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IL RITORNO DELL'INCUBO NETANYAHU

DI JOHANN HARI
The Independent

Netanyahu è l’uomo che ritiene che i palestinesi non abbiano diritto alla terra perchè sono essi che l’hanno “rubata”. Nel 636 dopo Cristo.

Israele sta per compiere un errore di giudizio tanto disastroso e mortale quanto l’attacco a Gaza. Sembra che tra pochi giorni [oggi 10 Febbraio n.d.t.] Israele potrebbe eleggere ancora una volta Benjamin Netanyahu alla carica di primo ministro.

Questo è un uomo che chiede la violenta rioccupazione di Gaza per “liquidarne” il governo eletto. Questo è un uomo che afferma che farà “crescere naturalmente” gli insediamenti in Cisgiordania. Questo è un uomo che afferma che non negozierà “mai” su Gerusalemme, sulle alture del Golan o sul controllo delle fonti d’acqua della Cisgiordania.

Questo è un uomo che afferma che la creazione di uno Stato palestinese lascerebbe Israele “con una minaccia alla propria esistenza e un incubo delle pubbliche relazioni che ricorda la Cecoslovacchia del 1938”. Questo è un uomo che la vedova di Yitzhak Rabin accusa di avere aiutato a creare un clima di odio che ha portato al suo omicidio.

A seguire: “Netanyahu convincerà Obama alla guerra con l’Iran” (Press TV).Il beneficiario politico dell'”Operazione Piombo Fuso” è stato l’estrema destra israeliana. I sondaggi sono cresciuti per il Likud di Netanyahu e per il persino più estremista Avigdor Lieberman. Essi affermano che l’unico problema dei 23 giorni di bombardamento di Gaza, con l’uccisione di 410 bambini e un enorme rafforzamento dell’appoggio ad Hamas, è il non essere andati abbastanza avanti. Il mondo deve urgentemente guardare a questi individui e chiedersi come si è potuto accettare ciò.

La chiave per comprendere Netanyahu sta in suo padre, Benzion. Egli è un noto studioso di storia medievale che ritiene che il mondo sia eternamente infestato da un antisemitismo genocida impossibile da sradicare. Quando egli arrivò nella Palestina del mandato britannico dichiarò che la maggioranza degli ebrei che erano lì erano ingenui e i idealisti. Essi avrebbero dovuto immediatamente appropriarsi dell’intera terra della Israele biblica, conquistando tutta la Cisgiordania arrivando sino a dentro i territori dell’attuale Giordania. Non ci sarebbe mai potuto essere alcun compromesso con gli arabi, che comprendono solo l’uso della forza. L’uomo che egli definiva suo mentore, Abba Ahimeir, descriveva se stesso con orgoglio come “un fascista”.

Oggi il figlio di Benzion paragona comunemente il trattare con i palestinesi al trattare con i nazisti. Egli può solo comprendere la loro rabbia come un risorgere dell’odio irrazionale e assassino dell’Europa. Egli insiste che i palestinesi non hanno diritto di condividere questa terra perché essi l’hanno rubata nel 636 d.C. Coerentemente Netanyahu getta nella spazzatura ogni iniziativa di pace offerta da Israele. La sua reazione alla decisione di Yitzhak Rabin di firmare i moderati e modesti accordi di Oslo con Yasser Arafat rivela la profondità della sua opposizione al compromesso. Egli si rivolse con calore a masse che cantavano “Rabin è un nazista” e ” nel sangue e nel fuoco Rabin morirà” [“through blood and fire, Rabin shall expire”]. Egli definì l’ex primo ministro “un traditore” poco prima che Rabin venisse ucciso da un fondamentalista ebreo che la pensava allo stesso modo.

L’altra persona che è cresciuta nei sondaggi – e sembra sarà il partner nella coalizione di Netanyahu – è Avigdor Lieberman, un ex buttafuori di nightclub che afferma che il modello per trattare i palestinesi dovrebbe essere il bombardamento della Cecenia a opera di Vladimir Putin nel 1990 che causò la morte di un terzo dell’intera popolazione. Egli vuole che i partiti politici votati dagli arabi israeliani siano messi fuorilegge, affermando seccamente che dovrebbero essere trattati “come Hamas”.

Forse ancora più deprimente della loro crescita è la piatta e accondiscendente risposta degli altri partiti. Tanto Kadima che il partito Laburista hanno aggressivamente difeso l’embargo e il bombardamento di Gaza, non da ultimo perché i loro leader, Tzipi Livni e Ehud Barak, guidavano il governo. Persino Barak ha ripreso il paragone a Putin e ha iniziato a citare con approvazione il nuovo zar di Russia. Coraggiosi partiti in favore della pace come Meeretz sono relegati ai margini del dibattito.

Come è potuto accadere ciò? E’ essenziale ricordare che gli israeliani non sono finiti in Medioriente per un malvagio desiderio di colonizzare e uccidere, come affermano allegramente alcuni. Essi sono lì perché scappavano da un antisemitismo genocida. Ciò non giustifica un solo crimine commesso contro un singolo palestinese, ma se dimentichiamo questo trauma inimmaginabile che vi è dietro, non possiamo comprendere ciò che sta accadendo ora.

