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IL RECORD DEL GIORNALE DEI RECORD

DI STEPHEN LENDMAN
Thomas Paine’s Corner

L’ossessione del New York Times per Hugo Chavez

I dizionari definiscono “giornalismo scandalistico” in vari modi come un metodo irresponsabile e sensazionalistico di riportare le notizie, che distorce, esagera o mistifica la verità. E’ cattiva informazione o disinformazione ‘agitprop’ che finge di raccontare fatti ma il cui scopo è aumentare le vendite e il numero di lettori o che serve a scopi più ampi come mentire per gli interessi dello stato o delle aziende. I maggiori media USA eccellono in ciò, producendo una razione giornaliera di finzioni presentate come vere notizie e vera informazione mentre il loro ruolo è quello di nostri poliziotti, incaricati del controllo del pensiero. In testa a tutti i media elettronici o su carta a controllo aziendale vi è il New York Times che pubblica, in base ai suoi standard, “Tutte le notizie che vale la pena stampare“. Coloro che cercano il vero giornalismo non lo troveranno sulle sue pagine, sulle quali è consentito solo giornalismo fasullo. Il motivo è che la primaria missione di questo giornale è essere il maggiore strumento della propaganda di stato, cosa che lo rende quanto di più vicino abbiamo in questo paese a un ministero per l’informazione e la propaganda . Con un solo colpo il Times distrugge “Il Mito dei Media Liberal” che è anche il titolo del libro del 1999 di Edward Herman sui “media illiberali” [“The Myth of the Liberal Media” n.d.t.], il sistema di mercato e ciò che in America passa per democrazia e Michael Parenti chiama “Democrazia per i Pochi” nel suo libro omonimo che ha raggiunto l’ottava edizione all’inizio di quest’anno.

Nel suo libro Herman scrive sul “modello della propaganda” che lui e Noam Chomsky hanno introdotto e sviluppato 11 anni prima nel loro fondamentale libro intitolato “Manufacturing Consent” [La Fabbrica del Consenso, ed. NET, n.d.t.]. Essi spiegavano come i media dominanti usano questa tecnica per programmare l’opinione pubblica in modo che vada d’accordo con qualunque agenda sia più utile per gli interessi del potere e della ricchezza. Così le guerre imperialiste di aggressione sono ritratte come guerre di liberazione, interventi umanitari e il modo per diffondere la democrazia a nazioni che ne sono prive. Non importa che in realtà esse servano per aprire nuovi mercati, ottenere risorse come il petrolio e forza lavoro da sfruttare e siano pagate con i dollari delle tasse pubbliche sottratti agli essenziali bisogni sociali.

In “The Myth of the Liberal Media” Herman spiega il “modello della propaganda” e si concentra sulla “diseguaglianza di ricchezza e di potere” e su come gran parte di essa possa “filtrare le notizie da mandare in stampa, marginalizzare il dissenso (e rendere sicuri) il governo e gli interessi privati dominanti”, controllare il messaggio e farlo arrivare al pubblico. Ciò viene fatto attraverso una serie di “ filtri ” che rimuovono ciò che va soppresso e “ lasciano solo il pulito (e accettabile) residuo adatto a essere stampato ” o ad essere trasmesso elettronicamente. La “democrazia per pochi” di Parenti è la democrazia in stile USA in cui siamo impantanati tutti noi.

Sono stati scritti libri su come, da decenni, il New York Times ha tradito la fiducia del pubblico servendo solo gli interessi delle elite. Esso gioca il ruolo del maggiore e più influente mezzo di comunicazione che sparge alla nazione e al mondo la propaganda dello stato e delle aziende. In termini di peso mediatico il Times non è eguagliato da nessuno e la sua importante prima pagina è ciò che il critico dei media Norman Solomon definisce “i centimetri quadrati di terreno informativo più importanti della nazione” – più accuratamente, del mondo.

