle arti di specifici clan familiari che vi vivono da generazioni e che si rifanno in primis a Carducci?

Poco importa se in realtà non è così perché la scuola medica di Amalfi, distrutta dai saraceni, la precedette di due secoli, ed idem dicasi per Pavia che come centro studi da cui si svilupperà la futura università risale all’825 AD, quindi sempre prima di Bologna, anche se poi lo statuto giuridico di Studium Generale Bologna lo ottenne prima della città lombarda. Come dicevo la fonte prima è Carducci che per nel 1888, nel neonato stato unitario, volle commemorare gli 800 anni dell’università di Bologna, cosa che gli permetteva di celebrare anche se stesso, e il resto lo sappiamo. Quindi se in ER abbiamo l’università più antica, e quindi per antonomasia la più prestigiosa, e come diretta conseguenza logica per molti la migliore del mondo, vogliamo avere una sanità da meno? Non sia mai. E se i dati non ci sono? Fa niente, Bonaccini lo afferma comunque.

Forzature e contraddizioni esibite con nonchalance Bonaccini le ha riproposte anche la settimana scorsa, quando in extremis avrebbe dichiarato di essere disposto a riaprire i punti nascita nei comuni di montagna in ER, chiusi proprio dalla sua amministrazione. A questo ha fatto seguito il rilancio di progetti lasciati in stand-by per Parma quali la Tirreno-Brennero, dopo che la stazione dell’Alta Velocità fu allocata a Reggio Emilia da alcuni anni – questo perché in ER le scelte di investimenti spesso si fermavano fra Bologna e Reggio Emilia e difficilmente riuscivano a guadare il torrente Enza per arrivare a Parma. Bonaccini ha poi fatto il duro parlando della bassezza di Salvini per aver citofonato ad un presunto spacciatore nel quartiere Pilastro di Bologna due giorni fa, irrompendo nella privacy dell’uomo innocente fino a prova contraria.

E sembra effettivamente che la cosa a Salvini potrebbe essere sfuggita di mano… ma attenzione, Salvini in un quartiere degradato come il Pilastro di Bologna ha suonato molti campanelli. Può darsi quindi che ne abbia schiacciato uno sbagliato, e siamo sicuri che Bonaccini, come sostiene, non l’avrebbe mai fatto. Lui infatti al Pilastro probabilmente non va mai, nelle piazze ci va pochissimo e ha lasciato che le stesse fossero presidiate in sua vece da branchi di pesci acefali che si presentano ufficialmente come “sensibilizzatori” contro il fascismo, che non hanno ambizioni politiche, ma se serve difendere la democrazia sono pronte a farsi partito.

Un po’ come Renzi che doveva dimettersi se veniva sconfitto al referendum nel 2016, ma poi “è dovuto” restare in parlamento “a guardare il film” perché glielo richiedeva il bene del paese di fronte all’avanzata della masnada populista, il tutto dimostrando elevate idee e senso di responsabilità. Nonostante le uscite cartonate con cui Bonaccini si è fatto riprendere e le sue dichiarazioni, la realtà mostra che nella campagna elettorale in ER Lucia Borgonzoni e Matteo Salvini hanno visitato sistematicamente città e paesi, incontrato cittadini e lavoratori in piazze, strade, mercati e aziende, tenuto innumerevoli comizi e affrontato, e largamente vinto lo scontro con le sardine… i sensibilizzatori “non orientati politicamente” di cui sopra.

Ed ora contro l’onnipresente fascismo virtuale di cui Lucia Borgonzoni sarebbe emissario, ed in nome di quella solidarietà per tutti di cui il PD si ricorda solo a 3 giorni dal voto, i cittadini, inclusi quelli dei quartieri in cui “il sole del buon dio non dà i suoi raggi” e Bonaccini non mette piede, si sono espressi. Non hanno premiato un’“utile sentinella” – Benini –  abbandonato dal suo capo Di Maio al posto di guardia. In compenso hanno finito per preferire, nonostante la campagna elettorale coraggiosa di Matteo Salvini e di Lucia Bergonzoni, Bonaccini, il candidato uscente di un partito il cui logo e colori non erano neppure presenti nei suoi manifesti elettorali – probabilmente in attesa di votare in futuro per dei pesci multicolori trasformati?! Questo appello del PD ha richiesto del coraggio, o forse, senza scomodare Keegan e Crane, per produrlo è servita solo una totale assenza di vergogna, però ha funzionato.

Il 26 Gennaio in ER la maggioranza ha votato PD dimostrando di preferire il partito che non ha finora saputo spiegare esattamente perché sono accaduti i fatti di Bibbiano – definito dai sensibilizzatori acquatici un raffreddore  – ha sgretolato la scuola italiana e svenduto i diritti dei lavoratori col Jobs Act. E’ inoltre apprezzato da Soros e sostiene chi in Europa ci impone sempre più tasse e vuole importare manodopera africana, che si vende per pochi euro al giorno, per tenere le retribuzioni degli Italiani da fame, e vanta come fiore all’occhiello una sanità regionale che è scadente a dir poco, e di tale scelta prendo atto.

La realtà dell’ER purtroppo dimostra che l’unico primato mondiale certo che la regione ha insieme ad altre aree della pianura padana, alla zona metropolitana di Londra, di parti della Germania, a vaste regioni della Cina ed alcune zone degli USA è quello dell’inquinamento dovuto allo scarico dei gas e delle polveri sottili. E questi sono dati redatti da osservatori mondiali su controlli certi e non sentenziati da Bonaccini e basati su retorica vuota e folclore farlocco, di cui la maggioranza dei cittadini in ER non si è accorta.

In tal modo l’ex-governatore ha provato di avere le idee poco chiare su argomenti sbandierati come cavalli di battaglia, scarsa chiarezza forse indotta dalla paura iniziale per una vittoria incerta,  che avrebbe potuto avere conseguenze nefaste sia a Bologna che a Roma. Ora lor signori possono dormire sonni tranquilli, perché “l’Orco” per il momento è stato fermato, e rimane sempre alla guida del secondo partito in ER, mentre Bonaccini deve ora avere il coraggio di mantenere quanto ha promesso. Se ne accorgeranno i cittadini?

 

Alessandro Guardamagna

28.01.2020

Alessandro Guardamagna lavora come insegnante d’inglese e auditor qualità a Parma, in precedenza ha ottenuto un PhD in Storia e un Master in American Studies presso University College Dublin, in Irlanda, dove ha lavorato e vissuto per 10 anni. Da sempre sovranista, scrive articoli di politica e storia su ComeDonChisciotte dal 2017.