Negli scorsi mesi sono ritornato spesso a uno straordinario articolo scritto dal grande romanziere israeliano Amos Oz nel 1982. Il primo ministro del Likud Menachem Begin aveva paragonato la leadership palestinese ad Adolf Hitler, perciò Oz scrisse: ” mostrate il bisogno di far risorgere Hitler dei morti in modo da poterlo uccidere più e più volte ogni giorno… Come molti ebrei mi dispiace non aver potuto uccidere Hitler con le mie mani. Ma non c’è, e non ci sarà mai, una cura per questa ferita aperta. Decine di migliaia di arabi morti non cureranno tale ferita. Perché, signor Begin, Adolf Hitler è morto. Non si nasconde a Nabatiyah, a Sidone o a Beirut. È morto e in cenere”.

La società israeliana consiste, afferma Oz, di “un pugno di rifugiati e sopravvissuti mezzo isterici”. Il trauma bimillenario della calunnia del sangue, dell’inquisizione, dei pogrom, di Auschwitz, Chelmno e dell’arcipelago Gulag hanno prodotto una visione distorta in cui ogni grido di dolore diretto verso Israele può suonare come il tuono che ebbe inizio nelle folle ammassate a Norimberga.

Ciò significa che Israele sta perdendo delle opportunità per la pace. Persino Hamas, un partito islamista a cui mi oppongo fortemente, è aperto ad un lungo cessate il fuoco sui confini del 1967. Questa non è la mia opinione; è il parere di Yuval Diskin, l’attuale capo del servizio di sicurezza israeliano Shin Bet. Egli ha detto al governo israeliano, prima del bombardamento di Gaza, che Hamas avrebbe ristabilito il cessate il fuoco se Israele avesse solo posto fine all’embargo alla Striscia e dichiarato un cessate il fuoco in Cisgiordania. Invece hanno bombardato, e l’offerta è morta.

L’ex capo del Mossad, Ephraim Halevy, ha detto che Hamas “dovrà adottare un percorso che non potrebbe portare lontano dai loro scopi originali” se solo Israele inizierà il cammino del compromesso. Ciò toglierebbe appoggio ai membri del fronte del rifiuto, come Osama Bin Laden e Mahmoud Ahmadinejad, e renderebbe più facile costruire coalizioni internazionali.

Invece troppi israeliani, imprigionati dalla loro storia, sembrano determinati a scegliere il cammino opposto: quello di Netanyahu e Lieberman e dello spingere uno stivale sempre più alienante sulla gola dei palestinesi. Non dovrebbe essere così. Possiamo solo dire loro, con Amos Oz, con quanta più fretta possiamo: Adolf Hitler non si sta nascondendo a Gaza city o a Beit Hanoun, o Hebron. Adolf Hitler è morto.

Johann Hari è un giornalista del London Independent. Egli ha scritto dall’Iraq, da Israele-Palestina, Congo, Repubblica Centroafricana, Venezuela, Perù e Stati Uniti, i suoi pezzi giornalistici sono apparsi in pubblicazioni di tutto il mondo.

© 2009 The Independent

Titolo originale: “The Nightmare of Netanyahu Returns”

Fonte: http://www.independent.co.uk
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06.02.2009

NETANYAHU CONVINCERA’ OBAMA ALLA GUERRA CON L’IRAN

A CURA DI PRESS TV

Una fonte familiare con la politica mediorientale USA afferma che il candidato di punta alla carica di primo ministro conquisterà la benedizione statunitense per l’entrata in guerra con l’Iran.

Aaron David Miller, il più importante analista del Dipartimento di Stato Usa negli anni 80, ha detto che Benjamin Netanyahu riuscirà a convincere il presidente Barack Obama che un attacco militare è l’unica soluzione alla questione del nucleare iraniano.

“Gli israeliani spingeranno Washington per assicurarsi che l’Iran non arrivi mai a tal punto, e se non ci riusciranno prenderanno in considerazione un attacco militare”, sono le parole di Miller di venerdì scorso riportate dalla Reuters. Miller è un ex negoziatore Usa per la pace in Medioriente ed è attualmente analista dello Woodrow Wilson Center.

“Non avrà bisogno di essere conclusivo e minaccioso, ma sarà molto serio e… metterà al presidente una fifa blu che se non sarà la comunità internazionale a mobilitarsi per affrontare la situazione, lo farà Israele”, ha detto.

Tel Aviv accusa l’Iran, firmatario del Trattato di Non Proliferazione (NPT), di avere piani per lo sviluppo di armamento nucleare. Però Tehran insiste che sta arricchendo uranio per scopi pacifici e che ha diritto alla tecnologia che è già nelle mani di molti altri.


[Un pilota da caccia israeliano del Negev Squadron composto da F16 “Sufas” — usato in una dimostrazione del potere aereo israeliano. Gli F16 sono diventati famosi come la spina dorsale dell’aviazione israeliana e potrebbero essere impiegati in un attacco all’Iran.]

I leader israeliani, che hanno in loro possesso l’unico arsenale nucleare del Medioriente, hanno intensificato la loro retorica guerrafondaia contro l’Iran alla vigilia delle elezioni programmatete per il 10 febbraio.