Gli esempi della doppiezza del Times sono infiniti e appaiono ogni giorno sulle sue pagine. La vergognosa saga di Judith Miller è solo l’ultimo episodio del peggio a cui può arrivare [ex giornalista del NYT coinvolta e incarcerata nel cosiddetto “Plamegate”, la rivelazione alla stampa dell’identità dell’agente CIA Valerie Plame costata una recente condanna al neoconservatore Lewis “Scooter” Libby vicino a Dick Cheney. N.d.t.] ma ella ha avuto dei predecessori, e la storia va avanti anche dopo che è caduta in disgrazia. Attraverso gli anni il Times non ha trovato una sola guerra di aggressione USA che non amasse e appoggiasse. Non è mai stato infastidito dal fatto che la CIA funzionasse come una cosca mafiosa globale, e da quartiere generale per l’addestramento a rovesciare governi democraticamente eletti, a uccidere capi di stato e importanti funzionari stranieri, a spalleggiare dittatori amici, a finanziare e addestrare eserciti e squadre della morte paramilitari segrete e ora a rapire persone per le “extraordinary rendition” per farle poi torturare in prigioni infernali, alcune gestite dall’agenzia stessa e tutte riceventi ordini da essa.

La CIA, come fa notare Chalmers Johnson, è uno stato dentro lo stato che funziona come un impunibile esercito privato del presidente, con poteri senza controllo e un quasi infinito budget nero che oggi sappiamo arrivare a 44 miliardi di dollari l’anno. Essa minaccia il governo democratico, minaccia la sopravvivenza della Repubblica e rende insensata qualunque nozione di libera società sino a che essa esisterà. Per il New York Times non è un problema. Esso ha lavorato strettamente con la CIA sin dagli anni ’50 permettendo ad alcuni dei suoi corrispondenti esteri di essere agenti o patrimonio dell’agenzia. Non c’è dubbio che sia ancora così.

Il Times non è preoccupato nemmeno dalla decadenza sociale in patria, da una disparità di ricchezza senza precedenti, una amministrazione che si fa beffe della legge, uno stato di fatto con un solo partito a due rami e un presidente che usurpa i poteri “unitari dell’esecutivo” affermando che la legge è ciò che egli afferma e rendendosi un dittatore. Praticamente esso riverisce la scacchiera dei legami corrotti e incestuosi tra il governo e gli affari, prendendosi gioco di qualunque nozione di democrazia di, per, e dal popolo. Questo è lo stato del “giornale liberal” che ha i suoi quartieri generali nel Times building di New York.

Il New York Times contro Hugo Chavez

Questo articolo si concentra su un esempio, tra i tanti ugualmente fastidiosi e sinistri, della doppiezza del Times – la sua velenosa opera di propaganda che ha come obiettivo il Presidente Venezuelano Hugo Chavez, che il presente autore ritiene il maggiore modello di leader democratico al mondo sebbene egli, come nessun altro, sia perfetto. Questo è il motivo per cui dopo i “terroristi islamofascisti” egli è praticamente il “nemico numero uno” della lista nera del Times e di Washington. Oltre al fatto che il Venezuela è ricco di petrolio, Chavez è la maggiore delle minacce che gli USA devono affrontare, cioè un buon esempio che si sta diffondendo. Il suo modo di governare mostra come lavori realmente la democrazia sociale esponendo la falsità del tipo Americano di democrazia.

Ciò è intollerabile per i padroni dell’universo e per il loro maggiore giornale sostenitore, il New York Times. Esso gioca sempre il ruolo di mezzo di informazione guida nel mantenere il mondo sicuro per il potere e la ricchezza. Perciò il 6 giugno esso ha presentato l’ex presidente peruviano, e primo presidente indigeno andino nella storia del paese – Alejandro Toledo (2001 – 2006). La sua campagna elettorale prometteva una visione populista per i peruviani, la creazione di nuovi posti di lavoro, l’occuparsi dei gravi bisogni sociali dei poveri della nazione e il porre fine ad anni di corruzione e duro governo sotto Alberto Fujimori, ora ricercato per corruzione e violazione dei diritti umani.

Toledo è stato di poco migliore, fallendo su tutta la linea e promuovendo le stesse politiche repressive neoliberali che era stato eletto per terminare. Egli era al passo con l’agenda di privatizzazioni, deregolamentazioni, diktat dell’ FMI e della Banca Mondiale, debiti e disprezzo generale verso i bisogni sociali del proprio popolo, voluta da Washington. Egli è stato anche accusato di corruzione e, durante il suo mandato, è stata usata la violenza contro chi protestava, i sospetti criminali sono stati picchiati e torturati nelle prigioni e dozzine di giornalisti sono stati minacciati o attaccati per avere criticato lui o i politici locali.