Il favorito alle elezioni israeliane Benjamin Netanyahu ha detto la scorsa settimana che la sua prima missione, se eletto primo ministro, sarà di “sventare la minaccia iraniana” una volta per tutte.

“L’Iran non si armerà di armi nucleari… Ciò implica qualunque cosa sia necessaria perché questa affermazione si avveri”, ha avvertito il candidato di punta per l’incarico di primo ministro. Il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha anche sottolineato che i possibili colloqui tra Washington e Tehran “dovranno essere brevi e seguiti dalla prontezza all’azione”.

Lo stratega britannico Mark Fitzpatrick ha però affermato che un’azione militare israeliana contro l’Iran è “una possibilità significativa, ma non una probabilità”.

“A tale punto si arriverà probabilmente in un qualche momento verso la fine di quest’anno”, ha detto il senior fellow per la non proliferazione dello Institute for Strategic Studies di Londra, aggiungendo che Israele dovrebbe prendere in considerazione le conseguenze negative prima di fare qualunque mossa.

Titolo originale: “Netanyahu ‘will coax Obama into Iran war'”

Fonte: http://www.presstv.ir
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07.02.2009

Articoli scelti e tradotti per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

Pubblicato da Das schloss

  • marcello1950

    Ammettendo che le ipotesi di un potere tipo bloomberg sia reale e non lo so a quel punto il vero problema mondiale è costituito dal fatto che il servizio segreto Isdraeliano conosce le debolezze non solo di Obama ma di tutto l’occidente; egli sa come ricattare la Merkel, Brown, Sarkosy, ed i nostri vedi come si sono comportati (berlusconi, fini, veltroni, annunziata durante l’attacco a gaza) specie in questo momento di crisi finanziaria il loro potere secondo me è moltiplicato, ed a parte qualche giornale britannico (ma anche quel problema può essere risolto, la politica di Nethaniau non ha la necessità di confrontarsi con nessuno perchè gli isdraeliani sono nella condizione di imporla all’occidente avendo in mano la classe dirigente ed i gangli finanziari mondiali, proprio in virtù della crisi (vedi perche sono i sauditi che pagano per le operazioni militari a Gaza,

    Ma questo che potrebbe sembrare una forza potrebbe essere una debolezza vedi cosa è successo all’america e a Bush che pensava di vincere con i muscoli, spesso Golia si mette nei guai da solo, senza la necessità di un Davide, questo dovrebbero pensare gli isdraeliani, mai stravincere, spesso certe vittorie equivalgono a delle sconfitte. perchè si possono mettere in moto meccanismi e logiche e risvegliare MOstri che si cercava di aver sepellito con la seconda guerra mondiale ……..

    Potrà la logica della convivenza instaurarsi nel medio oriente

    l’alternativa è quella di considerare che: Può pensare isdraele di sterminare 1 miliardo di mussulmani?

  • Killyouridols

    fino a quando il potere avrà il controllo sui media maistream non ci sarà niente da fare, 11 settembre , massacri in palestina , terrore psicologico , israele che si difende ma ha 400 bombe atomiche , hamas spara razzi ,a livello di informazione è tutto gestito secondo programmi ben studiati di controllo e reazione delle masse, i mezzi di informazione cosi come sono oggi sono il vero tumore dell’umanità.

  • reza

    Una decina di missili shahb-3 su Israele e questo stato terrorista di Aparthaid smeterà di rompere i coglioni al monfo. Se è questo che vogliono, pedroni di attaccare l’Iran, ma l’Iran si difenderà e non credo che l’occidente potrà permmettersi ancora di seguire i dettami sionist.
    Ntanyahu sta facendo campagna elettorale, lui e quel’altro nazista di Lieberman stanno facendo a gara per chi è più stronzo tra di loro e basta.
    Israele non è in condizioni di attaccare l’Iran perché l’Iran lo raderà al suolo con tutte le sue atomiche.

  • Kiddo

    “…un potere tipo bloomberg..”???

    Volevi dire Bilderberg? Altrimenti non ti deguo proprio…

  • marcello1950

    Si hai ragione, ma in fondo non è importante come viene scritto trattandosi di un potere nascosto

  • reza

    ” in questo momento di crisi finanziaria il loro(dei sionisti) potere secondo me è moltiplicato”.
    A conferma di quanto sostieni, vedi il fallimento voluto di “LehmanBrothers” (la Banca degli ebrei per eccellenza) dove maggiori interessi erano quelli degli arab.
    Li tengono per le palle.

  • frankleone

    sono convinto che nemmeno nuclearizzando l’intero medio oriente si risolverebbe qualcosa. questi ebrei non avranno pace finchè non avranno ottenuto quello che vogliono: una Palestina abitata solo da Israeliani sionisti e fanatici, con tutti gli stati arabi attorno buoni e cuccia. questo vogliono e la loro sete di sangue non sarà placata fino a che non l’avranno ottenuto. o fino a che ne sarà rimasto qualcuno a spasso per il pianeta.