Nessun problema per il New York Times che ha pubblicato il 6 Giugno un suo editoriale dal titolo “Silenzio = Dispotismo”. In esso egli affermava che “la democrazia politica metterà radici in America Latina solo quando sarà accompagnata da democrazia economica e sociale (sotto) sistemi politici … liberi e giusti per tutti.” Come presidente del Perù egli ha ostacolato sforzi per fare ciò che egli ora afferma di sostenere. Toledo ha continuato dicendo che “i nostri cittadini” devono essere sentiti, e se la libertà di parola viene fatta tacere in un paese, “il silenzio potrebbe trasmettersi ad altre nazioni” puntando il suo dito ipocrita contro Hugo Chavez.

Egli afferma che i venezuelani “sono scesi nelle strade (oggi) per opporsi alla repressione. Studenti coraggiosi sollevano le bandiere della libertà, rifiutandosi di ipotecare il loro futuro rimanendo zitti.” Arriva rapidamente al punto citando il rifiuto di Hugo Chavez di rinnovare la licenza del Canale 2 VHF alla RCTV affermando che “ciò riguarda più che una stazione TV. Il presidente Chavez è diventato un personaggio destabilizzante in tutto l’emisfero dal momento che pensa di poter mettere a tacere chiunque abbia pensieri opposti ai suoi riducendoli al silenzio tramite la repressione e i decreti governativi.” Egli ha poi chiesto agli altri leader latinoamericani di affrontare l’ “autoritarismo” e “impegnarsi per la solidarietà in tutto il continente” citando la sua stessa presidenza e come “non (gli) è mai venuto in mente di far tacere mezzi di informazione (critici) o di nazionalizzarli.”

Il marcio passato di Toledo come presidente contraddice le sue spudorate prediche nella pagina degli editoriali del Times. Egli ha fatto più che provare a far tacere i suoi critici. E’ rimasto zitto quando essi venivano attaccati o quando due o tre di loro sono stati uccisi. Il New York Times conosce il suo passato sebbene abbia cercato di nascondere la parte peggiore di esso mentre egli era in carica. Eppure gli ha dato ampio spazio per denunciare la democrazia sociale di Hugo Chavez e il diritto legale di non rinnovare la licenza ad un canale televisivo a causa dei suoi ripetuti atti sediziosi. RCTV aveva seriamente abusato dei suoi diritti ad usare le frequenze pubbliche. E’ stata colpevole di avere appoggiato ed essere stata complice negli sforzi di fomentare un insurrezione per rovesciate il governo democraticamente eletto del Venezuela.

Toledo ha ignorato ciò dicendo che, da presidente del Perù egli ha “sempre…rispettato le opinioni” diverse dalle sue. Egli “non sarebbe mai stato d’accordo con coloro che preferiscono il silenzio alle voci in disaccordo. Coloro … che abbracciano la libertà e la democrazia devono essere pronti a lavorare in solidarietà col popolo venezuelano.” Egli non ha però detto a chi si riferisce, sicuramente non al 70% o più che appoggia Chavez. Ed evitando di denunciare l’illegalità di RCTV ha mostrato di condonarle. Egli ha anche dimenticato che il suo successore come presidente, Alan Garcia, ha illegalmente messo a tacere due stazioni televisive e tre radio peruviane, evidentemente per avere appoggiato uno sciopero legale a cui Garcia si opponeva.

Il New York Times ha un pessimo passato di attacchi contro Hugo Chavez sin dal momento in cui è stato eletto con l’incarico di rendere la democrazia sociale partecipativa la pietra angolare della sua presidenza. Questo è un anatema per Washington e il suo maggiore alleato tra i media, il New York Times. Dal 1999, quando entrò in carica, è andato contro Chavez con l’accusa di opporsi al trattato Free Trade of the Americas (FTAA) [di libero commercio per le americhe n.d.t.] sponsorizzato dagli USA, senza spiegare però che, se fosse stato adottato, esso sarebbe convenuto ai grandi capitali a spese dei cittadini.