  • afragola

    10/02/2009
    Svolta all’estrema destra

    Kadima tiene botta nelle elezioni in Israele, ma per governare diventa decisivo l’appoggio del leader xenofobo Lieberman
    La democrazia ha un suo pilastro irrinunciabile nel processo elettorale. Solo che, a volte, non bastano le urne a dirimere i nodi gordiani che attraversano società complesse, come quella israeliana.

    Squilibrio a destra. Così accade che nelle prime ore dopo la chiusura dei seggi elettorali si sentano i due principali avversari, il partito centrista Kadima guidato da Tzipi Livni e il partito di destra Likud guidato da Benyamin Netanyahu, dichiarino entrambi di essere in grado di formare una coalizione di governo. Questo perché, elemento che dovrebbe far riflettere la società israeliana, entrambi puntano al ‘patto con il diavolo’ rappresentato dal partito Israel Beitenu e dal suo leader Avigdor Lieberman. Un personaggio, per intendersi, che ha scacciato i giornalisti arabi dalla sua ultima conferenza stampa. Un uomo che ha basato il suo consenso popolare sull’elettorato di origine russa ma che poco dopo si è proposto a livello nazionale. Il suo successo, se verrà confermato lo storico sorpasso al partito Laburista di Euhd Barack, è inversamente proporzionale alle speranze deluse degli accordi di Oslo del 1994. Molti israeliani, come molti palestinesi, anno dopo anno hanno visto sfumare la loro aspirazione di pace. Ne ha beneficiato un uomo come Lieberman, che non ha mai fatto mistero di ritenere la forza come unico linguaggio possibile con gli arabi.

    Questo è il Medio Oriente, dove tutto è possibile. Lontani mille miglia dal patto nazionale che portò alla presidenziali francesi all’isolamento del nazionalista Le Pen, giunto a sorpresa al ballottaggio presidenziale nel 2007. Kadima e Likud, mentre ancora è in corso il conteggio delle schede, già tirano per la giacca Lieberman e i suoi potenziali 19 seggi su 120 che ne compendia la Knesset, il parlamento israeliano. Se gli exit poll verranno confermati domani, infatti, l’attuale ministro degli Esteri Livni, prima donna candidata premier in Israele dai tempi di Golda Meir, ha recuperato su Netanyahu, ottenendo più voti,, ma non abbastanza né per governare da sola né per ridar vita alla coalizione con il partito Laburista che governa il Paese dalla fallimentare guerra in Libano del 2006. Potrebbe farlo Netanyahu, se si allea con Lieberman. Ma potrebbe farlo anche la Livni, se si allea con Lieberman. Il leader xenofobo diventa, dunque, decisivo. Per questo, appena chiusi i seggi, il ministro del tesoro Roni Bar On, esponente di prima fila del partito Kadima, ha già rivolto al leader di Israel Beitenu l’invito a entrare in un’alleanza di governo col suo partito e a evitare così “il suicidio politico restando all’opposizione assieme al Likud di Benyamin Netanyahu”. Allo stesso tempo, secondo il quotidiano di destra Yedioth Ahronoth, il Likud cercherà di formare assieme ai partiti di destra un blocco per impedire alla Livni di formare un governo.

    Futuro nebuloso. Una democrazia, l’unica del Medio Oriente, come ricordano sempre i cittadini israeliani, che appare appesa a un personaggio come Lieberman, il quale non riconosce neanche i diritti di quel milione e passa di arabi israeliani. E i palestinesi? I primi commenti tradiscono una forte sfiducia
    “Indipendentemente dalla coalizione formata da qualsiasi primo ministro, il prossimo governo israeliano non potrà dare quello che serve per la pace. Se il nuovo governo continuerà a far espandere gli insediamenti, a piazzare i posti di blocco e a ostacolare una soluzione a due Stati, non ci sarà per noi nessuna scelta se non rinunciare a considerarlo un partner nel processo di pace”. Questo l’amaro commento di Saeb Erekat, storico negoziatore palestinese, vicino ad Abu Mazen e al Fatah. Ancora più duro il commento di Fawzi Barhum, portavoce di Hamas: “Hanno vinto gli estremisti. Per noi Likud, Kadima o Israel Beitenu non fanno differenza. Tutti hanno sostenuto l’operazione militare a Gaza”.

    http://it.peacereporter.net/articolo/14173/Svolta+all%27estrema+destra

  • afragola

    Israele, in testa il partito Kadima

    Exit poll a sorpresa, diffusi dalla tv d’Israele, danno in vantaggio la Livni
    Tzipi Livni, attuale ministro degli Esteri d’Israele e prima donna candidata premier dopo Golda Meir, leader del partito centrista Kadima, è in vantaggio nelle elezioni politiche israeliane.

    I primi exit poll, diffusi dal network televisivo israeliano Canale 10, hanno stupito un pò tutti, visto che il partito di destra Likud guidato dal candidato premier Benyamin Netanyahu, era considerato nettamente favorito.
    Altro dato inatteso, almeno rispetto alle previsioni della vigilia, quello dell’affluenza alle urne. Affluenza più alta di alcuni punti percentuali rispetto alle politiche del 2006. Le pessime condizioni metereologiche, secondo alcuni analisti, avrebbero dissuaso gli israeliani dall’approfittare del giorno festivo per andare fuori città per il fine settimana. Alle ore 18 locali (le 17 in Italia) l’affluenza é stata del 50 percento. I partiti in lizza sono 31, ma solo una decina dovrebbe superare il quorum minimo del 2 percento per entrare alla Knesset, il parlamento israeliano.

    http://it.peacereporter.net/articolo/14171/Israele%2C+in+testa+il+partito+Kadima

    NB …affluenza al 50% scorporando da questa cifra le percentuali ottenute delle varie “congrege”(mi rifiuto di usare il termien partiti visto che idiologicamente non differiscono tra di loro ) alle fine si potrebbe ipotizzare che la maggioranza degli israeliti sono governati da un manipoli di “depravati” ..altro che vera e unica democrazia del medio oriente ..a voi la “palla”

  • afragola

    Israele non è uno stato ebraico ma uno stato “sionista”
    di Piotr

    Mi è stato chiesto dove lo storico israeliano Ilan Pappè ha affermato: “Israele non è uno stato ebraico ma uno stato sionista”. Ho in parte già risposto in un commento, ma forse vale la pena riprendere il discorso con qualche precisazione e approfondimento.

    La fonte è Ilan Pappè stesso durante un convegno lo scorso gennaio a Roma, e questa affermazione è stata pronunciata nell’ambito della risposta a una mia domanda che chiedeva se il continuo espansionismo e la continua aggressività israeliane avessero tra le loro cause anche il timore relativo alla tenuta ideologica di Israele come “Stato ebraico” in caso di stasi del Sionismo o in caso di una soluzione post-sionista, in un’epoca in cui l’equazione sionismo=ebraismo sembra ormai largamente accettata.

    A questo proposito Pappè ha fatto anche notare che ad esempio negli Stati Uniti la maggioranza degli Ebrei non è attivamente filosionista, come si vuol fare apparire. Anzi, sostanzialmente è indifferente, mentre la suddetta equazione è sostenuta dall’attivismo e dall’influenza delle organizzazioni della lobby ebraica.

    Dal canto suo, Yitzhak Laor si domanda come mai questa equazione (per essere precisi la sua inversa: antisionismo=antiebraismo), che lui è convinto “la maggioranza degli Israeliani si vergognerebbero di fare”, sia diventata invece un assioma nel mondo occidentale, con in testa Germania, Austria e Italia (perché poi quella maggioranza accetti lo stesso l’operato dei suoi governi, io non lo so e credo che sia un punto complesso che deve essere analizzato e capito, perché riguarda il funzionamento della sfera ideologica ai nostri giorni).

    Ovviamente Laor non lascia la risposta in sospeso: la ragione è il filosionismo di stampo imperialistico (e anti-islamico) dell’Occidente, che ha degli effetti collaterali particolari in quei tre paesi.

    Dato che questo nuovo “filosemitismo” è sintetizzato pubblicamente nella “Giornata della memoria”, in Austria e in Germania esso permette di evitare per sempre di fare i conti (mai fatti) col passato nazista, poiché esclude in generale i milioni di morti non ebrei e in particolare esclude i milioni di morti sovietici, non contabilizzati nella Giornata della Memoria per ragioni ideologiche e politiche.

    Quindi, una sorta di esorcismo con “gradevoli” ricadute geopolitiche.

    In Italia invece il nuovo filosemitismo permette di smettere di fare i conti col passato fascista; da qui l’entusiasmo filosionista e filosemita della destra ex-fascista.

    Si noti che per Laor questo “fare i conti” ha una valenza culturale e non politica.

    Inoltre questo notevole letterato israeliano fa notare come a complemento di questo nuovo filosemitismo (tra l’altro del tutto peloso – come, secondo il mio modo di vedere incorreggibilmente illuminista e universalista, è peloso ogni “filo-qualunque-etnia” -, e io se fossi un ebreo ci starei attento), il nuovo antisemitismo non sia più contro gli Ebrei ma contro gli Arabi e i musulmani e operi con le stesse modalità del vecchio antigiudaesimo. Un antisemitismo ai danni di Arabi e musulmani accolto con facilità dall’Occidente ma indotto in vari modi dai sionisti, protetti a sinistra dal “campo della pace” formato da intellettuali come Abraham Yehoshua, Amos Oz e David Grossman.

    Ciò che a mio avviso è una riprova proveniente dall’altra sponda del Mare Nostrum di come la sinistra possa funzionare da stampella ideologica dell’imperialismo. Lo dico assolutamente senza gioirne, ma non posso mettermi le fette di salame sugli occhi, perché le conseguenze possono essere severissime. E’ già successo platealmente durante la Grande Guerra, i cui milioni e milioni di morti la sinistra europea (cioè i socialisti della II Internazionale) ce li ha avuti tutti sulla coscienza.

    Vorrei terminare dicendo due cose sull’esclusione di milioni di vittime dalla Shoa e dalle sue commemorazioni. Perché questa esclusione? Perché, ci dice Yitzhak Laor, quelle vittime avrebbero contaminato l’idea semi-religiosa della Shoa come di un “unicum”, non realmente universale ma da riconoscere universalmente; e avrebbero quindi interferito con la nascita d’Israele come suo frutto storico e morale necessario.