Dopo la sua elezione nel dicembre 1998 il reporter del Times per l’America latina, Larry Roher, scrisse: “i presidenti e i leader dei partiti (latinoamericani) si guardano le spalle (preoccupati dallo) spettro…che l’elite di governo della regione pensava di avere sotterrato con successo: quello del demagogo populista, l’uomo autoritario a cavallo noto come caudillo (uomo forte).

Il Times lo ha successivamente denunciato per avere usato i petrodollari per aiutare i paesi vicini, eguagliando alla sovversione e all’acquisto di influenza la promozione della solidarietà, della cooperazione e il rispetto per la sovranità delle altre nazioni. Ha criticato il fatto che alzasse le tasse, e i diritti da pagare da parte degli investitori stranieri, senza spiegare mai che si stava solo ponendo fine al loro antico trattamento preferenziale facendo loro pagare la giusta quota da essi dovuta. Lo ha colpito duramente per avere voluto che fosse la sua gente a beneficiare di più delle proprie risorse e non le aziende petrolifere e altri rapaci investitori stranieri come era prima che Chavez entrasse in carica. Non era più così e ciò non poteva essere tollerato a Washington o sulle pagine del New York Times.

Quando la compagnia petrolifera statale PDVSA il primo Maggio è diventata la maggiore azionista con un minimo di proprietà del 60% in quattro progetti per giacimenti petroliferi sul fiume Orinoco, il Times si è accanito contro Chavez condannandolo per “la sua retorica rivoluzionaria (e per i suoi) ambiziosi (piani) per ottenere il controllo di diversi grandi progetti petroliferi di aziende europee e americane (con una) resa dei conti in vista (per queste) ambite risorse energetiche…” Senza dire che queste risorse appartengono al popolo venezuelano. Il Times accusa anche Chavez di permettere alla “politica e alla ideologia” di guidare il confronto tra USA e Venezuela “per limitare l’influenza americana nel mondo, ad iniziare dai giacimenti petroliferi del Venezuela.”

Lo definisce “uno che divide, un rovinoso demagogo, un provocatore e il prossimo Fidel Castro“. Ha assaporato il fallito colpo di Stato durato due giorni nel 2002 definendolo “dimissioni” e dicendo che “il Venezuela non sarebbe stato più minacciato da un aspirante dittatore“. Riferiva che “si era dimesso ed era stato sostituito da un rispettato leader del commercio” (Pedro Carmona – presidente di Fedecamaras, la federazione delle camere di commercio venezuelane).

Non ha detto però che Carmona era stato scelto a Washington e dagli oligarchi venezuelani per fare i loro interessi alle spese del popolo. Egli dimostrò il suo valore sospendendo i membri democraticamente eletti dell’assemblea nazionale e schiacciando le riforme Costituzionali Rivoluzionarie Bolivariane, prontamente restaurate appena Chavez fu rimesso in carica. Carmona scappò in Colombia cercando asilo politico in un posto da dove la suprema corte venezuelana chiede ora che sia estradato in quanto accusato di ribellione. Non ha detto nemmeno che il Times dovette licenziare uno dei suoi giornalisti venezuelani, Francisco Toro, nel gennaio 2003, quando Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR) rivelò che egli era un attivista anti-Chavista mascherato da obiettivo giornalista.

Per tornare al presente, il Times afferma che Chavez si sta muovendo per consolidare i suoi poteri dittatoriali oscurando il Canale 2 di RCTV e riducendo al silenzio i suoi critici. Lo ritrae come un uomo forte latinoamericano che combatte la guerra di classe con retorica socialista. Si chiede per quanto tempo i venezuelani dovranno subire la distruzione delle loro libertà democratiche. Indica “le prove che la definizione di nemico per Chavez è stata allargata sino a includere i media… critici del suo governo… estendendo il suo controllo oltre le sole istituzioni politiche”. Ciò segna “un cambiamento rispetto ai primi anni della sua presidenza, quando egli affrontava forti critiche” da parte dei media.