    Sono d’accordo, perché è ciò che ho criticato esplicitamente nel mio libro “Alla conquista del cuore della Terra” nell’ultima appendice che riguardava il genocidio degli Armeni.

    Un genocidio negato finché è stato possibile da personaggi osannati come Eli Wiesel e Shimon Peres.

    Ripeto, per chi non avesse colto il termine: “negato”. Ripeto ancora: “negato”. Però si vogliono mettere in prigione i negazionisti della Shoa, con cui non spartisco alcunché ma la cui criminalizzazione fino alla galera considero, d’accordo con Noam Chomsky, una barbarie giuridica.

    Una barbarie moltiplicata dal fatto che nessuno ha mai invece avuto niente da ridire sul fatto che quei due immorali negazionisti ricevessero il Premio Nobel per la Pace! Perché, vorrei far notare, Wiesel ricevette il Nobel nel 1986, mentre ammetterà pubblicamente il genocidio degli Armeni solo nel 2000 (dopo averlo ripetutamente negato su imbeccate di Israele), firmando un appello sul New York Times e sul Jerusalem Post, quando – sarà anche un caso – la lobby armena in America sarà diventata ormai un influente gruppo di pressione. E Peres lo ricevette nel 1994, mentre ancora nel 2001 farà precedere una sua visita in Turchia da una dichiarazione apparsa sul Turkish Daily News dove si affermava che gli Armeni non avevano mai sperimentato un genocidio e che le affermazioni da parte armena erano “senza senso” (sic!) (e vorrei far notare che Israel Charny, il curatore dell’Enciclopedia del Genocidio, diede a Peres per questo motivo dell’“immorale”; così che quando ho parlato di “immorali negazionisti”, ero in ottima compagnia).

    Il termine “genocidio” fu introdotto per la prima volta dall’ebreo polacco Raphael Lemkin: per parlare del massacro degli Armeni. Si era nel 1944.

    E allora ha credo che abbia proprio ragione Ilan Pappé: Israele non è uno stato ebraico, ma uno stato sionista.

    Piotr
    Israele non è uno stato ebraico ma uno stato “sionista”
    di Piotr

    Mi è stato chiesto dove lo storico israeliano Ilan Pappè ha affermato: “Israele non è uno stato ebraico ma uno stato sionista”. Ho in parte già risposto in un commento, ma forse vale la pena riprendere il discorso con qualche precisazione e approfondimento.

    La fonte è Ilan Pappè stesso durante un convegno lo scorso gennaio a Roma, e questa affermazione è stata pronunciata nell’ambito della risposta a una mia domanda che chiedeva se il continuo espansionismo e la continua aggressività israeliane avessero tra le loro cause anche il timore relativo alla tenuta ideologica di Israele come “Stato ebraico” in caso di stasi del Sionismo o in caso di una soluzione post-sionista, in un’epoca in cui l’equazione sionismo=ebraismo sembra ormai largamente accettata.

    A questo proposito Pappè ha fatto anche notare che ad esempio negli Stati Uniti la maggioranza degli Ebrei non è attivamente filosionista, come si vuol fare apparire. Anzi, sostanzialmente è indifferente, mentre la suddetta equazione è sostenuta dall’attivismo e dall’influenza delle organizzazioni della lobby ebraica.

    Dal canto suo, Yitzhak Laor si domanda come mai questa equazione (per essere precisi la sua inversa: antisionismo=antiebraismo), che lui è convinto “la maggioranza degli Israeliani si vergognerebbero di fare”, sia diventata invece un assioma nel mondo occidentale, con in testa Germania, Austria e Italia (perché poi quella maggioranza accetti lo stesso l’operato dei suoi governi, io non lo so e credo che sia un punto complesso che deve essere analizzato e capito, perché riguarda il funzionamento della sfera ideologica ai nostri giorni).

    Ovviamente Laor non lascia la risposta in sospeso: la ragione è il filosionismo di stampo imperialistico (e anti-islamico) dell’Occidente, che ha degli effetti collaterali particolari in quei tre paesi.

    Dato che questo nuovo “filosemitismo” è sintetizzato pubblicamente nella “Giornata della memoria”, in Austria e in Germania esso permette di evitare per sempre di fare i conti (mai fatti) col passato nazista, poiché esclude in generale i milioni di morti non ebrei e in particolare esclude i milioni di morti sovietici, non contabilizzati nella Giornata della Memoria per ragioni ideologiche e politiche.

    Quindi, una sorta di esorcismo con “gradevoli” ricadute geopolitiche.

    In Italia invece il nuovo filosemitismo permette di smettere di fare i conti col passato fascista; da qui l’entusiasmo filosionista e filosemita della destra ex-fascista.

    Si noti che per Laor questo “fare i conti” ha una valenza culturale e non politica.

    Inoltre questo notevole letterato israeliano fa notare come a complemento di questo nuovo filosemitismo (tra l’altro del tutto peloso – come, secondo il mio modo di vedere incorreggibilmente illuminista e universalista, è peloso ogni “filo-qualunque-etnia” -, e io se fossi un ebreo ci starei attento), il nuovo antisemitismo non sia più contro gli Ebrei ma contro gli Arabi e i musulmani e operi con le stesse modalità del vecchio antigiudaesimo. Un antisemitismo ai danni di Arabi e musulmani accolto con facilità dall’Occidente ma indotto in vari modi dai sionisti, protetti a sinistra dal “campo della pace” formato da intellettuali come Abraham Yehoshua, Amos Oz e David Grossman.

    Ciò che a mio avviso è una riprova proveniente dall’altra sponda del Mare Nostrum di come la sinistra possa funzionare da stampella ideologica dell’imperialismo. Lo dico assolutamente senza gioirne, ma non posso mettermi le fette di salame sugli occhi, perché le conseguenze possono essere severissime. E’ già successo platealmente durante la Grande Guerra, i cui milioni e milioni di morti la sinistra europea (cioè i socialisti della II Internazionale) ce li ha avuti tutti sulla coscienza.

    Vorrei terminare dicendo due cose sull’esclusione di milioni di vittime dalla Shoa e dalle sue commemorazioni. Perché questa esclusione? Perché, ci dice Yitzhak Laor, quelle vittime avrebbero contaminato l’idea semi-religiosa della Shoa come di un “unicum”, non realmente universale ma da riconoscere universalmente; e avrebbero quindi interferito con la nascita d’Israele come suo frutto storico e morale necessario.

    Sono d’accordo, perché è ciò che ho criticato esplicitamente nel mio libro “Alla conquista del cuore della Terra” nell’ultima appendice che riguardava il genocidio degli Armeni.

    Un genocidio negato finché è stato possibile da personaggi osannati come Eli Wiesel e Shimon Peres.

    Ripeto, per chi non avesse colto il termine: “negato”. Ripeto ancora: “negato”. Però si vogliono mettere in prigione i negazionisti della Shoa, con cui non spartisco alcunché ma la cui criminalizzazione fino alla galera considero, d’accordo con Noam Chomsky, una barbarie giuridica.

    Una barbarie moltiplicata dal fatto che nessuno ha mai invece avuto niente da ridire sul fatto che quei due immorali negazionisti ricevessero il Premio Nobel per la Pace! Perché, vorrei far notare, Wiesel ricevette il Nobel nel 1986, mentre ammetterà pubblicamente il genocidio degli Armeni solo nel 2000 (dopo averlo ripetutamente negato su imbeccate di Israele), firmando un appello sul New York Times e sul Jerusalem Post, quando – sarà anche un caso – la lobby armena in America sarà diventata ormai un influente gruppo di pressione. E Peres lo ricevette nel 1994, mentre ancora nel 2001 farà precedere una sua visita in Turchia da una dichiarazione apparsa sul Turkish Daily News dove si affermava che gli Armeni non avevano mai sperimentato un genocidio e che le affermazioni da parte armena erano “senza senso” (sic!) (e vorrei far notare che Israel Charny, il curatore dell’Enciclopedia del Genocidio, diede a Peres per questo motivo dell’“immorale”; così che quando ho parlato di “immorali negazionisti”, ero in ottima compagnia).

    Il termine “genocidio” fu introdotto per la prima volta dall’ebreo polacco Raphael Lemkin: per parlare del massacro degli Armeni. Si era nel 1944.

    E allora ha credo che abbia proprio ragione Ilan Pappé: Israele non è uno stato ebraico, ma uno stato sionista.

    Piotr

    Israele non è uno stato ebraico ma uno stato “sionista”
    di Piotr

    Mi è stato chiesto dove lo storico israeliano Ilan Pappè ha affermato: “Israele non è uno stato ebraico ma uno stato sionista”. Ho in parte già risposto in un commento, ma forse vale la pena riprendere il discorso con qualche precisazione e approfondimento.

    La fonte è Ilan Pappè stesso durante un convegno lo scorso gennaio a Roma, e questa affermazione è stata pronunciata nell’ambito della risposta a una mia domanda che chiedeva se il continuo espansionismo e la continua aggressività israeliane avessero tra le loro cause anche il timore relativo alla tenuta ideologica di Israele come “Stato ebraico” in caso di stasi del Sionismo o in caso di una soluzione post-sionista, in un’epoca in cui l’equazione sionismo=ebraismo sembra ormai largamente accettata.

    A questo proposito Pappè ha fatto anche notare che ad esempio negli Stati Uniti la maggioranza degli Ebrei non è attivamente filosionista, come si vuol fare apparire. Anzi, sostanzialmente è indifferente, mentre la suddetta equazione è sostenuta dall’attivismo e dall’influenza delle organizzazioni della lobby ebraica.

    Dal canto suo, Yitzhak Laor si domanda come mai questa equazione (per essere precisi la sua inversa: antisionismo=antiebraismo), che lui è convinto “la maggioranza degli Israeliani si vergognerebbero di fare”, sia diventata invece un assioma nel mondo occidentale, con in testa Germania, Austria e Italia (perché poi quella maggioranza accetti lo stesso l’operato dei suoi governi, io non lo so e credo che sia un punto complesso che deve essere analizzato e capito, perché riguarda il funzionamento della sfera ideologica ai nostri giorni).