Il Times si interroga su quanto diventerà brutale nel ridurre al silenzio i critici e soffocando le proteste, chiedendosi se userà dei delegati per fare ciò. Si chiede poi se Chavez è andato abbastanza oltre da mobilitare una forte opposizione tale da fargli superare quel limite che inevitabilmente lo porterà alla perdita del suo potere e della sua credibilità. Potrebbe essere questo uno sforzo del Times, appena mascherato, per creare la realtà che esso appoggia, augurandosela, tramite il potere della suggestione?

Il giornalista economico del Times Roger Lowenstein è impegnato affinché ciò accada. Egli afferma, senza mostrare prove, che Chavez ha “militarizzato il governo, castrato i tribunali del paese, intimidito i media, eroso la fiducia nell’economia e svuotato le istituzioni, un tempo democratiche, del Venezuela.” Se rovesciate tutto ciò otterrete la verità che Lowenstein non dirà – cioè che Chavez non ha militarizzato nulla. Ha messo i suoi militari sottoutilizzati a lavorare per implemetare il Plan Bolivar 2000 del Venezuela, costruendo case per i poveri, strade, conducendo vaccinazioni di massa e in generale a servire i bisogni della gente, non a invadere e occupare altri paesi e a minacciare di radere al suolo quelli che “non collaborano”.

I tribunali del Venezuela funzionano indipendentemente dal presidente e dall’assemblea nazionale democraticamente eletti. I media sono i più liberi e aperti nella regione e nel mondo e gran parte di essi sono di proprietà di aziende, come quasi dappertutto. Inoltre il business sta avendo un boom sufficiente da far dire al Financial Times che i banchieri sono “in festa” e che il paese non ha mai avuto una democrazia funzionante fino a che non l’ha fatta fiorire Hugo Chavez.

Il giornalista venezuelano del Times Simon Romero è poco meglio di Lowenstein o altri che mandano indietro propaganda mascherata da vero giornalismo nella loro copertura delle notizie venezuelane, tra cui quella delle proteste di strada dopo la chiusura di RCTV. Egli ha fatto sembrare gli eventi delle strade di Caracas quasi come fossero una sollevazione unilaterale di manifestanti che protestavano contro Chavez con “immagini di poliziotti con le pistole spianate” per intimidirli. Egli ha evidenziato i critici di Chavez affermando che “la mossa di aver fatto scadere la licenza di RCTV equivale a una pesante soppressione del dissenso nei media”. Ha citato Elisa Parejo, una delle prime star delle soap opera di RCTV, che diceva: “Quello che stiamo vivendo in venezuela è una mostruosità. È una dittatura”.

Ha citato anche il quotidiano di destra El Nacional che ritraeva la decisione su RCTV come “la fine del pluralismo” nel paese. È stato anche citato Gonzalo Marroquin, presidente della Inter-American Press Association (IAPA), di proprietà privata, che diceva che Chavez vuole “standardizzare il diritto all’informazione (indicando) una tetra prospettiva per l’intero emisfero“. Egli ha inventato numeri di sondaggi truccati dalle aziende che mostravano che “gran parte dei venezuelani si oppongono alla decisione di Chavez di non rinnovare la licenza di RCTV“. Di fatto è vero l’opposto e il fatto che ci fossero manifestanti sia per che contro la chiusura di RCTV lo prova. I venezuelani che appoggiano Chavez hanno sovrastato l’opposizione per molte volte. Ma non troverete un Romero o un qualche altro corrispondente del Times che racconta questo fatto. Se qualcuno provasse a farlo finirebbe a occuparsi dei necrologi.

Anche lo scorso febbraio Romero ci si era impegnato. Allora ingigantì la spesa del Veneziuela per le armi facendo sembrare come se Chavez stesse minacciando la stabilità regionale o si stesse preparando a bombardare o a invadere Miami. Il titolo incendiario di Romero era “La spesa del Venezuela per gli armamenti raggiunge i vertici mondiali“. Iniziava dicendo “ la spesa del venezuela per le armi è salita a più di $ 4 miliardi negli scorsi due anni, trasformando la nazione nel maggior acquirente di armi dell’America Latina” e facendo un suggestivo paragone con l’Iran. L’articolo rivelava che questa informazione proveniva dalla US Defense Intelligence Agency (DIA) lasciando che quella sola inaffidabile fonte fosse motivo di dubitare l’accuratezza e il retroscena della notizia.