    Ovviamente Laor non lascia la risposta in sospeso: la ragione è il filosionismo di stampo imperialistico (e anti-islamico) dell’Occidente, che ha degli effetti collaterali particolari in quei tre paesi.

    Dato che questo nuovo “filosemitismo” è sintetizzato pubblicamente nella “Giornata della memoria”, in Austria e in Germania esso permette di evitare per sempre di fare i conti (mai fatti) col passato nazista, poiché esclude in generale i milioni di morti non ebrei e in particolare esclude i milioni di morti sovietici, non contabilizzati nella Giornata della Memoria per ragioni ideologiche e politiche.

    Quindi, una sorta di esorcismo con “gradevoli” ricadute geopolitiche.

    In Italia invece il nuovo filosemitismo permette di smettere di fare i conti col passato fascista; da qui l’entusiasmo filosionista e filosemita della destra ex-fascista.

    Si noti che per Laor questo “fare i conti” ha una valenza culturale e non politica.

    Inoltre questo notevole letterato israeliano fa notare come a complemento di questo nuovo filosemitismo (tra l’altro del tutto peloso – come, secondo il mio modo di vedere incorreggibilmente illuminista e universalista, è peloso ogni “filo-qualunque-etnia” -, e io se fossi un ebreo ci starei attento), il nuovo antisemitismo non sia più contro gli Ebrei ma contro gli Arabi e i musulmani e operi con le stesse modalità del vecchio antigiudaesimo. Un antisemitismo ai danni di Arabi e musulmani accolto con facilità dall’Occidente ma indotto in vari modi dai sionisti, protetti a sinistra dal “campo della pace” formato da intellettuali come Abraham Yehoshua, Amos Oz e David Grossman.

    Ciò che a mio avviso è una riprova proveniente dall’altra sponda del Mare Nostrum di come la sinistra possa funzionare da stampella ideologica dell’imperialismo. Lo dico assolutamente senza gioirne, ma non posso mettermi le fette di salame sugli occhi, perché le conseguenze possono essere severissime. E’ già successo platealmente durante la Grande Guerra, i cui milioni e milioni di morti la sinistra europea (cioè i socialisti della II Internazionale) ce li ha avuti tutti sulla coscienza.

    Vorrei terminare dicendo due cose sull’esclusione di milioni di vittime dalla Shoa e dalle sue commemorazioni. Perché questa esclusione? Perché, ci dice Yitzhak Laor, quelle vittime avrebbero contaminato l’idea semi-religiosa della Shoa come di un “unicum”, non realmente universale ma da riconoscere universalmente; e avrebbero quindi interferito con la nascita d’Israele come suo frutto storico e morale necessario.

    Sono d’accordo, perché è ciò che ho criticato esplicitamente nel mio libro “Alla conquista del cuore della Terra” nell’ultima appendice che riguardava il genocidio degli Armeni.

    Un genocidio negato finché è stato possibile da personaggi osannati come Eli Wiesel e Shimon Peres.

    Ripeto, per chi non avesse colto il termine: “negato”. Ripeto ancora: “negato”. Però si vogliono mettere in prigione i negazionisti della Shoa, con cui non spartisco alcunché ma la cui criminalizzazione fino alla galera considero, d’accordo con Noam Chomsky, una barbarie giuridica.

    Una barbarie moltiplicata dal fatto che nessuno ha mai invece avuto niente da ridire sul fatto che quei due immorali negazionisti ricevessero il Premio Nobel per la Pace! Perché, vorrei far notare, Wiesel ricevette il Nobel nel 1986, mentre ammetterà pubblicamente il genocidio degli Armeni solo nel 2000 (dopo averlo ripetutamente negato su imbeccate di Israele), firmando un appello sul New York Times e sul Jerusalem Post, quando – sarà anche un caso – la lobby armena in America sarà diventata ormai un influente gruppo di pressione. E Peres lo ricevette nel 1994, mentre ancora nel 2001 farà precedere una sua visita in Turchia da una dichiarazione apparsa sul Turkish Daily News dove si affermava che gli Armeni non avevano mai sperimentato un genocidio e che le affermazioni da parte armena erano “senza senso” (sic!) (e vorrei far notare che Israel Charny, il curatore dell’Enciclopedia del Genocidio, diede a Peres per questo motivo dell’“immorale”; così che quando ho parlato di “immorali negazionisti”, ero in ottima compagnia).

    Il termine “genocidio” fu introdotto per la prima volta dall’ebreo polacco Raphael Lemkin: per parlare del massacro degli Armeni. Si era nel 1944.

    E allora ha credo che abbia proprio ragione Ilan Pappé: Israele non è uno stato ebraico, ma uno stato sionista.

    Piotr
    http://ripensaremarx.splinder.com/
    RIPENSAREMARX alle ore 06:48

  • myone

    Lieberman come Vladimir Zirinowski in Russia
    ma altri hanno governato.
    Ha vinto Tzipi Livni
    non ha vinto Netanyahu