I dati citati si riferiscono solo a ciò che il Veneziuela spende nelle armi, non alla sua totale spesa militare. Non viene detto però che la spesa militare totale del paese è la metà di quella dell’Argentina, meno di un terzo di quella della Colombia e un dodicesimo di quella del Brasile, secondo il Center for Arms Control and Nonproliferation che classifica il Venezuela al sessantatresimo posto al mondo per le spese militari. Il Centro ha anche riportato che il budget militare del Venezuela nel 2004 era di $1.1 di dollari facendo vedere che la cifra della DIA di 4 miliardi data da Romero è falsa e solo un vano tentativo di ritrarre Chavez come una minaccia regionale a cui reagire. A quel livello di spesa il Pentagono lo batterebbe spendendo 500 volte tanto, o molto di più a seconda di come vengono calcolate le spese militari e per la sicurezza nazionale, comprese tutte le spese in nero o non riportate.

Il 12 giugno il sito Venezuela Analysis.com ha riportato, in un articolo di “Oil Wars,” che lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) aveva indicato che la spesa militare del Venezuela per il 2006 ammontava a $ 1,9 miliardi. L’autore dell’articolo esprimeva scetticismo, perciò ha paragonato tale cifra alle spese del ministero della difesa venezuelano per quell’anno indicate nel suo “Memoria y Cuenta“. La sua cifra era di 1977179,179 mila Bolivar che convertiti in dollari Usa equivalgono a $919,618,000. A questo numero devoni essere aggiunti altri $ 1,09 miliardi che il ministero della difesa ha ricevuto dal FONDEN venezuelano, cioè il fondo per lo sviluppo. Sommando i due numeri si vede che la spesa militare del paese per il 2006 è di $ 2 miliardi.

Se ci basiamo sul calcolo delle spese militari Usa fatto dal Senior Fellow dello “The Independent Institute”, Robert Higgs, che indica la cifra di $934.9 miliardi per l’anno fiscale 2006, vediamo che il Pentagono supera le spese militari del Venezuela di 500 volte. Higgs include i budget separati del Dipartimento della difesa, dell’energia, di Stato, della sicurezza nazionale, degli affari per i veterani, e il Military Retirement Fund del Tesoro, altri minori budget legati alla difesa più gli interessi netti pagati attribuibili a spese per la difesa finanziate in passato con dei debiti. Anche facendo ciò egli ha omesso i budget non contabilizzati e quelli segreti dell’intelligence per la C.I.A. e la NSA.

Se torniamo all’articolo di Romero per il Times è chiaro che quanto egli riferisce puzza tanto quanto le armi di distruzione di massa dell’Iraq e il programma nucleare civile dell’Iran in quanto a minaccia sufficiente a garantire sanzioni e risposta militare Usa. Romero segue passo passo il presidente neoconservatore della Banca mondiale Robert Zoellick nominato dall’amministrazione Bush. Egli ha preso di mira Hugo Chavez da Città del Messico il 16 giugno, con avvertimenti sul fatto che il Venezuela è “ un paese dove stanno montando i problemi economici e, come vediamo, da un punto di vista politico non si sta muovendo in una direzione salutare“.

Romero riporta una propaganda simile in un suo articolo del 17 maggio intitolato “Scontro di speranze e paure mentre il Venezuela espropria le terre”. Egli inizia dicendo “ gli abusivi arrivano prima dell’alba con machete e fucili, circondano le ordinate file di canne da zucchero e minacciano di uccidere chiunque interferisca. Poi appiccano fuoco al raccolto e dichiarano che quella terra è di loro proprietà“. Egli continua dicendo : “Chavez sta compiendo quella che potrebbe diventare la più grande redistribuzione forzata di terra nella storia del Venezuela, con la costruzione di utopici villaggi contadini per gli abusivi, elargizione di denaro alle nuove cooperative e invio di commandos dell’esercito per supervisionare i patrimoni espropriati in sei Stati”.

Romero dice che la violenza ha accompagnato gli espropri ” con più di 160 contadini uccisi da mercenari in Venezuela, e sono stati anche uccisi otto proprietari terrieri…” Da quando Chavez è entrato in carica ci sono state morti violente di contadini e di altra gente, ma gran parte di queste sono avvenute per mano delle squadre della morte di paramilitari finanziati dai governi Usa e colombiano che operano in Venezuela.

Romero si tiene ben lontano da ciò facendo suonare la sua retorica come se una insurrezione armata fosse in atto in Venezuela che espropria illegalmente e con la forza la terra dei suoi legittimi proprietari. Ciò che sta accadendo, in realtà, è piuttosto diverso e possiamo solo toccare brevemente l’argomento per dare una spiegazione. Hugo Chavez ha annunciato per la prima volta il suo piano di “ritorno alla campagna” in base alla ‘legge per lo sviluppo della terra e dell’agricoltura’ nel novembre 2001. La legge pone dei limiti alla quantità di terra che si può possedere; mette delle tasse sulle proprietà inutilizzate; si pone lo scopo di ridistribuire la terra inutilizzata, in gran parte di proprietà del governo, alle famiglie di contadini e alle cooperative; e di espropriare la terra incolta e inutilizzata dai grandi proprietari privati, compensandoli in base ai giusti prezzi di mercato. Perciò, di fatto, il governo non espropria nulla. Compra terra inutilizzata dalle grandi proprietà terriere e la paga in modo che i contadini senza terra possano averla e usarla produttivamente per la prima volta, con beneficio uguale di tutti.

Da nessuna parte nel suo articolo Romero spiega ciò sebbene abbia riconosciuto in precedenza, nel 2002, che “si stima che il 5% della popolazione possieda l’80% della terra privata del paese“. Omettendo quella che era la cosa più importante da includere, l’articolo di Romero riferisce una verità distorta abbastanza ad assicurare che i suoi lettori non la verranno mai a sapere da lui. Né da un qualunque altro corrispondente del Times quando i fatti entrano in conflitto con gli interessi imperiali. Questo è ciò che siamo giunti ad aspettarci dal “giornale dei record” che non lascia mai la verità interferire con il servizio agli interessi del potere e della ricchezza anche a costo di mentire per loro. Il giornalismo spudorato sul Venezuela di Hugo Chavez è solo uno delle molte dozzine di esempi della doppiezza del Times e dei danni arrecati ai suoi lettori da decenni.

L’ex giornalista del Times John Hess ha denunciato la cosa in questo modo: “non ho mai visto un intervento all’estero che il Times non abbia appoggiato, non ho mai visto un aumento degli affitti… delle tasse…o del costo dei servizi che esso non abbia appoggiato, non l’ho mai visto prendere le parti dei lavoratori in sciopero o in blocco, o chiedere un aumento per i lavoratori sottopagati. Non fatemi parlare della sanità e della sicurezza sociale per tutti. Allora perché la gente pensa che il Times sia un giornale liberale?” E perché qualcuno dovrebbe pensare che le sue cosiddette notizie e informazioni siano nulla più che propaganda in favore degli interessi imperiali che esso serve?

Robert McChesney e Mark Weisbrot hanno spiegato bene ciò nel loro articolo del primo giugno su CommonDreams.org intitolato “Il venezuela e i media“, dicendo quanto segue: “la copertura mediatica Usa (con il NYT in testa) sulla controversia riguardante la RCTV venezuelana (e quasi qualunque altra cosa) dice molto più sulle mancanze del nostro sistema mediatico di quanto non dica sul Venezuela. Dimostra ancora che esso è disposto a portare acqua al mulino di Washington (e degli interessi aziendali che serve) più che accertare e riportare la verità in materia“. Al Times la verità è sempre la prima vittima, specialmente quando la nazione è in guerra.

Stephen Lendman vive a Chicago e può essere contattato all’indirizzo mail:
[email protected]

Visitate anche il suo blog e ascoltate” The Steve Lendman News and Information Hour” su TheMicroEffect.com, a mezzogiorno di sabato, fuso orario centrale USA.

Titolo originale: “The Record of the Newspaper of Record”

Fonte: http://www.bestcyrano.org/
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20.06.2007

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

Pubblicato da Das schloss